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sabato 16 maggio 2026

DOLCI MEMORIE DEL LIBANO

 

CARA TERRA DEL LIBANO

 

 

Jupiter Heliopolitan, Baalbek, periodo romano
 

Nel sud del Libano 21 giornalisti e più di 330 soccorritori ospedalieri sono stati uccisi sotto le bombe di Israele dall’ottobre 2023, secondo i calcoli dell’OMS e delle autorità libanesi. Alcuni di questi civili sono stati uccisi dalle “doppiette” in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Israele colpisce degli “obiettivi”, i soccorsi arrivano per salvare i feriti ed ecco, arriva il secondo colpo, e a volte, se accorrono ancora gli aiuti, un terzo colpo. Tombola, ecatombe.

In questo crollo dell’umana pietas, rievoco il Libano che conobbi tra il 2006 e l’inizio del 2007 per una missione di lavoro. E dopo un’altra guerra.

Si era all’inizio del novembre 2006. Ero disoccupata da metà aprile, quando avevo lasciato lo Sri Lanka dopo quasi un anno di lavoro per un progetto di emergenza dopo lo sconvolgente tsunami del dicembre 2004. E come sempre durante gli interregni tra un contratto e l’altro come freelance, ero alla ricerca di un altro ingaggio. Quando il telefono di casa trillava mi lanciavo a rispondere sperando si trattasse di un’offerta di lavoro. Se le prime parole fatidiche contenevano la parola: dottoressa, si trattava di un ufficio di consulenza, più formale (e missioni meglio pagate), altrimenti senza “dottoressa” era una ONG. E quella sera era una ONG di Milano con la quale avevo già collaborato, che mi richiedeva la disponibilità per un altro progetto di emergenza (tristemente già allora molto più frequenti rispetto agli anni precedenti quando ancora esistevano i progetti di sviluppo integrato, spesso rurale). Per più di un mese il Libano era stato bombardato e massacrato, soprattutto nel sud e nel quartiere meridionale di Beirut, dalla furia di Israele contro Hezbollah, il partito di Dio, ancora diretto da Hassan Nasrallah. La guerra era finita da poco e si erano resi disponibili fondi sia della Commissione Europea sia di singoli paesi per rimettere in sesto quanto possibile il paese. Accettai subito, si trattava di partire entro pochi giorni, dopo un incontro con il direttore della ONG che fu concordato subito. Una volta firmato il contratto per la preparazione di una proposta di progetto appunto di emergenza, dovetti cambiare all’ultimo momento il passaporto a velocità record, in un giorno, grazie a un funzionario comprensivo, perché avevo un visto di Israele stampigliato nel mio pur recente e valido passaporto.

Così mi ritrovai in un appartamento situato nella Beirut est (prevalentemente cristiana, mentre Beirut ovest è musulmana e alberga ancora molti rifugiati palestinesi), in una stradina secondaria che sboccava sulla via di Damasco, e conobbi i miei due collaboratori, due care persone, un informatico di Nabatye che sarebbe stato un fedele traduttore e autista, un raro comunista (soprattutto a Nabatye, piccola città di cristiani) e un giovane agronomo, Joe, il tecnico con il quale avrei lavorato e concepito la proposta di progetto. Presto mi resi conto della situazione paradossale di affollamento di ONG i cui consulenti sgomitavano per identificare una nicchia di “bisogni” da soddisfare per potere scrivere la propria proposta di progetto, situazione già sperimentata con grande disagio in Sri Lanka dopo lo tsunami. Disagio “nostro” di inviati ONG ma anche dei locali, presi di mira da richieste di incontri plurimi, in un panorama post-guerra di distruzioni e estrema tensione. La lingua di comunicazione era il francese, correntemente parlato in tutto il Libano, dato che l’arabo era off limits per la stragrande maggioranza di noi presunti “esperti”. Dato che le maggiori distruzioni erano concentrate a sud, là cominciammo le spedizioni in auto, le caselle di “bisogni” a Beirut erano state le prime prede. Inoltre essendo Joe un agronomo che aveva già fatto alcune ricerche sui danni subiti da agricoltori nella regione meridionale, facemmo a ragion veduta una lista dei villaggi dove recarci per prendere i necessari contatti e identificare il nostro possibile apporto. Come nella vicina Palestina, gli uliveti sono la principale coltura arborea, e la maggioranza dei contadini aveva subìto gravi danni agli alberi, che erano carichi delle drupe che dovevano essere raccolte rapidamente prima che arrivasse il freddo, e opportunamente potati. Così lavorammo a spron battuto per varie settimane. Fu presto chiaro che i villaggi musulmani erano tutti sciiti con sindaci legati a Hezbollah o membri di Hezbollah, mentre i villaggi cristiani erano spesso quelli ex collaborazionisti, che cioè avevano collaborato con gli israeliani durante la lunga occupazione israeliana cessata nel 2000. Partivamo presto la mattina uscendo da Beirut seguendo un percorso a slalom tra i crateri delle recenti bombe, facevamo spesso una sosta a Sidone (Saida) in una pasticceria rinomata per una colazione deliziosa, e spesso scendevamo per la valle della Bekaa in un paesaggio dolcissimo di basse colline e vallate. La luce dell’autunno mediorientale, già ammirata in Giordania, è rosea e dorata, sembra accarezzare ciò che illumina. L’accoglienza riservataci era sempre sollecita e cordiale. Ricordo in particolare una bella ragazza militante di Hezbollah che nei villaggi musulmani mi faceva da chaperon; indossava disinvoltamente scarpette dal tacco alto in terreni accidentati e pietrosi dove io camminavo solo con scarponcini o zoccoli piatti. E c’erano numerosi crateri di bombe anche là ovviamente. Soltanto una volta ebbi un attimo di panico in un villaggio Hezbollah: ero seduta con Ibrahim in attesa del sindaco o chi per lui, mi si avvicinò un compitissimo anfitrione che volle sfoggiare il suo inglese e mi chiese:” giuisc?” (resa fonetica) Jewish?? (ebrea). Sgranai gli occhi e scossi la testa, ebrea io? Mi chiesi come potesse sospettarlo, forse la mia faccia? Ho un viso bruno da mediorientale che potrebbe benissimo essere di una palestinese invece che di un’ebrea sefardita. Mi volsi allarmata verso Ibrahim e gli dissi: ma che cosa gli salta in mente? Probabilmente Ibrahim non capì, non sapevo che dire e fare, ma subito il mistero di una possibile divinazione sparì e mi venne da ridere. Davanti a me c’era l’anfitrione con un bicchiere di succo di frutta! Mi era già capitato nelle Filippine: la cattiva pronuncia di parole straniere con suoni che non esistono nella lingua locale. Non mi si chiedeva se fossi ebrea, ma se gradissi del succo di frutta, la pronuncia di una i atona e una s diventata sc mi avevano tratto in inganno. Nelle Filippine invece era il caffè (coffee in inglese) che diventava coppee. 

Case nella natura libanese, cartolina

La sera rientrando a Beirut facevo la spesa in un negozietto vicino casa, il cibo libanese è a mio avviso tra i migliori del mondo, compravo labneh, un formaggio cremoso fatto con yogurt diversi, olive, un vino sempre ottimo, pane fresco, insalata di timo, e guardavo cosa c’era nelle vaschette con vivande già preparate. Quando mi permettevo il ristorante, me ne andavo pensando che la cucina francese al confronto impallidisce.

Quando arrivò la pausa di  Natale, decisi di fare un giro a nord. Joe da bravo maronita non aveva simpatie per Tripoli, la città musulmana a nord del paese, ma a me piacque molto, soprattutto per la fortezza e la città vecchia. E poi andai a Baalbek dove pensavo di poter trovare da dormire. Non avevo avuto mai il tempo (e la pazienza) di almeno sfogliare la guida che avevo comprato prima di partire, e rimasi a bocca aperta di fronte a un maestoso, magnifico tempio le cui colonne enormi mi ricordarono i templi egiziani. Baalbek è la città romana più importante del Medioriente e lo ignoravo. Avevo un taxi preso a Beirut e lo pregai di aspettare fuori dalla cinta muraria. Non immaginavo di vedere una tale meraviglia che sarebbe stato un delitto trascurare. Lessi poi che quello che avevo così sommariamente visitato doveva essere il tempio di Giove, le cui colonne sono le più alte del mondo, 22,9 mt, circonferenza 2,2mt. Mi era già capitato in Egitto di visitare le piramidi di Giza e i templi di Luxor a scappa e fuggi, nei ritagli di tempo (e in un contesto pericoloso costellato di attentati islamisti). Turismo culturale e lavoro non si conciliano.

L’unico albergo che vidi lungo la strada principale venendo da Beirut non aveva riscaldamento, e quindi data la bassa temperatura preferii chiedere al tassista se scendendo di nuovo verso Beirut avremmo incontrato un’altra cittadina dove avrei potuto dormire. Mi assicurò che mi avrebbe lasciato ad Aanjar, conosceva un albergo certamente aperto. Già, perché era il 24 dicembre. Mi fidai e salii di nuovo accanto all’autista, visibilmente desideroso di rientrare rapidamente. Arrivammo ad Aanjar che era già quasi buio, vidi che l’albergo era aperto, pagai (profumatamente) l’autista e con la mia valigetta mi diressi verso il piccolo hotel. Dietro a un grande bancone sedeva un ometto che si stupì alquanto di vedermi arrivare, ero chiaramente l’unica visitatrice. La camera al primo piano era gelida come quella rifiutata a Baalbek, con la differenza che qui era disponibile una stufetta elettrica, che accesi subito, ma le pareti erano come di ghiaccio. Chiesi altre coperte, e mi informai sulla possibilità di cenare da qualche parte. Mi disse con una certa vaghezza che scendendo sulla strada a sinistra avrei trovato un ristorante. Lasciai il piccolo bagaglio e mi avviai senza troppa convinzione. La stradina sassosa quasi di campagna, deserta, sboccava su un boschetto, era buio e la mia torcia non illuminava più che tanto. Non riuscivo ad avvistare niente che assomigliasse ad un edificio.  E ad un tratto mi sembrò di sentire dei latrati, per cui ritornai sui miei passi, e già mi stavo rassegnando al digiuno quando vidi una lucina non lontana tra gli alberi, come nelle fiabe. La lucina si rivelò essere un ristorante minuscolo, ma illuminato. Aprii la porta, c’erano camerieri e tavoli, ma nessun avventore. Mi spiegarono che il ristorante era chiuso e che si, stavano preparando una cena ma per se stessi. Dissi umilmente che ero capitata lì per caso, abitavo a Beirut, e chiesi se avrebbero potuto vendermi qualcosa di commestibile. Furono gentilissimi, mi invitarono a sedere ad un tavolo e mi servirono una cena squisita, che non ricordo se mi fecero pagare o no. Fu la cena di Natale più indimenticabile della mia vita.

La mattina successiva, girando per il villaggio e vedendo scritte e indicazioni in caratteri sconosciuti e non in arabo, mi chiesi chi potessero essere gli abitanti e solo al ritorno, sfogliando finalmente la guida, capii che si trattava di un villaggio interamente armeno, popolato dagli eredi degli scampati al genicidio del 1915. E scoprii anche delle interessanti e inaspettate rovine che mi parvero romane. Erano invece i resti di una città araba, omayyade, VIII secolo d.C., molto influenzata dalle culture precedenti, romana e ellenistica. Ero incantata, una scoperta dietro l’altra, l’antica terra fenicia si rivelava uno scrigno di tesori. Giravo tra quelle antiche pietre come in trance. E un altro regalo fu l’inaspettata telefonata di un’amica che mi augurava buon Natale.

Tornai a Beirut facendo autostop per un primo tratto, finché non trovai un fermata d’autobus e raggiunsi finalmente Beirut. Il regalo finale di quella strana gita fu trovare un cinematografo con un enorme cartellone con su scritto: Borat. Entrai e morii quasi dal ridere. E oggi ancora una volta la cara terra del Libano è sconvolta da rovine e lutti inferti dal mortifero vicino, l’insaziabile Leviatano del Medioriente.

 

martedì 10 marzo 2026

CHI FA LA STORIA?

 

ATTERRIRE E SCHIACCIARE

Riflessioni sulla guerra iniziata il 28 febbraio 2026

Kandinsky, Several circles


Sgomento, disgusto, frustrazione da impotenza. Queste le sensazioni, credo, che la maggior parte dei cittadini del mondo (che hanno accesso ai notiziari internazionali e si trovano in un raggio di interesse pertinente) provino di fronte a questa ennesima guerra di aggressione mascherata da “preventiva”. E tanto maggiore è il rifiuto e l’orrore quanto più aumenta la consapevolezza che i cosiddetti “potenti”, i padroni del vapore, di questa barchetta sempre più sbandata che galleggia nello spazio, si arrogano ancora e sempre più sfacciatamente il diritto di decidere, loro, chi vive e chi muore, chi è degno di sopravvivere e chi è destinato alla spazzatura. E chi merita di essere bombardato.

Il Rinascimento aveva eretto l’essere umano a “faber fortunae suae” [1]al centro dell’agire possibile, ritto sul piedistallo della dignità creatrice del sé e della storia. L’ideale del Principe di Machiavelli è coniato sull’esempio del Valentino, il conquistatore, che lo scrittore vedeva come il possibile redentore di un’Italia spezzettata e volatile. L’illuminismo, oltre che fiducia nei lumi della ragione, è fiducia nella capacità umana di agire e creare un proprio avvenire migliore, l’idea di progresso ne fu un perno ineludibile, pur con le riserve del Candide di Voltaire. La plebaglia disprezzata e vilipesa della Parigi più miseranda apre la strada alla storia moderna con l’assalto alla Bastiglia. Il marxismo traduce la capacità dell'azione umana per il miglioramento della propria condizione in lotta di classe, il motore stesso della storia, in un nuovo possibile protagonismo della classe operaia che libererà non solo se stessa ma tutta l’umanità dal giogo del capitale.

Al polo opposto si colloca la visione realistica e pessimistica di Elsa Morante: nel suo romanzo La Storia, i protagonisti, povera gente, sono di nuovo “canne al vento[2]”, sono agiti dagli avvenimenti e dalla guerra (la secondai guerra mondiale). E mai forse come in questa nostra contemporaneità il concetto di progresso è stato irriso. Lo sviluppo tecnologico folgorante che avrebbe potuto offrire benessere almeno materiale al più grande numero di esseri umani di ogni epoca precedente sembra solo piegato alla soddisfazione di volontà di potenza rivali, all’accaparramento di risorse individuali a scapito del bene dei più. E quando la volontà di potenza si trasforma in delirio, in un battibaleno si scatena l’inferno. Mi sembra che sia questo il nocciolo di quel che si dipana di fronte ai nostri occhi. Che echeggia un vecchio copione. La rivisitazione della guerra di aggressione nell’attuale avatar scatenata contro l’Iran da Israele e Stati Uniti d’America, chiaramente illegale secondo la Carta delle Nazioni Unite, con motivazioni confuse e a volte contraddittorie, denominata dagli USA “Furia Epica”, si traduce non solo nell’ ennesima mattanza ma è già stata battezzata Follia Epica da International Crisis Group, in quanto il caos che ha suscitato e susciterà, interessando tutta una regione vitale per il funzionamento stesso del mondo, e le sue possibili conseguenze, sfuggiranno senz’altro a una regia comunque dissennata e rischiano di innescare una crisi mondiale di enormi proporzioni. E tutto questo quando i colloqui tra i contendenti sembravano andare per il meglio. C’era un appuntamento per riprenderli. Un bluff madornale.

James Joyce mette in bocca al suo alter ego, Stephen, la frase: “History is a nightmare from which I am trying to escape”[3]. Al polo opposto, Ernesto de Martino, nel terzo capitolo del suo La fine del mondo, ultima sua opera lasciata incompiuta, commenta il pessimismo di Mircea Eliade con queste parole: “l’equivoco sta nel concetto di storia e storicismo, perché la storia angoscia nella misura in cui non è ancora umanizzata: il riconoscimento di un divenire plasmato dall’uomo secondo valori umani…” (corsivo mio). Ci si può domandare: quando arriverà l’epoca in cui la storia sarà plasmata dall’uomo secondo valori umani? Sembra un interrogativo che rimanda la storia all’escatologia. Non ora di sicuro, sebbene i cristiani evangelici americani parlino di Trump come di unto del Signore e di tempi biblici finali.

Ritornando alla guerra in corso tra Israele-USA e Iran, è chiaro che il coro di critiche della maggior parte degli analisti politici e delle proteste dei comuni cittadini è quasi inudibile ai piani alti abitati dai nuovi dittatorelli, figure di una miseria e pochezza solo pari alla loro infamia. Le centinaia di migliaia di esseri umani travolti dalle loro follie, i popoli non hanno voce in capitolo, e nemmeno le istanze rappresentative ufficiali come il Congresso degli Stati Uniti. Le persone sono trasformate in possibili bersagli di missili, droni o bombe, in un fuoco incrociato in cui si può anche perdere traccia dei responsabili, risultando spesso in morti per sbaglio. Un villaggio libanese, Nabi Chit, ha avuto 41 morti perché una spedizione israeliana ha creduto bene di approfittare dell’opportunità degli scontri con Hezbollah per cercare i resti di un soldato israeliano ucciso nella guerra israelo-libanese nel 1986! E nella prima settimana dell’attacco americano una scuola elementare a Minab, nel sud dell’Iran, è stata colpita: uccise 165 bambine. Peggio di un crimine, un errore/orrore. Il folle presidente americano ieri dichiarava che ”la  guerra è molto completa (sic), in un inglese fantasioso. Ma oggi (10 marzo) il suo ministro “della guerra” afferma che la tempesta di fuoco sull’Iran toccherà il suo apice. Si rimane allibiti.  

Il quartiere sud di Beirut, Dahyie, ha ricevuto ordine di evacuazione così come tutta la zona meridionale a sud del fiume Litani, già colpita ripetutamente nelle guerre precedenti: almeno 700.000 sfollati non sanno dove dirigersi. Ricordo i crateri provocati dalle bombe israeliane sia a sud di Beirut che nei villaggi meridionali quando ho lavorato in Libano nel 2006/2007. Il Libano meridionale è demolito. Tutti i commentatori e analisti concordano sul potenziale di queste fiamme finora regionali di potersi allargare. I tentativi ci sono già stati, con il siluramento di una nave iraniana nelle acque territoriali dello Sri Lanka e con un drone che ha colpito la base di Akrotiri a Cipro, in un 3% di territorio rimasto alla Gran Bretagna, Cipro ha buone relazioni con Israele. Drone iraniano? Ma potrebbe essere anche una provocazione. Anche in Turchia la Nato ha intercettato un missile. La Cipro greca fa parte dell’Unione Europea, che non ha apertamente denunciato l’illegalità della guerra. La voce delle Nazioni Unite non si ode. Il cielo è vuoto. Storia plasmata dall’uomo secondo valori umani?  

Al meglio possiamo scendere in strada, urlare il nostro rifiuto e il nostro orrore di fronte agli ennesimi massacri dell’ennesima guerra assurda, scriverlo, leggere giornali e ascoltare cronache e diagnosi, ma questo non ci fa certo protagonisti. E non dimentichiamo che le montagne di soldi che vanno in riarmo e guerre sono tutti sottratti ai diritti di cittadinanza di avere educazione, sanità, trasporti pubblici oltre che aria sana e acqua pulita. Quanto fa bene la guerra all’ambiente? Quanti miliardi di tonnellate di CO2 in più provoca? Quanti rifugiati senza più casa né lavoro si riversano su strade che non portano da nessuna parte? Quanta terra avvelenata?

 Democrazie liberali! Conserviamo almeno lucidità di giudizio per cercare di intravedere vie d’uscita dal tunnel che è diventata la storia contemporanea. E avere chiaro chi sono i demoni del caos assassino e i loro alleati. I nemici della vita.


 

 



[1] Artefice (responsabile) della propria sorte

[2] Titolo del romanzo di Grazia Deledda

[3] La storia è un incubo dal quale sto tentando di uscire”

giovedì 19 febbraio 2026

IL LEVIATANO DEL MEDIORIENTE

 

CISGIORDANIA A FERRO E A FUOCO

 

Illustrazione da Haaretz 5 febbraio 2026

Il sedicente “piano di pace” millantato dall’ineffabile affabulatore attuale presidente degli Stati Uniti e dai suoi accoliti, tra i quali primeggia il genero J. Kushner, (a dimostrazione che il nepotismo non muore mai) e il cessate il fuoco truffaldino di ottobre a Gaza  non fermano ne’ le stragi (in scala minore) ne’ l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Anzi, violando come d’abitudine la legge internazionale e gli obsoleti accordi di Oslo, Israele con uno sberleffo registra come proprie le terre palestinesi i cui legittimi proprietari non possiedono i titoli di proprietà, e così legalizza il furto. I metodi non vanno per il sottile, da molto tempo: scorrerie di coloni armati di giorno e di notte, a volte sotto lo sguardo benevolo dell’esercito, cercano e magari riescono a cacciare via i poveri contadini cui si rende la vita impossibile, senza indietreggiare se si tratta di sparare e uccidere. Con i metodi illustrati in questo articolo, che traduco qui sotto, arrivatomi nella newsletter dell’organizzazione inglese Jews for Justice for Palestinians (ebrei per la giustizia per i palestinesi), pubblicato originariamente dal quotidiano ebraico Haaretz. Il testo inglese segue quello italiano.

IN 4 MINUTI COLONI ISRAELIANI HANNO BRUCIATO E DISTRUTTO UN’ INTERA COMUNITA’ BEDUINA

Video, immagini satellitari e resoconti di testimoni illustrano uno dei peggiori attacchi dell'attuale ondata del terrorismo ebraico nella Cisgiordania, come Yarden Michaeli e Matan Golan riportano su Haaretz del 5 febbraio 2026.

La comunità beduina di Mukhmas nella Cisgiordania centrale è stata assediata dalla violenza dei coloni per mesi. Per tre volte i coloni sono arrivati di notte appiccando il fuoco ma gli abitanti sono rimasti. Ora dei video, immagini satellitari e testimonianze oculari mostrano come uno dei più crudeli attacchi a questa piccola comunità si è verificato lo scorso mese come tappa di una recente ondata di terrorismo ebraico nella Cisgiordania. SI vede come in appena pochi minuti gli attaccanti – circa 20 sono stati visti in varie immagini delle riprese – hanno appiccato il fuoco a un certo numero di strutture e sono fuggiti.

L’uomo arrestato dopo l’attacco del 17 gennaio era il proprietario dell’automezzo usato dagli assalitori per fuggire. La polizia afferma che questi è stato rilasciato perché egli non era a Mukhmas quella notte.

Le riprese dell’attacco da differenti angolazioni mostrano gli aggressori che vanno di struttura in struttura sistematicamente appiccando fuoco a ciascuna di esse. Dall’altro lato dell’agglomerazione altre due strutture sono state incendiate. In un caso, è stato impedito a un uomo e a una donna di allontanarsi dal fuoco. Quando essi sono riusciti a sfuggire al fuoco, sono stati picchiati dagli aggressori.

Una settimana fa, gli attaccanti sono ritornati per appiccare ancora il fuoco. Ci sono stati nel frattempo altri incidenti violenti. La domenica dei soldati israeliani hanno impedito a degli abitanti di ricostruire le case distrutte adducendo il pretesto che quella era un’area militare chiusa.

Questi attacchi sono cominciati pochi giorni dopo che la (nuova) postazione di coloni Kol Mavaser è stata messa in piedi, come porzione di una serie di postazioni e insediamenti che accerchiano Mukhmas. Kol Mevaser è ben nota per essere violenta e riconosciuta tale (anche) dall’establishment della Difesa israeliano, fatto inusuale.

Video e foto di tutti gli attacchi su Mukhmas così come di altri assalti nella Cisgiordania appaiono negli accounts di attivisti di destra in Cisgiordania. Tali resoconti sono spesso accompagnati da didascalie che spiegano come “Allegri Ebrei” hanno appiccato fuoco o attaccato Palestinesi.

Recentemente un video applaude ai ripetuti incendi di Mukhmas. Il video contiene una canzone: “Noi andiamo giù nei villaggi/Noi bruciamo e ammazziamo e iniziamo una guerra/Scatta un allarme/e tutti si riuniscono/la festa comincia.”

Nonostante i ripetuti episodi di violenza e tale autodenuncia, le autorità israeliane non provvedono a difendere la comunità beduina. Ciò rispecchia la mancanza di volontà di applicare la legge dopo gli attacchi dei coloni e il terrorismo ebraico contro i palestinesi nella Cisgiordania.”

 

In 4 minutes, Israeli settlers burned down an entire West Bank Bedouin community


Videos, satellite images and eyewitness accounts outline one of the worst attacks in the current wave of Jewish terrorism in the West Bank

Pogromists burning homes and throwing stones in Mukhmas

Yarden Michaeli and Matan Golan report in Haaretz on 5 February 2026:

The Bedouin community of Mukhmas in the central West Bank has been beleaguered by settler violence for months. Three times now, settlers have arrived at night and set the community on fire, but the people there have clung on.

Evidence from videos, satellite images and eyewitness accounts show how one of the most ruthless attacks on this small community took place last month as part of a recent wave of Jewish terrorism in the West Bank. We see how in just a few minutes the attackers – about 20 have been seen in various frames of footage – set fire to a number of structures and escaped.

The man who was arrested after the January 17 attack was the owner of a vehicle used by the assailants to escape. The police say he was released because he was not in Muhkmas that night.

Footage of the onslaught from several angles shows assailants moving from structure to structure and systematically setting them on fire. Two additional structures on the other side of the community were also set alight. At one burning structure, a man and a woman were prevented by the attackers from escaping the fire. When they managed to get out, they were beaten by the attackers.

A week ago, settlers returned and set fire to structures. There have been other violent incidents in between. On Sunday, Israeli soldiers prevented members of the community from rebuilding the homes that were burned, claiming that this was a closed military area.

These attacks began a few days after the settler outpost of Kol Mevaser was put up, part of a ring of outposts and settlements surrounding Mukhmas. Kol Mevaser is notoriously violent and recognized as such by the Israeli defense establishment – an unusual move.

Videos and photos of all the attacks on Mukhmas, as well as other assaults around the West Bank, appear in the social media accounts of right-wing activists in the West Bank. These posts are often accompanied by a caption telling how “Happy Jews” have set fires or attacked Palestinians.

One video in recent days hails the repeated burning of Mukhmas. The video features a song: “We go down to the villages / We burn and slaughter and start a war / An alarm goes off and everybody gathers; a party is starting.”

Despite the recurring violence and this claim of responsibility, the Israeli authorities are not providing protection to the people of this Bedouin community. This conforms with a pattern of failing to enforce the law after settler attacks and Jewish terrorism on Palestinians around the West Bank.

This article is reproduced in its entirety

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