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venerdì 3 ottobre 2014

EBOLA E JIHAD: INQUIETANTI ASSONANZE

GUERRA A EBOLA, GUERRA ALLO STATO ISLAMICO: INQUIETANTI ASSONANZE E TANTA IPOCRISIA

 

 Ebola virus

Che cosa hanno in comune due fenomeni apparentemente così diversi, come lo scoppio di un’ epidemia in angoli piuttosto remoti del  mondo, e la coalizione che in quattro e quattr’otto si è costituita contro i barbari decapitatori di occidentali (ma non solo) e che acquista nuovi adepti  ogni giorno? A guardar da vicino, parecchi aspetti, anzi, più si avvicina la lente di ingrandimento analitica, più le strane somiglianze si moltiplicano sotto gli occhi. In maniera inquietante.


Ebola: EVD, Ebola Virus Disease nel linguaggio medico, identificato originariamente a Yambuku nel 1976, nell’allora Zaire e attuale RDC, Repubblica Democratica del Congo e a Nzara, in Sud Sudan, è causata da un virus RNA (come quello dell’HIV), cioè che utilizza l’acido ribonucleico come materiale genetico. Si tratta di un patogeno zoonotico, perché trasmesso con molta probabilità da un pipistrello (non  ancora accertata tale origine), con probabili ulteriori intermediari, per contatto (A.S. Fauci, N Engl J Med 2014; 371:1084-1086 September 18, 2014DOI: 10.1056/NEJMp1409494). Precedentemente, le epidemie di Ebola che si sono succedute, una ventina dal 1976, avevano provocato al massimo 1600 morti in tutto tra Congo, Uganda, Angola, Sudan, ed erano soprattutto rimaste circoscritte, la catena di trasmissione del contagio era stata identificata abbastanza facilmente, con conseguenti misure di isolamento, controllo e quarantena efficaci.

Invece questa  epidemia, iniziata in un distretto sud-orientale della Guinea nel dicembre 2013 e in poche settimane tracimata in Sierra Leone e Liberia, è anomala per la rapidità con la quale si è diffusa e il numero di vittime. L’OMS adduce queste ragioni : è scoppiata in una zona in cui  convergono le frontiere dei 3 paesi, tutti e tre carenti in infrastrutture sanitarie e in personale medico specializzato, con grande mobilità di popolazioni povere rurali o semi-rurali, a basso tasso di alfabetizzazione; inoltre due dei tre paesi, Sierra Leone e Liberia, sono uscite ad inizio anni 2000 da due devastanti  guerra civili, e la Guinea, proprio cinque anni fa in questi giorni (28 settembre) è stata teatro di una strage, nello stadio della capitale Conakry, in cui centinaia di persone che protestavano contro il governo militare sono state trucidate e cento donne stuprate. Nessun processo e nessun colpevole. Il governo civile eletto due anni fa ha radici politiche ancora fragili.


 Con storie del genere alle spalle, come stupirsi se queste popolazioni nutrono una grande diffidenza nei confronti delle autorità in genere e quindi anche delle équipes sanitarie inviate a “sensibilizzarle”? Personalmente ricordo di aver letto in Mozambico di sventurati agenti sanitari inviati in remoti distretti per disinfettare i pozzi con il cloro per controllare un’epidemia di colera che erano stati assaliti e  uccisi dagli abitanti del villaggio che li sospettavano di avvelenare i pozzi. E ancora nel 2001 proprio in Guinea Conakry, a quasi vent’anni dall’inizio dell’ infezione da HIV, parlando in un college universitario sull’epidemia di AIDS, ho incontrato alcuni studenti che credevano che l’HIV fosse una favola inventata dagli occidentali per obbligarli a fare l’amore con il preservativo e impedir loro di riprodursi. In Liberia ci sono (o meglio forse, c’erano prima dell’epidemia) 45 medici per 4,5 milioni di abitanti, e le statistiche sono di poco migliori per Sierra Leone e Guinea. Ecco che il potenziale perché l’epidemia diventi incontrollabile è evidente. L’assassinio in un villaggio del distretto di Nzerekorè (Guinea), a metà settembre, di una équipe sanitaria di cui facevano parte anche tre giornalisti, massacrati a colpi di machete e bastoni  dagli abitanti infuriati, nella sua tragicità illustra questa astrale distanza tra le logiche autoctone e le logiche sviluppistiche. Radio France International  in agosto informava che il ricorso ai “guérisseurs” in Guinea si era triplicato negli ultimi mesi. Sono loro i depositari della fiducia di queste persone e forse a loro bisognava indirizzare la sensibilizzazione, oltre che a leader locali riconosciuti. D’altra parte, è ciò che si è fatto nei lunghi anni in cui, in Africa, si lavorava alla prevenzione dell’HIV. E si era prodotta una mole biblica di studi antropologici sulla percezione del corpo, la malattia, il sesso e la morte  dei gruppi umani più svariati. Ma sembra che le lezioni del passato anche recentissimo si perdano nel caos comunicativo “globale” attuale e si debba ricominciare sempre daccapo. Un antropologo senegalese, Cheikh Ibrahima Niang, ricercatore all’Università di Dakar Cheick Anta Diop, di ritorno da una missione in Sierra Leone per conto dell’OMS, dice :” Quando le popolazioni affermano che Ebola non esiste, si ribellano contro qualcosa….nessuno le ha consultate e hanno l’impressione che le si tratti con molto paternalismo” (AFP, 10 settembre 2014). 


Si aggiunga che  la gravità e i pericoli dell’epidemia iniziale in Guinea sono stati sottostimati, anche per ragioni di  facciata, di malinteso orgoglio nazionale, di fatto per  irresponsabilità e superficialità. L’epidemia insorta nel dicembre 2013 è stata ufficialmente notificata all’OMS solo il 23 marzo! E lo stesso budget relativo alle malattie infettive dell’OMS è stato decurtato negli ultimi anni , come attestato da numerose pubblicazioni: (http://www.globalresearch.ca/cuts-to-world-health-organization-budget-intensify-ebola-epidemic/5399643).


Allora parliamo di radici lunghe della crisi precipitata da Ebola in pochi mesi, di un contesto favorevole  per il suo manifestarsi, una crisi che mette a nudo deficienze strutturali enormi e deficit di coesione nazionale: radici politiche, sociali, economiche e culturali. Come non ricordare le malefiche politiche dell’aggiustamento strutturale, dettate in Africa dagli anni ‘80 in poi per almeno un ventennio dagli esperti del FMI con codazzo di consulenti internazionali, che hanno demolito letteralmente l’approccio del Primary Health Care di Alma Ata del 1978, ridotto i budget sanitari all’osso, così come l’istruzione e le spese sociali in generale, e decretato l’annullamento dei programmi di educazione di base degli adulti e di alfabetizzazione, che funzionavano come veicolo di conoscenze fondamentali, di emancipazione delle donne, e di concime per un amalgama etnico.


 Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha decretato che Ebola è “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali” (www.theguardian.com, 18/09/2014). Esagerazioni? Enfatizzazione? A che pro?  Serve a qualcuno ? Le Monde del 10 settembre avverte: “prudenza sugli scenari catastrofe”.  Si parla di 20.000 casi entro pochi mesi  se delle misure di controllo rigorose non riusciranno a mettere un freno alla proliferazione della catena del contagio. A partire dall’estate 2014, le notizie e i bollettini si susseguono con un battage quasi di natura pubblicitaria, creando negli stati al centro dell’epidemia una psicosi deleteria, oscurando i problemi endemici come malaria o polmoniti o diarrea, i tre killer più diffusi, anzi provocando morti collaterali perché le persone non si rivolgono agli ospedali per timore del contagio o il personale è soverchiato dal fardello straordinario Ebola (che implica misure rigorosissime di isolamento con impiego di materiali scarsi) e non riesce ad attendere alle incombenze ordinarie.  Morti collaterali, chi le conterà?


Inoltre, come a compensare la scarsità di risorse sanitarie e di strumenti adeguati di controllo epidemiologico, si scatena la  militarizzazione e la repressione: in agosto, un intero quartiere di Monrovia,  West Point,  è stato messo in isolamento,  provocando ira, frustrazione e ribellione tra gli abitanti, trattati come sovversivi e colpevoli invece che come potenziali vittime.  Il presidente USA ha promesso di inviare 3000 militari in Africa Occidentale per contribuire al controllo della malattia con la costruzione di ospedali da campo: benvenuti gli ospedali, ma sempre di militari si tratta, soldati che una volta messo in piedi un quartier generale a Monrovia  non se ne andranno tanto presto. In Sierra Leone, dal 19 al 21 agosto, c’è stato un coprifuoco totale; tutti gli abitanti, salvo un pugno di alti funzionari sono stati confinati nelle proprie case per permettere un controllo casa per casa degli abitanti. Pare che circa 70 cadaveri infetti siano stati identificati, occultati dai familiari.

Infatti, una componente essenziale della catena del contagio passa attraverso il culto dei morti: le cerimonie funebri sono in Africa un elemento ineludibile dell’esistenza quotidiana, un dovere dei vivi verso i trapassati, che senza i rituali di commiato graduali e consacrati da regole millenarie non possono diventare antenati e quindi vegliare sui discendenti. I corpi dei defunti vengono vegliati, manipolati, lavati, portati in processione. Si immagini quindi il potenziale infettivo implicito in queste pratiche. Ma se le persone non sono convinte da persone di fiducia che tali manipolazioni  sono mortifere e non capiscono cosa sia la catena del contagio, si rivolteranno contro chi le obbliga a trascurarle. E appunto, nasconderanno i cadaveri in casa.


Infine, l’impatto economico: il  New York Times, citato da Tim Worstall sul sito di  Forbes  il 5 settembre 2014 afferma:” …. è del tutto possibile che le conseguenze economiche di Ebola (chiusura frontiere, difficoltà di circolazione e quindi di commercio, ridotta attività di uffici e luoghi di lavoro in genere, mercati disertati, ecc.) uccideranno più persone che il virus stesso. Non che noi ne conosceremo il numero, perché non sarà possibile distinguere quelle morti dalle altre che si verificano quotidianamente per cause come cure insufficienti, acqua inquinata o carenza di cibo”. E ancora, dal sito della World Bank: “le prime stime di crescita in Guinea (per il 2014) sono state dimezzate da 4,5% a 2,4” a causa della malattia”. Ma c’è chi ci guadagnerà: Johnson & Johnson e GSK, quest’ultimo con l’appoggio finanziario di governo britannico e della Wellcome Trust, stanno investendo nella confezione sperimentali di vaccini e trattamenti (inserto Science et Medicine, Le Monde, 10 settembre 2014). Un portavoce di MSF ha questa mattina (3 ottobre 2014) dichiarato di non avere bisogno di donazioni finanziarie, ma di  personale sanitario, medici e infermieri, e di capacità ospedaliera. Aiuti  tardivi e sbagliati. I bombardamenti della coalizione non vogliono impedire che la città di Kobane, territorio siriano-curdo alla frontiera turca, cada nelle mani di ISIS (poco preoccupati delle eventuali decapitazioni di curdi e curde) per fare un favore alla Turchia, che da parte sua non vede l'ora di avere una scusa per creare una zona cuscinetto in territorio siriano curdo. La Siria avvisa che considererà tale invasione come un'aggressione.


Se nei tre paesi fulcro dell’epidemia le morti accertate per Ebola hanno raggiunto la cifra di 3.300 (Bollettino OMS 30 settembre), a parte il fatto che si può raddoppiare o triplicare  tale cifra, quanti bambini sono morti in questi nove mesi, negli stessi paesi, di dissenteria, di malaria, di infezioni polmonari acute?  Certamente, un numero assai superiore. Ma non vengono enfatizzate, queste morti di routine, come le morti per parto (980/100.000 in Guinea, un numero altissimo).


Sottovalutazione, dilettantismo, potenziale di proliferazione, contagio, mediatizzazione, enfatizzazione che nasconde problemi gravi e endemici, militarizzazione, incomprensione culturale,  morti collaterali, impatto devastante sulle economie dei paesi coinvolti, uso di mezzi impropri per venire alle prese con i problemi, cecità del potere  che si sospetta deliberata, lunghe radici di fenomeni apparentemente improvvisi, taglio dei budget pubblici, povertà e distanza governanti-governati, incapacità di ascolto e mediazione,  complessità del contesto sociale ed economico trascurata, rapporto con la morte incompreso, questioni di pace e sicurezza, aiuti invocati che non arrivano e aiuti non richiesti che piombano dal cielo e distruggono vite umane innocenti  (The Daily Mail, 29/09/2014:  “Missili incendiano un silos di grano a Manbij, Siria settentrionale, scambiandolo per una  Base di ISIS ) http://www.dailymail.co.uk/news/article-2773864/Civilians-killed-US-airstrike-ISIS-controlled-region-Syria-missiles-hit-grain-silos-say-British-human-rights-group.html#ixzz3F4ECy1Zg ).
Affiorano evidenti  le inquietanti analogie cui accennavo all’inizio. Sembra di essere davanti a una mostruosa sequenza di qui pro quo rovinosi.

 Rifornimento in volo di caccia sui cieli Siriani


Anche il fenomeno  Stato Islamico è stato (ufficialmente) sottovalutato, il rapporto con la morte di quei “guerrieri” è del tutto estraneo a quello “occidentale”,  il fenomeno era in corso da tempo ed è anzi stato fomentato  con cospicui finanziamenti e rifornimenti di armi da chi ora fa finta di combatterlo. Questo aspetto è in verità difforme rispetto ad Ebola, anche se si può dire che, se Ebola non è stato coltivato in laboratorio, non è stato adeguatamente studiato né tanto meno sono state investite risorse per trovare un vaccino o una cura, come si sta facendo ora che la ricerca può essere  un buon investimento.  E la strategia bombarola di Obama e soci, lo sanno tutti coloro che conservano  un minimo di raziocinio, non potrà che aggravare la febbre jihadista procurando nuovi adepti  provenienti dall’immenso bacino di frustrazione sociale economica e culturale del pianeta. Sul Guardian  del 30 settembre, sardonicamente George Monbiot chiede :” Perché fermarsi a ISIS quando si potrebbe radere al suolo l’intero Medio Oriente?”  Gli industriali del complesso militare industriale si leccano le labbra.


Il breve rapporto su Ebola dell’ International  Crisis Group del  23 settembre 2014 conclude: “Una strategia a lungo termine, che comprendesse una sostanziale  ricostruzione dei sistemi sanitari pubblici quale caratteristica principale di una migliorata governance potrebbe contribuire sostanzialmente a far sì che questo scenario non si ripeta in Africa Occidentale. Servirebbe  poco intervenire in Liberia  se, una volta domata l’epidemia, il paese si ritrovasse ancora con 45 medici in tutto. Ebola semplicemente ritornerebbe”.  

Aggiornamento 17 ottobre: l'altra analogia tra i due fenomeni è l'uso del termine: "emergenza". Negli ultimi anni nel mondo, e da molti anni in Italia, fenomeni sociali, socio-sanitari, economici, antropologici che hanno lunghe radici temporali (vedi immigrazione, problema carceri, giustizia con tempi geologici) vengono etichettati, quando li si tratta, come "emergenze", dato che il non affrontarli semplicemente li aggrava e li incancrenisce. Se erano all'origine trattabilissimi, si trasformano in piaghe sempre più difficilmente guaribili. Vedi Ebola, vedi Jihad.





 

         

sabato 2 agosto 2014

PEACE LOVING EUROPEAN UNION! ESPECIALLY THE UK MILITARY INDUSTRY

Britain's role in arming Israel
From: The Independent, 2 August 2014
Documents shown to The Independent reveal that arms export licences worth £42m have been granted to 130 British defence manufacturers since 2010 to sell military equipment to Israel. These range from weapons control and targeting systems to ammunition, drones and armoured vehicles.
Among the manufacturers given permission to make sales were two UK companies supplying components for the Hermes drone, described by the Israeli air force as the “backbone” of its targeting and reconnaissance missions. One of the two companies also supplies components for Israel’s main battle tank.
The Hermes drone has been widely used during Operation Protective Edge, the ongoing Israeli military action in Gaza, to monitor Palestinians and guided missile strikes. The situation in the Occupied Territory deteriorated further today when a 72-hour humanitarian ceasefire collapsed within hours amid further shelling and the capture of an Israeli soldier.



giovedì 31 luglio 2014

LETTERA APERTA AGLI EBREI ITALIANI



Lettera aperta agli ebrei italiani

Khan Younis, Gaza, 26 luglio 2014


Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza. Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque,  in un fazzoletto di terra che stipa in 365 km2 un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce:, ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana sotto i nostri occhi.
Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi? 

Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa. Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano. 

Come facciamo a non riconoscere che Israele ha scientemente, e  per decenni  ormai, rifiutato di addivenire a un compromesso sulle colonie, non ha mai smesso di costruirne e di avanzare annettendosi di fatto i territori su cui doveva negoziare, annichilendo la base pur ambigua ma reale che era l’accordo di Oslo. Ha contribuito a creare Hamas, che in arabo significa “collera giusta”, e poi ne ha tollerato la crescita in funzione anti-OLP, ha reso la vita dei palestinesi una lotta per sopravvivere anche in Cisgiordania, e ha violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di tornare alla famosa “Linea verde”. Ha rubato altra terra  palestinese costruendo la barriera di 700 km, dichiarata illegale dalla Corte dell’Aia ma tuttora in piedi. E ora con il pretesto dell’uccisione di tre ragazzi di cui Hamas non ha mai riconosciuto la responsabilità, un’accusa  che non è stata corroborata da prove, ha scatenato una guerra non a Hamas ma a tutto un popolo. Non si può uccidere, annientare un popolo per sconfiggere un nemico che ha il diritto di difendersi. E le richieste di Hamas non sono altro che le richieste della popolazione di Gaza: fine dell’assedio di sette anni, fine dello strangolamento. Israele ha diritto a esistere DENTRO dei confini riconosciuti internazionalmente, ma dal 1982 è aggressore e viola il diritto internazionale. Per avere la pace deve rinunciare alla folle idea di avere TUTTA la terra per sé e cacciarne chi ci abitava prima che arrivassero i primi coloni ebrei a fine ottocento 

.La guerra di Israele è non solo omicida ma è suicida: guardiamo al Libano che sta insieme ancora per miracolo, alla Siria distrutta, all’Irak che va a pezzi, ai palestinesi che sono la maggioranza in Giordania, all’avanzare dell’islamismo salafita e jihadista in Africa settentrionale e occidentale, in Kenya, in Nigeria. Quale avvenire promette la guerra infinita di uno stato di apartheid? Quali possibilità invece apre il riconoscimento  di diritti eguali ai palestinesi e alle migliaia di rifugiati e immigrati che anche in Israele spiaggiano cercando una vita e un avvenire migliori? Quali prospettive aprirebbe uno Stato multiculturale, bi-nazionale e veramente democratico in  Medioriente? Quale salutare rimescolamento di carte? Apriamo gli occhi, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà, e gridiamo il nostro rifiuto di questo orrore e di questa politica di distruzione e morte che si ritorce contro chi la persegue.






venerdì 16 maggio 2014

IMMIGRAZIONE: COME EVITARE LE TRAGEDIE IN MARE (E NEL DESERTO)

Immigrati annegati:  “Renzi: ” Noi facciamo il nostro dovere”: ne è sicuro?

Ragusa (foto da La Repubblica)

Invece di rabbrividire nel guardare le fotografie degli immigrati morti abbracciati sul fondale marino (vedi titolo de “La Repubblica” di oggi 16 maggio 2014), e poi consolarsi con la coscienza a posto, forse il nostro Presidente del Consiglio potrebbe abbandonarsi a qualche riflessione in più, come queste, ad esempio:

1.   *     In questa fase storica l’immigrazione “economica” intesa come movimenti di popolazioni da paesi con reddito medio pro capite generalmente di molto  inferiore ai 1000 USD annui  verso i paesi con redditi che si aggirano intorno o superano i 20000-25000 USD/anno è strutturale e continuerà presumibilmente per qualche decennio.
2.   *    Negli ultimi 20 anni  la percentuale di popolazione civile toccata da guerre e catastrofi naturali è aumentata a freccia. Nel  2012 più di 172 milioni di persone sono state coinvolte in conflitti, e nel 2013, 35 milioni di persone erano rifugiate o sfollate (dati dell’International Rescue Committee).
3.       Oggi in Libano i rifugiati siriani sono più di un milione, in Giordania almeno 750.000. Durante la crisi Libica del 2011, più di 700.000 erano i rifugiati nel sud della Tunisia, molti accolti da privati cittadini. Quanti  aspiranti all’asilo sono arrivati tra 2011 e 2014 in Italia? Quanti ne sono stati respinti?
4.     *   La maggior parte di chi sbarca oggi  in Sicilia, a Lampedusa, o dove altro capita, di quelli che annegano perché non sanno nuotare o rimangono intrappolati nei barconi, hanno DIRITTO all’asilo, molti sono minori non accompagnati, o vivono in paesi  in guerra o dove le libertà civili sono negate.

      Con le centinaia di milioni che si  spendono tra  budget dell’Unione Europea per sorvegliare le frontiere e  budget  delle operazioni dei singoli paesi della frontiera nord del Mediterraneo tra Spagna, Italia, Malta e Grecia, senza calcolare, perché sono incalcolabili, i costi umani in vite perdute o distrutte da lutti incancellabili, si potrebbero proficuamente aprire o rafforzare con personale adatto  UFFICI CONSOLARI presso le delegazioni della U.E. ed esaminare le richieste di emigrazione, intervistare le persone e CONCEDERE VISTI, invece di costringerle a rischiare la vita e alimentare mafie di ogni risma.  L’unica soluzione degna di questo nome NON è rafforzare le frontiere, ma ABBATTERLE.  Stampare visti nei passaporti. E abrogare il trattato di Dublino che impedisce al paese di arrivo del migrante di farlo proseguire per altre mete. Perché Renzi non si fa promotore di questo indirizzo, l’unico che può evitare le catastrofi in mare (e nel deserto)?

6.       Ci si ostina a chiamare “disperati” chi emigra: a parte il fatto che chi fugge da una guerra ha almeno la speranza di riuscire a sopravvivere, chi emigra per ragioni economiche o per evitare la leva obbligatoria sine die come in Eritrea NON è certo il povero contadino analfabeta dei villaggi, ma fa parte di élites relative, di chi ha risorse di coraggio, di forza fisica e mentale e spesso una educazione anche universitaria. Se si continuerà a chiudere occhi e orecchie e cervello alle evidenze della nostra contemporaneità, si creeranno soltanto ulteriori disastri e si dilapideranno inutilmente fondi pubblici.


mercoledì 23 aprile 2014

IL MERCATO DELLA VITA



La vita quotata in Borsa **

Human DNA sequence 0-10

“All world ‘s a stage” é una delle citazioni più gettonate dell’immenso Shakespeare tratta dall’amara commedia “As you like it”. Ma probabilmente Shakespeare stesso aggiornerebbe oggi la constatazione del suo personaggio Jaques che aggiungerebbe, egualmente sconsolato: “…and a marketplace”, un mercato. Il mondo come variopinto palcoscenico  con attori che recitano ognuno il ruolo loro assegnato dal destino, in una processione senza requie, è diventato soprattutto, oggi più che mai prima, un gigantesco mercato, e la vita, in senso letterale, è una mercanzia da quotare in Borsa. Si dirà che non è una novità che il vivente sia mercanzia: dall’antichità più remota ci sono stati schiavi, e il commercio triangolare tra Africa, Americhe e Europa ha gettato le fondamenta dello sviluppo industriale e della ricchezza della borghesia europea e americana. I milioni di schiavi deportati e venduti nelle piazze dei mercati della Nuova Inghilterra non turbavano troppi sonni. Né li turbano oggi  i vari tipi di schiavitù ancora esistente in varie parti del mondo, ad esempio in Mauritania, dove i Bella sono schiavi dei Maures che si ritengono superiori a etnie “nere” in quanto arabo-berberi ( vedi l’intervista al dirigente di “SOS Esclave”  Biram Dah Abeid, egli stesso ex-schiavo (http://www.ossin.org/mauritania/biram-dah-schiavitu.html), o in India, dove milioni di contadini senza terra e indebitati sono ridotti in stato di schiavitù  dai latifondisti, come ho potuto constatare personalmente nel 1998 in Andhra Pradesh  ( http://www.italian-samizdat.com/2012/01/schiavitu-in-india.html), stato di schiavitù che, abominio tra gli abomini, si trasmette tra le generazioni, si eredita. Oppure si pensi ai Talibé dell’Africa Occidentale, i bambini poveri donati dalle famiglie ai marabù (santoni musulmani) che li obbligano a mendicare tutto il giorno e a portare le elemosine al loro “padrone” la sera,affamati e laceri, visibili nelle strade di Bamako, di Dakar o di Ouagadougou.

Né dobbiamo andare così lontano per renderci conto dell’esistenza della schiavitù, anche se sotto altre forme: basta girare le periferie delle nostre grandi città o leggere le cronache cittadine. Ma si può obiettare che in questi casi si tratta di strascichi di situazioni ataviche, di malavita, di povertà, di razzismo duro a morire, di anomalie insomma che si possono e devono combattere con le armi della legalità e dell’impegno sociale e politico. Ma c’è un altro mercato del vivente, ascrivibile a  tecnologie di punta, alla ricerca scientifica di base che si asservisce al mercato e alle quotazioni di Borsa, e ne è anzi pilotata. Mi riferisco alle biobanche, le banche del DNA,queste nuove borse merci, teleguidate dalla stessa avidità che ha fatto naufragare la Enron nel 2001 e che continua ad imperversare nel  finanzcapitalismo del 2014, né è dato scorgere alcun inizio di una fine.

La premessa per la deriva scientifico- imprenditoriale della genomica, la scienza nata nell’ultimo scorcio del XX secolo  che si occupa “della struttura, sequenza, funzione ed evoluzione del genoma, vale a dire di tutta l’informazione genetica contenuta nel DNA (DeoxyriboNucleic Acid) presente nelle cellule di una particolare specie.” ( Sebastiano Cavallaro, http://www.treccani.it/enciclopedia/genomica-e-genomica-funzionale_%28XXI-Secolo%29/),  si prefigura nel 1990, con il lancio a grancassa del Progetto Genoma Umano  (HGP) negli Stati Uniti, responsabili il Dipartimento dell’Energia e i National Institutes of Health, con una vasta collaborazione scientifica internazionale, allo scopo di sequenziare  i tre miliardi di nucleotidi che costituiscono il genoma umano.  L’ambizione era di giungere anche a una mappatura dei geni che permettesse di associarli a determinate patologie, così da sviluppare una medicina predittiva in grado di  anticipare o sventare il verificarsi di tali patologie o ridurne comunque l’incidenza. La durata prevista del Progetto era di 15 anni, il finanziamento stanziato fu di tre miliardi di dollari USA. Il biologo Steven Rose e la sociologa Hilary Rose ripercorrono con un approccio assai critico le vicende della nuova biologia molecolare nel loro bel libro “Geni, Cellule e Cervelli” (Codice Edizioni, Torino, 2013). Il bilancio a quasi un lustro dal lancio del Progetto, che fu dichiarato concluso nel 2003 ma di cui già nel 2000 fu anticipata la conclusione con la storica  conferenza stampa congiunta in collegamento video tra Bill Clinton e Tony Blair, non ha mantenuto le sue mirabolanti promesse. E ha invece scatenato una corsa spregiudicata  alla mercificazione del vivente da parte di un nuovo tipo di corsari mascherati da ricercatori.

Perché  nel giugno del 2000 ci fu tanta fretta di anticipare la conclusione  di una ricerca che non era conclusa? Perché nel 1998 un tipico scienziato-imprenditore, Craig Venter, prima impiegato presso i National Institutes of Health, insofferente del passo lento con cui procedeva il sequenziamento, dopo essersi licenziato e aver tentato varie strade imprenditoriali,  fondò la Celera Genomics , una  società privata che si mise in concorrenza con il progetto pubblico  internazionale  utilizzando un metodo più veloce  di sequenziamento del genoma ideato dal Venter stesso  (shotgun sequencing).  Incalzando il suo concorrente pubblico, Venter  lo costrinse ad avanzare a tappe forzate, anticipando i risultati ottenuti dalla “sua” società con sapienti colpi mediatici, da gran comunicatore-imbonitore. Per questo, nel 2000 i due capi di Stato  dichiarano la partita del sequenziamento vinta  ad armi pari, salomonicamente,  accontentandosi di “bozze” incomplete.

Ma intanto si apre un vaso di Pandora:  dopo più di venti anni, da un lato le grandi speranze associate al lancio del Progetto Genoma Umano sono ancora lontane dal dare i frutti annunciati, gli strombazzati benefici su scala di massa,  e dall’altro il fantasma dell’eugenetica fa di nuovo capolino, con la possibilità di manipolare i geni , scegliersi il rampollo ideale, e varare brevetti  da parte di Big Pharma sulla base della caccia ai geni associati a determinate patologie, esplorarne le funzioni e commercializzare in esclusiva queste conoscenze.  La vicenda di tre biobanche, quella islandese,  quella estone e quella svedese, documentano il connubio, questo si patologico, tra ricerca di biologia molecolare e capitalismo finanziario, mentre la bioetica va a nascondersi. 

Pur con differenze notevoli, un aspetto è comune alle  esperienze dei tre paesi, “le banche del DNA mettono gli individui e il loro stato di salute previsto per il futuro al centro della medicina personalizzata” (H. Rose, S. Rose, Geni Cellule e Cervelli, p. 206).  Si sfruttano le conoscenze derivate dal patrimonio genetico di milioni di individui, utilizzando e ampliando i database della sanità pubblica,  per sfruttarne le potenzialità per usi privati e speculativi. Siamo agli antipodi delle filosofia della medicina di base  per la collettività, guidata dall’imperativo della prevenzione e dell’igiene ambientale come fattori essenziali per il benessere della maggioranza di una popolazione.  Siamo agli antipodi della Dichiarazione di Alma Ata  e della prospettiva  della “salute per tutti nell’anno 2000”. Nel caso dell’Islanda “ il database elettronico dei dati medici di tutta la popolazione stava per essere finanziato e messo in piedi da un’unica società licenziataria, che in cambio avrebbe avuto diritto all’accesso esclusivo e alla commercializzazione di quei dati, per un arco di tempo di dodici anni, per scoperte genetiche, diagnostica , farmaci  e gestione della sanità” (p. 2017, op.cit.).

La deCode, la società che operò in Islanda con questo approccio a cavallo degli anni 2000, è fallita da tempo;  nel caso estone, il progetto, nato nel 1999, navigava in cattive acque già nel 2004 e fu salvato da denaro pubblico,  tramutandosi in una piccola società di ricerca farmacologica finanziata dall’ Unione Europea, mentre  la bioinformazione acquisita  è rifluita nel mare magnum della ricerca globale; nel caso svedese, la UmanGenomics, altra biobanca,  ancorata questa volta al settore pubblico, fu “messa in naftalina” dopo quattro anni.  Ma la ricerca del profitto privato sul vivente non si ferma certo:  leggiamo su “Le Monde “ del 3 aprile scorso che in un elegante ristorante degli Champs-Elysées  “una ventina di convitati fissano la silhouette di Angelina Jolie mentre aspettano l’oratore della serata, il dott. Aaron di Genomic Vision, una start-up specializzata in test genetici la cui tecnologia “ deve permettere di  identificare meglio le anomalie del genoma  collegate a certe malattie”, e quindi di circoscrivere il numero degli individui a rischio. L’astuto dottore punta sull’effetto Angelina Jolie per convincere il suo pubblico ristretto di analisti e giornalisti a scommettere sulla sua società, quotata in Borsa dal 2 aprile. Apprendiamo inoltre che il 2 aprile  anche Oncodesign è stata quotata alla Borsa di Parigi, e nei prossimi giorni la seguiranno TxCell  (terapia cellulare) e Genticel  (vaccini terapeutici).   Perché tutta questa fretta?  Ma è ovvio : l’indice Next Biotech, che segue la borsa valori biotecnologica, è salito del 50%.  Quanto all’ormai anziano Craig Venter, ha pubblicato il suo ultimo libro:  “Life at the speed  of light”, la vita alla velocità della luce.  Peter Forbes lo recensisce  sul  Guardian  del 13 dicembre  2013:  arriveremo “ ad un’epoca di biologia digitale nella quale un genoma sarà digitalizzato su computer, trasmesso a distanza per radio o con onde elettromagnetiche  e ricostituito  tramite rapida ri-sintetizzazione per produrre una nuova forma di vita”. (http://www.theguardian.com/books/2013/dec/19/life-speed-light-j-craig-venter) . Sempre il pallino della rapidità. Forse è un’epidemia di questi tempi legata a qualche gene ancora ignoto.

Intanto  in vaste aree del mondo si continua a crepare comodamente di dissenteria e di infezioni polmonari acute. Niente da brevettare, niente da quotare in Borsa, malattie poco interessanti. John Snow[1] è morto da tempo.



** Vedi articolo sul "Gurdian" di venerdì 12 agosto 2016 " Ethical questions raised on research into Sardinian centenarians' secrets".




[1] John Snow, medico epidemiologo, durante l’epidemia di colera a Londra tra il 1848 e il 1854 scoprì che la maggioranza dei casi era localizzata in un quartiere che utilizzava l’acqua di una certa pompa pubblica. Quando riuscì a far rimuovere la pompa, il numero dei casi diminuì bruscamente. Snow inaugura la tradizione della medicina pubblica di base e la ricerca epidemiologica al servizio della comunità.