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martedì 30 maggio 2017

LA GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO: TRILEMMA CIVILTA'



LA GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO E LA GRANDE CECITA’



Per anni si è lamentata l’assenza di una politica europea coerente e univoca concernente l’immigrazione; oggi se ne delinea una che assomiglia alla doppia faccia del dio romano Giano [1]. Da un lato si continua ad affermare in linea di principio il diritto all’accoglienza di minori, profughi, rifugiati, perseguitati in patria, ma dall’altro ci si allinea sempre di più sul respingimento alla fonte, si ergono barriere e finanziano “centri di accoglienza”, spesso lager, sempre più lontani dalle mete dei migranti.

Tale politica è dettata soprattutto dal timore di perdere il consenso di un’opinione pubblica disinformata e turbata da timori irrazionali di “invasioni”, “perdita di identità culturale”, perdita di status. Diffusi quanto infondati sono i commenti di chi teme che i migranti rubino posti di lavoro agli italiani. Non si sono mai condotte campagne serie di informazione e comunicazione sociale sulle realtà, ciascuna diversa dall’altra, dei luoghi di origine di chi fugge dal proprio paese, condizioni complicate e inoltre cangianti a livello individuale. Né si conoscono le condizioni di lavoro e di vita dei migranti nei paesi di arrivo, con la condanna del lavoro ricattato e in nero a causa della condizione di irregolari senza documenti. 

L’opinione pubblica si può e si dovrebbe formare sulla base di fatti, analisi e conoscenze, mentre la si è lasciata in preda a imbonitori ignoranti e miopi. I governi vengono meno al loro dovere di avere una visione di lungo periodo e anticipare quelle che sono tendenze inarrestabili già in atto, mentre non si fanno scrupolo di venire a patti con i peggiori figuri della storia contemporanea, pur di tentare di arrestare l’inarrestabile e riuscire a stare a galla fino alla prossima scadenza elettorale.
Si rimuove la consapevolezza che i grandi movimenti migratori attuali mettono in scena un assaggio del futuro, rappresentano la globalizzazione che nasce dal basso e non può che espandersi e dilatarsi nei prossimi decenni per sfociare in una nuova umanità meticcia. Sempre che si riesca a superare gli stravolgimenti inevitabili inerenti al cambiamento traumatico del clima e le sue conseguenze sul piano ambientale, economico, sociale, culturale. E’ questo il primo fattore che non potrà non innescare un aumento dei movimenti migratori, il primo angolo di un metaforico triangolo delle Bermude che minaccerà di inghiottire la stessa civiltà (o inciviltà) costruitasi negli ultimi diecimila anni, dal neolitico ad oggi.

Il riscaldamento climatico che accelera ogni decennio di più, ogni anno di più, è una realtà ineludibile e quel che più conta, ormai ineluttabile, e stupisce, con le parole di Amitav Gosh, “la grande cecità” [2]non solo e tanto della letteratura che non riesce a farne un soggetto di narrazione, ma quella ben più gravida di conseguenze dei gruppi industriali, dei policy makers, che non agiscono né prendono decisioni all’altezza dell’urgenza dettata dal surriscaldamento. Tutti gli indicatori sono in rosso: ogni giorno s’allontana la prospettiva di poter limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta rispetto all’era preindustriale a meno di 2 °C[3], in barba all’impegno preso alla COP 21 a Parigi di limitarlo a 1,5°C. Il sommario rivolto ai decisori politici del Rapporto dell’IPCC 2013 (International Panel on Climate Change) non è di lettura agevole, dato il continuo riferimento alle modellizzazioni elaborate in base al variare delle ipotesi sugli scenari futuri possibili, a loro volta determinati dalla gamma delle variabili climatiche in gioco, ma alcune frasi, in grassetto, sono inequivocabili e si riferiscono a tutti gli scenari, dal più ottimistico al più pessimistico. Come ad esempio: “Il livello medio globale del livello dei mari continuerà a salire durante il 21° secolo. Sulla base di tutti gli scenari, il tasso di aumento del livello marino supererà molto probabilmente quello osservato tra il 1971 e il 2010 a causa del riscaldamento dell’oceano e dello scioglimento delle masse dei ghiacciai e delle lastre di ghiaccio.” [4]
 
A partire dal 2014, ogni anno è stato più caldo del precedente. Già nel 2008 lo scenario più benevolo, disegnato da un gruppo di scienziati, the Stockholm Network Thinktank, secondo il quale la transizione energetica a fonti rinnovabili non impattanti veniva abbracciata con convinzione dalle principali nazioni fonti di emissioni di gas di serra e il picco dei veleni nell’aria veniva raggiunto nel 2017 (il che sembra si stia verificando, a 40 miliardi di tonnellate/anno di Co2[5]) implicava un aumento di temperatura rispetto al 1850 di 2,89°C[6] nel 2100.
Le conseguenze sulle aree più fragili del pianeta, che coincidono quasi sempre con quelle di provenienza dei flussi migratori, sono piuttosto facili da intuire: vaste zone del Bangladesh sott’acqua, terre sempre più salinizzate e sterili per privazione dell’humus dilavato da piogge torrenziali (eventi climatici più violenti e frequenti), conflitti per accesso a risorse sempre più scarse (già da tempo si sono acuiti scontri tra allevatori e agricoltori nel Sahel), urbanizzazione e degrado delle bidonvilles, disoccupazione cronica, crisi idriche. A Gaza già il 97% dell’acqua non è adatta a usi domestici, allerta l’UNRWA, e nel 2020 l’enclave potrebbe non essere semplicemente abitabile, se nessuna misura sarà presa. Israele non sembra preoccuparsene. E la grande cintura verde che dovrebbe attraversare tutta la fascia saheliana dal Senegal a Gibuti e rigenerare i terreni restituendo fertilità sta avanzando a passo di lumaca, né egualmente pare essere in cima alle preoccupazioni dei governi dei paesi della regione[7]. Attualmente assomiglia a una pelle di leopardo, e non può non risentire delle vicende politiche turbolente nel Sahel.

Quindi in futuro non potremo che constatare un aumento dei cosiddetti profughi ambientali. Li vogliamo buttare tutti a mare? Mettere in carcere in un deserto in bollore?

Il secondo fattore non preso sufficientemente in considerazione dagli attuali policy makers, sia europei che statunitensi, e secondo angolo del triangolo delle Bermude, riguarda la demografia. Basta scorrere qualsiasi rapporto recente recante i tassi di crescita della popolazione o gli indici di fertilità per donna per rendersi conto che nei prossimi 30 anni in molti paesi della UE la popolazione o crescerà di poco o addirittura diminuirà (crescita negativa oggi in Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, debole crescita in Italia, Olanda, Francia, Portogallo, Svezia). Nel 2050 l’Europa perderà circa il 24% della popolazione lavorativa mentre gli ultrasessantenni rappresenteranno il 47% della popolazione[8]. Negli Stati Uniti la popolazione crescerà da 321 milioni nel 2015 a 438 milioni nel 2050 grazie al contributo (per l’82%) dell’immigrazione[9].
Ma il Sud-est asiatico e soprattutto l’Africa sub-sahariana continueranno ad avere nei prossimi decenni una popolazione in robusto aumento: ancora i tassi totali di fertilità (TFR) nella maggioranza dei paesi a sud del Sahara oscillano tra 3/4 e un massimo di 6, con un minimo di 1,5 delle Mauritius e di 2,3 delle Seychelles[10]. Se si pensa al principio dei vasi comunicanti –e comunicanti non potranno non essere a prezzo più o meno alto, ad onta di tutte le barriere – è facile trarre le conseguenze da quanto sopra. Quando la Germania nel 2015 ha aperto le porte a un milione di profughi pensava precisamente al suo futuro deficit demografico.
Ed infine il terzo angolo del fatale triangolo è costituito dalle realtà politiche attuali prevalenti nella maggioranza dei paesi di provenienza dei migranti, realtà che a breve e medio termine non paiono promettere di cambiare in meglio. Se mai potrebbero peggiorare. Continua il caos in Libia, che non ha mai avuto uno Stato degno di questo nome ed è, come la Somalia, un coacervo di clan e sotto-clan, non si vede la fine della dittatura militare in Egitto, il Mali è ancora destabilizzato non solo a nord dai Touareg e da Isis ma anche al centro da una crescente guerriglia peulh [11]; il Burundi resta sotto il tallone di Nkurunziza che continua a eliminare gli oppositori[12], la Repubblica Centrafricana è ancora in subbuglio a sud, il Corno d’Africa è non solo poverissimo ma percorso da conflitti, repressione (Eritrea ed Etiopia seppure in scala inferiore) e gruppi jihadisti come in Somalia con gli Shabaab e ora anche Isis[13] .La Nigeria non riesce a sconfiggere Boko Haram, che arretra ma si disperde in mille rivoli come d’altra parte fa l’Isis in Siria; Il Medio Oriente è stato sbranato e la destabilizzazione si allunga fino all’Asia Centrale (Afghanistan); la Palestina è una ferita aperta; lo Yemen è spaccato e in preda a una crisi umanitaria gravissima dopo l’inizio della guerra contro il movimento Houthi guidata dall’Arabia Saudita e foraggiata dagli USA, che  ha provocato il rafforzamento di Al Qaida. La situazione intorno al lago Ciad è migliorata dal punto di vista militare, ma manca sempre l’intervento statale in termini di servizi, opportunità di lavoro e finanziamenti sociali (http://www.adiac-congo.com/content/autour-du-lac-tchad-se-joue-un-gigantesque-drame-de-survie-62010). Anche in Niger e Burkina Faso la risposta al crescere preoccupante di attacchi e attentati di marca jihadista è più militare che sociale, a dispetto delle raccomandazioni di esperti e consiglieri strategici dell’International Crisis Group. La Guinea era già poverissima prima del flagello Ebola, che non deve aver migliorato le condizioni di vita, ed ora è anche in rivolta a nord perché l’estrazione della bauxite è fattore di inquinamento agricolo, mentre i proventi della vendita del minerale non arrivano alla popolazione. Tutte queste situazioni sono frutto di decenni di mala storia e malgoverno e non miglioreranno prevedibilmente né a breve né a medio periodo in modo decisivo. E allora? Chiudere gli occhi di fronte alla realtà non può non produrre mostri. E non si dica che un territorio ricco come l’Europa con 500 milioni di anime non può assorbire dieci, quindici milioni di migranti quando un Libano piccolissimo con 6 milioni di abitanti ne ha accolti più di un milione (a dx, dintorni Lago Ciad).
 
Chi oggi guarda con obbrobrio e condanna come crimini contro l’umanità la schiavitù, il colonialismo e il commercio triangolare sul quale l’Europa costruì la rivoluzione industriale e la sua prosperità non si rende conto che tra cinquanta o cento anni, se l’umanità sarà riuscita a superare senza collassare la sfida del cambiamento climatico, con eguale raccapriccio si guarderà indietro a questa nera parentesi in cui il negazionismo del sacrosanto diritto di attraversare frontiere per cercare una vita migliore o per fuggire guerre e persecuzioni, siccità e inondazioni, disoccupazione e disperazione, provocò decine, centinaia di migliaia di cadaveri, un immenso carico di sofferenze e di vite fallite, e fu vilipeso il diritto internazionale.


[1] http://www.governo.it/sites/governo.it/files/immigrazione_0.pdf
[2] Titolo del suo ultimo libro dedicato al cambiamento climatico, edito da Neri Pozza.
[3] http://www.lemonde.fr/planete/article/2017/05/09/tous-les-indicateurs-du-rechauffement-climatique-sont-au-rouge_5124694_3244.html
[4] E.6 p. 23 Global mean sea level will continue to rise during the 21st century (see Figure SPM.9). Under all RCP scenarios, the rate of sea level rise will very likely exceed that observed during 1971 to 2010 due to increased ocean warming and increased loss of mass from glaciers and ice sheets. {13.3–13.5}
[5] Stéphane Foucart. Tous les indicateurs du réchauffement sont au rouge. Le Monde, 20/5/2017
[6] Mark Lynas. There’s no escape from meltdown. The Weekly Guardian, 20/06/2008
[7] http://edition.cnn.com/2016/09/22/africa/great-green-wall-sahara/
[8] Jack Goldstone. The New Population Bomb. Foreign Affairs, Gennaio 2010. http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Fertility_statistics
[9] http://www.pewsocialtrends.org/2008/02/11/us-population-projections-2005-2050/
[10] http://www.un.org/en/development/desa/population/publications/pdf/fertility/world-fertility-patterns-2015.pdf
[11] http://www.liberation.fr/planete/2017/03/03/paix-au-mali-l-espoir-fragile_1552847
[12] http://www.jeuneafrique.com/419261/societe/burundi-deuxieme-pays-plus-malheureux-monde-dapres-world-happiness-report/
[13] Rapporto C.E.S.P.I. Sviluppo, Sostenibilità e Sicurezza. L’Italia e le sfide nel Corno d’Africa. Aprile 2017.

venerdì 3 febbraio 2017

LA PAROLA RAZZA



METAMORFOSI DELLA PAROLA RAZZA: DALLE STELLE ALLE STALLE

 Cavallo arabo
 
Che razza di mascalzone! Razza padrona. Razze di cavalli da sella. Scrittore di razza. Uso figurato e non, locuzioni correnti, innocue, spregiative o elogiative, sulle quali credo che l’Accademia della Crusca non avrebbe nulla da obiettare. Ma quando si tratta di “razza” abbiamo a che fare con una parola speciale, carica di storia, una parola che ha provocato stragi immani e che continua ad uccidere. Rispunta più caparbiamente che mai nell’Europa contemporanea come sostrato sul quale germogliano locuzioni apparentemente più pudiche che istigano comportamenti criminali. Al di là dell’Atlantico non si è mai smesso di usare il termine “race” nel mondo accademico: i “racial studies” costituiscono un filone ufficiale in molte facoltà umanistiche. Ma lasciamo da parte Stati Uniti, Brasile o altri stati americani, perché costituiscono un capitolo a parte.

Quello che stupisce è la vitalità di un concetto la cui inconsistenza scientifica e la cui fallacia è stata dimostrata sulla base di rigorose ricerche già negli anni ’40 del 900, proprio quando in Europa imperversavano il nazismo e le leggi razziali fasciste. Per rendersene conto basta leggere il bel libro di M.F. Ashley Montagu (a fianco a sinistra) La Razza: Analisi di un Mito, la cui prima edizione apparve negli Stati Uniti nel 1942 (data della prefazione), tradotto in Italia per i tipi di Einaudi nel 1966, nel quale lo scienziato demolisce la attendibilità del concetto “razza” sotto ogni punto di vista. Più recentemente, con lo sviluppo degli studi di genetica ed epigenetica e in particolare sulla base del lavoro del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza e della sua équipe di scienziati, risulta anche più chiaro che le razze umane semplicemente non esistono: tra l’altro, …“vi è una grande eterogeneità tra gli individui qualunque sia la popolazione di origine”[1] e paradossalmente la variazione intra-gruppi, siano questi ultimi città, villaggi o regioni, addirittura continenti, è maggiore della variazione inter-gruppi, riferita alle stesse entità (Cavalli Sforza, ibid., pag. 33).
Eppure il razzismo – questa ameba dai tratti cangianti inscindibile dal concetto di razza - uccide ancora, anche in Italia. Parafrasando il titolo di un libro di un altro famoso linguista e filosofo del linguaggio, John Austin, si potrebbe dire che è un esempio lampante di come si possa uccidere con le parole[2]. Per menzionare un fatto recente di cronaca nera italiana, spia eloquente di un atteggiamento diffuso e banalizzato, si pensi all’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo l’estate scorsa, avvenuto in seguito ad un commento ingiurioso nei confronti della moglie della vittima (qui sotto, Emmanuel con la moglie). E il rifiuto da parte di tanti comuni italiani di accogliere migranti non è solo motivato dalla povertà in aumento e dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma anche da pregiudizi e stereotipi che se non razzisti possiamo definire legati a paure irrazionali di contaminazione culturale. Infatti il concetto di “razza” è associato a tutta una gamma di altre entità cognitive, a un vasto campo semantico che sarebbe indispensabile esplorare più da vicino per scoprirne le ramificazioni attraverso la storia, a partire dalla sua etimologia, che rivela un’origine insospettabile.
Il grande linguista e critico letterario austriaco Leo Spitzer (qui sotto a destra), in un saggio scritto tra il 1933 e il 1941, ricostruisce l’etimologia di “razza” e le trasformazioni subite dal termine e dai termini linguisticamente attigui legati all’etimo originario. Contestando ipotesi precedenti[3], dimostra “con argomenti fonetici e semantici”, che il latino ratio in forma dotta sta alla base delle nostre espressioni moderne per razza, “cioè, più specificamente, alla base dell’italiano razza, che le altre lingue, a quanto pare, avrebbero preso in prestito”. Il punto di partenza è un passo di Cicerone citato dal Georges: “dissuerunt de generibus et rationum civitatum,….[4]ove dissuerunt sta per “discussero” e rationum (genitivo plurale di ratio) è interpretato dal Georges come: “relazione, proprietà, natura, modo e maniera, disposizione”. Origine stupefacente di una parola che, negli anni in cui Spitzer scriveva il saggio, designava una realtà biologica, quasi zoologica, inchiodata ad una essenzialità immutabile attraverso le generazioni. Lo studioso sottolinea il suo “piacere pieno di malizia” nel presentare alla Germania l’origine altamente spirituale di un termine all’epoca usato in contrapposizione a “spirito”.

Quindi ciò che oggi è una parola basata su una fallacia cognitiva clamorosa, sul naufragio della ragione, scaturisce dal latino ratio, che in italiano accostiamo spontaneamente a “ragione”. Ma come è stata possibile tale deriva?
Dall’epoca ciceroniana si sviluppa una specie di epopea del termine che è un viaggio attraverso due millenni di storia religiosa e sociale. Religiosa perché Spitzer rintraccia l’uso di rationes in Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica: rationes sta per “tipi” e sviluppa il concetto platonico delle idee preesistenti alle cose. Dio “in quanto è la Idea dell’universo, contiene in sé tutte le idee delle cose” (ibid., p. 231). Quindi rationes rende il concetto di “idea” e si evolve fino a significare tutti i “tipi” delle cose che esistono riassunti nel contenitore divino. Puro platonismo. Di fatto Tommaso non fa che riecheggiare S. Agostino, secondo il quale tutte le rationes rerum, tutti i tipi di esseri/cose, sono contenute nella mente divina. La traduzione francese della Summa Theologica (Lachat, 1880) interpreta rationes rerum come “leurs types immuables et permanents”. In particolare, Lachat più avanti traduce rationes come “natures particulières”, ove chiaramente affiora la vicinanza semantica al significato novecentesco della parola razza. Ma addirittura il Lachat si dilunga sul concetto di rationes rerum accostandolo attraverso il senso già assodato di “idea platonica” al logos greco, e al nous, cioè il pensiero puro, spirito e verbo: “Queste parole significano ciò attraverso cui l’intelligenza ragiona (funziona) o parla a se stessa” (Lachat, citato a p. 234, trad. mia). Non manca Aristotele: in un testo francese come la traduzione di Oresme (sec. XIV) dell’Etica di Aristotele (troviamo) “raisons et espèces” collegate, a testimonianza della deriva semantica di “ratio” verso “species”, quindi anche razze nel senso zootecnico.

E’ chiaro  che, se rationes può assumere il significato di “tipi”, il passaggio a “razze” è presto fatto. Ma ci sono ancora secoli tra queste elucubrazioni dei Padri della Chiesa e l’oggi. E’ interessante notare un uso in inglese della parola “race”, chiaramente coniata su “razza” come il “race” francese, “raça” portoghese e “raza” spagnolo[5], in un contesto alquanto inconsueto; il dottor Johnson, scrittore e dotto inglese del ‘700, scrive nel 1783: “I hope (her disease) is not of the cephalic race”, cioè, traduce Spitzer: “Spero che la sua malattia non sia di razza cefalica”.
Il significato spregiativo di “razza” è rintracciato da Spitzer nei testi biblici: egli cita il Vangelo di Matteo nel quale Giovanni Battista chiama i Farisei “progenie di vipere”, che le traduzioni francesi rendono con “race de vipères”. Ed effettivamente, rincara il linguista, l’insulto “espèce d’idiot!” è assai più forte di” idiot!”: “specie di” accenna “ad una sfumatura animalesca”.
L’ultimo tassello per arrivare alle teorie razziste del Terzo Reich e al loro attuale nefasto risorgere in Europa si trova nel positivismo evoluzionista del Taine, che sotto l’influenza di Darwin applica “il concetto di razze animali allo svolgimento della storia umana” (ibid. pag. 238). E così L. F. Clauss (1935) può candidamente asserire nel periodico Rasse che la razza è una “legge di struttura ereditaria che agisce in qualsiasi proprietà possa l’individuo mai possedere e le conferisce uno stile (sic!)” e E. Glässer (1939) afferma a sua volta:” Il fondamento biologico del concetto di razza implica che la razza mantenga nel suo evolversi le proprie qualità specifiche”. Siamo agli antipodi della moderna scienza genetica che mostra come il gradiente di differenziazione genica inter e intra gruppi anche ristretti sia difficile da determinare e funzione di molte variabil,i tra le quali la distanza geografica, l’influenza dell’ambiente esterno e le mutazioni casuali. A proposito della classificazione dei gruppi umani il Cavalli Sforza conclude: “Mi sembra più saggio rinunciare a una classificazione impossibile o totalmente arbitraria” (op.cit. p. 58). Meglio allora parlare solo di razze bovine o equine. Appunto, dalle stelle platoniche e tomistiche, dalla mente divina, alle stalle degli allevatori.

Accennavo prima alla vastità di un campo semantico nel quale il termine “razza” può collocarsi al centro, dal quale si dipanano concetti diversi ma con un certo grado di affinità con esso e che egualmente servono bene lo scopo di discriminare, classificare e gerarchizzare secondo scale di valori arbitrarie gruppi umani e individui ad essi appartenenti. Pensiamo a termini come etnia, cultura, civiltà, e alla famosa quanto fumosa “guerra di civiltà” di Huntington, al persistente sentimento di superiorità più o meno confessato nei confronti di persone “di colore”. Negli anni ’90 si è cominciato a discettare di “etnie” anche per quanto riguardava l’Italia, attribuendo al termine una realtà statica, biologica e non di costume, immune alle aleatorietà dei percorsi storici, degli incontri di popolazioni e fluttuazioni migratorie, delle idiosincrasie individuali o di gruppo. Le velleità secessioniste della Lega Nord italiana si reggevano su fantasiose ricostruzioni di ascendenze celtiche delle popolazioni del Nord-est. Tanto più ridicola la pretesa se si conosce la storia della nostra penisola, terreno di innumerevoli invasioni, occupazioni e scorrerie dei popoli più diversi da millenni. 
 La costruzione truffaldina di fantomatiche “etnie” ha rivelato soprattutto in Africa la sua venefica potenzialità assassina. Il caso del Burundi è una illustrazione di scuola delle conseguenze nefaste delle etichette inventate e apposte ad arte dal colonizzatore per dividere la popolazione colonizzata e meglio imporre il proprio dominio. Nel Burundi precoloniale le due “etnie” oggi presentate come in perpetua contrapposizione non esistevano: la popolazione constava di quattro categorie sociali: Bahutu, Batutsi, Baganwa e Batwa, che obbedivano a un unico mwami (re), immerse in una cultura omogenea e parlanti una stessa lingua[6]. Il colonialismo belga cominciò a favoleggiare di ascendenze Egiziane e Etiopi dei Batutsi, in generale alti e slanciati, dai lineamenti più fini, mentre la maggioranza dei Bahutu aveva caratteristiche fisiche più rispondenti all’idea classica dell’africano Bantu: erano tarchiati e dai lineamenti marcati, labbra spesse, naso schiacciato, statura più bassa. A delle caratteristiche fisiche si apposero poi doti morali o al contrario difetti: i Batutsi furono esaltati come più intelligenti, affidabili e seri, e furono privilegiati nella scolarizzazione e negli impieghi statali, mentre i Bahutu venivano designati come pigri, sfuggenti, incostanti, per cui furono relegati nei bassi ranghi sociali. I Batwa (pigmei) erano dipinti come nati per servire, come classe sottomessa da sempre, dei paria. I Baganwa, originariamente una aristocrazia dinastica e principi di sangue, furono assimilati ai Batutsi. 


In pochi decenni il colonialismo belga riuscì a creare una fasulla cristallizzazione etnica e a porre così le premesse delle sanguinose guerre civili che scoppiarono appena poco dopo l’indipendenza (nel 1965 e nel 1972) le cui conseguenze sono ancora vive oggigiorno. Il Rwanda non ebbe sorte migliore anche se le proporzioni delle due “etnie” principali erano rovesciate, e l’odio che scaturì dalla rivalità etnica sfociò nel genocidio del 1994.
Di ogni discriminazione, di ogni classificazione, di ogni etichetta che prescinda dall’individuo in carne ed ossa nella sua unicità si può dire ciò che Max Müller, citato da Spitzer, diceva nel 1888:” Per me, un etnologo che parli di razza ariana, di sangue ariano, di occhi e capelli ariani, è un criminale non meno grande di un linguista che parli di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala” (Spitzer, ibid., pag. 325). Forse nelle scuole, alla televisione, nei giornali e riviste i governi di questa Europa sempre più minata alle fondamenta dovrebbero insistere molto di più sulle implicazioni di questo passato che protende la sua ombra cupa sul presente, e astenersi dallo stringere patti col diavolo per tentare di arginare un’ondata migratoria impossibile da fermare: la storia non si blocca ma può deflagrare.







[1] Luigi Luca Cavalli Sforza. Geni, Popoli e Lingue. Adelphi, 1996.
[2] John L. Austin. How to do things with words. 1962.
[3] Salvioni e Meyer-Lübke.
[4] Leo Spitzer. Critica stilistica e semantica storica. Laterza, 1966, p.230.
[5] Il tedesco ha invece, oltre a “Rasse”,” Art”, usato nei composti artfremd= estraneo alla razza, arthaft= consentaneo alla razza, arteigen= proprio alla razza, ecc. Si noti: die Arten der Tieren= le specie di animali, ove il connotato zoologico emerge in pieno (esempi tratti da L. Spitzer, op.cit.).
[6]Joseph Gahama e Augustin Myuyekure. » Jeu ethnique, idéologie missionaire et politique coloniale. Le cas du Burundi », in J.P. Chrétien et G. Prunier. Les ethnies ont une histoire. Karthala-ACCT, 1989.