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sabato 1 agosto 2026

RENDERE LA CALURA MENO DURA

 


AMMAZZARE IL CALDO RIDENDO

 

Olindo Guerrini
 

Olindo Guerrini (1845-1916), intellettuale, giornalista e poeta romagnolo, ci ricorda in un sonetto in dialetto romagnolo che ho sempre riletto con lo stesso gusto col quale ne risi molti anni fa, quando mi fu letto dal mio compagno puro romagnolo, che ondate di caldo estivo anomalo ci furono anche più di cent’anni fa, anche se probabilmente meno protratte e meno intense, senza incendi devastatori. E con la sua raccolta di sonetti romagnoli[1], beffardi e scanzonati, ci consoliamo della calura estiva odierna ridendo dei personaggi grotteschi che li poeta dipinge con ironia icastica. Leggere per credere. E a testimoniare l’indecifrabilità per i non iniziati del dialetto in questione, cito prima il testo originale, cui segue la mia traduzione, che se possibilmente imprecisa poiché si basa su ricordi lontani, spero susciti egualmente ilarità e forse, da parte di eventuali lettori romagnoli, consigli di correzione. E con chi leggerà ignaro me ne scuso.

 

CHELD

La piò caldura d’ st’ann  l’è steda d’ loi

Quand la zité la s’è arvarsé a marena

E ch’ è vens la tarizia a la canena

Che in t’una stmana ui dvinté zali al foi.

 

In ch’la fiaca d’e’ cheld ui fo d’i imbroi

Che tanti donn al l’ha passeda fena

E um ha cunté la zopa Caratena

E’ fatt d’ Epaminonda con su moi.

 

Lò, ch’è un sicheri, ula truvé in camisa

A tafaneri schvert, cun bon rispett,

Immazinev cun chi? Cun l’amigh zrisa.

 

Mo l’aveva una fiaca ch’ui ha dett:

“Ch’ uv vegna un azident in t ’la madrisa.

Fazim d’e’ post ch’ am voi sturghé in t’ e’ lett”.

 


 

CALDO

 

Il periodo più caldo quest’anno è stato a luglio

Quando la città si è (tutta) riversata al mare,

Ed è venuta l’itterizia all’uva canina

Tant’è che in una settimana si è seccata.

 

Con la fiacca del caldo ce ne sono stati di intrighi

Che tante donne se la sono vista brutta,

E la zoppa Caterina m’ha raccontato

La storia di Epaminonda con la moglie.

 

Lui, che è un bellimbusto, l’ha trovata in camicia

Col culo all’aria, parlando con rispetto

Immaginatevi con chi? Con l’amico Ciliegia[2].

 

Ora, aveva una fiacca tale che gli ha detto:

“Che vi prenda un accidenti nella madrisa[3]

Fatemi posto che voglio sdraiarmi a letto”.

 

 

 



[1] Olindo Guerrini, Sonetti Romagnoli, Zanichelli editore, Bologna, 1976

[2]  Il soprannome implica che l’uomo aveva il naso rosso, quindi era un beone.

[3] Termine intraducibile in italiano, credo. Anatomicamente, il tratto di pelle compreso tra l’ano e il sesso.

martedì 14 luglio 2026

UN' ESTATE DI LOTTA

 

CICALE ALLA RISCOSSA

 

Cicala bianca

Luglio: faceva un gran caldo da giorni in tutta la regione, pur di mezza montagna. Solo scendendo nel folto bosco di frassini e pini si respirava aria fresca a pieni polmoni. E fu nel bosco che ebbe origine l’incredibile fenomeno di quell’estate il cui ricordo rimase scolpito a lungo nella memoria di chi la visse, e che contribuì a sfatare la cattiva reputazione delle cicale, basata su falsità tramandate per millenni. Come dice Shakespeare per bocca di Cassio nell’Otello[1]: la reputazione è la parte immortale dell’uomo (e come si vedrà, anche degli animali a volte).

In un affocato pomeriggio di quel luglio, un mamma premurosa pensò bene di condurre le sue due bambine nel bosco non lontano da casa e di intrattenerle leggendo loro qualche favola tradizionale. Prese una raccolta di fiabe dallo scaffale consacrato alla letteratura per l’infanzia, scartando i fratelli Grimm (alcune storie erano cupe) e una vecchia edizione del Tom Sawyer che era appartenuta a lei stessa bambina, erano ancora troppo piccole per apprezzarlo: “Ecco, la Fontaine va bene”, ed uscirono con cappelli di paglia e scarponcini. Eccole sedute su una panchina di legno, sopra di loro un sonoro frinire di cicale incuriosisce le bambine. “Mamma, perché le cicale cantano così forte?”. “Poi ve lo spiegherò, intanto ascoltate questa favola che parla appunto di cicale”. E cominciò a leggere la vecchia storia che la Fontaine rielaborò dalla favola che la tradizione attribuisce al greco Esopo. Si trattava della storia delle operose formiche e delle scioperate cicale, usata nei secoli come lezioncina per stimolare nei pargoli ingenui l’amore per l’applicazione agli studi prima e per un sudato lavoro poi, e rifuggire come la peste le tentazioni dell’ozio, dello svago e di ogni sterile trastullo. Insomma, una favola a tesi propinata sin dalla tenera età per far filare dritto la futura forza lavoro. Zitto e sgobba (o zitta).


Accadde che mentre la mamma leggeva diligentemente dal libro aperto sulle ginocchia, una cicala più sveglia delle altre che aveva imparato a capire il linguaggio umano carpì la parola “cicala” e si insospettì; “che cosa dicono di noi?” si chiese. E tese le orecchie. Già, a modo loro anche le cicale hanno una specie di orecchie. E quando la mamma lesse la conclusione della favola, con le cicale scornate che rabbrividiscono e muoiono di fame nel freddo invernale mentre le laboriose formiche banchettano sottoterra con le provviste accumulate faticosamente durante l’estate, quando le cicale cantavano beatamente (ma la favola non dice che i maschi soltanto cantano per attirare le femmine e fare l’amore a tutto spiano, per carità, tutto asettico), la cicala inorridì. “Ma gli umani che concepirono questa storia non sapevano e non capivano niente di noi! E ci insultano, ci calunniano da chissà quanto tempo per i loro loschi fini! Noi in inverno andiamo in letargo, alcune di noi nel Nord America addirittura vivono fino a 17 anni! Sottoterra ci nutriamo con la linfa delle radici degli alberi! E se moriamo, come femmine abbiamo già depositato le uova che si schiuderanno a tempo debito. Gli umani raccontano queste bugie ai bambini per farli rigare dritto! E’ un’indecenza, dobbiamo fare qualcosa in modo che si smetta di continuare a ingiuriarci con fandonie, dare lezioni sbagliate ai bambini, e questo dopo che il nostro canto generoso li allieta e li culla per tutta l’estate!”

 Detto fatto, si diede da fare per diffondere l’informazione acquisita e discutere sul modo più adatto a suscitare un’azione di contrasto, risoluta e più vasta possibile. Di cicala in cicala l’indignazione circolò in tutto il continente, arrivando fin dove cicale esistevano, e si convenne che una protesta collettiva era urgente e necessaria. Ne andava del loro buon nome. Fu indetto sui due piedi un convegno che vide la partecipazione di centinaia di migliaia di cicale da ogni dove, e si organizzò una rete che poteva far circolare in men che non si dica le notizie in tutto il continente, oltrepassando i confini nazionali. Si decise che uno sciopero da indire al più presto fosse un buon inizio per scuotere l’opinione pubblica, e si rimandò la discussione su come far capire agli umani la ragione della loro protesta. Il coinvolgimento di emeriti entomologi sarebbe stato vitale. Forse, nonostante la loro stupida cecità, qualche umano avrebbe pensato a chiamarli in causa.

Fu così che verso la fine di luglio, con un solleone eccezionale, in tutta la vasta area interessata dalla protesta, calò un silenzio tombale su piagge e prode, su colline e monti, su rive e fiumi, appena interrotto talvolta dagli stridii delle rondini e da qualche cinguettio isolato. Folle sbigottite si chiesero: ma dove sono finite le cicale? E loro zitte, sogghignavano su alberi e siepi, facendo violenza con la forza di volontà alla loro natura canterina, obbligandosi all’astinenza più rigorosa. Disciplina ci vuole nelle lotte!

Lo sciopero fu un successone. Se ne discusse ovunque, sui giornali, sui rotocalchi, su riviste specializzate, comparirono e circolarono ipotesi strampalate, ci furono animati dibattiti alla televisione, un regista scritturò uno sceneggiatore in vista di un film, pensando a “Gli Uccelli” di Hitchcock. Ma infine il silenzio delle cicale perdurava, e non si riusciva a venirne a capo, almeno formulando una spiegazione convincente.

Finalmente si identificarono un etologo e un entomologo entrambi esperti in particolare di cicale. L’entomologo aveva sviluppato un linguaggio speciale con cui riusciva a comunicare con loro, l’uno colmava eventuali lacune nell’altro. Furono chiamati in causa entrambi per cercare di stabilire un canale di comunicazione con le cicale in sciopero, e si pensò di concentrarsi sulla zona boschiva dove si era verificato il primo giorno di silenzio assoluto nel bosco. L’ipotesi era che un qualcosa dovesse essere accaduto là. Così alla mamma che aveva letto la favola di la Fontaine venne in mente il fatidico pomeriggio in cui aveva portato le sue bambine nel bosco quando ancora l’aria vibrava del frinire delle cicale, che era cessato pochi giorni dopo. Raccontò il fatto ai due scienziati che si recarono immantinente nello stesso bosco e con opportuni richiami convocarono le cicale che avevano lanciato l’allarme. In pochi giorni si chiarì l’enigma: si trattava di una azione di rivendicazione e una rappresaglia. Bisognava quindi iniziare una contro-narrazione che ristabilisse la verità e correggesse le storture di una tradizione di falsità e calunnie.

La cosa è arrivata al mio orecchio e mi sono ripromessa di contribuire modestamente alla nuova buona reputazione delle cicale molto volentieri, in quanto le amo e il loro canto ritmato mi innamora da sempre.


 

 

 

 



[1] Otello, Atto II, Scena terza

sabato 16 maggio 2026

DOLCI MEMORIE DEL LIBANO

 

CARA TERRA DEL LIBANO

 

 

Jupiter Heliopolitan, Baalbek, periodo romano
 

Nel sud del Libano 21 giornalisti e più di 330 soccorritori ospedalieri sono stati uccisi sotto le bombe di Israele dall’ottobre 2023, secondo i calcoli dell’OMS e delle autorità libanesi. Alcuni di questi civili sono stati uccisi dalle “doppiette” in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Israele colpisce degli “obiettivi”, i soccorsi arrivano per salvare i feriti ed ecco, arriva il secondo colpo, e a volte, se accorrono ancora gli aiuti, un terzo colpo. Tombola, ecatombe.

In questo crollo dell’umana pietas, rievoco il Libano che conobbi tra il 2006 e l’inizio del 2007 per una missione di lavoro. E dopo un’altra guerra.

Si era all’inizio del novembre 2006. Ero disoccupata da metà aprile, quando avevo lasciato lo Sri Lanka dopo quasi un anno di lavoro per un progetto di emergenza dopo lo sconvolgente tsunami del dicembre 2004. E come sempre durante gli interregni tra un contratto e l’altro come freelance, ero alla ricerca di un altro ingaggio. Quando il telefono di casa trillava mi lanciavo a rispondere sperando si trattasse di un’offerta di lavoro. Se le prime parole fatidiche contenevano la parola: dottoressa, si trattava di un ufficio di consulenza, più formale (e missioni meglio pagate), altrimenti senza “dottoressa” era una ONG. E quella sera era una ONG di Milano con la quale avevo già collaborato, che mi richiedeva la disponibilità per un altro progetto di emergenza (tristemente già allora molto più frequenti rispetto agli anni precedenti quando ancora esistevano i progetti di sviluppo integrato, spesso rurale). Per più di un mese il Libano era stato bombardato e massacrato, soprattutto nel sud e nel quartiere meridionale di Beirut, dalla furia di Israele contro Hezbollah, il partito di Dio, ancora diretto da Hassan Nasrallah. La guerra era finita da poco e si erano resi disponibili fondi sia della Commissione Europea sia di singoli paesi per rimettere in sesto quanto possibile il paese. Accettai subito, si trattava di partire entro pochi giorni, dopo un incontro con il direttore della ONG che fu concordato subito. Una volta firmato il contratto per la preparazione di una proposta di progetto appunto di emergenza, dovetti cambiare all’ultimo momento il passaporto a velocità record, in un giorno, grazie a un funzionario comprensivo, perché avevo un visto di Israele stampigliato nel mio pur recente e valido passaporto.

Così mi ritrovai in un appartamento situato nella Beirut est (prevalentemente cristiana, mentre Beirut ovest è musulmana e alberga ancora molti rifugiati palestinesi), in una stradina secondaria che sboccava sulla via di Damasco, e conobbi i miei due collaboratori, due care persone, un informatico di Nabatye che sarebbe stato un fedele traduttore e autista, un raro comunista (soprattutto a Nabatye, piccola città di cristiani) e un giovane agronomo, Joe, il tecnico con il quale avrei lavorato e concepito la proposta di progetto. Presto mi resi conto della situazione paradossale di affollamento di ONG i cui consulenti sgomitavano per identificare una nicchia di “bisogni” da soddisfare per potere scrivere la propria proposta di progetto, situazione già sperimentata con grande disagio in Sri Lanka dopo lo tsunami. Disagio “nostro” di inviati ONG ma anche dei locali, presi di mira da richieste di incontri plurimi, in un panorama post-guerra di distruzioni e estrema tensione. La lingua di comunicazione era il francese, correntemente parlato in tutto il Libano, dato che l’arabo era off limits per la stragrande maggioranza di noi presunti “esperti”. Dato che le maggiori distruzioni erano concentrate a sud, là cominciammo le spedizioni in auto, le caselle di “bisogni” a Beirut erano state le prime prede. Inoltre essendo Joe un agronomo che aveva già fatto alcune ricerche sui danni subiti da agricoltori nella regione meridionale, facemmo a ragion veduta una lista dei villaggi dove recarci per prendere i necessari contatti e identificare il nostro possibile apporto. Come nella vicina Palestina, gli uliveti sono la principale coltura arborea, e la maggioranza dei contadini aveva subìto gravi danni agli alberi, che erano carichi delle drupe che dovevano essere raccolte rapidamente prima che arrivasse il freddo, e opportunamente potati. Così lavorammo a spron battuto per varie settimane. Fu presto chiaro che i villaggi musulmani erano tutti sciiti con sindaci legati a Hezbollah o membri di Hezbollah, mentre i villaggi cristiani erano spesso quelli ex collaborazionisti, che cioè avevano collaborato con gli israeliani durante la lunga occupazione israeliana cessata nel 2000. Partivamo presto la mattina uscendo da Beirut seguendo un percorso a slalom tra i crateri delle recenti bombe, facevamo spesso una sosta a Sidone (Saida) in una pasticceria rinomata per una colazione deliziosa, e spesso scendevamo per la valle della Bekaa in un paesaggio dolcissimo di basse colline e vallate. La luce dell’autunno mediorientale, già ammirata in Giordania, è rosea e dorata, sembra accarezzare ciò che illumina. L’accoglienza riservataci era sempre sollecita e cordiale. Ricordo in particolare una bella ragazza militante di Hezbollah che nei villaggi musulmani mi faceva da chaperon; indossava disinvoltamente scarpette dal tacco alto in terreni accidentati e pietrosi dove io camminavo solo con scarponcini o zoccoli piatti. E c’erano numerosi crateri di bombe anche là ovviamente. Soltanto una volta ebbi un attimo di panico in un villaggio Hezbollah: ero seduta con Ibrahim in attesa del sindaco o chi per lui, mi si avvicinò un compitissimo anfitrione che volle sfoggiare il suo inglese e mi chiese:” giuisc?” (resa fonetica) Jewish?? (ebrea). Sgranai gli occhi e scossi la testa, ebrea io? Mi chiesi come potesse sospettarlo, forse la mia faccia? Ho un viso bruno da mediorientale che potrebbe benissimo essere di una palestinese invece che di un’ebrea sefardita. Mi volsi allarmata verso Ibrahim e gli dissi: ma che cosa gli salta in mente? Probabilmente Ibrahim non capì, non sapevo che dire e fare, ma subito il mistero di una possibile divinazione sparì e mi venne da ridere. Davanti a me c’era l’anfitrione con un bicchiere di succo di frutta! Mi era già capitato nelle Filippine: la cattiva pronuncia di parole straniere con suoni che non esistono nella lingua locale. Non mi si chiedeva se fossi ebrea, ma se gradissi del succo di frutta, la pronuncia di una i atona e una s diventata sc mi avevano tratto in inganno. Nelle Filippine invece era il caffè (coffee in inglese) che diventava coppee. 

Case nella natura libanese, cartolina

La sera rientrando a Beirut facevo la spesa in un negozietto vicino casa, il cibo libanese è a mio avviso tra i migliori del mondo, compravo labneh, un formaggio cremoso fatto con yogurt diversi, olive, un vino sempre ottimo, pane fresco, insalata di timo, e guardavo cosa c’era nelle vaschette con vivande già preparate. Quando mi permettevo il ristorante, me ne andavo pensando che la cucina francese al confronto impallidisce.

Quando arrivò la pausa di  Natale, decisi di fare un giro a nord. Joe da bravo maronita non aveva simpatie per Tripoli, la città musulmana a nord del paese, ma a me piacque molto, soprattutto per la fortezza e la città vecchia. E poi andai a Baalbek dove pensavo di poter trovare da dormire. Non avevo avuto mai il tempo (e la pazienza) di almeno sfogliare la guida che avevo comprato prima di partire, e rimasi a bocca aperta di fronte a un maestoso, magnifico tempio le cui colonne enormi mi ricordarono i templi egiziani. Baalbek è la città romana più importante del Medioriente e lo ignoravo. Avevo un taxi preso a Beirut e lo pregai di aspettare fuori dalla cinta muraria. Non immaginavo di vedere una tale meraviglia che sarebbe stato un delitto trascurare. Lessi poi che quello che avevo così sommariamente visitato doveva essere il tempio di Giove, le cui colonne sono le più alte del mondo, 22,9 mt, circonferenza 2,2mt. Mi era già capitato in Egitto di visitare le piramidi di Giza e i templi di Luxor a scappa e fuggi, nei ritagli di tempo (e in un contesto pericoloso costellato di attentati islamisti). Turismo culturale e lavoro non si conciliano.

L’unico albergo che vidi lungo la strada principale venendo da Beirut non aveva riscaldamento, e quindi data la bassa temperatura preferii chiedere al tassista se scendendo di nuovo verso Beirut avremmo incontrato un’altra cittadina dove avrei potuto dormire. Mi assicurò che mi avrebbe lasciato ad Aanjar, conosceva un albergo certamente aperto. Già, perché era il 24 dicembre. Mi fidai e salii di nuovo accanto all’autista, visibilmente desideroso di rientrare rapidamente. Arrivammo ad Aanjar che era già quasi buio, vidi che l’albergo era aperto, pagai (profumatamente) l’autista e con la mia valigetta mi diressi verso il piccolo hotel. Dietro a un grande bancone sedeva un ometto che si stupì alquanto di vedermi arrivare, ero chiaramente l’unica visitatrice. La camera al primo piano era gelida come quella rifiutata a Baalbek, con la differenza che qui era disponibile una stufetta elettrica, che accesi subito, ma le pareti erano come di ghiaccio. Chiesi altre coperte, e mi informai sulla possibilità di cenare da qualche parte. Mi disse con una certa vaghezza che scendendo sulla strada a sinistra avrei trovato un ristorante. Lasciai il piccolo bagaglio e mi avviai senza troppa convinzione. La stradina sassosa quasi di campagna, deserta, sboccava su un boschetto, era buio e la mia torcia non illuminava più che tanto. Non riuscivo ad avvistare niente che assomigliasse ad un edificio.  E ad un tratto mi sembrò di sentire dei latrati, per cui ritornai sui miei passi, e già mi stavo rassegnando al digiuno quando vidi una lucina non lontana tra gli alberi, come nelle fiabe. La lucina si rivelò essere un ristorante minuscolo, ma illuminato. Aprii la porta, c’erano camerieri e tavoli, ma nessun avventore. Mi spiegarono che il ristorante era chiuso e che si, stavano preparando una cena ma per se stessi. Dissi umilmente che ero capitata lì per caso, abitavo a Beirut, e chiesi se avrebbero potuto vendermi qualcosa di commestibile. Furono gentilissimi, mi invitarono a sedere ad un tavolo e mi servirono una cena squisita, che non ricordo se mi fecero pagare o no. Fu la cena di Natale più indimenticabile della mia vita.

La mattina successiva, girando per il villaggio e vedendo scritte e indicazioni in caratteri sconosciuti e non in arabo, mi chiesi chi potessero essere gli abitanti e solo al ritorno, sfogliando finalmente la guida, capii che si trattava di un villaggio interamente armeno, popolato dagli eredi degli scampati al genicidio del 1915. E scoprii anche delle interessanti e inaspettate rovine che mi parvero romane. Erano invece i resti di una città araba, omayyade, VIII secolo d.C., molto influenzata dalle culture precedenti, romana e ellenistica. Ero incantata, una scoperta dietro l’altra, l’antica terra fenicia si rivelava uno scrigno di tesori. Giravo tra quelle antiche pietre come in trance. E un altro regalo fu l’inaspettata telefonata di un’amica che mi augurava buon Natale.

Tornai a Beirut facendo autostop per un primo tratto, finché non trovai un fermata d’autobus e raggiunsi finalmente Beirut. Il regalo finale di quella strana gita fu trovare un cinematografo con un enorme cartellone con su scritto: Borat. Entrai e morii quasi dal ridere. E oggi ancora una volta la cara terra del Libano è sconvolta da rovine e lutti inferti dal mortifero vicino, l’insaziabile Leviatano del Medioriente.