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martedì 9 giugno 2015

"RACCONTI DELLA MINIERA" DI VICTOR MONTOYA

L’effigie del Tío *

Statuetta del Tio: collezione privata dell'autore dei racconti


Sinforoso Choque lo vide ancora una volta in sogno: aveva un corpo grottesco, un sembiante feroce, degli occhi lampeggianti, il naso schiacciato, zanne come denti di una sega, lingua a penzoloni e orecchie d’asino. In effetti, visto da vicino, la faccia assomigliava alla maschera del diavolo che aveva appeso alla parete della sua camera, a fianco dell’immagine della Vergine del Socavón.  Ma che questo personaggio misterioso  fosse penetrato nei suoi incubi, come se fosse fatto della stessa sostanza dei sogni, era dovuto al semplice motivo che lui stesso era rimasto terrorizzato dalla sua statua, vista per la prima volta nella galleria vicina al luogo frequentato dal qhencha[1] Condori, un uomo di provenienza oscura, che non solo aveva imparato a stringere patti con el Tío ma anche a comunicare con le anime dei minatori morti nel labirinto delle gallerie. 

Si alzò dal letto, come se si riscuotesse da una sbronza cattiva, e si diresse verso l’entrata della miniera mentre risonava la sirena di inizio turno, il cui lamento era più triste dell’ululato di un lupo. Nella sua bisaccia di tela grezza macchiata di schizzi di silice aveva messo un fagotto con mais bollito, carne secca di llama e una patata disidratata come colazione, una bottiglia di aguardiente e un sacchetto con foglie di coca, lejia[2] e tabacco da pijchar[3] vicino alla statuetta di argilla e quarzo del  Tío, questo personaggio che, secondo le credenze, era il dio e il diavolo della miniera, che trattava con condiscendenza oppure strapazzava  i minatori a seconda che lo avessero onorato oppure offeso.
 

Sinforoso Choque prese la torcia agganciata al guardatojo[4] e si addentrò nella notte perpetua della miniera, pensando che non aveva mai avuto nulla dalla vita, neppure una famiglia, eccetto una sorella gemella che si era data alla prostituzione.


Arrivato al luogo dove si doveva far saltare la roccia con la dinamite, il qhencha Condori, che era sempre il primo a entrare e l’ultimo a uscire dalla miniera, lo accolse con un sorriso mefistofelico e disse, mettendogli una mano sulla spalla:” Non avere paura”. Quindi si girò e avanzò verso il rajo[5] dove si trovava il materiale pronto per sventrare la roccia.

“Vedrai che la montagna è come una ragazza”, gli disse. “ Le togli le gonne e ti si apre tutta”.

Sinforoso Choque lo ascoltava attento, senza guardarlo e senza parlargli. Il qhencha Condori si addossò con il corpo alla roccia come un ragno, sistemò la cartuccia di dinamite nella fenditura e gli ingiunse di portargli il detonatore che era nella sua bisaccia. Sinforoso Choque, sapendo che la propria posizione gerarchica era inferiore rispetto a quella dei più anziani, adempì il suo dovere di apprendista e aspettò che Condori innescasse il detonatore e preparasse la miccia incidendola all’estremità. A quella profondità, dove l’aria era greve e il calore asfissiante, si aveva la sensazione di trovarsi nel ventre di un mostro fatto di pietra e di tenebre.


“E’ il momento dello scoppio!” esclamò il qhencha Condori staccandosi dalla roccia. Tirò fuori dal suo sacchetto una scatola di fiammiferi e dette fuoco alla miccia. Dopo di che Condori e Sinforoso Choque corsero giù verso la galleria principale gridando a squarciagola:” Scoppio! Scoppio!”

La detonazione rimbombò di volta in volta come se un tuono si fosse scatenato dal profondo della montagna. Una gran luce balenò e si spense tra nuvole di polvere, istoriate dai barbagli evanescenti delle lampade. “Calmati,  vecchia puttanona”, sussurrò il qhencha Condori accarezzando la roccia quasi fosse il dorso di un gatto.



La montagna si acquietò, tacque. Il qhencha Condori che sapeva calcolare la temperatura delle rocce come se si trattasse del proprio corpo, corse a controllare i frammenti dell’esplosione; nel frattempo Sinforoso Choque, emergendo dall’anfratto dove si era rannicchiato per difendersi dal vortice di fumo e polvere, si rifugiò nella galleria dove si trovava el Tío. Si accovacciò su uno spuntone di roccia e cominciò a pijchar un rotolo di foglie di coca e a bere l’aguardiente dalla bottiglia senza curarsi della presenza del Tío, cui non offrì né la coca né il liquore, senza neppure mettergli in bocca il tabacco.


El Tío, assiso sul suo trono di argilla, col suo sembiante diabolico, le zampe da oca, il membro eretto lungo e massiccio, lo guardò con gli occhi fiammeggianti come se lo scambiasse per la Vieja ,la sua perversa sposa, che ogni giorno prima di ogni scoppio era insultata e penetrata dai minatori che le estraevano dal ventre i suoi tesori.

Sinforoso Choque, che da lontano sembrava inginocchiato davanti all’effigie del Tío, si accorse che l’impasto di coca in bocca era diventato amaro, il che era di cattivo presagio. In effetti, colto da uno spavento superstizioso, prima distinse le sagome di due uomini che, scivolando sospesi a due palmi da terra, apparirono e si dissolsero nel buio delle gallerie. E poi udì la voce cavernosa del Tío che si levò dal suo trono e si allontanò furente. Sinforoso Choque rimase di sasso, cercò di dominarsi e svuotò la bottiglia. Improvvisamente, con le viscere in tumulto come se avesse preso un purgante al magnesio, sentì lo stimolo a liberarsi il ventre, benché temesse il dolore dei crampi per evacuare ciò che aveva mangiato. Si appartò vacillando in cima a un tunnel abbandonato della roccia  dentro il quale nessuno osava penetrare, poiché si diceva che là abitava el Tío con i due minatori che erano spariti senza lasciare traccia.

Sinforoso Choque si guardò attorno, si calò i pantaloni e si accovacciò, poggiando le braccia sulle ginocchia. Mentre spingeva con forza udì dei passi che gli si accostavano alle spalle. Gli venne in mente che potesse trattarsi del qhencha Condori che, come tutti i venerdì a quell’ora, veniva a lasciare una manciata di foglie di coca e un bicchiere di alcool per le anime dei minatori che erano scomparsi in quel tunnel. Poco dopo, sentendo i passi vicinissimi, si girò e chiese chi fosse. Nessuno rispose, ma una corrente d’aria sibilò in lontananza.

“Chi va là, perdio!” gridò, mentre l’indignazione esplodeva in un grido iroso. In quel momento soltanto sentì una vampata infuocata tra le gambe come se fosse nel fondo dell’inferno. Il suo corpo si accese come brace e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi. Volle drizzarsi in piedi, ma el Tío lo afferrò per le spalle e lo scaraventò a terra bocconi, con il viso nella polvere.

Sinforoso Choque, scosso da convulsioni dolorose, sentì nell’anima il fruscio della morte e ansimò come se una trivella lo trapassasse da un fianco all’altro. Gli sgorgò da sotto un getto di sangue fresco e il retto gli si aprì come se fosse un tubo rotto. Dopo ciò, lanciò un grido di paura e si contorse a terra. Si alzò puntellandosi alle rocce e uscì dal tunnel difilato verso l’imboccatura della miniera mentre el Tío, schioccando e roteando la lingua come la frusta di un  guardiano, lo incalzava da vicino, sghignazzando con una voce che sembrava il raglio di un asino.


Quando Sinforoso Choque arrivò all’uscita, mentre il sole tramontava e l’aria della sera si faceva tiepida, si imbatté nei suoi compagni del secondo turno, che lo videro emergere dall’oscurità con l’aspetto di un pazzo, i pantaloni laceri e il fondo dei pantaloni macchiato di sangue.

“Che ti è successo, amico?” gli chiesero tutti insieme.

El Tío, el Tío…” balbettò Sinforoso Choque senza poter frenare le lacrime che gli solcavano il viso né la bava mista a coca che gli colava dalle labbra.

I minatori, pensando che avesse perso la ragione, lo presero per le braccia e lo portarono all’Ospedale degli Operai, dove morì due giorni dopo. Quando i medici lo sottoposero ad autopsia, si seppe che  responsabile del decesso non era el Tío, come molti avevano creduto, bensì una misteriosa affezione per la quale non c’era stato rimedio. 



*  il libro Racconti della miniera é disponibile in e-book su varie piattaforme, tra cui Amazon Kindle.








[1] iettatore

[2] Impasto di ceneri vegetali che si mastica insieme alle foglie di coca

[3] Masticare coca

[4] Casco da minatore


[5] Fenditura nella roccia da cui si estrae il minerale del filone

sabato 23 maggio 2015

VIAGGIO DALL'ATLANTICO AL PACIFICO: BOLIVIA



SCAGLIE DI SUDAMERICA: VIAGGIO DALL’ATLANTICO AL PACIFICO (4)

 Strada Tupiza- Potosí

BOLIVIA 1

Attraverso la frontiera  argentino-boliviana in pochi minuti  e rimango estasiata per la sveltezza delle formalità: non a caso. Infatti nel mio accesso di entusiasmo salto  la dogana boliviana, non ben segnalata,  e  vado oltre: non c’è nessun controllo al punto di transito dal ponte al mercato della città di frontiera di Villazón. Peccato: mi scoprirò immigrata clandestina sul treno che da Villazón conduce a Tupiza, e la distrazione mi costerà 40 euro di multa, dieci giorni dopo, a Potosí. 
Lo stradone polveroso che attraversa la città è tutto un brulicare di gente, sabato è il giorno del mercato ebdomadario: negozietti che straripano di merci varie, bancarelle ovunque, merciaie ambulanti accoccolate a terra con la mercanzia sparpagliata attorno, una vera esplosione di folclore locale,  uno dei tratti più affascinanti e costanti del paese, che mi conquista immediatamente. Le donne vestono grandi gonne fino ai polpacci arricciate in vita, le cosiddette polleras , camiciole e grembiule, e in testa bombette  o sombreros a tese discrete, mentre le lunghe trecce nerissime sobbalzano sulla schiena, domate da nastrini o lacci che le mantengono rigorosamente parallele.  E’ amore a prima vista, per un mese mi sono sempre sentita nel luogo giusto al momento giusto, a mio agio. Anche da clandestina: per fortuna in Bolivia non esistono i C.I.E. 


Il treno che attraversa il sud della Bolivia da Villazón a Oruro  è un prezioso lascito dell’industrialismo del novecento e della necessità di  trasportare l’argento e lo stagno da Potosí e da Oruro (in Bolivia) fino a Arica e Antofagasta ( in Cile). Ci sono due classi, ordinaria e di lusso, e ambedue costano molto di più dell’autobus. In compenso,  c’è anche un vagone ristorante, ma il privilegio è riservato ai viaggiatori “a lunga percorrenza”, quindi non a me che mi fermo dopo tre ore a Tupiza, il cui scenario di pareti e  torrioni rocciosi rosseggianti, intervallati da chiome di molle [1]verdissime, è preannunciato dalle gole e vallate percorse da torrenti  impetuosi  che si ammirano dai finestrini del treno, a destra e a manca.
E’ una zona molto battuta dal turismo internazionale  sportivo, giovane, e il trampolino di lancio  per escursioni  nel sud-ovest boliviano, costellato di attrazioni “imperdibili”, come la laguna colorata, delle  sorgenti termali scenografiche, un vulcano, e infine il salar di  Uyuni, un ex mare interno disseccato che si è trasformato in una distesa immensa di abbacinante biancore e che nella stagione delle piogge appare come uno specchio  gigantesco, ecologicamente fragilissimo.  Che non ammirerò: sono dissuasa da uno strano mal di testa mattutino che si rivela segnale di pressione arteriosa in crescita al limite del patologico. Appunto, al limite: per non oltrepassarlo devo rinunciare a passeggiate a cavallo (peraltro difficoltose per la quantità di fango, le piogge sono eccezionalmente abbondanti quest’anno) e a spedizioni in Land Rover nei luoghi fantasmagorici decantati dalle agenzie turistiche. Per fortuna, prima di soccombere, riesco a fare almeno due passeggiate, una alla quebrada[2]  Palala e l’altra, più impegnativa, al Canyon del Inca attraverso la bellissima Valle de los Machos, guglie falliche di un rosso sfolgorante che si restringono  progressivamente tra svolte brusche fino a incunearsi nel canyon.  Purtroppo la fotocamera mi fa cilecca e la foto a fianco non é mia ma dei Tupiza Tours.


 Notevole un incontro domenicale con il giornalaio della piazza principale: è un cinefilo esperto di cinema italiano e  conosce tutti i film di Pasolini e Antonioni : inaudito!

La seconda tappa boliviana è Potosí, a più di 4000 metri: ormai sono fornita di sorochi  pills, capsule contro il mal di montagna e mi sono abituata a succhiare caramelle di miele e coca e a consumare giornalmente the di foglie di coca fresche, tradizionale rimedio per fatica e mal d’altura (amarissimo).  Potosí è impressionante sin dall’arrivo: l’autobus sale fino a 4300 mt e attraversa scendendo verso il centro città i quartieri abitati dai minatori, sparpagliati lungo tutto il fianco del famoso Cerro Rico, la montagna che racchiude le miniere più preziose della Bolivia e che ha riversato il valore di centinaia di migliaia di tonnellate d’argento nelle casseforti delle monarchie europee ( e dei pirati)[3]
Le baracche hanno tetti di calamina, stagno ondulato che riluce ai riflessi di un sole bruciante quando occhieggia da nuvole gonfie di pioggia: sembra un formicaio disabitato, non si vede nessuno in giro.  Il Cerro ha un colore violetto ed è perfettamente conico: raggiunge i 4700 mt. Fa freddo benché sia estate: la notte è gelida  nella economica  locanda dei Gesuiti. Cambio subito albergo la mattina dopo e cerco un hotel che contempli riscaldamento almeno serale.
 Anche oggi  più del 70% della città vive sulle miniere, direttamente o indirettamente: o si ha in famiglia chi lavora nelle gallerie (ben 5000), o si vive di turismo. Il tassista che mi porta in albergo dice  di aver lavorato in miniera due anni prima di riuscire a cambiare mestiere: e per fortuna. Si continua a morire di silicosi dopo quindici o vent’anni di miniera, e tutte le persone con le quali parlo mi confermano che le condizioni di lavoro sono durissime, né sono  cambiate molto da che il M.A.S. , il Movimento al  Socialismo del Presidente Evo Morales  è al potere (2006). Su un muro di Potosí  leggo: “nazionalizzare le miniere!”: infatti le miniere sono in mani private dal 2000, mani di grandi società transnazionali o di cooperative locali e padroncini, ex-minatori che hanno comperato delle concessioni, oppure sono in concessione para-statale attraverso la COMIBOL, la Corporación  Minera de Bolivia, che non è un operatore diretto ma amministra la partecipazione statale in concessioni minerarie e impianti metallurgici e industriali. L’alcoolismo è diffuso. Il documentario: Minerita [4] (https://www.google.it/#q=documentario+%22Minerita%22)  visto recentemente grazie  alla distribuzione militante ad opera del GVC[5], mostra una realtà anche più dura, al limite del disumano, di quanto potessi immaginare; basti dire che le donne sole nelle baracche, la notte, per difendersi da assalti e stupri, dormono tenendo in mano candelotti di dinamite, che si vendono come caramelle in qualsiasi spaccio. Le donne di solito non entrano in miniera, la “minerita” eponima del documentario vi si introduce clandestinamente perché è l’unica che porta soldi a casa e non ne può fare a meno. Tuttavia anche le donne hanno un ruolo produttivo legato alle miniere: sono le palliris, siedono all’imboccatura delle gallerie e spaccano con un martello per ore i pezzi di roccia scartati dai minatori, che però contengono ancora preziosi frammenti di stagno, che rivendono per sbarcare il lunario.


Tutte le agenzie turistiche propongono escursioni di una giornata fuori e dentro le miniere. Non mi piaceva l’idea di fare la turista in gallerie che spesso sono la tomba o l’anticamera di essa per migliaia di esseri umani, costretti a trascorrervi e consumarvi la gioventù e la salute dal dio della necessità. Consultando un’agenzia ho chiesto di poter incontrare un gruppo di minatori fuori della miniera e in modo diverso, per discutere con loro, o di poter parlare a dei sindacalisti del settore. Evidentemente non c’era spazio per questa soluzione: non se n’è fatto niente. Ho cercato in città una sede sindacale, inutilmente. Sono solo riuscita a parlare con un padroncino, un sessantenne ex minatore che ha in sub-appalto delle gallerie dove si estrae antimonio e stagno: la paga massima per i minatori è di 200 USD al mese.  Era domenica sera, puzzava di alcool e ho declinato un invito al bar per approfondire l’argomento.
 I minatori hanno una divinità tutelare, tiranna e esigente, cui occorre regolarmente fare offerte propiziatorie di foglie di coca, di tabacco o di aguardiente, una divinità atavica Inca, che i missionari scambiarono per il demonio.  E’ rappresentato con fattezze mostruose e grottesche, priapiche: ecco una effige che si trova dentro una delle gallerie delle miniere, coperta di stelle filanti in segno di omaggio, tratta dal sito www.elrincondesele.com. A Cochabamba ho comprato un libro di racconti sulle miniere, che tradurrò e pubblicherò su queste pagine, tutto centrato su questa figura numinosa e maledetta: el Tio (Cuentos de la Mina, di Victor Montoya). Se i minatori lo trascurano, ne pagano lo scotto con incidenti, smacchi  o addirittura con la vita.


In cerca di referenti sociali da intervistare, ho trovato in città  una Società di Mutuo Soccorso (Sociedade  Mútua  Protectora), fondata nel 1916, che ha circa 80 soci e non si occupa di minería: è formata  soprattutto da artigiani, età media 18-45 anni, ed  ha attività assistenziali e sociali in caso di malattia di familiari dei soci e difficoltà finanziarie dei pensionati (35 anni di anzianità); inoltre organizza feste e si mantiene gestendo un bar al pianterreno. 
Potosí non la si può liquidare in pochi giorni: esercita un fascino sinistro e penetrante, e ci trascorro una settimana. E’ anche una bella città: numerosissime chiese sontuose, monasteri, un barocco debordante, quasi leccese, e la Casa de la Moneda, la Zecca più antica del mondo, che però per principio mi rifiuto di visitare: il biglietto per gli stranieri costa il quadruplo rispetto alla tariffa nazionale ( poco più di sei euro, non ricordo, ma mi irrita l’idea). Le strade sono strette e lastricate con ciottoli: balconcini e logge in ferro battuto sporgono ai lati, i portali scolpiti, antichi, sono magnifici: unico tormento il passaggio frequente di piccoli furgoni di trasporto urbano pubblico che sbuffano ventate  di un fumo nerissimo e soffocante, che appesta. Noto frequentissime targhe di studi di legulei. Litigiosità così accesa?
Una mattina di sole:  mi avventuro al Ojo del Inca, una laguna a 3600 mt di altezza a 40 km da Potosí,  tra verdi prati, dove si può fare una bella nuotata ammirando la cresta di montagne che la attorniano: appena si addensano le nuvole, di corsa a vestirsi! Un custode  mi sconsiglia seriamente di avvicinarmi al centro dell’occhio: afferma che alcuni turisti sono stati misteriosamente risucchiati al fondo. Nel dubbio mi attengo al suggerimento ma vedo parecchi ragazzi sguazzare allegramente da riva a riva. Forse gli dei si incazzano solo con qualcuno.


Il 26 gennaio assisto a lampi di lotta di classe: nella piazza principale, di fronte alla Sede del Municipio, c’è un sit-in prevalentemente maschile, con striscioni,  mentre al lato opposto, di fronte alla sede della Gubernación,  ecco un sit-in di donne in pollera e sombrero. La protesta davanti al Municipio è degli eventuales,  che chiedono di essere assunti in pianta stabile, mentre le donne accoccolate a terra con cartelli fatti in casa chiedono un regadio, acqua per irrigare i loro orti e poter produrre di più in modo da vendere le eccedenze al mercato e superare l’autoconsumo. Appartengono a una comunità isolata di 70 famiglie, 350-400 persone in tutto, drenate dall’emigrazione verso l’Argentina, dove i giovani vanno a raccogliere pomodori. Dicono che sono vari anni che lottano per avere l’acqua.


A tutti coloro che incontro e con cui ho occasione di parlare chiedo: dopo nove anni di un governo socialista, che vantaggi per il popolo? Le risposte sono discordanti: soddisfatti, soddisfatti con riserva, scettici e critici. Non mi sembra che le classi sociali divergano molto: nessuno appartiene alla borghesia agiata: un autista, un’ impiegata d’albergo, una custode di museo, un piccolissimo imprenditore, un ragazzo laureato da poco che ha un’ officina di riparazioni auto con il fratello., una guida turistica, un giornalaio. I critici dicono che a parte alcune indubbie buone opere infrastrutturali, le condizioni di vita di operai e contadini non sono migliorate in maniera sensibile, e tanto meno nel settore minerario. La guida turistica a La Paz è la persona più informata e anche la più accalorata fautrice delle politiche del M.A.S : acquedotti, opere stradali (gli incidenti stradali sono una vera iattura in molti stati sudamericani, data la geologia e le strade contorte ad alta quota), sussidi, scuole, ospedali. I ministri addirittura si ammalano per il duro lavoro, dice. Il più critico è il giornalaio che incontro a Copacabana: secondo lui c’è un gran clientelismo, e tutta l’insistenza del Governo sulla questione dello sbocco sul Pacifico è un diversivo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle questioni interne. Di fatto, nonostante la grande popolarità di Morales, nelle elezioni amministrative di fine marzo il M.A.S. perderà importanti roccaforti, come la Gubernación di La Paz e il Municipio di El Alto, la città satellite di La Paz. Invece l’autista di Copacabana sul lago Titicaca è deciso: va molto meglio, finalmente. L’economia  cresce e il boliviano, la valuta locale, è forte.  Avanti tutta? (cont.)

  


[1] Il Molle è anche chiamato albero del falso pepe, è comunissimo in Bolivia e soprattutto ne vedo molti nei dintorni di Tupiza; ha un fogliame delicato con foglioline alterne col bordo dentato, ricordano un po’ i nostri salici. Sono molto eleganti, e le foglie emanano una fragranza vagamente balsamica.
[2] Le  “quebradas”  in questa area sono costituite dai letti riarsi di fiumane antiche, che diventano sentieri, in genere costeggiati da alte pareti di rocce  color carminio o violetto e ravvivate alla base da alberi e piante.
[3] Vedi Eduardo Galeano.
[4] Letteralmente, piccola “minatrice”.
[5] Una Organizzazione non governativa di cooperazione internazionale di Bologna.