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sabato 16 maggio 2026

DOLCI MEMORIE DEL LIBANO

 

CARA TERRA DEL LIBANO

 

 

Jupiter Heliopolitan, Baalbek, periodo romano
 

Nel sud del Libano 21 giornalisti e più di 330 soccorritori ospedalieri sono stati uccisi sotto le bombe di Israele dall’ottobre 2023, secondo i calcoli dell’OMS e delle autorità libanesi. Alcuni di questi civili sono stati uccisi dalle “doppiette” in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Israele colpisce degli “obiettivi”, i soccorsi arrivano per salvare i feriti ed ecco, arriva il secondo colpo, e a volte, se accorrono ancora gli aiuti, un terzo colpo. Tombola, ecatombe.

In questo crollo dell’umana pietas, rievoco il Libano che conobbi tra il 2006 e l’inizio del 2007 per una missione di lavoro. E dopo un’altra guerra.

Si era all’inizio del novembre 2006. Ero disoccupata da metà aprile, quando avevo lasciato lo Sri Lanka dopo quasi un anno di lavoro per un progetto di emergenza dopo lo sconvolgente tsunami del dicembre 2004. E come sempre durante gli interregni tra un contratto e l’altro come freelance, ero alla ricerca di un altro ingaggio. Quando il telefono di casa trillava mi lanciavo a rispondere sperando si trattasse di un’offerta di lavoro. Se le prime parole fatidiche contenevano la parola: dottoressa, si trattava di un ufficio di consulenza, più formale (e missioni meglio pagate), altrimenti senza “dottoressa” era una ONG. E quella sera era una ONG di Milano con la quale avevo già collaborato, che mi richiedeva la disponibilità per un altro progetto di emergenza (tristemente già allora molto più frequenti rispetto agli anni precedenti quando ancora esistevano i progetti di sviluppo integrato, spesso rurale). Per più di un mese il Libano era stato bombardato e massacrato, soprattutto nel sud e nel quartiere meridionale di Beirut, dalla furia di Israele contro Hezbollah, il partito di Dio, ancora diretto da Hassan Nasrallah. La guerra era finita da poco e si erano resi disponibili fondi sia della Commissione Europea sia di singoli paesi per rimettere in sesto quanto possibile il paese. Accettai subito, si trattava di partire entro pochi giorni, dopo un incontro con il direttore della ONG che fu concordato subito. Una volta firmato il contratto per la preparazione di una proposta di progetto appunto di emergenza, dovetti cambiare all’ultimo momento il passaporto a velocità record, in un giorno, grazie a un funzionario comprensivo, perché avevo un visto di Israele stampigliato nel mio pur recente e valido passaporto.

Così mi ritrovai in un appartamento situato nella Beirut est (prevalentemente cristiana, mentre Beirut ovest è musulmana e alberga ancora molti rifugiati palestinesi), in una stradina secondaria che sboccava sulla via di Damasco, e conobbi i miei due collaboratori, due care persone, un informatico di Nabatye che sarebbe stato un fedele traduttore e autista, un raro comunista (soprattutto a Nabatye, piccola città di cristiani) e un giovane agronomo, Joe, il tecnico con il quale avrei lavorato e concepito la proposta di progetto. Presto mi resi conto della situazione paradossale di affollamento di ONG i cui consulenti sgomitavano per identificare una nicchia di “bisogni” da soddisfare per potere scrivere la propria proposta di progetto, situazione già sperimentata con grande disagio in Sri Lanka dopo lo tsunami. Disagio “nostro” di inviati ONG ma anche dei locali, presi di mira da richieste di incontri plurimi, in un panorama post-guerra di distruzioni e estrema tensione. La lingua di comunicazione era il francese, correntemente parlato in tutto il Libano, dato che l’arabo era off limits per la stragrande maggioranza di noi presunti “esperti”. Dato che le maggiori distruzioni erano concentrate a sud, là cominciammo le spedizioni in auto, le caselle di “bisogni” a Beirut erano state le prime prede. Inoltre essendo Joe un agronomo che aveva già fatto alcune ricerche sui danni subiti da agricoltori nella regione meridionale, facemmo a ragion veduta una lista dei villaggi dove recarci per prendere i necessari contatti e identificare il nostro possibile apporto. Come nella vicina Palestina, gli uliveti sono la principale coltura arborea, e la maggioranza dei contadini aveva subìto gravi danni agli alberi, che erano carichi delle drupe che dovevano essere raccolte rapidamente prima che arrivasse il freddo, e opportunamente potati. Così lavorammo a spron battuto per varie settimane. Fu presto chiaro che i villaggi musulmani erano tutti sciiti con sindaci legati a Hezbollah o membri di Hezbollah, mentre i villaggi cristiani erano spesso quelli ex collaborazionisti, che cioè avevano collaborato con gli israeliani durante la lunga occupazione israeliana cessata nel 2000. Partivamo presto la mattina uscendo da Beirut seguendo un percorso a slalom tra i crateri delle recenti bombe, facevamo spesso una sosta a Sidone (Saida) in una pasticceria rinomata per una colazione deliziosa, e spesso scendevamo per la valle della Bekaa in un paesaggio dolcissimo di basse colline e vallate. La luce dell’autunno mediorientale, già ammirata in Giordania, è rosea e dorata, sembra accarezzare ciò che illumina. L’accoglienza riservataci era sempre sollecita e cordiale. Ricordo in particolare una bella ragazza militante di Hezbollah che nei villaggi musulmani mi faceva da chaperon; indossava disinvoltamente scarpette dal tacco alto in terreni accidentati e pietrosi dove io camminavo solo con scarponcini o zoccoli piatti. E c’erano numerosi crateri di bombe anche là ovviamente. Soltanto una volta ebbi un attimo di panico in un villaggio Hezbollah: ero seduta con Ibrahim in attesa del sindaco o chi per lui, mi si avvicinò un compitissimo anfitrione che volle sfoggiare il suo inglese e mi chiese:” giuisc?” (resa fonetica) Jewish?? (ebrea). Sgranai gli occhi e scossi la testa, ebrea io? Mi chiesi come potesse sospettarlo, forse la mia faccia? Ho un viso bruno da mediorientale che potrebbe benissimo essere di una palestinese invece che di un’ebrea sefardita. Mi volsi allarmata verso Ibrahim e gli dissi: ma che cosa gli salta in mente? Probabilmente Ibrahim non capì, non sapevo che dire e fare, ma subito il mistero di una possibile divinazione sparì e mi venne da ridere. Davanti a me c’era l’anfitrione con un bicchiere di succo di frutta! Mi era già capitato nelle Filippine: la cattiva pronuncia di parole straniere con suoni che non esistono nella lingua locale. Non mi si chiedeva se fossi ebrea, ma se gradissi del succo di frutta, la pronuncia di una i atona e una s diventata sc mi avevano tratto in inganno. Nelle Filippine invece era il caffè (coffee in inglese) che diventava coppee. 

Case nella natura libanese, cartolina

La sera rientrando a Beirut facevo la spesa in un negozietto vicino casa, il cibo libanese è a mio avviso tra i migliori del mondo, compravo labneh, un formaggio cremoso fatto con yogurt diversi, olive, un vino sempre ottimo, pane fresco, insalata di timo, e guardavo cosa c’era nelle vaschette con vivande già preparate. Quando mi permettevo il ristorante, me ne andavo pensando che la cucina francese al confronto impallidisce.

Quando arrivò la pausa di  Natale, decisi di fare un giro a nord. Joe da bravo maronita non aveva simpatie per Tripoli, la città musulmana a nord del paese, ma a me piacque molto, soprattutto per la fortezza e la città vecchia. E poi andai a Baalbek dove pensavo di poter trovare da dormire. Non avevo avuto mai il tempo (e la pazienza) di almeno sfogliare la guida che avevo comprato prima di partire, e rimasi a bocca aperta di fronte a un maestoso, magnifico tempio le cui colonne enormi mi ricordarono i templi egiziani. Baalbek è la città romana più importante del Medioriente e lo ignoravo. Avevo un taxi preso a Beirut e lo pregai di aspettare fuori dalla cinta muraria. Non immaginavo di vedere una tale meraviglia che sarebbe stato un delitto trascurare. Lessi poi che quello che avevo così sommariamente visitato doveva essere il tempio di Giove, le cui colonne sono le più alte del mondo, 22,9 mt, circonferenza 2,2mt. Mi era già capitato in Egitto di visitare le piramidi di Giza e i templi di Luxor a scappa e fuggi, nei ritagli di tempo (e in un contesto pericoloso costellato di attentati islamisti). Turismo culturale e lavoro non si conciliano.

L’unico albergo che vidi lungo la strada principale venendo da Beirut non aveva riscaldamento, e quindi data la bassa temperatura preferii chiedere al tassista se scendendo di nuovo verso Beirut avremmo incontrato un’altra cittadina dove avrei potuto dormire. Mi assicurò che mi avrebbe lasciato ad Aanjar, conosceva un albergo certamente aperto. Già, perché era il 24 dicembre. Mi fidai e salii di nuovo accanto all’autista, visibilmente desideroso di rientrare rapidamente. Arrivammo ad Aanjar che era già quasi buio, vidi che l’albergo era aperto, pagai (profumatamente) l’autista e con la mia valigetta mi diressi verso il piccolo hotel. Dietro a un grande bancone sedeva un ometto che si stupì alquanto di vedermi arrivare, ero chiaramente l’unica visitatrice. La camera al primo piano era gelida come quella rifiutata a Baalbek, con la differenza che qui era disponibile una stufetta elettrica, che accesi subito, ma le pareti erano come di ghiaccio. Chiesi altre coperte, e mi informai sulla possibilità di cenare da qualche parte. Mi disse con una certa vaghezza che scendendo sulla strada a sinistra avrei trovato un ristorante. Lasciai il piccolo bagaglio e mi avviai senza troppa convinzione. La stradina sassosa quasi di campagna, deserta, sboccava su un boschetto, era buio e la mia torcia non illuminava più che tanto. Non riuscivo ad avvistare niente che assomigliasse ad un edificio.  E ad un tratto mi sembrò di sentire dei latrati, per cui ritornai sui miei passi, e già mi stavo rassegnando al digiuno quando vidi una lucina non lontana tra gli alberi, come nelle fiabe. La lucina si rivelò essere un ristorante minuscolo, ma illuminato. Aprii la porta, c’erano camerieri e tavoli, ma nessun avventore. Mi spiegarono che il ristorante era chiuso e che si, stavano preparando una cena ma per se stessi. Dissi umilmente che ero capitata lì per caso, abitavo a Beirut, e chiesi se avrebbero potuto vendermi qualcosa di commestibile. Furono gentilissimi, mi invitarono a sedere ad un tavolo e mi servirono una cena squisita, che non ricordo se mi fecero pagare o no. Fu la cena di Natale più indimenticabile della mia vita.

La mattina successiva, girando per il villaggio e vedendo scritte e indicazioni in caratteri sconosciuti e non in arabo, mi chiesi chi potessero essere gli abitanti e solo al ritorno, sfogliando finalmente la guida, capii che si trattava di un villaggio interamente armeno, popolato dagli eredi degli scampati al genicidio del 1915. E scoprii anche delle interessanti e inaspettate rovine che mi parvero romane. Erano invece i resti di una città araba, omayyade, VIII secolo d.C., molto influenzata dalle culture precedenti, romana e ellenistica. Ero incantata, una scoperta dietro l’altra, l’antica terra fenicia si rivelava uno scrigno di tesori. Giravo tra quelle antiche pietre come in trance. E un altro regalo fu l’inaspettata telefonata di un’amica che mi augurava buon Natale.

Tornai a Beirut facendo autostop per un primo tratto, finché non trovai un fermata d’autobus e raggiunsi finalmente Beirut. Il regalo finale di quella strana gita fu trovare un cinematografo con un enorme cartellone con su scritto: Borat. Entrai e morii quasi dal ridere. E oggi ancora una volta la cara terra del Libano è sconvolta da rovine e lutti inferti dal mortifero vicino, l’insaziabile Leviatano del Medioriente.

 

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