CARA TERRA DEL LIBANO
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| Jupiter Heliopolitan, Baalbek, periodo romano |
Nel sud del
Libano 21 giornalisti e più di 330 soccorritori ospedalieri sono stati uccisi
sotto le bombe di Israele dall’ottobre 2023, secondo i calcoli dell’OMS e delle
autorità libanesi. Alcuni di questi civili sono stati uccisi dalle “doppiette”
in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Israele colpisce
degli “obiettivi”, i soccorsi arrivano per salvare i feriti ed ecco, arriva il
secondo colpo, e a volte, se accorrono ancora gli aiuti, un terzo colpo.
Tombola, ecatombe.
In questo
crollo dell’umana pietas, rievoco il Libano che conobbi tra il 2006 e l’inizio
del 2007 per una missione di lavoro. E dopo un’altra guerra.
Si era
all’inizio del novembre 2006. Ero disoccupata da metà aprile, quando avevo
lasciato lo Sri Lanka dopo quasi un anno di lavoro per un progetto di emergenza
dopo lo sconvolgente tsunami del dicembre 2004. E come sempre durante gli
interregni tra un contratto e l’altro come freelance, ero alla ricerca di un
altro ingaggio. Quando il telefono di casa trillava mi lanciavo a rispondere
sperando si trattasse di un’offerta di lavoro. Se le prime parole fatidiche
contenevano la parola: dottoressa, si trattava di un ufficio di consulenza, più
formale (e missioni meglio pagate), altrimenti senza “dottoressa” era una ONG.
E quella sera era una ONG di Milano con la quale avevo già collaborato, che mi
richiedeva la disponibilità per un altro progetto di emergenza (tristemente già
allora molto più frequenti rispetto agli anni precedenti quando ancora
esistevano i progetti di sviluppo integrato, spesso rurale). Per più di un mese
il Libano era stato bombardato e massacrato, soprattutto nel sud e nel
quartiere meridionale di Beirut, dalla furia di Israele contro Hezbollah, il
partito di Dio, ancora diretto da Hassan Nasrallah. La guerra era finita da
poco e si erano resi disponibili fondi sia della Commissione Europea sia di
singoli paesi per rimettere in sesto quanto possibile il paese. Accettai
subito, si trattava di partire entro pochi giorni, dopo un incontro con il
direttore della ONG che fu concordato subito. Una volta firmato il contratto
per la preparazione di una proposta di progetto appunto di emergenza, dovetti
cambiare all’ultimo momento il passaporto a velocità record, in un giorno,
grazie a un funzionario comprensivo, perché avevo un visto di Israele
stampigliato nel mio pur recente e valido passaporto.
Così mi
ritrovai in un appartamento situato nella Beirut est (prevalentemente
cristiana, mentre Beirut ovest è musulmana e alberga ancora molti rifugiati
palestinesi), in una stradina secondaria che sboccava sulla via di Damasco, e
conobbi i miei due collaboratori, due care persone, un informatico di Nabatye
che sarebbe stato un fedele traduttore e autista, un raro comunista (soprattutto
a Nabatye, piccola città di cristiani) e un giovane agronomo, Joe, il tecnico
con il quale avrei lavorato e concepito la proposta di progetto. Presto mi resi
conto della situazione paradossale di affollamento di ONG i cui consulenti
sgomitavano per identificare una nicchia di “bisogni” da soddisfare per potere
scrivere la propria proposta di progetto, situazione già sperimentata con
grande disagio in Sri Lanka dopo lo tsunami. Disagio “nostro” di inviati ONG ma
anche dei locali, presi di mira da richieste di incontri plurimi, in un
panorama post-guerra di distruzioni e estrema tensione. La lingua di
comunicazione era il francese, correntemente parlato in tutto il Libano, dato
che l’arabo era off limits per la stragrande maggioranza di noi presunti
“esperti”. Dato che le maggiori distruzioni erano concentrate a sud, là
cominciammo le spedizioni in auto, le caselle di “bisogni” a Beirut erano state
le prime prede. Inoltre essendo Joe un agronomo che aveva già fatto alcune
ricerche sui danni subiti da agricoltori nella regione meridionale, facemmo a
ragion veduta una lista dei villaggi dove recarci per prendere i necessari
contatti e identificare il nostro possibile apporto. Come nella vicina
Palestina, gli uliveti sono la principale coltura arborea, e la maggioranza dei
contadini aveva subìto gravi danni agli alberi, che erano carichi delle drupe
che dovevano essere raccolte rapidamente prima che arrivasse il freddo, e opportunamente
potati. Così lavorammo a spron battuto per varie settimane. Fu presto chiaro che
i villaggi musulmani erano tutti sciiti con sindaci legati a Hezbollah o membri
di Hezbollah, mentre i villaggi cristiani erano spesso quelli ex
collaborazionisti, che cioè avevano collaborato con gli israeliani durante la
lunga occupazione israeliana cessata nel 2000. Partivamo presto la mattina
uscendo da Beirut seguendo un percorso a slalom tra i crateri delle recenti
bombe, facevamo spesso una sosta a Sidone (Saida) in una pasticceria rinomata
per una colazione deliziosa, e spesso scendevamo per la valle della Bekaa in un
paesaggio dolcissimo di basse colline e vallate. La luce dell’autunno
mediorientale, già ammirata in Giordania, è rosea e dorata, sembra accarezzare
ciò che illumina. L’accoglienza riservataci era sempre sollecita e cordiale.
Ricordo in particolare una bella ragazza militante di Hezbollah che nei
villaggi musulmani mi faceva da chaperon; indossava disinvoltamente scarpette
dal tacco alto in terreni accidentati e pietrosi dove io camminavo solo con
scarponcini o zoccoli piatti. E c’erano numerosi crateri di bombe anche là
ovviamente. Soltanto una volta ebbi un attimo di panico in un villaggio
Hezbollah: ero seduta con Ibrahim in attesa del sindaco o chi per lui, mi si
avvicinò un compitissimo anfitrione che volle sfoggiare il suo inglese e mi chiese:”
giuisc?” (resa fonetica) Jewish?? (ebrea). Sgranai gli occhi e scossi la testa,
ebrea io? Mi chiesi come potesse sospettarlo, forse la mia faccia? Ho un viso
bruno da mediorientale che potrebbe benissimo essere di una palestinese invece
che di un’ebrea sefardita. Mi volsi allarmata verso Ibrahim e gli dissi: ma che
cosa gli salta in mente? Probabilmente Ibrahim non capì, non sapevo che dire e
fare, ma subito il mistero di una possibile divinazione sparì e mi venne da
ridere. Davanti a me c’era l’anfitrione con un bicchiere di succo di frutta! Mi
era già capitato nelle Filippine: la cattiva pronuncia di parole straniere con
suoni che non esistono nella lingua locale. Non mi si chiedeva se fossi ebrea,
ma se gradissi del succo di frutta, la pronuncia di una i atona e una s diventata
sc mi avevano tratto in inganno. Nelle Filippine invece era il caffè (coffee in
inglese) che diventava coppee.
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| Case nella natura libanese, cartolina |
La sera
rientrando a Beirut facevo la spesa in un negozietto vicino casa, il cibo
libanese è a mio avviso tra i migliori del mondo, compravo labneh, un formaggio
cremoso fatto con yogurt diversi, olive, un vino sempre ottimo, pane fresco,
insalata di timo, e guardavo cosa c’era nelle vaschette con vivande già
preparate. Quando mi permettevo il ristorante, me ne andavo pensando che la
cucina francese al confronto impallidisce.
Quando arrivò
la pausa di Natale, decisi di fare un
giro a nord. Joe da bravo maronita non aveva simpatie per Tripoli, la città
musulmana a nord del paese, ma a me piacque molto, soprattutto per la fortezza
e la città vecchia. E poi andai a Baalbek dove pensavo di poter trovare da
dormire. Non avevo avuto mai il tempo (e la pazienza) di almeno sfogliare la
guida che avevo comprato prima di partire, e rimasi a bocca aperta di fronte a
un maestoso, magnifico tempio le cui colonne enormi mi ricordarono i templi
egiziani. Baalbek è la città romana più importante del Medioriente e lo ignoravo.
Avevo un taxi preso a Beirut e lo pregai di aspettare fuori dalla cinta
muraria. Non immaginavo di vedere una tale meraviglia che sarebbe stato un
delitto trascurare. Lessi poi che quello che avevo così sommariamente visitato
doveva essere il tempio di Giove, le cui colonne sono le più alte del mondo,
22,9 mt, circonferenza 2,2mt. Mi era già capitato in Egitto di visitare le
piramidi di Giza e i templi di Luxor a scappa e fuggi, nei ritagli di tempo (e
in un contesto pericoloso costellato di attentati islamisti). Turismo culturale
e lavoro non si conciliano.
L’unico
albergo che vidi lungo la strada principale venendo da Beirut non aveva
riscaldamento, e quindi data la bassa temperatura preferii chiedere al tassista
se scendendo di nuovo verso Beirut avremmo incontrato un’altra cittadina dove
avrei potuto dormire. Mi assicurò che mi avrebbe lasciato ad Aanjar, conosceva
un albergo certamente aperto. Già, perché era il 24 dicembre. Mi fidai e salii
di nuovo accanto all’autista, visibilmente desideroso di rientrare rapidamente.
Arrivammo ad Aanjar che era già quasi buio, vidi che l’albergo era aperto,
pagai (profumatamente) l’autista e con la mia valigetta mi diressi verso il
piccolo hotel. Dietro a un grande bancone sedeva un ometto che si stupì
alquanto di vedermi arrivare, ero chiaramente l’unica visitatrice. La camera al
primo piano era gelida come quella rifiutata a Baalbek, con la differenza che
qui era disponibile una stufetta elettrica, che accesi subito, ma le pareti
erano come di ghiaccio. Chiesi altre coperte, e mi informai sulla possibilità
di cenare da qualche parte. Mi disse con una certa vaghezza che scendendo sulla
strada a sinistra avrei trovato un ristorante. Lasciai il piccolo bagaglio e mi
avviai senza troppa convinzione. La stradina sassosa quasi di campagna,
deserta, sboccava su un boschetto, era buio e la mia torcia non illuminava più
che tanto. Non riuscivo ad avvistare niente che assomigliasse ad un
edificio. E ad un tratto mi sembrò di
sentire dei latrati, per cui ritornai sui miei passi, e già mi stavo
rassegnando al digiuno quando vidi una lucina non lontana tra gli alberi, come
nelle fiabe. La lucina si rivelò essere un ristorante minuscolo, ma illuminato.
Aprii la porta, c’erano camerieri e tavoli, ma nessun avventore. Mi spiegarono
che il ristorante era chiuso e che si, stavano preparando una cena ma per se
stessi. Dissi umilmente che ero capitata lì per caso, abitavo a Beirut, e
chiesi se avrebbero potuto vendermi qualcosa di commestibile. Furono
gentilissimi, mi invitarono a sedere ad un tavolo e mi servirono una cena
squisita, che non ricordo se mi fecero pagare o no. Fu la cena di Natale più
indimenticabile della mia vita.
La mattina
successiva, girando per il villaggio e vedendo scritte e indicazioni in
caratteri sconosciuti e non in arabo, mi chiesi chi potessero essere gli
abitanti e solo al ritorno, sfogliando finalmente la guida, capii che si
trattava di un villaggio interamente armeno, popolato dagli eredi degli
scampati al genicidio del 1915. E scoprii anche delle interessanti e inaspettate
rovine che mi parvero romane. Erano invece i resti di una città araba,
omayyade, VIII secolo d.C., molto influenzata dalle culture precedenti, romana
e ellenistica. Ero incantata, una scoperta dietro l’altra, l’antica terra
fenicia si rivelava uno scrigno di tesori. Giravo tra quelle antiche pietre
come in trance. E un altro regalo fu l’inaspettata telefonata di un’amica che
mi augurava buon Natale.
Tornai a
Beirut facendo autostop per un primo tratto, finché non trovai un fermata
d’autobus e raggiunsi finalmente Beirut. Il regalo finale di quella strana gita
fu trovare un cinematografo con un enorme cartellone con su scritto: Borat.
Entrai e morii quasi dal ridere. E oggi ancora una volta la cara terra del
Libano è sconvolta da rovine e lutti inferti dal mortifero vicino, l’insaziabile
Leviatano del Medioriente.