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venerdì 25 novembre 2016

LA K' ACHACHOLA

RACCONTI DALLA MINIERA
DI
VICTOR MONTOYA (BOLIVIA)

LA  K’ACHACHOLA (**)

 Civiltà precolombiane: idolo nel Museo archeologico di Montevideo, Uruguay

Dicono che Florencio Nina, il charanguero[1] che faceva vibrare i cuori delle donne come le corde del suo strumento, entrò nella miniera con l’intenzione di uccidersi. Non era passato molto tempo da quando aveva perduto la donna che amava e si era dato al bere, come quando era ritornato dal servizio militare ed era entrato nella Sezione Lagunas[2] della miniera, dove i suoi compagni di lavoro lo avevano soprannominato Nina-Nina[3], perché il suo nome era scolpito nel cuore delle donne e correva sulla bocca degli uomini.
Era il re dei bevitori e degli amanti. Non c’era donna che non fosse stata irretita dalla sua galanteria né uomo che non avesse avuto gli occhi umidi ascoltando il suo charango. Per le prime egli era il dongiovanni della miniera e per i secondi il miglior charanguero della provincia.
Quando Florencio Nina entrò nella miniera, ancora ubriaco e con il charango a tracolla, non indossava altro che il suo poncho huayruro [4]e gli stivali di gomma. Aveva i capelli arruffati, una barbaccia ispida e lo sguardo perso nel vuoto. Era Carnevale e la miniera era vuota. Per questo, man mano che si addentrava nella galleria principale, l’oscurità che lo circondava aumentava sempre più, provocandogli una sensazione di paura che di tanto in tanto sembrava schiacciarlo.
 A duecento metri dall’imboccatura della miniera, quando già non si udiva più che l’eco dei suoi passi, deviò a destra in una galleria dove proseguì alla cieca e a tentoni, fino a perdere l’orientamento e la speranza di uscirne vivo. Si addossò alla parete e sciaguattando in un canale in cui scorreva la copajira[5], quasi fosse una sorgente che precipitava dall’alto delle rocce, proseguì a tastoni verso l’interno della miniera.

Florencio Nina, man mano che l’effetto dell’alcool si acuiva, canticchiava il wayño[6]che tante volte aveva interpretato nelle osterie locali. Ma all’udire le grida di una voce femminile davanti a sé strinse forte il manico del charango, suo fedele amico nella buona e nella cattiva sorte, che lo aiutava a esprimere nel canto i suoi crucci e le sue gioie.
Ormai lontano dall’imboccatura della miniera, circondato da un gelo che gli si infiltrava addosso attraverso gli stivali di gomma, gli venne in mente che nessuno poteva restare da solo dentro le gallerie, neppure coloro che avevano stretto un patto con il Tío. Cosicché, in preda al panico, pensò che sarebbe stato più facile togliersi la vita nelle catacombe dell’inferno piuttosto che nel profondo della miniera, dove le grida di una donna potevano far presagire un esito funesto.
Le grida si facevano via via più alte mentre egli cercava di allontanarsi tastando il terreno con mani e piedi, finché d’improvviso gli si parò davanti una bolla di luce che lo abbagliò e lo fece cadere sopra il charango come se fosse stato colpito da un fulmine. Lo strumento, con la cassa di armadillo e i pioli di metallo, gemette sotto il peso del suo padrone e si spaccò. Florencio Nina, con lo sguardo rabbuiato, gli occhi spalancati e il viso schizzato di copajira, cercò di riaccostare i pezzi del charango per abbracciarlo e baciarlo, come se avesse perduto un fratello, mentre le grida gli sibilavano nelle orecchie con maggior forza dell’eco del vento nelle gole della cordigliera.

Quando levò lo sguardo, maledicendo la perdita del suo charango, scorse una donna avvolta in un’aureola rosso arancio, le cui sembianze gli ricordavano la Vergine del Socavón[7], ma anche la donna che aveva perduto tra le braccia di un altro uomo. Poi, credendo di avere trovato l’uscita verso la luce del giorno, si drizzò in piedi stropicciandosi gli occhi, ma l’immagine della donna, che aveva trecce lunghe fino alla vita, non si mosse e gli sorrise.  Florencio Nina, non sapendo come trarsi d’impaccio, la salutò cortesemente restituendole il sorriso. Poi le chiese premuroso:” Chi sei?”.
“La K’achachola”, rispose lei, mettendosi sulle rotaie dei binari della galleria che rilucevano come strisce d’argento e allontanandosi quasi fosse risucchiata da una forza misteriosa.
Florencio Nina, il cervello offuscato dall’alcool e soggiogato da questo amore a prima vista, la seguì. Lei si tolse il cappello di paglia, il corto mantello, la blusa con i volants, la gonna arricciata, la sottogonna a balze, e le braghette di filo di Scozia, finché rimase completamente nuda come una fiaccola fiammeggiante nella galleria.
Florencio Nina, illuminato dalla luce che da lei emanava a fiotti, inchiodò lo sguardo su quei seni che pendevano come meloni maturi.
“Benedetto sia il tuo nome, coniato su misura su di te”[8], le disse, ravviandosi il ciuffo ribelle che gli cadeva sulla fronte.
La K’achachola, esibendo un corpo splendente e seducente come il suo viso, gli indicò la fessura del sesso, abbozzò una moina lubrica e gli chiese di spegnere il fuoco del suo desiderio. 
Florencio Nina, attirato dalla calamita di quel corpo le cui curve erano più perfette e armoniose delle forme del suo charango, le si accostò cautamente, come chi voglia agguantare una pernice. Eppure più le si avvicinava, più aveva la sensazione che lei si allontanasse.
“Perché te ne vai?”, le domandò, intenzionato a possederla a qualsiasi prezzo.
La K’achachola rispose con un sorriso, mentre continuava a indietreggiare verso il fondo della galleria, dove l’aria diventava sempre più umida e pesante.
Florencio Nina, con lo sguardo acceso dalla lussuria e il cuore travolto dalla fiamma di un amore improvviso, la seguì inciampando nei ciottoli di calcare che cospargevano il suolo, finché sotto i suoi piedi si aprirono le fauci di un buzón[9] dove precipitò con un grido che rimase sospeso nel vuoto.
Il giorno seguente, due minatori del primo turno lo trovarono tutto nudo sopra un poncho huayruro, con il viso sfigurato e le ossa rotte. I minatori lo guardarono senza dire nulla e portarono il cadavere all’aperto, dove anche gli altri tacquero, perché ognuno di loro sapeva che non era altro che una vittima in più della K’achachola, che dopo avergli fatto intravedere il dono del suo corpo – lei che è dappertutto senza trovarsi in realtà in alcun luogo- lo aveva abbandonato ormai senza vita.
Quando la gente del posto seppe della tragica morte, le donne più anziane sentenziarono che alla fine Florencio Nina aveva trovato quello che andava cercando.
“La morte, sotto le false spoglie della K’achachola, lo ha sorpreso in una galleria abbandonata, lo ha stregato con i suoi incanti e lo ha ucciso senza astio”, disse una di loro. E’ il prezzo che pagano i donnaioli che entrano soli nella miniera, dove la K’achachola vaga lanciando grida che chiedono amore da quando il Tío la cacciò via da sé, temendo che le sue mestruazioni facessero sparire i filoni”.
“E’ successo già molte volte”, disse un’altra. “I minatori dovettero ch’allar alla Pachamama affinché i filoni apparissero di nuovo…..”.
Il giorno in cui Florencio Nina fu sepolto, senza prete e senza cerimonia religiosa, le osterie rimasero chiuse, i minatori abbandonarono il lavoro e le donne indossarono il lutto, tutte eccetto colei per la quale lui aveva perso la vita in uno dei buzones della miniera.



(**) Traduzione mia dallo spagnolo. Il libro completo “Racconti dalla miniera” è disponibile come e-book su varie piattaforme, compresa Amazon-Kindle.



[1] Musicista che suona il charango, strumento diffuso in America del sud simile alla chitarra
[2] Detta così perché spesso allagata
[3] Gioco di parole con il cognome Nina: nina-nina in quechua significa: lucciola
[4] Si chiama così un tipo di poncho tessuto a mano a strisce rosse e nere, come i colori del seme di una pianta andina chiamata “huayruro”.
[5] Mistura di zolfo silicio e calcio
[6] Musica popolare andina dal ritmo melanconico
[7] Protettrice dei minatori.
[8] Si ricordi che K’achachola significa in quechua “bella ragazza”
[9] Armatura di legno intorno a un pozzo dove si trasporta il minerale

venerdì 18 novembre 2016

REPORTAGE DALLA COLOMBIA DEL POST REFERENDUM




“IN COLOMBIA, OPERAZIONE PORTE APERTE DELLE FARC”*

Reportage da Quibdó, Chocó, apparso il 9 novembre su Le Monde
Inviata speciale Marie Delcas

 COLOMBIA, MARCIA PER LA PACE

Non è ancora la pace, ma i fucili tacciono. Un mese dopo il referendum che ha visto i colombiani respingere per un margine ristrettissimo (50,21%) l’accordo di pace negoziato con la guerriglia, la speranza di porre fine al conflitto armato non è morta. Le forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC, estrema sinistra) moltiplicano le dichiarazioni concilianti e le iniziative. Il 31 ottobre i guerriglieri hanno così organizzato una “veglia per la pace e la riconciliazione” aprendo ovunque nel paese i loro accampamenti al pubblico per tutta una notte.
Il Presidente, ormai Premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos, sta conducendo difficili trattative di pace su due fronti. A Bogotá, il dialogo in corso con l’opposizione di destra e della ultradestra che hanno incitato a votare “no” al referendum ha prodotto una lista di 410 proposte. Dominato dall’ex Presidente Alvaro Uribe, il fronte del rifiuto ha avuto difficoltà ad accordarsi sulle sue esigenze in vista della rinegoziazione dell’accordo di pace. All’Avana, con la lista in mano, i delegati del governo (Santos) hanno intavolato le trattative con i guerriglieri. Questi ultimi hanno accettato di ritornare su alcune clausole dell’accordo, ma sono decisi a non cedere nulla sui punti essenziali.


L’invito non si rifiuta

“Ci sono degli spartiacque, delle linee rosse impossibili da superare”, spiega Nathalie Mistral, che stima “impossibile che i capi guerriglieri vadano in prigione”. Questa francese si è unita alle FARC dodici anni fa “per convinzione rivoluzionaria”. Dal mese di aprile vive nel cuore della giungla del Chocó, che si estende lungo il versante del Pacifico, nella parte occidentale del paese.[1]Per organizzare l’accoglienza in vista della veglia della pace, i guerriglieri del 57° fronte hanno costruito delle baracche provvisorie. I partecipanti arrivano al calar della notte, in piccoli gruppi, su scialuppe o in fuoribordo. In questa regione della giungla battuta da diluvi equatoriali il fiume è l’unica via percorribile. L’esercito pattuglia ancora il fiume Atrato, ma i blocchi di controllo sul suo corso sono cessati dopo il cessate il fuoco bilaterale in agosto.
Gli ospiti – più di 300 – hanno navigato per delle ore a volte sotto la pioggia. Un invito delle FARC non si rifiuta. Tanto più che i guerriglieri hanno pagato il carburante delle imbarcazioni e hanno promesso di far cenare tutti. Gli indiani Embera, che non parlano o parlano male lo spagnolo si sistemano su un lato dell’accampamento. I guerriglieri e le guerrigliere, indistintamente in jeans e magliette, si mescolano ai contadini e ai lavoratori, afro o meticci, venuti con mogli e bambini. Nell’attesa dell’inizio della cerimonia, si proiettano video che celebrano le glorie delle FARC e della lotta armata. Ma stasera nessuno è armato.
“Con l’esercito abbiamo instaurato un rapporto di mutuo rispetto. I militari sanno dove siamo e noi li avvisiamo di ogni nostro movimento”, spiega il comandante Pablo Atrato. Entrato in vigore il 24 agosto, il cessate il fuoco è stato scrupolosamente rispettato da ambedue le parti. Il Capo sommo delle FARC Rodrigo Londoño, alias “Timochenko”, ha persino dovuto richiamare all’ordine certi fronti che esibivano troppa confidenza con i soldati.
Nathalie chiarisce:” I soldati sono figli di poveri, come i guerriglieri. Noi come FARC abbiamo combattuto militarmente un sistema e una classe politica corrotti, ma i militari non sono i nostri nemici”. E’ ottimista:” La Colombia si è impegnata già troppo sulla strada della pace per poter fare marcia indietro”. “Qui il risultato del referendum ha fatto l’effetto di una doccia fredda”, racconta Leyner Palacios. L’accordo di pace è stato sconfessato nelle urne da gente che non ha mai conosciuto la guerra. Leyner ha perso 28 familiari nel massacro di Bojayá. Accadde nel maggio del 2002. Le milizie paramilitari tentavano allora di prendere il controllo della regione mettendola a ferro e a fuoco. Un cilindro pieno di esplosivo di tipo artigianale tirato dalle FARC cadde sulla chiesa del villaggio, dove si erano rifugiati gli abitanti. Settantanove persone furono uccise[2], tra le quali 48 bambini.
Alla vigilia del referendum i comandanti delle FARC sono venuti a chiedere perdono alla comunità. Il 2 ottobre, il 95% della municipalità di Bojayá ha votato in favore della pace. In tutto il dipartimento del Chocó la percentuale in favore della pace è stata del 75%, un record nazionale.[3] Numerosi pastori evangelisti hanno fatto atto di presenza alla veglia. Sulla scena, Jaime, della chiesa interamericana della Colombia, prende la parola per vantare le virtù della fede e del perdono. Di fronte a un pubblico silenzioso, s’infiamma:” Gesù non è morto sulla croce solo per i civili, ma anche per le FARC”. A parte, più compassato, si rallegra nel vedere “le FARC avvicinarsi a Dio.” Rifiuta però di pronunciarsi sull’atteggiamento dei suoi colleghi che, altrove nel paese, hanno esortato a votare per il no.

FIUME ATRATO
Mano tesa

I preti cattolici non sono venuti alla veglia convocata dal 57° fronte. I guerriglieri sono delusi. La diocesi di Quibdó, capoluogo del Chocó, afferma non essere stata avvisata in tempo. L’operazione porte aperte delle FARC aveva per obiettivo soprattutto le chiese del paese. L’opposizione della grande maggioranza dei pastori e di certi preti cattolici ha pesato nel referendum. E le FARC, marxiste e atee, vogliono tendere loro una mano. Il comandante Pablo Atrato la mette così:” Dato che ci battiamo per il benessere del popolo, dobbiamo rispettare ciò in cui il popolo crede”.
Le FARC giocano quindi la carta dell’apertura. “Ma è chiaro che per tutta la durata del nuovo negoziato, la situazione resta incerta e l’incertezza è gravida di pericoli”, dice Leyner Palacios. “Il cessate il fuoco non è al riparo da una provocazione che potrebbe rimettere tutto in causa”.

***Ho scritto  l'articolo "Caleidoscopio Colombia" su questo blog nel 2013, di ritorno da un viaggio nel paese di due mesi  . Per approfondire le ragioni del "no" al referendum del 2 ottobre, si può leggere su Le Monde Diplomatique di novembre (2016) l'articolo di Gregory Wilpert "Perché i colombiani hanno respinto la pace?"

http://croceorsa.blogspot.it/2013/05/caleidoscopio-colombia-tra-guerra-e-pace.html



[1] Il Chocó ha una pluviometria impressionante, dai 5000-6000 mm annui al picco raggiunto a Tutunendo nel 1974 di più di 26.000 mm (http://www.meteoweb.eu/2012/05/scopriamo-perche-quibdo-in-colombia-e-la-citta-piu-piovosa-del-pianeta/132075/). 
[2] Altri resoconti parlano di almeno 117 morti, e di moltissimi mutilati, feriti e poi sfollati che tali rimasero per anni, o forse per sempre. Vedi: http://www.semana.com/nacion/articulo/como-fue-la-tragedia-de-bojaya/50635-3 
[3] Il dipartimento del Chocó è stato tra i più colpiti dal flagello della guerra, di fatto cominciata ben prima della nascita delle FARC, che hanno risposto con le armi alla preesistente violenza padronale e dei latifondisti, scatenata soprattutto nelle zone rurali.

*Traduzione mia.