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martedì 1 aprile 2025

DIVAGAZIONI SUL VIAGGIO

 

LA FINE DEL VIAGGIO VAGABONDAGGIO

Punta del Diavolo, Uruguay *
 

C’è una parola della lingua tedesca che amo particolarmente, Sehnsucht, il cui significato letterale, un amalgama tronco di due lemmi, sarebbe “ricerca di (qualcosa) da vedere, implicitamente, di nuovo, di conoscere quindi. Ma la Sehnsucht contiene anche una sfumatura diversa, che allude a qualcosa di simile alla nostalgia, quindi un tendere al passato più che e oltre che al futuro. E’ nostalgia, desiderio di qualcosa di indefinito, di impalpabile e forse indescrivibile, di cui si sente la mancanza, un vuoto che si vorrebbe colmare. Come se una nuova conoscenza potesse essere mnemosine, conoscenza di qualcosa di già visto e appreso nel mondo delle idee perfette platoniche, prima di nascere, cui tendere per realizzarsi. Io collego la mia Sehnsucht all’idea di viaggio, al desiderio di viaggio come ricerca. Penso che la tendenza al nomadismo sia innata, tendenza che le esperienze possono rafforzare o indebolire, propensione poco resistibile ad un altrove, desiderio contraddittorio di radici rizomatiche, ambulanti. A Sehnsucht associo un termine francese legato agli studi (purtroppo brevi) di filologia romanza, la quête, la ricerca, nel ciclo bretone delle chansons de geste[1]. “La” ricerca per eccellenza, culmine e significato di tutta una vita, è quella del santo Graal, la coppa che ha contenuto il sangue di Cristo. E il simbolo più pregnante nella cultura occidentale della ricerca di verità e di supremo compimento è il “Fermati sei bello!” del Faust. 

Se pur avevo innate potenzialità nomadiche, ci furono due fattori già a fine infanzia che fecero sbocciare la mia Sehnsucht. Nella biblioteca di casa un libro brochure, pesante, dalla copertina verde pallido aveva un titolo che mi ammaliò: “Vento di terre lontane”. Non ricordo neppure l’autore, se lo sfogliai soltanto o lo lessi, forse avevo nove o dieci anni, ma quel titolo evocatore mi rimase fisso in mente per decenni, suscitando desideri di varchi sconosciuti e orizzonti semoventi di terre ignote. Sempre nello stesso periodo, verso i dieci anni, feci il primo viaggio in Umbria con mio padre che era rappresentante di commercio e viaggiava abitualmente con la sua millecento ogni settimana almeno per tre giorni. Fu la prima ebbrezza dell’altrove, paesaggi diversi, incontri, alberghi e ristoranti dove potevi scegliere cosa mangiare e prendere anche il dolce alla fine del pasto. Era settembre e l’Umbria verdeggiava. Appena arrivati nel primo albergo ormai a sera, lasciata sola per un impegno di papà, mi dedicai molto giudiziosamente secondo me a svuotare le due valigette e a mettere ben piegate camicie, pantaloni, gonne e biancheria nei cassetti. Quando arrivò mio padre per andare a cena, gli mostrai orgogliosa la mia fatica, e rimasi malissimo quando mi disse: “Brava, peccato che sia stato inutile perché domattina presto dobbiamo rimettere tutto nelle valigie.” Già, che stupida.

Frutta del drago, così la chiamano

 Con questi precedenti, durante la prima estate che trascorsi a Bornemouth, nel sud dell’Inghilterra, iscritta ad un corso di inglese per stranieri universitari, approfittavo dei fine settimana liberi per fare autostop. Nel primo viaggio, a Oxford, fui ammaestrata da una ragazza tedesca ospitata dalla stessa famiglia dov’ero io, già abituata a viaggiare in questo modo. Metti il dito così, cerca di avere un’aria sorridente e simpatica, suscita il desiderio di conoscerti, se ci sono altri autostoppisti devi sorpassarli e andare in fondo. Insomma, l’ABC del perfetto autostoppista. Funzionò piuttosto bene, raggiungemmo Oxford prima di notte. Mi spaventai quando la mia compagna, per risparmiare i pochi soldi di cui disponevamo, propose di provare a infilarci in qualche chiesa e dormire sui banchi di legno della navata. Per fortuna la convinsi a rinunciare all’idea e trovammo un bed & breakfast. Poi lei finì il corso prima di me e partì, ma io avevo assaggiato ormai la sensazione di libertà che dava lo zaino sulle spalle e la visione inebriante della strada dritta davanti a me, verso mete che potevano cambiare a seconda delle circostanze e dei passaggi (spesso in camion), tutto era nuovo e da scoprire. Dappertutto o quasi la sera riuscivo a trovare un ostello della gioventù, dove con una modesta moneta da sixpence si dormiva in camerata e si aveva una colazione a base di fiocchi di granturco e latte, a prezzo di osservare poche regole ferree, tra le quali quella di disfare il letto e stenderci sopra la coperta. Mi è rimasto in seguito impresso indelebilmente un “papà albergatore” dell’ ostello di Colonia, in Germania, che quando stavo uscendo la mattina (sempre prima delle 9.00 per regolamento), mi fermò con cipiglio minaccioso e mi fece tornare in camerata, davanti al letto che avevo occupato e rifatto come dovuto. Lo guardai con aria interrogativa e lui mi disse seccamente: “Gerade!”  In tedesco, “Dritto”!. Guardai meglio e vidi una piegolina nella coperta che copriva il materasso, che andò premurosamente allisciata. Pensai che dovesse essere stato un guardiano in qualche campo di concentramento durante la guerra.  

Per anni ho avuto la tessera internazionale della rete degli ostelli della gioventù, perché per anni durante le vacanze di studio in Inghilterra girai qua e là, allungando sempre più il week-end, fino al mercoledì, quando mancò poco che le mie amiche di Milano non denunciassero la mia sparizione alla polizia.

Da allora si formò nella mia testa il concetto di viaggio che faceva rima con vagabondaggio, con mete via via cangianti, svagate, il viaggio-scoperta inaspettata, tutto il contrario del viaggio pianificato. Il che, convengo, ha qualche volta comportato spiacevoli sorprese che tali non sarebbero state se mi fossi peritata di leggere una guida o chiedere informazioni previe. Una certa improvvisazione però vuol dire anche Il gusto di saltare (con successo) su una barca all’ultimo momento mentre già ha cominciato a staccarsi dalla banchina (a Zanzibar), arrivare su un motorino periclitante su un sentiero sabbioso in un meraviglioso hotel nell’isola di Pemba che aveva stanze che davano sulla spiaggia e sull’oceano, senza la parete verso il mare, di modo che sembrava di dormire sospesi sul mare pur comodi in un letto a due piazze. Purtroppo significa anche perdere il traghetto per un ultimo caffè (isola di Inhaca in Mozambico), dormire sulla spiaggia in Costa Azzurra, o su una panchina a Villahermosa in Messico o a Roma. Beh, questi sono esempi limite, e per fortuna erano altri tempi, in cui non rischiavi di diventare un falò perché dei teppisti si vogliono divertire a vedere una presunta barbona andare a fuoco. 

In anni assai più recenti, una volta cessati gli ingaggi di lavoro in giro per il mondo che spesso sono stati abbastanza avventurosi per i miei gusti, e con qualche soldo in più in tasca, ho fatto viaggi che duravano in media tre mesi dove la meta sicura era la prima, dato che un biglietto sia in nave, treno o aereo lo devi pur comprare prima dipartire. Per decenni non ho avuto un’auto privata e ho usato sempre solo trasporti pubblici. Non esistendo ancora internet né cellulari, arrivata alla meta abitualmente verso sera, cercavo e trovavo sempre un ricovero notturno, hotel preferibilmente modesti data la durata dei miei vagabondaggi. Il bello era che non dovevi preoccuparti di prenotare, il che sarebbe stato complicato se non si sa ancora dove e quando arrivare. Mi piaceva scegliere a naso una zona che mi piacesse e un albergo dall’aspetto familiare e accogliente. Viaggiando in periodi dell’anno di stanca turistica, il gioco era fatto. Ma tutto questo è ormai tramontato in pochi anni alla velocità della luce. Aerei pieni come uova, treni e autobus simili a vagoni merci, spariti in treno gli scompartimenti con comodi sedili di pelle dove era un piacere intavolare conversazione, oppure guardare trasognati lo scorrere del paesaggio mentre cambiava la luce, e leggere in pace. Spariti o quasi i treni notturni con cuccette Oggi, frecce o non frecce, trovi vetture con file monotone di sedili scomodi dove la gente parla ad alta voce, o peggio telefona ad alta voce, sedili ciechi affiancati da pareti invece che finestrini, bagni spesso indecenti, lontani o guasti. Se il viaggio comporta traversata aerea transoceanica e dura dodici ore o più, con coincidenze ravvicinate, si atterra stravolti di stanchezza odiando la ressa che impedisce la progressione rapida verso l’agognata uscita. E tralascio le fatiche dell’imbarco, le attese, le cancellazioni, i controlli, lo svuotamento di borracce con preziosa acqua che devi riacquistare a prezzi da latrocinio ai bar della zona partenza. Naturalmente è indispensabile avere già prenotato un alloggio all’arrivo perché ormai i periodi di stanca turistica non esistono più. E così via ad ogni successiva tappa. L’ultimo viaggio in cui ho ancora potuto praticare un vagabondaggio senza prenotazioni è stato quello in Equador, pre-pandemia, a inizio 2020, prima che scoppiassero le restrizioni. Soprattutto rimpiango le belle escursioni nella zona andina.

Dopo la delusione delle spedizioni a Capo Verde e in Suriname, mi sto convincendo che inventarsi nuove mete rischia di comportare frustrazioni sempre peggiori delle precedenti. Recentemente sono contenta di avere rivisto un luogo che mi aveva affascinato più di dieci anni fa, sulla costa nord dell’Uruguay, Punta del Diablo: contenta di avergli detto addio.  Arrivata dopo avere cambiato tre autobus su un strada interminabile con lavori in corso, dopo collasso del motore di uno degli autobus con attesa di due ore di un altro locomotore, con temporale finale al terminal di Punta del Diablo, ho constatato come il luogo intatto, selvaggio del 2014, con alcuni ostelli di buon livello ma nessun albergo né auto circolanti, grandi dune sull’oceano ricoperte di una vegetazione rigogliosa di smeraldo, era caduto preda dell’avidità assatanata di moltitudini di investitori e imprenditori. In ogni riquadro di verde rimasto vedevi un cartello: XY vende. Unica strada principale ingombra di traffico. Davanti a un (unico per fortuna) supermercato un ridicolo cartello avvisava che si era in “Centro”. La spiaggia che ricordavo deserta era affollata da ombrelloni per un lungo tratto, e le belle dune più vicine al “Centro” quasi sparite sotto costruzioni per appartamenti turistici. Per fortuna la spiaggia è molto lunga e, artisticamente punteggiata di massi granitici grigi e rosa, conserva il suo fulgore seducente. Le schiume delle possenti onde erano quasi sempre nivee, camminando poi in fondo su sentieri sabbiosi e tortuosi si poteva godere di un raggio d’azione individuale accettabile: le dune  ocra riapparivano con il loro manto vegetale, il fragore delle onde era l’unico rumore percepibile. E l’alloggio, una “cabaña” con il tetto di spessa paglia intrecciata come un cottage inglese aveva un bel prato davanti fiorito di gigli rosa profumati. E così mi sono fermata lì più di un mese. Viaggio stanziale.

E addio ai lunghi viaggi vagabondi, è stato bello sperimentarli e goderli.

* Tutte le foto sono di Punta del Diavolo, Uruguay

 

 

 

 



[1] Saghe medievali

venerdì 10 gennaio 2025

NEI MIEI ARCHIVI DEL SUD

 

INDIMENTICABILI! CHICHAVA E FATIMA

 

MAPUTO 1980 circa

Chichava faceva parte del gruppo dei miei alunni di inglese, lavoratori con varie mansioni nel Ministero dei Trasporti e Comunicazioni del Mozambico nel 1978/79. Lo notai presto tra tutti gli altri benché di primo acchito avesse un aspetto alquanto banale. Era infatti di statura media, col cranio quasi completamente calvo, la pelle di un nero spento, poteva avere al massimo 40/45 anni. Ma poi si notava uno strano tic che lo spingeva ad allungare continuamente il collo in avanti, come se stesse perennemente cercando qualcosa di prezioso che aveva perso o rincorresse una visione sfuggente. Inoltre non dimenticherò mai i padiglioni delle sue orecchie. Evidentemente sin da tenera età aveva portato degli orecchini pesantissimi, non so pensare ad altro, dal peso eccessivo, ed aveva non dei buchetti ma gli mancava un’area cospicua dei lobi. Né in Mozambico né in altri paesi africani ho mai visto una cosa simile. A parte queste caratteristiche fisiche eteroclite era una persona gentilissima, mite, e di memoria e intelligenza notevoli. Assetato di sapere, di imparare, e l’inglese sembrava piacergli moltissimo. Aveva spesso delle domande particolari da porre, quindi aspettava di parlarmi a quattr’occhi dopo la lezione. E non perdeva una parola delle spiegazioni. Egli era un “escriturário”, uno scrivano, come il Bartleby di Melville, e copiava e ricopiava documenti ufficiali al suo tavolo per ore, con una calligrafia curata e inclinata verso destra, rotondeggiante e regolare. Era orgoglioso delle sue “habilitações literárias”, cioè del fatto che aveva frequentato la scuola fino alla sesta classe durante il periodo coloniale, quindi a un livello notevolmente avanzato. Si pensi che lo chefe di Gabinete (Capo Gabinetto) del Ministro era arrivato a frequentare la nona classe, una nostra terza media. Il colonialismo portoghese era stato di una grettezza e ottusità tali che non aveva creato non dico una classe dirigente interna che potesse prendere in mano il paese dopo l’indipendenza, ma nemmeno uno straccio minimo di ceto medio. Gli autoctoni dovevano restare il più possibile poveri, ignoranti e illetterati.

Così Chichava si riteneva superiore in cuor suo a molti colleghi del gruppo dei lavoratori del pianterreno, gerarchicamente significativo, anche se cercava di non farlo capire. Le mie tendenze egualitarie avevano fatto sì che i gruppi di apprendimento fossero stati suddivisi in base agli anni di scolarizzazione, quindi egli, semplice copista, sedeva accanto al Capo Gabinetto, che infatti dopo poco, adducendo carichi di lavoro gravosi, smise di frequentare le mie lezioni. Capii, dopo un po’ di tempo, anche offeso dalla vicinanza di inferiori di grado gerarchico. Ma non era il Mozambico uno stato socialista, mi chiedevo ingenuamente, o che comunque aveva il socialismo come orizzonte?

Il compito che mi era stato assegnato non era semplice. Tutti i miei alunni non avevano il portoghese come lingua madre, bensì una delle lingue bantu locali, cioè ronga, changane, o chope se venivano dalla provincia di Gaza.  E molti maneggiavano un portoghese scarno, fatto di poche frasi e vocaboli, parlandolo solo durante l’orario di lavoro. Mi chiedevo quanto delle mie spiegazioni in portoghese capissero. Ma Chichava, eh no, Chichava capiva tutto, seguiva tutto, e gli occhi gli brillavano di soddisfazione, perché la sua opinione di sé cresceva, si dilatava, e ciò lo deliziava, finalmente gli confermava la sua distanza rispetto agli altri lavoratori del pianterreno. Ma poi eccolo ritornare tra loro, al suo tavolo di scrivano, dove sedeva compunto e concentrato, in una specie di limbo.

Il libro di testo che avevo portato dall’Italia era First Things First di L.G. Alexander, ispirato al metodo audio-orale, che non aveva grammatica o noiosi esercizi di traduzione (che sarebbero stati impossibili), ma ovviamente era stato concepito per studenti europei delle medie superiori che apprendessero l’inglese come seconda lingua, e i contesti erano quanto di più lontano si possa immaginare dalle condizioni di vita di lavoratori mozambicani neri di modestissima estrazione, che facevano chilometri a piedi per venire al lavoro, forse vivevano in capanne di canne e lamiera e cuocevano i loro magri pasti sul fuoco di un focolare o all’aperto. I personaggi in tailleurs delle vignette del libro di Alexander viaggiavano in treni espresso e qualche signora dimenticava la borsetta o un pacco regalo su un sedile del metro. Anni luce di distanza culturale e mentale. E usavo anche dei vecchi dischi del Sandwich Method per migliorare la comprensione orale e curare la pronuncia, dischi di 45 giri che gracchiavano su un giradischi portatile. Dopo gli entusiasmi dell’esordio le difficoltà venivano alla luce e la maggior parte dei volenterosi studenti riusciva a cinguettare autonomamente poco più di un good morning, how are you, have a nice trip, con un accento che di anglosassone aveva ben poco. Ma Chichava primeggiava, memorizzava con facilità frasi intere, le riproduceva in modo più che comprensibile, e naturalmente irraggiava soddisfazione. Poi si venne al giorno del suo trionfo.

La lezione verteva sul cibo e sulle differenti diete a seconda dei paesi, argomento che desta ovunque interesse ma che in un paese afflitto da carenza cronica di beni commestibili primari come pane, carne, verdure, latte, ecc e con un tasso notevole di malnutrizione aguzza non solo l’interesse ma l’appetito. Quando si venne al “beef and onions” inglese, che io tradussi banalmente con carne e cipolle in portoghese, Chichava insorse: “No, no! E’ bife cebolado, bife cebolado, bife essendo il portoghese per “bistecca di carne bovina” e cebola una cipolla. Dato che i coloni portoghesi erano legati a doppio filo al Sudafrica e alla Rhodesia, anche le pietanze ricalcavano il non eccelso modello gastronomico anglosassone/boer. E l’intonazione con la quale Chichava ripeté come ispirato bife cebolado era quasi di rapimento religioso. Io lo ringraziai per il suo contributo alla traduzione esatta, e lo vidi come circonfuso da una aureola, auto-confermato nel suo rango di persona che aveva avuto esperienze di una raffinatezza sconosciuta ai suoi colleghi. Forse nessuno avrà dimenticato per un certo periodo almeno il binomio: beef and onions. Anche se spesso le cipolle non si trovavano al mercato, per non parlare del bife. Un miraggio.

Fatima

Fatima fu l’ennesima nostra domestica, che lasciammo solo quando partimmo, dopo una serie di collaboratori familiari che durarono pochi mesi per varie ragioni. Paulo dovette essere liquidato perché ci aveva rubato i soldi dell’affitto, una signora dovette essere licenziata perché la nostra (della mia amica e mia) difficoltà comunista nel vederci servite a tavola aveva fatto sì che dopo qualche settimana eravamo noi due e spignattare, dopo quasi cinque ore di lavoro, e di fretta perché alle due del pomeriggio dovevamo riguadagnare i nostri rispettivi uffici dopo autostop al sole. Un giorno ricordo che in cucina ci guardammo negli occhi e cogliemmo l’assurdità della signora seduta comodamente a tavola vicino a mio figlio di otto anni e noi due in piedi a correre. No, questo è ridicolo, ci balenò il pensiero. La signora si sdegnò per il licenziamento pur adeguatamente compensato, e finimmo davanti ad un funzionario dell’Ufficio del Lavoro, che, ricordo testualmente perché mi fece rabbrividire, sentenziò gravemente: “O patrão tem sempre razão” (il padrone ha sempre ragione). Orrore! Il padrone! E finalmente arrivò la deliziosa, indimenticabile Fatima, anche chiamata Fatimetta, che lavorò per noi degli anni. Io sono di bassa statura ma lei era persino ben più piccola di me, e inoltre grassoccia, pur giovane; l’impressione era quella di una nera pallina di grasso con un fazzoletto come corona, una boule de suif[1] Maupassantiana africana (di onesti costumi suppongo) in miniatura. Abitava a Catembe, dall’altra parte della baia, e ogni mattina e sera doveva prendere il traghetto malconcio che serviva una moltitudine di pendolari tra le due rive. Catembe, ben visibile dal nostro balcone sulla baia, era un sobborgo popolare che dal molo di fronte saliva inerpicandosi sulla collina retrostante.

Infaticabile e versatile, agile nonostante la piccola mole ingombrante, imparò rapidamente le ricette che le insegnai senza mai sbagliare o bruciare alcunché, teneva pulita con cura la nostra casa dalle numerose stanze, e spesso la vidi in ginocchio sul pavimento mentre strofinava le piastrelle con lo straccio, purtroppo non avevamo uno spazzolone con manico per lavare i pavimenti. Se la sera avevamo degli invitati lasciava la cena quasi pronta prima di andar via - ma questo fu possibile quando a Maputo arrivò la “loja franca”, il negozio dove si vendevano preziosi beni importati che, essendo stati pagati in divisa, si potevano comperare solo in dollari. Noi eravamo pagate in moneta locale, ma ogni sei mesi avevamo il diritto di convertire una certa somma di meticais[2] in dollari, naturalmente se avevamo dei risparmi. E in questo caso beni succulenti come formaggio, carne, burro, olio di oliva, caffè, vino erano alla nostra portata dopo i numerosi magri pasti a base di riso e fagioli o pannocchie di mais bollite. Finalmente si potevano invitare amici a cena.

Fatima fu sempre all’altezza delle situazioni, mai ci fece fare una cattiva figura con i nostri ospiti. La feci io invece lasciando cadere una bottiglia di vino generosamente offerta da una coppia di invitati che mi fulminarono con occhiate di gelo e che non rivedemmo mai più. E a proposito di altezza concludo con un aneddoto esilarante. Un pomeriggio un amico inglese che era alto almeno 1,90 mt suonò al nostro campanello. Fatima aprì la porta ma Michael non la vide guardando avanti alla sua altezza o poco più in giù, e pensò (mi disse poi), “La porta si apre da sola?? Che diavoleria è questa?” ma avanzando inciampò in Fatima a naso in su. Oddio. E da allora la battezzò: the midget, il moscerino.

 

 

 

 

 

 



[1] Boule de suif, racconto dello scrittore francese Maupassant. Letteralmente, palla di sego, ma anche di grasso.La protagonista vende le sue grazie.

[2] Il metical era la moneta locale, meticais è il plurale in portoghese.