…E DELLA MILLANTATA TRANSIZIONE ECOLOGICA
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| Salar boliviano |
Tra la fine degli anni 1990 e l’inizio del 2000, con lo sviluppo della tecnologia digitale, sembrava che tutto, comunicazioni in primis, produzione industriale, produzione culturale, istruzione, commercio, quasi ogni ambito di attività umana che transitava dalla tecnologia analogica a quella digitale fosse sfiorata da un tocco divino che facesse evaporare la rozza materialità del lavoro di costruzione dei prodotti finiti, e ne facesse icone galleggianti in uno spazio immateriale nel quale l’umanità si sarebbe cullata.
Giornali, riviste, libri si sarebbero letti su un computer, poi su telefoni cellulari, il lavoro del postino ridotto a consegnare bollette (per chi non paga online) – e chi scriverà più lettere da infilare in buste da affrancare e infilare in una buca delle Poste? Addio epistolari, addio inchiostro e stilografiche, addio carta? Beh no, non completamente, troppa nostalgia della carta, troppo attaccamento alle pagine di libri con sottolineature e annotazioni a margine, almeno da parte di antiquati topi da biblioteca; la carta resistette e anche gli abbonamenti all’informazione cartacea. Ma si moltiplicavano gli inni alla benedetta smaterializzazione. Tutto leggero, volatile, aereo. Anche il lavoro, i lavori, cambiavano pelle; modalità di comunicazione, erogazione di servizi, professionalità sarebbero consistite in saperi e capacità duttili e aggiornabili continuamente. Plastiche. Gli algoritmi dilagano.
Il culmine del digitale arriva poi con l’intelligenza artificiale (IA) costruita con milioni di iniezioni di modelli linguistici e/o matematici, e poi evviva, le macchine imparano ad imparare, tanto che i loro stessi costruttori cominciano paradossalmente a temerle.
Ma solo a ragionarci un po’ su emerge la straripante, soverchiante pesantezza sulla quale si basa questa eterea visione edenica, questa impalpabilità. E quante emissioni ulteriori di gas serra?
La pesantezza si concretizza nell’ aumento forsennato della ricerca e raffinazione delle indispensabili terre rare, che sconvolgono i terreni agricoli o/e la vita urbana di vari paesi e suscitano il rifiuto e la contestazione delle popolazioni interessate, nell’aumento di tutta l’industria estrattiva dei minerali strategici essenziali per la transizione energetica, pur nella continuazione di prospezioni e estrazione di petrolio e gas, anche del vituperato carbone. I computer e i telefoni cellulari, la cui obsolescenza è precipitosa, regalano tonnellate di rifiuti speciali e dannosi. Infine il bel regalo dell’IA che si ficca dappertutto e viene utilizzata non solo e non tanto in ambiti vitali e utili come in medicina o nella ricerca scientifica, ma nello sviluppo di testi, immagini effimere, video inutili, spesso falsificazioni di notizie, bot e ultimamente spaventosi robot (vedi cani geneticamente modificati da usare in guerra[1]) che consumano dieci volte di più rispetto agli impieghi utili. La moltiplicazione di Data Centers è una vera iattura, consumi di acqua ed energia superlativi, due risorse strategiche che si dovrebbero usare con parsimonia in fase di accelerazione del riscaldamento del clima. E qui di seguito documento quella che si rivela essere una pericolosa deriva che ignora bellamente “i limiti dello sviluppo” di novecentesca memoria. Infatti il segreto evidente della transizione energetica ed ecologica sta essenzialmente in una riduzione dei consumi voluttuari, degli sprechi, nel dimagrimento del parco auto individuali a vantaggio dei trasporti in comune, nel risparmio energetico. Niente di tutto questo. Al contrario sono diminuiti i collegamenti collettivi nelle zone rurali, per cui è giocoforza usare l’auto privata. Latitano gli investimenti nella rete ferroviaria, si è moltiplicato il traffico pesante su gomma. E il digitale ha fame di minerali e terre rare.
Già nel novembre del 2024 l’organizzazione Global Witness denunciava che tra il 2021 e il 2023 quasi il 90% delle violenze e delle proteste contro la ricerca di questi indispensabili elementi della transizione energetica si erano verificate in paesi (pudicamente) denominati “emergenti” (per non dire poveri) mentre l’81% degli scavi era effettuato da società di paesi ricchi e sviluppati (chiamalo sviluppo). Non meno consumi, ma gli stessi o maggiori consumi con energia rinnovabile, per avere la quale si hanno bisogni crescenti di certi minerali per le nuove tecnologie. La ricerca di questi minerali aumenta di anno in anno per costruire le batterie, le turbine eoliche, i pannelli solari e le reti elettriche necessarie per superare il consumo dei combustibili fossili e suscita sconvolgimenti sociali e ambientali in paesi quali Indonesia, Perù e Serbia. Tra il 2021 e il 2023 Global Witness ha documentato ben 334 incidenti di violenza legati agli scavi alla ricerca di rame, cobalto, litio e nickel in dieci paesi, i più ricchi di questi elementi.
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| Cani modificati geneticamente |
Uno dei luoghi ricchi di litio che ho visto coi miei occhi in Cile è il deserto dell’Atacama, il deserto più secco del mondo non polare (3% di umidità, lavi le mutande e dopo cinque minuti te le metti asciutte). Pensare di scavarne il litio è criminale, in quanto la tecnologia estrattiva comporta un utilizzo spropositato di acqua, e nell’Atacama ci sono numerosi piccoli centri abitati, abitatissimi. Idem per l’enorme distesa del Salar in Bolivia, ricchissima in litio, delicatissimo ambiente ecologico. Leggo ora che l’approvazione di contratti tra Yacimientos (giacimenti) del litio boliviano (YLB) e un consorzio cinese più un’impresa russa, conclusi sotto il governo di destra di Luis Arce, è stata bloccata in seguito ad un’azione popolare di 53 comunità indigene del Potosì e il Tribunal Constitucional Plurinacional ha preso in mano la questione.[2] Le contestazioni diventeranno sempre più frequenti nella misura in cui proseguirà la ricerca di questi “minerali di transizione”. Uno dei paesi più ricchi di cobalto e coltan (miscela di columbite e tantalite da cui si estraggono il niobio e il tantalio) è il poverissimo (in teoria ricchissimo) Congo Kinshasa (RDC) dove la popolazione è talmente miserabile da non riuscire neppure a ribellarsi, almeno finora. E i profitti derivanti dall’estrazione mineraria e dalla loro raffinazione volano nei paesi ricchi. Un’altra deleteria conseguenza del dilagare dell’IA è la moltiplicazione dei Data Centers. Solo in Lombardia, per iniziare da casa nostra, a fine settembre 2026 ce n’erano già 32 e ne sono programmati 45.
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| Fertilità addio |
“Espropriazione di terreni agricoli, peggioramento della qualità dell’aria, isole di calore, consumo dell’acqua, aumento delle bollette degli abitanti. Le polveri sottili sforano già i tetti in vari comuni del milanese, le isole di calore aumenteranno il ristagno dell’aria in una zona dove il vento soffia poco come la pianura padana. Le aziende big tech offrono false e ridicole misure di contrasto alle emissioni nocive e al ristagno dell’aria come dei graziosi filari intorno ai capannoni! Per le isole di calore, si parla di 2 gradi C in più nel raggio di alcuni km secondo il fisico dell’ambiente Sergio Manera, che afferma, per quanto riguarda Magenta: “Per bilanciare il riscaldamento dei 312 megawatt di Magenta servirebbero 100 ha di foresta fitta”.[3] Nel mondo si stimano attualmente tra gli 11.000 e i 12.000 Data Centers attivi. La maggiore concentrazione è situata negli USA (tra 4000 e 5400) e in Europa (tra 2800 e 3500), con il maggior numero in Germania e nel Regno Unito. L’Italia ne conta un numero oscillante tra 200 e 209. Il consumo d’energia varia ovviamente a seconda della scala del centro e se alberga una infrastruttura di intelligenza artificiale. Un impianto medio-grande (ad esempio da 200 MW) può consumare circa 4,8 GWh al giorno (equivalenti a circa 1,75 TWh all'anno), un quantitativo paragonabile al fabbisogno elettrico di decine di migliaia di abitazioni. Per quanto riguarda il consumo d’acqua, molti studi indicano un consumo medio di circa 1,7 milioni di litri al giorno per i centri di medie dimensioni negli Stati Uniti, mentre i grandi campus dedicati all'intelligenza artificiale possono arrivare a richiedere tra gli 11 e i 19 milioni di litri d'acqua al giorno (il fabbisogno idrico di una cittadina di circa 40.000 abitanti).”[4]
Nel 2024 Riccardo Petrella, forse il maggiore esperto di acqua al mondo, affermava: “Per quanto riguarda il diritto universale all’acqua, alla vita, più di 2 miliardi di esseri umani sono ancora privi del diritto di accedere alla fonte di vita che è l’acqua potabile, e 4,2 miliardi non dispongono di alcun servizio igienico. Inoltre, 4 miliardi di persone si trovano in uno stato di forte stress idrico (disponibilità di acqua necessaria per vivere nel loro territorio inferiore a 1.000 m³ all’anno, per persona, tutti usi combinati). Si possono immaginare le conseguenze per la salute e la speranza di vita”. I leader mondiali hanno abbandonato l’obiettivo di garantire il diritto all’acqua per tutti (secondo l’OMS, la FAO e l’UNICEF, almeno 50 litri al giorno per persona). L’acqua per tutti al 1990 fu l’obiettivo fissato dal primo Decennio internazionale dell’acqua promosso dalle Nazioni Unite (1981-1991.) Non fu raggiunto. L’obiettivo del Secondo decennio internazionale dell’acqua (2005-2015) divenne più “modesto”: fornire acqua potabile alla metà delle persone che non vi avevano accesso. Anche questo fallì. Le ambizioni del Terzo Decennio, in corso (2018-2028) sono diventate molto modeste: garantire semplicemente il diritto all’acqua al maggior numero possibile di persone!
Il 3 settembre u.s. il post.it pubblicava un articolo titolato: “Per l’ONU il superamento degli 1,5°C è inevitabile”, che esordiva proclamando che “per la prima volta un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha segnalato che entro pochi anni sarà superata la soglia degli 1,5°C di aumento della temperatura media globale, rispetto al periodo preindustriale…nello scenario più ottimistico la temperatura media globale arriverà a 1,8°C rispetto all’epoca preindustriale prima di poter tornare a scendere. Per non andare ancora oltre, i governi dovranno rinnovare il proprio impegno a ridurre drasticamente i combustibili fossili…Secondo le stime più recenti nel 2026 la Terra è mediamente di 1,4°C più calda rispetto ai livelli preindustriali e le conseguenze di questo aumento sono ormai tangibili.”[5]
Se la montagna non va a Maometto, Maometto andrà alla montagna?










