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lunedì 23 settembre 2019

I GELSOMINI SONO APPASSITI IN TUNISIA


I GELSOMINI APPASSITI

Tunisia 2012/2019

 foto internet
Tra dicembre 2011 e gennaio 2012 feci una missione come consulente per una ONG italiana con l’incarico di elaborare una proposta di progetto in appoggio alla rinascente democrazia tunisina, sulla base di un bando della Commissione Europea volta al rafforzamento dei diritti di cittadinanza. L’ONG era (ed è) legata ad un sindacato confederale, quindi il mio interlocutore naturale era stata la UGTT, il sindacato tunisino che tra l’altro aveva partecipato assai attivamente alla rivoluzione contro il regime di Ben Ali, il dittatore apparentemente “illuminato” deceduto pochi giorni fa. Purtroppo i miei notevoli sforzi per collaborare concretamente con i dirigenti sindacali e mettere in piedi una proposta di progetto non erano stati coronati da successo, soprattutto perché i “capi” erano tutti concentrati sulle loro lotte di potere in vista dell’imminente Congresso, e la sezione femminile non aveva una decisiva voce in capitolo. Inoltre i contatti e le discussioni con le responsabili di associazioni femminili erano rimasta nel vago di promesse di impegni futuri da coordinare con iniziative sindacali, mai tradotte in nero su bianco Così dopo numerosi incontri, presenza a convegni e viaggi, ho dovuto riconoscere che la “proposition de projet” non avrebbe mai visto la luce. Ma l’esperienza era stata personalmente ricca e ne avevo tratto un articolo, pubblicato sulla rivista “Una Città” nel suo numero 191 del febbraio 2012, che riproduco appena ritoccato, poiché ne emergono quasi tutti i nodi che sono ancora da sciogliere oggi, a distanza di 8 anni e dopo le elezioni presidenziali ancora in sospeso. Non a caso la Tunisia è stato il paese che ha più nutrito le file dei jihadisti nella sciagurata guerra in Siria. La delusione e la frustrazione dei disoccupati di Sidi Bouzid erano già palesi nel dicembre del 2011, un anno dopo il gesto di disperazione dell’ambulante-martire Mohammed Bouazizi, che mai avrebbe pensato di passare alla storia.


 Tunisi, 14 gennaio 2011 (foto wikipedia)

Un altro aspetto delle conseguenze della rivoluzione tunisina mi preme mettere in luce. Nei mesi immediatamente successivi alla caduta del regime di Ben Ali centinaia di giovani harriaga[1]ubriachi di “libertà, libertà finalmente” sono saltati sulla prima barca disponibile per salpare verso l’Europa, quindi per la riva più vicina, l’Italia, dopo anni di prigione. E sono spariti nel nulla. Sbarcati? Annegati? Rinchiusi nei CIE? Dalle loro carte d’identità con tanto di impronte digitali sarebbe stato relativamente semplice rintracciarli, come hanno domandato per anni i loro genitori disperati, ma comitati, richieste ufficiali, viaggi dei parenti ed amici andata e ritorno Tunisia-Italia non hanno dato esito. Delle associazioni italiane (come “le venticinque undici” e “Pontes”) avevano seguito il loro caso e sostenuto la causa sacrosanta della loro ricerca; oggi su internet si trovano solo vecchi articoli su quei primi manipoli di tunisini entusiasti e ingenuamente fiduciosi scomparsi non si sa dove. Era stato girato un film su di loro da Matteo Calore e Stefano Collizzolli; è reperibile a questo indirizzo: http://i nostri anni migliori wordpress.com (Zalab distributrice, Roma).
Le condizioni di vita della maggioranza dei tunisini specialmente del centro e del sud del paese non sono affatto migliorate, né le prospettive dei giovani, e la fuga dal paese continua[2]. Per questo ritengo ancora attuale quello che scrissi allora.
Segue il testo dell’articolo del 2012.

CANTIERE TUNISIA (gennaio 2012)

Sit-in nella piazza della Kasbah, 28/01/2011 Foto wikipedia



“E’ tutto in movimento “: come un ritornello questa è la frase che torna più spesso sulle labbra delle persone che incontro. Si sta riunendo al Palazzo del Bardo per la prima volta l’Assemblea Costituente eletta ad ottobre, si sta formando il nuovo Governo, dopo lunghe trattative e tira e molla; vecchi organismi creati sotto Ben Ali stanno cercando di cambiare pelle e soprattutto funzionare in modo più trasparente. I tre partiti che fanno la parte del leone dei seggi all’Assemblea Costituente e dei posti da ministro (soltanto due donne elette, di cui una al Ministère de la Femme) sono Ennahda, di forte ispirazione islamica, il CPR (Conseil pour la République) et Ettakatol (Forum des libertés), di ispirazione laica e liberaleggianti. Fuori del Palazzo del Bardo ci sono delle tende: mi fermo a parlare con due operai del gruppo che sta protestando da vari giorni con quella che ormai sembra la modalità più diffusa in questo scorcio di anno 2011: accamparsi. Uno di loro, Ibrahim, parla un po’ di italiano, anzi parliamo in italiano poiché lui non parla bene francese e io non conosco l’arabo. Vengono dal bacino minerario di Gafsa, città del sud-ovest, dove ci sono ben quattro stabilimenti della Compagnia di fosfati di Gafsa (CPG) che sta ristrutturando e licenziando. Lui è stato in Italia, a Padova, ma era un “sans papiers”, senza documenti, ed è dovuto rientrare dopo due anni. 

Questa è solo una delle lotte che percorrono tutta la Tunisia: dopo un anno di grandi trasformazioni, di tante attese e speranze, moltissimi sono i giovani ancora disoccupati, la povertà è immutata e anzi la diminuzione delle entrate del turismo e il ritiro di molte imprese ed investimenti stranieri stanno causando una crisi economica di grandi proporzioni. Oltre alla lotta dei minatori di Gafsa ci sono scioperi al porto di Gabès, il più grande del sud, che provocano una penuria di bombole a gas in tutto il paese per qualche giorno, scioperi alla Tunis Air, proprio durante le feste di Natale, sit-in dappertutto.  Il 15 e il 16 dicembre protestano gli operai (2200 addetti) dello stabilimento giapponese Yazaki di Om Larayes, sempre a sud, e immediatamente per rappresaglia lo stabilimento viene chiuso. Il padronato denuncia perdite ingenti e impossibilità di soddisfare le commesse. Sulla stampa si leggono resoconti contraddittori: all’inizio di gennaio sembra che una parte delle maestranze saranno trasferite ad un altro impianto Yazaki a Gafsa.  Vado al Ministère de la Femme per incontrare la direttrice della Cooperazione Internazionale: impossibile vederla, sia il venerdì che il lunedì successivo. Domenica 19 dicembre esce un articolo su “La Presse” che denuncia una situazione di rivolta di tutto il personale del Ministère de la Femme contro la Ministra uscente: pare che parecchi dei progetti in corso siano stati chiusi d’autorità (oso sospettare con alcune buone ragioni), provocando la reazione delle titolari dei vari dossier in causa.

Sidi Bouzid, sciopero generale 16/01/2011 Foto AFP/Moktar Kahouli
E’ da notare che la quasi totalità degli scioperi sono selvaggi, non annunciati, e spesso non sono appoggiati, a quanto leggo, dalla centrale sindacale principale, l’UGTT (Union Générale du Travail de Tunisie), che tiene il suo 22° Congresso a Tabarka dal 25 al 28 dicembre. L’UGTT, dopo una prima fase di incertezza, ha partecipato alla rivoluzione, soprattutto con i suoi quadri alla base e per quanto riguarda certe Federazioni quali quelle della sanità e degli insegnanti, ma al vertice sembra che sia stata abbastanza compromessa con il vecchio regime. Ma naturalmente anche qui avviene ciò che succede in tutte le rivoluzioni: come dice una militante che è stata per anni in prima fila nell’opporsi al regime di Ben Ali: ora sembra che tutti abbiano fatto la rivoluzione, sono tutti rivoluzionari. 


 Il 17 dicembre  mi aggrego alla Caravane organizzata da una delle formazioni storiche di opposizione al vecchio regime, l’ATFD (Association Tunisienne des Femmes Démocrates) diretta a Sidi Bouzid, dove si celebra l’anniversario del tragico gesto di Mohammed Bouazizi,  il venditore ambulante che si è dato fuoco innescando la  rivoluzione del 14 gennaio  2011 (da notare che numerosissime associazioni che sono sbocciate nel 2011 si definiscono tutte: post 14, prendendo quella data come una linea di spartiacque decisivo). Purtroppo partiamo tardi ed arriviamo quando gli ospiti più illustri, tra cui il neo-eletto Presidente della Repubblica Marzouki e il rappresentante dell’Unione Europea se ne sono già andati, con il loro codazzo di giornalisti, addetti stampa, accompagnatori. Le strade sono molto affollate da giovani e bandiere, alcuni sono arrampicati sui palazzi, dappertutto campeggiano le immagini di Bouazizi, che è stato anche dichiarato “personaggio dell’anno” dalla rivista “Time”: un suo enorme ritratto copre l’intera parete di un palazzo. I ragazzi che organizzano il pranzo e ci servono un ottimo couscous hanno magliette nere con l’immagine di Bouazizi, ma l’atmosfera festosa  si guasta nel pomeriggio, quando il banchetto con il materiale informativo dell’ATFD installato in una strada principale, accanto ad un loro striscione, viene contestato da un gruppo di ragazzi tra cui alcuni barbuti (particolare fisico che distingue i fondamentalisti islamici), e dobbiamo raccattare su tutto in fretta e dirigerci al pullman, dove ci raggiunge una accorata signora che cerca di fare da paciere e di calmare gli animi. 
giovani tunisini protestano, Foto internet

Ma ciò che mi colpisce di più sono le testimonianze quasi gridate dei giovani che la sera, alla Maison de la Culture, denunciano la loro delusione e la loro rabbia. Dopo tanti sacrifici, dopo le lotte pagate con la morte di tanti loro compagni, nulla è cambiato nelle loro vite, non sentono aprirsi nuove prospettive, sono come prima poveri e disoccupati: uno di loro racconta ancora di come è stato picchiato dalla polizia. La frustrazione si taglia col coltello. Poi si fa musica e si balla, ma l’amarezza e il pericolo di nuove esplosioni di rabbia sono palesi. Le statistiche dicono che nel Governorato di Sidi Bouzid il 48% dei “diplomés” sono disoccupati. Nelle zone rurali, le donne che lavorano nei campi sono pagate 5 dinari al giorno dai caporali, la metà degli uomini, e a volte partoriscono “sotto un albero, e tornano subito a lavorare”, mi dice Mme Souhad Mahmoud, una intellettuale e attivista sia dell’UGTT che dell’ATFD.

Il Governo appena installato a fine dicembre promette l’assunzione di 25.000 persone nella funzione pubblica, le organizzazioni internazionali hanno lanciato bandi per la presentazione di proposte di progetti di cooperazione, un’iniziativa di grosso respiro finanziata dalla U.E. è appena stata varata con l’apporto tecnico dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Ci sono almeno due progetti di cui ho notizia, già approvati, centrati sui “diritti”, tra cui anche i diritti socio-economici, di cui si fa un gran parlare.  Ma occorre far presto: il 6 gennaio un operaio in sciopero da settimane a Gafsa e accampato insieme a molti altri davanti alla sede del Governorato si è dato fuoco ed è ricoverato in gravissime condizioni. La Tunisia di tutte le opportunità, in piena effervescenza post-rivoluzionaria, si può trasformare in una polveriera. 
 Polizia all'Università La Manouba, gennaio 2012.Foto Les Observateurs,/France 24

Un altro aspetto di cui si parla molto è la presenza crescente, nella vita pubblica e per le strade, ma soprattutto prepotente, dei cosiddetti “salafiti”: un manipolo di loro ha occupato l’ufficio del rettore alla Manouba, che dista circa 20 km dal centro di Tunisi, per varie settimane, finché è stato fatto sgomberare all’inizio di gennaio. La richiesta di una sala di preghiera era stata la scusa per la protesta iniziata a fine novembre, poi si voleva imporre il permesso (per tre studentesse!) di indossare il velo nero integrale, il “niqab”, durante gli esami, cosa proibita per legge. Mi è sembrata preoccupante l’assenza prolungata di un’azione più decisa delle forze dell’ordine e la tolleranza verso gli intolleranti. Ma da dove spuntano questi barbuti, queste donne con i loro mantelli neri, peraltro quasi tutti giovanissimi?
Una giurista, Mme Salsabil Klibi, mi spiega: è vero che il Codice dello statuto personale vigente in Tunisia sin dal 1956 è molto avanzato ed è vero che le donne, sia con Bourghiba che con Ben Ali, godevano di molti diritti negati in altri paesi arabi. Ma i diritti erano “octroyés”, concessi: ora, i diritti elargiti si possono anche ritirare, non sono qualcosa di conquistato e di garantito come un tassello che fa parte della vita delle persone. E sotto la dittatura non ci si poteva esprimere: quindi questa apparente fioritura istantanea di islamisti non viene dal nulla, covava sotto la cenere. E certamente ci sono le influenze wahabite che vengono dal Golfo, ormai da più di dieci anni. “Da come vedi orientate le padelle delle antenne satellitari puoi capire chi ascolta la predicazione via TV che viene da est”.
Infine, un dossier aperto che ci interroga come italiani in modo angoscioso è quello dei migranti dispersi di cui non si ha più notizia da mesi. Un articolo tra i numerosi che ho visto, apparso su “La Presse” del 20 dicembre, menzionava la cifra di quasi 15.000 tunisini partiti, e di migliaia di persone che sono sparite nel nulla. Si sa soltanto che dodici sono morti tra le fiamme dei CIE incendiati per protesta, e circa un migliaio sono ritornati, spontaneamente o rimpatriati a forza. Le Associazioni dei genitori e congiunti chiedono insistentemente che il nostro Ministero degli Interni, finalmente libero da Maroni e soci, se ne occupi seriamente. Ne parlava “l’Unità” di sabato 7 gennaio, menzionando però solo la cifra di “duecento” migranti sbarcati a Lampedusa di cui si sono perse le tracce. Eppure le carte d’identità tunisine comportano la presa delle impronte digitali, che all’arrivo a Lampedusa venivano egualmente richieste. Non dovrebbe quindi essere così difficile, se esiste la volontà politica, rintracciare chi a Lampedusa è arrivato sano e salvo e sapere cosa è successo dopo. Possiamo almeno riscattare parzialmente la disumanità mostrata nei mesi passati, quando poche decine di migliaia di profughi ci chiedevano aiuto e non abbiamo saputo e voluto rispondere, mentre le centinaia di migliaia (900.000!!) di rifugiati via terra provenienti dalla Libia hanno trovato accoglienza nel sud della Tunisia, anche nelle case dei singoli cittadini, che non nuotano certo nell’oro. E’ anche questo un modo di appoggiare la Tunisia della rivoluzione: non lasciamo appassire i gelsomini!

9/01/2012


[1] Harriaga sono "coloro che bruciano le frontiere": si designano così i migranti maghrebini. Ecco un articolo di giornale di allora: https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2012/02/01/news/immigrati_quelle_4_barce_di_tunisini_di_cui_da_un_anno_non_si_sa_pi_nulla-29170830/
[2] https://www.lenius.it/perche-tanti-tunisini-fuggono-dalla-tunisia/

domenica 5 maggio 2019

IL SERPENTE DEL PACIFICO: IL CILE (ULTIMA PUNTATA)


IL SERPENTE DEL PACIFICO: IL CILE

SUR CHICO E SUR GRANDE (PATAGONIA)
Vulcano Villarrica (foto mia)

Villarrica accoglie i viaggiatori col suo spettacolare cono vulcanico innevato e ancora attivo adagiata sulla riva del terso lago omonimo, biglietto d’ingresso per una delle regioni più frequentate e turistiche, quella di Los Lagos: si tratta di un’area disseminata di laghi di origine glaciale oltre che di vulcani. E’ la vicina Pucón, la cui spiaggia lacustre brulica di gente e di ombrelloni, ad assorbire il grosso dei visitatori, anche perché l’ascesa al vulcano si compie da lì, mentre Villarrica è molto più tranquilla e godibile, come anche Lican Ray, sul lago Calafquén, raggiungibile con autobus pubblici. Anche a Lican Ray c’è una bella spiaggia, l’acqua è fredda ma limpida, le rupi scendono sul lago quasi a picco ramate di verde e nuotare nell’azzurro di fronte ai profili viola delle montagne all’orizzonte è divino.
Lican Ray (foto mia)
Durante il mio soggiorno il centro culturale Mapuche di Villarrica  aveva organizzato un festival; il tono mi è sembrato un po’ folkloristico ma ho approfittato dell’occasione per parlare con un’anziana donna Mapuche ingioiellata che mi ha parlato della loro lotta per non farsi depredare degli ultimi territori in cui vivono e per continuare ad affermare il diritto alla loro alterità, lingua e cultura: sono circa 100 i prigionieri politici al momento e 21 le persone recentemente assassinate o scomparse. Di alcune di esse ho parlato nella prima puntata[1]. Secondo i dati del censimento del 2002 il loro numero era all’epoca di poco più di 604.000[2].
A sud di Villarrica non si può omettere di visitare Valdivia, regione di Los Rios, sia per la città, interessante con il suo museo storico- antropologico e per la bella posizione alla confluenza di due fiumi, sia per i suoi dintorni. 
Spiaggia di Curiñanco vista dal Parco
Ho trascorso una domenica mattina incantevole in un villaggio che dista circa un’ora di autobus da Valdivia che ha un brutto nome, Curiñanco, ma vanta una splendida spiaggia e un magnifico piccolo parco montuoso a picco sul mare. Il custode Mapuche si vanta di quell’area affidata alle cure della sua comunità: ha quasi 70 anni, ma i capelli sono nerissimi e il viso è liscio: è la nostra razza, dice. Al ritorno visito uno dei numerosi forti spagnoli affacciati tra mare e fiume, ma la mascherata di guardie abbigliate in pseudo costumi d’epoca mi sembra una grottesca pagliacciata e rimpiango il tempo perso. Tempo che spendo più utilmente al Museo Maurice van de Maele, lussuoso palazzo ex privato costruito nella decade del 1860 da un migrante tedesco baciato dalla fortuna che fondò la prima birreria artigianale, Carlos Anwandter[3], membro di una nutrita colonia tedesca tuttora numerosa non solo nella regione di Los Rios, ma nel sud del Cile, dove le birre locali sono senz’altro più gettonate del pur ottimo vino cileno (molto meno caro tra l’altro).


Ascia ricurva Mapuche
Le collezioni di arte Mapuche del Museo sono ricche e ben descritte: la foggia dei gioielli femminili rispecchia (come la tessitura) la loro situazione familiare e sociale. Ad esempio, il keltatuwe, una specie di pettorale d’argento, può portare 3 mezzelune, il che indica la presenza di 3 figlie che vivono con i genitori. 
Keltatuwe (dietro alla collana)



Si confeziona quando il ciclo della maternità è concluso e la donna che lo indossa ha almeno 46 anni. Mi sorprende le dimensioni della toilette del museo: nulla è stato alterato nella ex magione Anwandter e il bagno è grande quanto una sala da pranzo. Chiacchierando con la custode apprendo che uno degli scopi dell’immigrazione dal nord d’Europa secondo il neonato stato cileno era “il miglioramento della razza”, testuali parole: intanto procedeva l’assoggettamento e l’annientamento delle “razze” autoctone.
Continuo la rotta a sud: scartato il turistico Puerto Varas, scelgo Entre Lagos, piccolo centro pittoresco situato all’imboccatura del fiume Pilmaiquén, sulla riva del lago Puyehue e a poca distanza da un altro lago, il Rupanco. Quando arrivo è domenica quindi la spiaggia piuttosto stretta è gremita di famiglie numerose: noto una ripresa d’acqua circondata da reticolati e protetta da guardie. Serve ad alimentare una centrale idroelettrica a valle ed è recente, mi dicono. E’ l tipo di furto di risorse denunciato dai Mapuche; la lotta contro una centrale idroelettrica è costata la vita a Macarena Valdés[4].
Selva Valdiviana a Aguas Calientes

Il giorno seguente faccio una gita a Aguas Calientes, nella Riserva Nazionale Puyehue. La località termale si rivela deludente in quanto la vasca è piccola, l’acqua bassa e affollata di paciosi e ventruti frequentatori ambosessi, ma in compenso non lontano c’è un sentiero ben segnato che attraverso il bosque valdiviano[5] conduce a una vetta dalla quale si scorge un lago. Bellissima (e faticosa) escursione solitaria.
Da Entre Lagos scendo attraverso Osorno e Puerto Montt all’isola grande dell’arcipelago di Chiloé (che significa “il posto dei gabbiani”) e mi installo nel capoluogo Castro, ubicato in una posizione centrale dalla quale è facile raggiungere le altre località. 
El Trauco (website: arescronida.png)

Sull’autobus incontro un’insegnante di scuola elementare che da molti anni insegna a Chonchi, cittadina vicina a Castro, che mi fa intravvedere un aspetto dell’isola ben lontano dall’icona idilliaca delle guide turistiche. Secondo lei ci sono vari casi di incesto con ovvia conseguenza di gravidanze precoci; l’AIDS è presente ma rappresenta ancora un tabù di cui non si parla, e cita una figura che fa parte del folklore locale, il Trauco. Costui è una specie di gnomo maligno, deforme e lubrico che vive nei boschi dove rapisce e stupra le ragazzine inermi che si avventurano sole nella selva. Secondo lei è un caso di “invenzione della tradizione” per giustificare e far accettare socialmente queste gravidanze inopinate.
El Caleuche (vascello fantasma)
Oltre al Trauco c’è tutta una serie di personaggi fantastici e decisamente sinistri, molti femminili, che fanno parte del folklore locale, i cui nomi apprendo girando nel parco nazionale di Chiloé, nella parte occidentale dell’isola, vicino a Cucao, il cui bosco è disseminato di pannelli di legno che li raffigurano e ne illustrano caratteristiche e attività: la Pincoya, el Millalobo, el Caleuche, la Viuda, el Camahueto, el Cuero ecc. Personaggi dei racconti d’inverno accanto al fuoco, quasi tutte figure abbastanza minacciose[6]. Il clima è solitamente nebbioso e umido, ma sono fortunata: dopo un giorno grigio irrompe un sole inaspettato e bruciante in un cielo sgombro del più piccolo cirro.
Chesa di san Francesco, Castro
Dell’isola oltre alle bellezze naturali e il folklore è famosa la Scuola Chilote di Architettura Religiosa in legno: ogni piccolo centro ha la sua chiesa, ciascuna marcatamente caratterizzata e di colore diverso. Tormentata e quasi incredibile la storia della chiesa di san Francesco a Castro: costruita nel 1568, distrutta nel 1606 durante un’incursione del pirata olandese Baltasar de Cordes, ricostruita per soccombere a un incendio durante l’assalto di un altro pirata olandese, Hendrick Brouwer[7] nel 1643, ricostruita nel 1657 ma di nuovo distrutta dal fuoco nel 1772. Incredibilmente prende fuoco di nuovo nel 1857, e si specifica nella nota illustrativa, “a pesar de los cuidados” (malgrado le attenzioni!!). Fu ricostruita per subire un nuovo incendio nel 1902 durante il quale bruciò anche la biblioteca. Da allora pare che la sorte le abbia arriso. Ho annotato religiosamente il calvario della chiesa, ricoperta di scandole in legno giallo canarino. Anche le altre chiese e quasi tutte le case di Castro (e dell’isola intera) hanno lo stesso stile, sono basse con facciate di legno color pastello, con un tocco di fiabesco.
Casetta di Castro
Nel piccolo museo di Castro mi colpisce un’incisione d’epoca: un uomo in mezzo a un campo ara spingendo un aratro rudimentale con il petto, la didascalia dice “arado de pecho”, aratro spinto con il petto! Si può immaginare una fatica peggiore nei lavori agricoli? Risale alla stessa epoca della famosa spedizione del Beagle, tra il 1826 e il 1836, che aveva a bordo Darwin. Accanto c’è la foto di una famiglia Yagan, scattata durante una missione scientifica a Capo Horn, 1882-1883. Gli Yagan sono tra i popoli spazzati via dalla colonizzazione della Patagonia e della Terra del Fuoco.

 A Chiloè decido che è ora di andare per mare – la Patagonia cilena è frammentata in un intrico di isole, canali e penisole – e con biglietto della Naviera Austral scelgo un tragitto breve, poco più di 12 ore, da Quellón, punta meridionale di Chiloé, fino a Puerto Cisnes, Regione di Aysén, Patagonia settentrionale. Partenza ore 17.30, arrivo alle 6 di mattina. Sulla nave, in coperta, passo ore affascinanti fino a che scende il buio: il tempo è bellissimo, l’aria limpida e davanti ai miei occhi sfila uno spettacolo di ghiacciai, vulcani (caratteristico il Corcovado che termina con un torciglione) e montagne che sorgono da un oceano Pacifico calmo e blu come un angolo di Caraibi, con un cielo dai riverberi cangianti e vellutati fino a ben dopo il tramonto. 
Verso Puerto Cisnes


Mi indica il nome delle cime innevate un giovane palombaro: sta andando a lavorare nelle salmoneras che sono sorte un po’ dappertutto in Patagonia. Fa contratti di due o tre mesi intensivi, il suo compito consiste nella manutenzione e riparazione delle gabbie che contengono i salmoni in mare aperto. Quando faccio il bagno a Puerto Cisnes noto che l’acqua non è limpida e la signora del ristorante dice che questo accade da quando hanno installato gli allevamenti industrial di salmone. Scopro così un ennesimo capitolo di sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali cilene. Uno dei maggiori allevatori è il marchio internazionale Marine Harvest, che contribuisce a distruggere sia la fauna endemica del Pacifico sia l’ecosistema marino. Le uova di salmone sono importate dalla Norvegia, quindi la specie non è adatta all’ambiente; i salmoni sono nutriti con pellet imbottiti di antibiotici, buona parte dei quali si disperde in mare e ne provoca la contaminazione, con sviluppo di ceppi antibiotico-resistenti. In più la fuga di salmoni dalle gabbie, esposte a fortissime correnti – evasione di 900.000 esemplari nel luglio 2018 - implica che rare specie della fauna endemica siano preda dei salmoni allogeni che ne aggravano il pericolo di estinzione; il fondo marino viene contaminato da nuovi virus e parassiti importati e la pesca artigianale è pesantemente danneggiata[8].
Ventisquero Colgante, Parque Queulat

Puerto Cisnes è vicina a una bella riserva nazionale, il Parque Queulat, da dove si può salire attraverso un folto bosco per ammirare quel che resta del Ventisquero Colgante, cioè il ghiacciaio pendulo, o meglio ex-pendulo, dato che la porzione di ghiacciaio che scendeva a coprire gran parte della parete di roccia è ormai sparita, e in cima alla montagna si intravvede solo una specie di cappellino azzurro iridato da cui precipita una fragorosa cascata. Mi informa del disastro un escursionista di Osorno che va per ghiacciai da 25 anni: “Fino a 20 anni fa d’estate qui c’erano iceberg che cadevano dall’alto nella laguna sottostante, non acqua”. Dato che è un esperto della zona mi parla del meraviglioso ghiacciaio O’Higgins, vicino a Villa O’Higgins, dove, dice la Lonely Planet, “finisce la Carretera Austral”, e mi invoglia a vederlo.
Per arrivarci occorre andare a Coyahique e di là proseguire a est verso la cordigliera.  Quindi prendo un autobus alle 5.30 del mattino per Coyahique ripromettendomi di fare una puntata a Puerto Rio Tranquilo, meta imperdibile secondo il palombaro, per poi raggiungere Villa O’ Higgins da dove calcolo di avere il tempo di fare un’escursione al ghiacciaio prima di raggiungere Puerto Natales e quindi Punta Arenas, in tempo per prendere l’aereo per Santiago (in coincidenza con il ritorno in Italia). Stolidamente non controllo bene la rete stradale della Patagonia e presumo che Villa O’ Higgins e Punta Arenas siano collegate direttamente.
Lago General Carrera a Puerto Rio Tranquilo (foto mia)
 Appena arrivata a Coyahique trovo un autista di pullmino privato con solo altri due passeggeri che allo stesso prezzo dell’autobus pubblico si offre di trasportarmi subito a Puerto Rio Tranquilo, a circa 4 ore di macchina e accetto. L’asfalto finisce a Coyahique, c’è solo una pista polverosa, bellissima dal punto di vista panoramico, e comincio a rendermi conto che la Patagonia è un’altra cosa dal resto del Cile. Raggiungiamo la meta nel tardo pomeriggio: il luogo pur piccolo pullula di turisti ed è difficilissimo trovare un alloggio, l’offerta alberghiera è limitata, e riesco solo a trovare l’ultima stanza libera nell’hotel più caro.  L’indomani soffia un vento furioso e mi passa la voglia di vedere le Catedrales de Marmol, l’attrazione maggiore del posto, che consiste in scogli e isolette calcaree modellate dall’erosione eolica e idrica in architetture suggestive che si specchiano nell’azzurro del lago General Carrera[9]
Catedral de Marmol (foto website)

E presto mi rendo conto di essere in trappola: Villa O’ Higgins, comunque difficilmente raggiungibile, è un finis terrae oltre il quale non c’è nessuna strada verso sud. L’unica via di terra per Puerto Natales parte da Coyahique e passa per l’Argentina, i posti si prenotano con grande anticipo. Inoltre la strada che scende verso sud da Puerto Rio Tranquilo verso Cochrane e Caleta Tortel è interrotta per un incendio e di conseguenza ci sono prenotazioni a bizzeffe per l’unico bus che risale a nord per Coyhaique. Rischio quindi di marcire in riva al lago e perdere ambedue gli aerei del ritorno. L’ufficio informazioni non sa darmi suggerimenti per trarmi d’impaccio.
 
Huemul nel tragitto Coyahique-Puerto Rio Tranquilo (foto mia)

Ritornando mestamente verso l’albergo incrocio una macchina che dalla scritta sulla portiera deduco appartenga a un’agenzia viaggi: la fermo e chiedo sgomenta al conducente e titolare dell’agenzia se sa dirmi come raggiungere rapidamente Puerto Natales. Molto gentilmente capisce la situazione critica e telefona a un collega che sentenzia che l’unica chance che ho è prendere la nave Transbordadora Austral che parte ogni sabato da Caleta Tortel per Puerto Natales. E’ giovedì pomeriggio, e l’unica opportunità di non mandare a puttana il viaggio è assicurarmi il biglietto per il sabato successivo. Telefonate accorate tramite Skype convincono un diffidente impiegato della Trasbordadora Austral a riservarmi eccezionalmente per telefono e senza caparra una sedia sulla nave per il sabato successivo da Caleta Tortel, ma per farcela devo partire obbligatoriamente l’indomani mattina per Cochrane, tappa obbligata per Caleta Tortel. C’è solo da sperare che l’incendio che infuria da due giorni sia domato per tempo. Le fiamme recedono e alle 3 del pomeriggio di venerdì si parte per Cochrane, dove trovo un bugigattolo di stanza disdetta da qualcuno all’ultimo minuto. 

Paesaggio vicino a Cochrane (foto mia)

Il s Sabato mattina a Caleta Tortel, luogo senz’altro delizioso con il bel tempo, piove a dirotto: è una minuscola cittadina costruita su delle palafitte, sembrano trampoli, ci sono solo camminamenti e scale di assicciole di legno: una scala di duecento gradini almeno scende al molo. L’ufficio della Trasbordadora Austral è una stanzetta ingombra di bagagli dei viaggiatori, quasi tutti enormi zaini, il mio biglietto (solo contanti) come straniera costa più del quadruplo della tariffa cilena.
Caleta Tortel con schiarita (foto mia)
Meraviglia: la nave arriva puntuale alle 10.00 di sera: dopo due notti e due giorni di navigazione si attracca finalmente a Puerto Natales, dove la grande attrazione sono le montagne incantate Torres del Paine. Grande attrazione che mancherò: sulla nave incontro una coppia di Punta Arenas di ritorno da una vacanza in Argentina che possiede una cabaña da affittare a 13 km da Punta Arenas. Non mi pare vero di trovare sia un passaggio gratis in auto che un alloggio fino alla partenza. Il paesaggio nel tragitto da Puerto Natales a Punta Arenas è piuttosto monotono, credo assomigli a quello della Patagonia argentina: piatto con grandi greggi (non mandrie come a Osorno) al pascolo. Unica emozione: un condor sulla strada (asfaltata): non mi volto in tempo alla segnalazione del conducente e me lo perdo. Mi consolo ripensando allo huemul (un particolare cervo) fotografato nel tragitto per Puerto Rio Tranquilo, ai numerosi chucao, una specie di grosso pettirosso, osservati nel Parco Queulat e ai bandurria di Entre Lagos, grandi uccelli lacustri[10].
Stretto di Magellano a Rio Seco, Punta Arenas

Dalla cabaña che affitto per l’ultima settimana in Patagonia a Rio Seco, di fronte allo Stretto di Magellano, si vede il basso profilo dell’Isola Grande del Fuoco e di notte le luci di Porvenir, città al di là dello Stretto, ma rinuncio alla traversata per un programma più tranquillo di visite ai numerosi musei di Punta Arenas. Città questa ventosissima, tanto che una mattina mi metto in tasca dei ciottoli e ne metto altri nello zaino per essere sicura di non essere sbattuta a terra. [11]

Al Museo Regional de Magallanes mi si svela un nuovo capitolo della colonizzazione della Patagonia. Vi si illustra l’ascesa sociale dei vari avventurieri che ne depredarono le ricchezze e distrussero culture che in quel clima ostico erano sopravvissute per millenni. In primis José Menendes, asturiano di famiglia modesta che emigrò a Cuba, poi in Argentina e si stabilì a Punta Arenas nel 1874. Fu tanto abile negli affari che gli fu affibbiato il nomignolo di re della Patagonia: investì in bestiame, commerciò in pelli e piume di struzzo “acquistate” agli indigeni Tehuelches in cambio di beni di consumo cui questi non erano abituati, come gli alcolici, il che contribuì alla loro disintegrazione culturale, morale e infine fisica; costruì un impero commerciale diventando anche armatore e arrivando a possedere 430.000 ettari nell’Isola Grande del Fuoco. José Nogueira, portoghese, si arricchì cacciando leoni marini e sfruttando i filoni auriferi della Terra del Fuoco, approfittando della grande libertà di sfruttamento di risorse e del commercio, diventò anche lui armatore e sposò Sara Braun, figlia di un altro immigrato, Elias Braun, russo, arricchitosi col commercio al minuto, nel settore alberghiero e nell’estrazione di carbone. José Nogueira e Sara Braun fondarono la maggiore impresa di bestiame della Patagonia su un milione di ettari di terra: la Sociedad Exploradora de la Tierra del Fuego. Ad un angolo della Plaza de Armas c’è un museo più piccolo, il Palazzo Sara Braun, costruito da quest’ultima ormai vedova, traboccante di preziose porcellane, mobili di pregio e arredi preziosi, progettato e costruito da un architetto francese. 
Monumento ai popoli sterminati a Punta Arenas
Per contrasto, il Museo Regionale Salesiano, oltre a curiosità come le feci fossili di un milodonte, animale estinto della megafauna dell’ultima glaciazione proveniente dalla famosa Grotta del milodonte e una riproduzione della “Grotta delle mani” (Cueva de las manos), con le impronte di mani di migliaia di anni fa, presenta una triste rassegna dei popoli fuegini scomparsi.  Aoniken o Tehuelches, Onas/ Selk’nam e Haush, Yagan e Alacalufes, nomadi terrestri o nomadi acquatici in canoa: tutti sterminati, spazzati via dalla cupidigia degli accumulatori di patrimoni. Coloro che si rifugiarono nelle Missioni religiose morirono egualmente di malattie e di sradicamento[12]. Penose le coperte o le cuffiette ricamate da donne Yagan o Selk’nam rifugiate nelle Missioni: da una vita libera nella natura alla gabbia di una cultura imposta.
L' Endurance prigioniera del ghiaccio

L’ultimo Museo che visito è quello navale: un’intera sala è dedicata alla memoria dell’epica impresa iniziata nel 1914 dall’esploratore irlandese Ernest Shackleton[13]di cui lessi a suo tempo nel racconto fattone da Alfred Lansing. Riporto l’inserzione esposta al museo con la quale Shackleton mise insieme l’equipaggio per la sua nave “Endurance” allo scopo di raggiungere l’Antartide, attraversarla a piedi e cartografarla:
“Men wanted for dangerous trip, low salary,ruthless cold, long months in absolute darkness, constant danger, doubtful safe return, honour and recognition if successful”. Ernest Shackleton, 4 Burlington Street[14].
L’Endurance rimase prigioniera dei ghiacci nel gennaio 1915[15] e fu abbandonata dopo che ogni speranza che potesse liberarsene svanì nell’ottobre successivo: il libro di Lansing [16]narra l’eroica epopea del comandante e del suo equipaggio attraverso ghiacciai e oceano Atlantico in tempesta fino allo salvezza con l’aiuto della marina cilena e lo sbarco il 3 settembre 1916, proprio a Rio Seco, dove c’è una targa vicino al rudere di un moletto di legno: “Muelle histórico” (molo storico). Lo fotografo naturalmente.
Molo dove arrivò Shackleton con equipaggio
Il cerchietto indica l'isola di Cabo de Hornos
Grazie alle numerose e dettagliate carte finalmente mi appare chiara la complicata geografia patagonica e l’ubicazione esatta di Cabo de Hornos. Capo Horn:forse era questa la meta del viaggio. 








[1] L’associazione italiana di solidarietà internazionale Radié Resch ha progetti di appoggio al popolo Mapuche: il website è http://reterr.it/
[2] http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/mapuche-it.html
[3] https://historiadevaldivia-chile.blogspot.com/2011/06/familia-anwandter.html
[4] L’assassinio di Macarena Valdés è menzionato nella prima puntata del resoconto di questo viaggio.
[5] https://geografia.laguia2000.com/general/bosque-valdiviano
[6] http://www.proturchiloe.co.cl/mitologi.htm
[7] http://www.wikiwand.com/en/List_of_pirates
[8] https://radio.uchile.cl/2018/07/25/industria-salmonera-como-destruye-el-fondo-marino-del-sur-de-chile/

[9] https://www.petitfute.com/v46771-puerto-tranquilo/c1173-visites-points-d-interet/c974-site-naturel/377282-catedral-de-marmol-capilla-de-marmol.html
[10] https://www.pinterest.com/macchiavell0365/fauna-chilena/
[11] Devo dire che il copyright dell’ispirazione spetta ai leoni marini cileni, perché al Museo regionale de Magallanes è esposta una grossa pietra ritrovata nello stomaco di un leone marino. Infatti per immergersi più facilmente se perdono peso ingoiano pietre. Buona idea, mi sono detta!
[12]http://www.museodelapatagonia.nahuelhuapi.gov.ar/pdf/Pueblos%20originarios%20de%20Tierra%20del%20Fuego.pdf
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Endurance
[14] Se buscan hombres. Viaje peligroso. Sueldo bajo. Frío extremo. Largos meses de absoluta oscuridad. Peligro constante. Regreso con vida dudoso. Honor y reconocimiento en caso de éxito” , tratto dal website in spagnolo: http://culturademontania.org.ar/Historia/aventura-de-shakleton-en-antartida.htm
[15] Un altro resoconto parla dell’aprile del 1915.
[16] Alfred Lansing, Endurance. Shackleton’s incredible yoyage. Carroll & Graf Publishers, Inc. New York, 1959.