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lunedì 2 novembre 2026

L'INEFFABILE PESANTEZZA DEL DIGITALE

 

…E DELLA MILLANTATA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Salar boliviano
 

Tra la fine degli anni 1990 e l’inizio del 2000, con lo sviluppo della tecnologia digitale, sembrava che tutto, comunicazioni in primis, produzione industriale, produzione culturale, istruzione, commercio, quasi ogni ambito di attività umana che transitava dalla tecnologia analogica a quella digitale fosse sfiorata da un tocco divino che facesse evaporare la rozza materialità del lavoro di costruzione dei prodotti finiti, e ne facesse icone galleggianti in uno spazio immateriale nel quale l’umanità si sarebbe cullata.

Giornali, riviste, libri si sarebbero letti su un computer, poi su telefoni cellulari, il lavoro del postino ridotto a consegnare bollette (per chi non paga online) – e chi scriverà più lettere da infilare in buste da affrancare e infilare in una buca delle Poste? Addio epistolari, addio inchiostro e stilografiche, addio carta? Beh no, non completamente, troppa nostalgia della carta, troppo attaccamento alle pagine di libri con sottolineature e annotazioni a margine, almeno da parte di antiquati topi da biblioteca; la carta resistette e anche gli abbonamenti all’informazione cartacea. Ma si moltiplicavano gli inni alla benedetta smaterializzazione. Tutto leggero, volatile, aereo. Anche il lavoro, i lavori, cambiavano pelle; modalità di comunicazione, erogazione di servizi, professionalità sarebbero consistite in saperi e capacità duttili e aggiornabili continuamente. Plastiche. Gli algoritmi dilagano.

Il culmine del digitale arriva poi con l’intelligenza artificiale (IA) costruita con milioni di iniezioni di modelli linguistici e/o matematici, e poi evviva, le macchine imparano ad imparare, tanto che i loro stessi costruttori cominciano paradossalmente a temerle.

Ma solo a ragionarci un po’ su emerge la straripante, soverchiante pesantezza sulla quale si basa questa eterea visione edenica, questa impalpabilità. E quante emissioni ulteriori di gas serra?

La pesantezza si concretizza nell’ aumento forsennato della ricerca e raffinazione delle indispensabili terre rare, che sconvolgono i terreni agricoli o/e la vita urbana di vari paesi e suscitano il rifiuto e la contestazione delle popolazioni interessate, nell’aumento di tutta l’industria estrattiva dei minerali strategici essenziali per la transizione energetica, pur nella continuazione di prospezioni e estrazione di petrolio e gas, anche del vituperato carbone. I computer e i telefoni cellulari, la cui obsolescenza è precipitosa, regalano tonnellate di rifiuti speciali e dannosi. Infine il bel regalo dell’IA che si ficca dappertutto e viene utilizzata non solo e non tanto in ambiti vitali e utili come in medicina o nella ricerca scientifica, ma nello sviluppo di testi, immagini effimere, video inutili, spesso falsificazioni di notizie, bot e ultimamente spaventosi robot (vedi cani geneticamente modificati da usare in guerra[1]) che consumano dieci volte di più rispetto agli impieghi utili. La moltiplicazione di Data Centers è una vera iattura, consumi di acqua ed energia superlativi, due risorse strategiche che si dovrebbero usare con parsimonia in fase di accelerazione del riscaldamento del clima. E qui di seguito documento quella che si rivela essere una pericolosa deriva che ignora bellamente “i limiti dello sviluppo” di novecentesca memoria. Infatti il segreto evidente della transizione energetica ed ecologica sta essenzialmente in una riduzione dei consumi voluttuari, degli sprechi, nel dimagrimento del parco auto individuali a vantaggio dei trasporti in comune, nel risparmio energetico. Niente di tutto questo. Al contrario sono diminuiti i collegamenti collettivi nelle zone rurali, per cui è giocoforza usare l’auto privata. Latitano gli investimenti nella rete ferroviaria, si è moltiplicato il traffico pesante su gomma. E il digitale ha fame di minerali e terre rare.

Già nel novembre del 2024 l’organizzazione Global Witness denunciava che tra il 2021 e il 2023 quasi il 90% delle violenze e delle proteste contro la ricerca di questi indispensabili elementi della transizione energetica si erano verificate in paesi (pudicamente) denominati “emergenti” (per non dire poveri) mentre l’81% degli scavi era effettuato da società di paesi ricchi e sviluppati (chiamalo sviluppo). Non meno consumi, ma gli stessi o maggiori consumi con energia rinnovabile, per avere la quale si hanno bisogni crescenti di certi minerali per le nuove tecnologie. La ricerca di questi minerali aumenta di anno in anno per costruire le batterie, le turbine eoliche, i pannelli solari e le reti elettriche necessarie per superare il consumo dei combustibili fossili e suscita sconvolgimenti sociali e ambientali in paesi quali Indonesia, Perù e Serbia. Tra il 2021 e il 2023 Global Witness ha documentato ben 334 incidenti di violenza legati agli scavi alla ricerca di rame, cobalto, litio e nickel in dieci paesi, i più ricchi di questi elementi.

 

Cani modificati geneticamente

Uno dei luoghi ricchi di litio che ho visto coi miei occhi in Cile è il deserto dell’Atacama, il deserto più secco del mondo non polare (3% di umidità, lavi le mutande e dopo cinque minuti te le metti asciutte). Pensare di scavarne il litio è criminale, in quanto la tecnologia estrattiva comporta un utilizzo spropositato di acqua, e nell’Atacama ci sono numerosi piccoli centri abitati, abitatissimi. Idem per l’enorme distesa del Salar in Bolivia, ricchissima in litio, delicatissimo ambiente ecologico. Leggo ora che l’approvazione di contratti tra Yacimientos (giacimenti) del litio boliviano (YLB) e un consorzio cinese più un’impresa russa, conclusi sotto il governo di destra di Luis Arce, è stata bloccata in seguito ad un’azione popolare di 53 comunità indigene del Potosì e il Tribunal Constitucional Plurinacional ha preso in mano la questione.[2] Le contestazioni diventeranno sempre più frequenti nella misura in cui proseguirà la ricerca di questi “minerali di transizione”. Uno dei paesi più ricchi di cobalto e coltan (miscela di columbite e tantalite da cui si estraggono il niobio e il tantalio) è il poverissimo (in teoria ricchissimo) Congo Kinshasa (RDC) dove la popolazione è talmente miserabile da non riuscire neppure a ribellarsi, almeno finora. E i profitti derivanti dall’estrazione mineraria e dalla loro raffinazione volano nei paesi ricchi. Un’altra deleteria conseguenza del dilagare dell’IA è la moltiplicazione dei Data Centers. Solo in Lombardia, per iniziare da casa nostra, a fine settembre 2026 ce n’erano già 32 e ne sono programmati 45.

 

Fertilità addio

“Espropriazione di terreni agricoli, peggioramento della qualità dell’aria, isole di calore, consumo dell’acqua, aumento delle bollette degli abitanti. Le polveri sottili sforano già i tetti in vari comuni del milanese, le isole di calore aumenteranno il ristagno dell’aria in una zona dove il vento soffia poco come la pianura padana. Le aziende big tech offrono false e ridicole misure di contrasto alle emissioni nocive e al ristagno dell’aria come dei graziosi filari intorno ai capannoni! Per le isole di calore, si parla di 2 gradi C in più nel raggio di alcuni km secondo il fisico dell’ambiente Sergio Manera, che afferma, per quanto riguarda Magenta: “Per bilanciare il riscaldamento dei 312 megawatt di Magenta servirebbero 100 ha di foresta fitta”.[3]  Nel mondo si stimano attualmente tra gli 11.000 e i 12.000 Data Centers attivi. La maggiore concentrazione è situata negli USA (tra 4000 e 5400) e in Europa (tra 2800 e 3500), con il maggior numero in Germania e nel Regno Unito. L’Italia ne conta un numero oscillante tra 200 e 209. Il consumo d’energia varia ovviamente a seconda della scala del centro e se alberga una infrastruttura di intelligenza artificiale. Un impianto medio-grande (ad esempio da 200 MW) può consumare circa 4,8 GWh al giorno (equivalenti a circa 1,75 TWh all'anno), un quantitativo paragonabile al fabbisogno elettrico di decine di migliaia di abitazioni. Per quanto riguarda il consumo d’acqua, molti studi indicano un consumo medio di circa 1,7 milioni di litri al giorno per i centri di medie dimensioni negli Stati Uniti, mentre i grandi campus dedicati all'intelligenza artificiale possono arrivare a richiedere tra gli 11 e i 19 milioni di litri d'acqua al giorno (il fabbisogno idrico di una cittadina di circa 40.000 abitanti).”[4]

 

Nel 2024 Riccardo Petrella, forse il maggiore esperto di acqua al mondo, affermava: “Per quanto riguarda il diritto universale all’acqua, alla vita, più di 2 miliardi di esseri umani sono ancora privi del diritto di accedere alla fonte di vita che è l’acqua potabile, e 4,2 miliardi non dispongono di alcun servizio igienico. Inoltre, 4 miliardi di persone si trovano in uno stato di forte stress idrico (disponibilità di acqua necessaria per vivere nel loro territorio inferiore a 1.000 m³ all’anno, per persona, tutti usi combinati). Si possono immaginare le conseguenze per la salute e la speranza di vita”. I leader mondiali hanno abbandonato l’obiettivo di garantire il diritto all’acqua per tutti (secondo l’OMS, la FAO e l’UNICEF, almeno 50 litri al giorno per persona). L’acqua per tutti al 1990 fu l’obiettivo fissato dal primo Decennio internazionale dell’acqua promosso dalle Nazioni Unite (1981-1991.) Non fu raggiunto. L’obiettivo del Secondo decennio internazionale dell’acqua (2005-2015) divenne più “modesto”: fornire acqua potabile alla metà delle persone che non vi avevano accesso. Anche questo fallì. Le ambizioni del Terzo Decennio, in corso (2018-2028) sono diventate molto modeste: garantire semplicemente il diritto all’acqua al maggior numero possibile di persone!

 

Il 3 settembre u.s. il post.it pubblicava un articolo titolato: “Per l’ONU il superamento degli 1,5°C è inevitabile”, che esordiva proclamando che “per la prima volta un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha segnalato che entro pochi anni sarà superata la soglia degli 1,5°C di aumento della temperatura media globale, rispetto al periodo preindustriale…nello scenario più ottimistico la temperatura media globale arriverà a 1,8°C rispetto all’epoca preindustriale prima di poter tornare a scendere. Per non andare ancora oltre, i governi dovranno rinnovare il proprio impegno a ridurre drasticamente i combustibili fossili…Secondo le stime più recenti nel 2026 la Terra è mediamente di 1,4°C più calda rispetto ai livelli preindustriali e le conseguenze di questo aumento sono ormai tangibili.”[5]

Se la montagna non va a Maometto, Maometto andrà alla montagna?

 

 

 

 

 

 



[1] Il Manifesto del 20 ottobre u.s.

[2] opinion. com.bo

[3] Andrea Capocci sul Manifesto del 27/09/2026.

[4] Idem come sopra

[5] ilpost.it

domenica 27 settembre 2026

SHAKESPEARE'S SONNET XIX

 

 SONNET XIX

 

Gola di Gorropu, Sardegna, foto mia

Devouring time, blunt thou​ the lion’s paws,

And make the earth devour her own sweet brood;

Pluck the keen teeth from the fierce tiger’s jaws,

And burn the long-liv’d phoenix in her blood;

Make glad and sorry seasons as thou fleets,

And do whate’er thou wilt, swift-footed Time,

To the wide world and all her fading sweets;

But I forbid thee one most heinous crime:

Oh! carve not with thy hours my love’s fair brow,

Nor draw no lines there with thine antique pen;

Him in thy course untainted do allow

For beauty’s pattern to succeeding men.

Yet, do thy worst, old Time: despite thy wrong,

My love shall in my verse ever live young.

 

Albero di Ceibo, Uruguay, foto mia

Mia traduzione 

Tempo vorace, smussa glii artigli del leone,

Fa’ che la terra divori la sua dolce prole;

Strappa le zanne aguzze dalle fauci della tigre,

E brucia la fenice antica nel suo sangue;

Alterna meste e gaie stagioni nel tuo corso

E fai quel che ti pare, tempo dal pie’ veloce,

Al vasto mondo e alle sue dolcezze effimere;

Ma ti proibisco un crimine, il più abietto: 

Sul volto del mio amore non incidere le ore

Con la tua antica penna non tracciarvi solchi;

Al tuo scorrere ti prego indenne lascialo,

Che’ modello sia di bellezza per i posteri.

Oppure infierisci, vecchio Tempo: al tuo assalto avverso

Sempre giovane il mio amore vivrà nei miei versi.




sabato 15 agosto 2026

TRATTE SCHIAVISTE IERI E OGGI

 

BIANCHI O NERI, GIALLI O BLU, BESTIE DA SOMA

Nave Schiavista **

“Riteniamo che queste verità siano evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’ indipendenza degli Stati Uniti, 1776).

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Articolo 1, Dichiarazione dei diritti umani ONU, 1948)”.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili[1] dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. (Costituzione della Repubblica Italiana, 1947).

Salto acrobatico di due secoli e mezzo: dagli inizi gloriosi del terzo millennio torniamo all’epoca della prima dichiarazione citata sopra, quella del 1776, perché (quasi) contemporanea della storia che voglio raccontare, sulla tratta schiavista e il fiorente commercio triangolare tra Europa, Africa e America , commercio che fu la base principale dello sviluppo socio-economico, culturale e industriale di una parte del pianeta e del sottosviluppo di un’altra grossa fetta del pianeta, di uno squilibrio strutturale che si è riprodotto costantemente fino ai giorni nostri. E che, guarda caso, è tutt’altro che studiato e sottolineato nei libri di storia, forse con alcune lodevoli eccezioni che ammetto di ignorare. Piccolo particolare della storia mondiale che viene costantemente oscurato. Amnesia e/o ignoranza collettiva che causa disastri. Ritorniamo quindi al secolo XVIII. La mia fonte principale è citata in nota 3.

Fortezza inglese a Cape Coast secolo XVIII

“Gli Inglesi …costruirono una prigione sotterranea (dungeon) per gli schiavi vicino alla fortezza di Cape Coast (odierno Ghana) che aveva una capienza per più di mille africani contemporaneamente. Sopravvive soltanto un resoconto (auto) biografico della suddetta prigione, scritta da un ex schiavo, Ottobah Cugoano.

“Cugoano era nato nel 1757 nel villaggio di Agimaque (oggi Ajumako), 40 miglia a nord-est di Cape Coast. All’età di circa 13 anni fu rapito, e tradito “da qualcuno che aveva la mia stessa carnagione”[2], fu condotto a piedi fino alla costa insieme ad altri disgraziati “incatenati due a due, alcuni con manette, altri con le mani legate dietro la schiena”. Fu poi venduto ai browfow, (persone bianche) in cambio di una pistola, un pezzo di stoffa e del piombo. Lo sconsolato Cugoano fu subito condotto nella prigione di Cape Coast, dove: “ho sentito molti lamenti e grida e ho visto i miei compagni di prigionia. Quando una barca arrivò per portarci sulla nave (negriera) ci fu una scena orribile, non si udiva altro che il tintinnio delle catene tra gli schiocchi dei colpi di frusta, urla e lamenti dei miei compagni. Alcuni non si staccavano dal pavimento quando erano colpiti e frustati con la massima crudeltà. Siamo stati portati nella barca che ci ha scaricato su una nave pronta a salpare da Cape Coast.”[3] Era la partenza verso il temibile “Middle Passage”, come veniva definita la traversata atlantica, colma di imprevisti e pericoli. La durata media della traversata era di circa due mesi, e il tasso medio di mortalità sulle navi si aggirava intorno al 18%, con punte massime molto più alte e rare eccezioni con medie più basse. A bordo c’era sempre un medico che si incaricava anche della scelta degli schiavi più sani e giovani all’atto dell’acquisto. Le navi negriere partivano con il loro prezioso carico umano, giustamente coperto da assicurazioni contro le abituali perdite in itinere degli investitori nel macabro traffico. La famosa Lloyd’s di Londra ebbe proprio origine da una società di assicurazioni di questo tipo. 

Prigione sotterranea della fortezza di Cape Coast

Gli schiavi, a centinaia, venivano stipati in uno spazio nella stiva assai ridotto, dove l’aria circolava male da una unica apertura, gli uomini tutti insieme, legati ovviamente; ognuno aveva diritto a 16 pollici di spazio individuale, 40,64 cm, e in questo angusto antro mangiavano, dormivano, orinavano e defecavano. Le donne e i bambini non erano incatenati, potevano circolare liberamente, a loro era destinato un settore a poppa. Il viaggio dello Zorg[4], una fregata olandese destinata a questo traffico, iniziato nel 1781, è magistralmente ricostruito dall’autore Siddarth Kara attraverso una scrupolosa ricerca in molti archivi, poiché quanto avvenne a bordo di tale nave innescò e rafforzò un incipiente movimento di alcuni illuminati e isolati antischiavisti e dette un contributo decisivo allo Slavery Abolition Act che divenne legge nell’agosto del 1833. Il commercio triangolare diventava illegale. Da quel momento in poi fu spianata la strada per l’abolizione della tratta schiavista, non solo in Inghilterra ma a piccoli passi, infine, nel mondo. Per sempre?

Schiavi condotti verso le navi negriere

Cosa era avvenuto a bordo dello Zorg per sollevare la cruciale ondata di indignazione che dopo due processi penali portò a quel risultato nel 1833? L’imperizia di un capitano improvvisato, di un nostromo relegato in guardina, la cupidigia sconsiderata che aveva fatto sì che si caricassero centinaia di schiavi in eccesso, errori di valutazione dovuti all’inesperienza del nocchiero provocarono un ritardo enorme nella navigazione che fece temere una catastrofica scarsità delle riserve d’acqua a bordo. In più si scatenò un’epidemia di scorbuto[5], fine dei limoni, morti sia tra gli schiavi che nell’equipaggio. 

 

Schiavi che scendono nella stiva a bordo 

La meta dello Zorg era la Giamaica, dati i pericoli a bordo si sarebbe potuto attraccare anche ad altre isole caraibiche avvistate, ma il capitano proseguì imperterrito e sconsideratamente. Non ordinò il razionamento delle scorte d’acqua, il che avrebbe risolto il problema della scarsità delle stesse, così che lo spettro della sete sarebbe stato allontanato sia per l’equipaggio che per gli schiavi. Invece si optò di stornare il pericolo commettendo un crimine orrendo: a gruppi, si prelevarono degli schiavi, uomini donne e bambini, e li si scaraventarono vivi nell’oceano, nemmeno sprecando un colpo di grazia prima di gettarveli. Centotrentadue persone furono così sacrificate come zavorra scomoda. Al ritorno in Inghilterra non fu possibile nascondere il misfatto. 

 

Gatto a nove code, micidiale frusta

In un primo processo nel quale gli investitori reclamarono un risarcimento danni dagli assicuratori per la perdita del cargo non si raggiunse un verdetto unanime, ma un particolare cruciale emerse tardivamente (una provvidenziale pioggia), per cui il presidente del tribunale accolse la richiesta di un secondo processo. E finalmente si dovette fronteggiare l’orrenda realtà: la reificazione di esseri umani valutati un tanto a testa, come un cargo qualsiasi, come e peggio di cavalli. Human cargo, trattato come ballast, zavorra da scaricare a mare alla bisogna. Il secondo processo fece esplodere la contraddizione: erano esseri umani, non bestie né oggetti. Exit tratta schiavista, con strascichi pesanti come la segregazione degli Stati del Sud negli Stati Uniti, il Ku Klux Klan, ecc… Era il1833. E finalmente gradino dopo gradino arriva la formulazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani! Evviva! Una botte di ferro? No, una botte forata che affonda in mare.

Sotto altre spoglie, esiste e gode buona salute una tratta schiavista moderna, che cresce nei vari continenti e segue rotte molteplici. C’è la rotta atlantica dalle coste dell’Africa occidentale alle isole Canarie spagnole, la rotta mediterranea dalle coste nordafricane ai paesi europei, la rotta balcanica che parte dall’Asia centrale e meridionale diretta in Europa, le rotte intra-africane[6], molteplici, le rotte del sud-est asiatico verso la Malesia, il flusso di forza lavoro dallo Sri Lanka e dal Corno d’Africa verso Dubai, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo. Dall’altra parte del pianeta resiste il miraggio che porta migranti dai paesi del Sudamerica alla presunta mecca degli Stati Uniti. E poi nel Pacifico l’attrazione fatale dell’Australia. Mao Tse Tung aveva predetto prima di tutti che le campagne del mondo avrebbero accerchiato le città. Paesi poveri verso paesi benestanti, paesi di giovani verso paesi di vecchi. L’Europa e il Giappone sono dei colabrodo demografici: età medie che veleggiano verso i 50 anni, in Africa l’età media è di 19 anni. Ciò significa che i paesi di vecchia industrializzazione si avviano verso un futuro (clima permettendo) di vegliardi pensionati. Già e chi paga le pensioni? I tassi di natalità in discesa dicono che di giovani in età lavorativa ce ne saranno pochini. Ci saranno robot che non chiedono uno stipendio? Mah. 

Moderna rotta schiavista dal Corno d'Africa ai Paesi del Golfo (Fonte, CESPI)

E allora, benvenute migrazioni giovani con figli da educare? Neanche per sogno, lungimiranza zero. O meglio, venite ma malvenuti, zitti e sgobbate, sputate sangue e se crepate è colpa vostra. Regolarizzazione al contagocce, formazione rara, integrazione culturale precaria o nulla. Rispetto a venti anni fa la situazione è enormemente peggiorata. Questa l’illuminata filosofia che predomina nell’ Europa del terzo millennio, e certamente in Italia, all’avanguardia anzi da questo punto di vista, con consolidate mafie e mafiette qua e là nella penisola. Scorriamo qualche articolo di giornale?

Mehdi Karboua, bracciante marocchino di 25 anni, è morto domenica 9 agosto (2026) in un incidente sulla provinciale 45 tra Puglia e Molise. Si trovava su un Ford Transit sovraccarico. Nell’agosto di 8 anni fa persero la vita sedici braccianti in due separati incidenti, sempre in Puglia. Dal 9 maggio di quest’anno si contano 18 vittime tra chi finisce il turno di lavoro e chi lo sta iniziando. Il sistema di trasporto (dei padroncini) della manodopera nei campi provoca una mattanza, tra turni sfiancanti di lavoro e ghetti che distano vari km dal luogo di lavoro. Oltre a essere pericoloso, il trasporto su questi pulmini costa tra i 5 e i 10 euro, soldi trattenuti sul salario. Se poi il lavoratore non ha le carte in regola, lo sfruttamento tocca apici apocalittici. La legge di 10 anni fa contro il caporalato è disattesa e inoltre, quando si riesce a farla prevalere, è efficace una volta avvenuti i fatti (fattacci), ma poco serve per prevenirli. La Rete del Lavoro Agricolo di Qualità conta solo 6113 imprese iscritte su un bacino potenziale di circa 200.000.

Comunicato Stampa del Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia (di pochi giorni fa):

“Sui martiri delle nostre campagne.19 anni, rumeno, morto in un campo di pomodori nel cremonese, morto di caldo, di fatica, di sfruttamento, in una bollente domenica d’agosto. Ma in campagna si lavora la domenica? Certo, si lavora tutti i giorni, sabati, domeniche e festivi compresi, piegati in due sotto il solleone, per 10-12 ore, con paghe da fame. Certo, i banchi del supermercato non possono attendere, c’è bisogno di quei frutti che poi finiscono sulle nostre tavole a prezzi stracciati. Certo, c’’è l’ordinanza della Regione Lombardia che vieta il lavoro dalle 12,30 alle 16,00, ma chi se ne frega, tanto i controlli non ci sono, quei controlli che dovrebbero garantire condizioni di lavoro decenti e salari contrattuali. E il padrone che faceva lavorare quei migranti in quelle condizioni chi è, dove sta? Silenzio tombale, come sempre…”.

Nel luglio 2024 il padroncino di turno esagerò: Satnam Singh, un bracciante indiano, ebbe un braccio amputato in un macchinario. Antonello Lovato, il datore di lavoro, non solo non chiamò immediatamente i soccorsi, ma lo caricò su un furgone e lo lasciò davanti a casa sua, con il braccio reciso su una cassetta da frutta. Il bracciante morì dissanguato, il Lovato fu poi condannato a 16 anni, contro i 22 richiesti dalla pubblica accusa. Ma quanti morti di edilizia? E di quanti non si conosce il destino? La recente “invasione” dal Marocco verso Ceuta, enclave spagnola insulsa in territorio marocchino, ha comportato almeno 141 morti annegati. Il deserto del Messico deve essere irto non solo di cactus ma di ossa umane.

Il Mediterraneo è tomba di migliaia di naufraghi in cerca di vita lavoro libertà, c’è la Libia sbranata post 2011 delle torture e della navi vedetta, gentile omaggio dell’illuminato governo italiano, che spara su chi salva i migranti che stanno affondando su barche scassate, e..e..e.. Diritto a crepare assicurato.

Siamo certi che la tratta schiavista abolita in Inghilterra a inizio 1800, cacciata dalla porta non sia rientrata dalla finestra? Una finestra spalancata sul futuro. Brave New World.

 


 

** Tutte le foto sono tratte da illustrazioni del libro The Zorg, tranne l'ultima.



[1] Enfasi mia

[2] Evidentemente, i locali mercanti di schiavi che barattavano carne umana in cambio di beni futili o armi portati dagli europei. La frase è di Cugoano.

[3] Tradotto dalla citazione a pag.46 del libro “The Zorg”, di Siddarth Kara, ed. Doubleday, 2025.

[4] Ironia dei nomi: in olandese zorg significa cura, preoccupazione, come care in inglese, Sorge in tedesco.

[5] Era frequente il pericolo di scorbuto, dovuto alla carenza di vitamina C, nelle lunghe traversate oceaniche, essenziali le scorte di limoni.

[6] In tumulto ora il Sudafrica che moltiplica dimostrazioni contro gli immigrati dello Zimbabwe e del Mozambico.