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sabato 16 gennaio 2016

LA FABBRICA DEL JIHAD GLOBALE




LA FABBRICA DEL JIHAD GLOBALE OVVERO***
COME DIROTTARE LE LOTTE DI CLASSE
Quarta e ultima parte




Durante l’infanzia ho amato molto un libro di Nathaniel Hawthorne, pubblicato nel primo ‘900 dall’Istituto Editoriale Italiano: Storie Meravigliose. Il libro era un rifacimento fantastico e semplificato dei miti greci sullo sfondo del New England. Una delle storie era intitolata: I denti del drago. Cadmo, dopo una lunga peregrinazione, giunge in un luogo dove desidera fondare la sua città ma viene assalito da un drago gigantesco. L’eroe lo sconfigge e allora una misteriosa voce gli suggerisce di estirpare dalle fauci della bestia i denti e di seminarli. Dopo qualche tempo da ogni dente interrato spunta una lancia, un elmo e infine una selva di guerrieri armati di tutto punto si schiera davanti a Cadmo. La stessa voce gli suggerisce di lanciare un sasso nel mucchio, ed ecco che i guerrieri si scagliano gli uni contro gli altri sterminandosi a vicenda. Mi sembra una metafora suggestiva del tornante storico attuale.

Il 2015 si è chiuso con un attentato rivendicato da ISIS in Daghestan, all’ antica fortezza di Derbent, affollata di turisti; il 2016 si è aperto con un contenzioso più aspro del solito tra Arabia Saudita e Iran, ai ferri corti ormai da anni, tanto più dopo l’accordo sul nucleare iraniano, e si è subito inanellata una serie di nuovi attentati tutti di matrice islamista: a Mogadiscio il 10 gennaio; a Istanbul il 12 gennaio, egualmente mirato a colpire i turisti; a Djakarta il 14 gennaio; un attacco a una base dell’ Unione Africana nell’estremo sud della Somalia nella notte tra il 14 e il 15 gennaio, particolarmente cruento. E oggi 16 gennaio 2016 il risveglio è condito dai particolari dell’attacco a Ouagadougou in Burkina Faso all’Hotel Splendid e al bar Capuccino, frequentati come l’Hotel Radisson Blu di Bamako prevalentemente da una clientela di stranieri. Attacco rivendicato già da AQMI a nome del gruppo Al-Morabitoun (già responsabile della strage al Radisson Blu) capeggiato dall’imprendibile Mokthar Belmokhtar, un jihadista professionista che ha attraversato un bel numero di conflitti islamisti dal 1991 in poi (Les vies multiples de Mokthar Belmokhtar, Le Monde, 13/14 dicembre 2015), dall’Afghanistan all’Algeria, al Mali, evanescente.




A fine gennaio dovrebbe iniziare il processo politico mirante a condurre a una tregua e poi a un qualche accomodamento (ancora non è chiaro quale) tra i vari fronti in guerra in Siria che fanno capo al governo siriano da un lato e all’opposizione dall’altro. Ma ovviamente lo Stato Islamico non sarà della partita. Nella seconda metà del 2015 il territorio che controlla si è ristretto ma comprende sempre un’estensione ragguardevole, pari allo Stato Ceco; Raqqa e Mosul non sono state ancora espugnate. 

E comunque la strategia delle bombe sposta i combattenti da un luogo all’altro, da uno stato all’altro; l’eventuale perdita di una base territoriale tra Irak e Siria li scaraventerà ancor di più ai quattro punti cardinali. Sono già saldamente impiantati in Libia, guadagneranno terreno in Yemen dove rivaleggiano con Al-Q’aida nella penisola arabica (AQPA); gli ex padrini del Golfo e la compiacenza dei turchi sono sempre meno necessari, le casse sono piene (PolicyWatch 2275, “Saudi Funding of ISIS”; Peter Kingsley, “Hiding in plain sight: inside the world of Turkey’s people smugglers”, The Guardian 29/11/2015).


La compiacenza turca di fatto è vera e propria complicità: dopo il terribile attentato di Ankara del 10 ottobre che ha ucciso più di cento persone, la cellula jihadista di Adyaman, “vivaio dello Stato Islamico in Turchia” dal quale sono partiti gli assassini di Suruç, Diyarbakir e Ankara, non solo non è stata disturbata ma è stata lasciata scientemente e coerentemente libera di continuare a reclutare carne fresca da cannone (“A Adyaman, vivier de l’état islamique en Turquie”, Le Monde, 21/10/2015). Si veda anche il reportage di Maurizio Molinari su La Stampa del 27 novembre 2015: “Barba, kalashnikov e inni jihadisti. Quelle milizie turche uguali a ISIS”. Ma la Turchia è un prezioso alleato per la coalizione anti-Stato Islamico Occidentale, il lupo è di guardia all’ovile.


Finché perdureranno le condizioni e gli assetti che hanno permesso all’idra islamista di nascere, crescere e riprodursi, questa ha un avvenire sicuro, tra alti e bassi. E nonostante le dichiarazioni bellicose che sono risonate da una riva all’altra dell’Atlantico, e dalla Tunisia al Ciad alla Nigeria, non si è sentito verbo menzionare le famose “root-causes[1]”, che variano da paese a paese e da area a area del mondo, ma che hanno alcuni comuni denominatori mai menzionati dai decisori politici; i pareri pur autorevoli di commentatori, studiosi, sociologi e think-tank sono bellamente ignorati. Come quasi irriso è il Papa che parla di povertà alla base dei problemi nel suo viaggio africano. 

Jean Marie Guéhenno, direttore di International Crisis Group, osserva acutamente:” Ciò che unisce questi diversi gruppi non è tanto la loro ideologia jihadista internazionale. Più stupefacente è che tutti sono radicati profondamente in conflitti locali. Gruppi come l’ISIS possono proclamare ambizioni globali, ma essi si alimentano delle rivendicazioni[2] locali delle varie comunità -  rivendicazioni più spesso connesse all’acceso al potere e alle risorse che alla religione” (Tackle early the reasons that breed extremism, Nikkei Asian Review, 4 febbraio 2015). Ma durante il 2015 la dimensione internazionale e globale della piovra jihadista si è sviluppata notevolmente, rivelandosi “glocal”.


Olivier Roy, Gilles Kepel, Alain Gresh tra gli altri, per nominare soltanto alcune delle figure di islamologi più conosciute, hanno un bell’analizzare “le ragioni che scatenano l’estremismo”; chi conosce bene gli attori dello Stato Islamico ha abbondantemente ripetuto che le bombe e la guerra sono ciò che questi vuole per potersi ergere a bastione dei veri musulmani contro i crociati occidentali, che le bombe non servono a debellarlo ma lo rinforzano ideologicamente, ne dilatano l’immagine eroica che tanta attrazione esercita sugli aspiranti jihadisti di tanti paesi e non ultima la Francia. Le tribù sunnite irakene temono le milizie sciite che spalleggiano la controffensiva occidentale ben più di Daesh: muoiono più civili che guerrieri, si affamano le popolazioni. Lo stesso Bashar Assad ha aiutato la crescita di ISIS per porsi a difensore di un’ormai inesistente stato laico mentre sterminava il suo popolo.  Nicolas Hénin, giornalista, ostaggio di ISIS per circa un anno, lo dice a chiare lettere: ciò che serve è strangolare le fonti di finanziamento di ISIS, aprire le braccia d’Europa ai rifugiati per mostrare che i musulmani sono bene accetti; ciò che serve è minare alla base il discorso islamista, investire nel sociale, acquisire consensi tra le popolazioni siriane e irakene strette tra l’incudine e il martello (vedi intervista a Salam Kawakibi e Nicolas Hénin del 22 novembre 2015 a RFI e l’articolo “Former Isis hostage says airstrikes on Syria are a trap”, The Guardian, 2 dicembre 2015). 
Rifornimento in volo di caccia siriani


Si fa tutto al contrario: invece di una grande iniziativa di legalizzazione (e di finanziamento) dei viaggi dei profughi per impedire loro di cadere nelle mani delle mafie e di morire annegati si è rafforzata Frontex, si sono chiuse progressivamente frontiere dai Balcani alla Scandinavia, non si è condotta una grande campagna europea di acquisizione di consenso per dissipare malintesi e paure più o meno giustificate e dilatate dall’ignoranza dell’altro. Ha ripreso quindi fiato l’islamofobia e addirittura la UE dà soldi per fermare l’esodo dalla Siria a quella Turchia che ha scopertamente favorito l’installarsi e il prosperare di ISIS alle sue frontiere e ha continuato a comprargli petrolio e cotone fino a ieri. L’Arabia Saudita che sta distruggendo lo Yemen e validamente contribuendo a rafforzare le basi di Al Q’aida nella Penisola Arabica (AQPA) nonché favorire la rivale ISIS è sempre tra i solidi alleati dell’Occidente, l’Arabia Saudita che ha avuto il coraggio di lanciare una “grande coalizione” -un’altra!! - per combattere lo Stato Islamico il 15 dicembre dello scorso anno, forse temendo che le bombe occidentali non fossero sufficienti. Militarizzazione invece di educazione e investimenti sociali. E tra l’altro, chi ha provato a fermare le visibilissime e interminabili colonne dell’ISIS in viaggio nel deserto verso Palmyra?
Strada a Deir Ezzor, Siria


I comuni denominatori che hanno concimato le insorgenze islamiste in Africa e in Medio Oriente, in Caucaso e in Asia centrale, dall’Algeria al Caucaso, dall’Afghanistan alla Nigeria, sono il fallimento degli stati di fornire un minimo di servizi di base ai loro cittadini, un orizzonte credibile di partecipazione democratica alla gestione della cosa pubblica, pane e lavoro si diceva una volta, rispetto e dignità, istruzione e sanità, classi dirigenti degne di questo nome non dedite soltanto all’arricchimento personale. Se a questo aggiungiamo le pesanti eredità coloniali e il neocolonialismo, la continuazione delle politiche delle aree di influenza, la Françafrique e i Messieurs Afrique[3], il fallimento del nazionalismo arabo, l’immensa ferita aperta della Palestina dove continuano a crescere le colonie israeliane e accanto prospera il fondamentalismo israeliano ed ebraico, le aggressioni USA e dei volenterosi, che cosa possiamo aspettarci di diverso? Se continuano a crescere le masse diseredate, sarà sempre più facile il reclutamento sotto una bandiera che fornisce loro non solo di che vivere ma anche un bersaglio da colpire in cui identificare i responsabili del loro status di reietti, e se serve, un’ideologia prêt-à-porter. E quella disponibile sul mercato è l’islamismo. Le guerre che avrebbero dovuto frenare il jihadismo non hanno fatto altro che attizzarlo e fornirgli combustibile. O forse lo volevano effettivamente fomentare, come continuano a farlo oggi, per distruggere ogni speranza di un mondo più giusto possibile?

Islamisti del GIA (Algeria)


In Tunisia, culla delle primavere arabe, a cinque anni dalla rivolta, la disoccupazione e la miseria, la frustrazione e lo sconforto che regnano tra i giovani poveri sono le stesse o forse peggiori che nel dicembre  2010 (http://www.lemonde.fr/international/article/2015/12/17/cinq-ans-apres-a-sidi-bouzid-la-revolution-tunisienne-a-un-gout-amer_4834083_3210.html). E la delusione era già palpabile nel dicembre 2011, dopo un anno: sono andata a Sidi Bouzid proprio il 17 dicembre 2011 con la delegazione di una organizzazione femminista tunisina e l’ho constatato di persona: in una sala in cui c’era poco da festeggiare gli interventi infiammati dei ragazzi gridavano la loro rabbia impotente. L’Unione Europea nel suo bando per il finanziamento di eventuali progetti sollecitava proposte concernenti “i diritti delle donne”, e di diritti soprattutto si parlava, quindi molto di formazione, esperti, convegni, ecc…Ma i giovani disoccupati volevano lavoro, istruzione, infrastrutture, investimenti. Parlare di diritti così in astratto aveva il sapore di una presa in giro. E nessuno ha mai saputo dove siano finite le centinaia di giovani harraga [4]salpati entusiasti dalla Tunisia ma anche dall’Algeria (“Migranti tunisini dispersi, ancora silenzio…” La Repubblica, 21 aprile 2012). Da allora, dalla Tunisia sono partiti a migliaia gli aspiranti jihadisti.


In Francia dopo gli attentati del 13 novembre 2015 la risposta è stata e continua a essere securitaria, con rafforzamento di leggi restrittive e liberticide e aumento di spesa pubblica per il reclutamento di poliziotti, non certo per comprendere e poi combattere le radici del fenomeno dell’adesione di tante migliaia di giovani figli di immigrati maghrebini all’islam politico e a un’ideologia stragista. Sono apparse molte interviste a “reduci” del jihad che mostrano il misto di improvvisazione, avventurismo, rancore, frustrazioni e perdita di senso all’origine della scelta jihadista, che spesso precipita nel giro di pochi mesi. Dopo la repressione dell’altermondialismo e della spinta libertaria e umanista che la nutriva, dopo il 2001 a Genova, anche qui in Europa l’unica ideologia sul mercato è la ribellione nichilista jihadista. “Restano poche cause credibili sul mercato degli ideali, e la sola che sembra opporsi all’imperialismo è oggi lo Sato Islamico o Al-Q’aida” (Alain Gresh, http://www.middleeasteye.net/fr/analyses/attentats-de-paris-l-analyse-d-alain-gresh-266376078).


Due fiammate libertarie e promettenti, piene di entusiasmo e di futuro, quelle del 2001 e 2011, e due repressioni, due schiaffi alla speranza. Ma ce n’è un’altra forse meno conosciuta dai più, più indietro nel tempo seppure non di molto. E importante per l’Africa.  A La Baule, nel 1990, Mitterand pronunciò un discorso che sembrò l’inizio di un’era diversa delle relazioni tra vecchie potenze coloniali e governi africani: basta appoggiare dittatori e cleptocrati, basta con il regime del partito unico, libere elezioni e libera dinamica delle nuove forze sociali, intellettuali e giovani. Dopo di che le elezioni sanzionarono i potenti di sempre, le dittature si mascherarono ma non mutarono pelle, se non in rari casi (Ghana, Benin ad esempio), e nel 1994 il genocidio dei Tutsi (e degli Hutu democratici) ribadì i vincoli di sudditanza neocoloniale in un mare di sangue. Non tutti i veli sono stati alzati sull’Operazione Turquoise.

Ma, ricordando che “la storia può anche essere un’arte delle discontinuità”[5] teniamo a mente le parole di Bertolt Brecht per l’epilogo de: L’anima buona del Sezuan: “Presto, pensate come sia attuabile! /Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!”[6]





*** Update 17 novembre 2016: Estensione al Puntland durante il corso di quest'anno dell'influenza accresciuta sia di Al Qaeda che dell'ISIS:

The Islamic State Threat in Somalia’s Puntland State

Zakaria Yusuf, Abdul Khalif, Crisis Group, 17 November





















[1] Cause sottostanti, le radici del problema

[2] La parola inglese “grievances” riflette meglio l’idea di rivendicazioni per un torto subito, reale o presunto.

[3] S. Smith, A. Glaser. Ces Messieurs Afrique. Calmann-Levy, Parigi, 1992.

[4] Migranti, in arabo.

[5] Patrick Boucheron, Lezione inaugurale al Collège de France, 17 dicembre 2015.


[6] I capolavori di Brecht, Einaudi, 1963, p. 249.

venerdì 18 dicembre 2015

LA FABBRICA DEL JIHAD GLOBALE

LA FABBRICA DEL JIHAD GLOBALE OVVERO
COME DIROTTARE LE LOTTE DI CLASSE
Terza parte

Terra vista dallo spazio

“La guerra è quello che facciamo per vivere”: è quanto dichiarava un combattente somalo dell’Alleanza del Nord in Afghanistan[1]. Echeggia un’altra frase contenuta in un raccapricciante reportage sulle torture inflitte ai migranti dai “boia del Sinai”: “Dopo gli attentati del 2005 (di Charm El Cheick, 88 morti) ho perso il mio impiego nel turismo. Allora ho scelto questo lavoro. All’inizio gli africani pagavano solo 1000 $ e li facevo passare in Israele senza far loro niente. Nel 2008 sono arrivati gli Eritrei. Sapevamo che erano disperati. E’ stato a quel punto che è cominciato il” lavoro”. Gli autori del reportage aggiungono per chiarimento che il termine “lavoro” sta per “sequestro e tortura[2]”. La lettura delle vicende rwandesi e non solo ci ha abituato a questo lessico: anche gli hutu assassini andavano al “lavoro” il mattino presto e smontavano la sera, stanchi ma paghi del dovere compiuto. Ma la questione qui non è la degenerazione dell’umano o di ciò che si intende per tale, bensì ciò che per molti versi ne è la causa primaria. La disponibilità di una manovalanza pronta a tutto per sopravvivere è infatti conseguenza di un perverso circolo vizioso: miseria, disoccupazione, diseguaglianze e corruzione generano conflitti e guerra; conflitti e guerra generano più povertà, più disoccupazione, la perdita di orizzonti di significato e crescente disumanità, da cui derivano altri conflitti. 

La disponibilità di manovalanza all’infinito è quella che alimenta quasi tutte le guerriglie jihadiste, tra cui il dilagare degli attacchi di Boko Haram nel nord della Nigeria, che ha ritenuto opportuno nel 2014, dopo la proclamazione del califfato da parte di al Baghdadi, di apporre l’etichetta ISIS sugli scempi perpetrati: più di 6000 morti e centinaia di migliaia di rifugiati nel corso del 2015, che non è finito. 

La storia di come una setta locale non eccessivamente pericolosa abbia potuto trasformarsi in un disastro che dal nord della Nigeria è dilagato in tutto il bacino del Lago Ciad è una vicenda intessuta di stoltezza politica, corruzione immane, repressione e impunità delle forze di sicurezza e ovviamente di disoccupazione e povertà. Non a caso la ribellione ha avuto il suo baricentro in uno dei più poveri tra i 36 stati nigeriani, a Maiduguri, nel Borno[3]. Il leader leggendario del gruppo, Mohammed Yusuf, fu arrestato a fine luglio 2009 in seguito a scontri violenti e assalti contro stazioni di polizia e non uscì vivo di prigione. Era un oratore eccezionale, possedeva grandi capacità di convinzione e denunciava il sistema scolastico nigeriano (sinonimo di Occidente) in quanto fucina delle carriere della classe politica nigeriana marcia fino al midollo, una scuola (boko=libro) che funzionava come sistema discriminatorio produttore di privilegi da un lato e miseria senza scampo dall’altro.

Abubakar Umar Gada, senatore di Sokoto, altro stato del nord della Nigeria, diceva già nel 2009 a proposito di Boko Haram che “aveva tratto vantaggio dal grande numero di disoccupati[4]. E la rivista Nigrizia (febbraio 2012) ricorda che, una settimana dopo l’uccisione di Yusuf crivellato di colpi di pistola dentro la stazione di polizia, il suocero si recò in caserma per chiedere ragione della distruzione della propria abitazione e anche lui fece la stessa fine del genero. Abba Aji Kalli  [5] intervistato da Libération, ricorda che Yusuf ripeteva “Boko is haram ! Boko is haram![6] E aggiunge: " Lui si batteva contro l’ingiustizia sociale, voleva una società basata sull’islam rigoroso, ma non parlava di jihad” (http://www.liberation.fr/planete/2015/02/26/aux-sources-de-boko-haram_1210555). 

 Una delle ragazze di Chibok

Di pasta diversa era però il suo secondo in armi, Abubakar Shekau, fautore di un jihad aggressivo in opposizione al suo mentore. Dopo la morte di Yusuf, Shekau fece pubblicare un pamphlet in cui minacciava di “rendere il paese ingovernabile e di vendicare la morte del suo leader” (ibid.). Sparì per circa un anno, non si sa dove, verosimilmente per cercare appoggi, soldi, e armi e quando tornò, è sempre Abba Aji Kalli che parla: “I fedeli di BH cominciarno a indossare uniformi, con colori diversi sulle maniche, come se avessero dei gradi. A quel punto ci si rese conto che quest’uomo aveva un progetto” (ibid.). Nel 2010 il movimento cominciò a finanziarsi assaltando banche e sequestrando ostaggi. Da notare che la Nigeria aveva già avuto a che fare con movimenti radicali islamisti negli anni ’80. E ben prima, a fine ‘800, il mahdismo rivoluzionario era fiorito nel Califfato di Sokoto: il Mahdi è il Messia dell’escatologia islamica, letteralmente “colui che va per la retta via” e instaurerà il regno della giustizia convertendo l’umanità intera all’islam. Una violenta rivolta aveva sconvolto il nord della Nigeria e del Niger tra il 1897 e il 1906, epoca della conquista coloniale. Non a caso lo studioso Thomas Hodgkin accosta nel contesto nigeriano il mahdismo, il messianismo e il marxismo come espressioni di anticolonialismo.[7]
 
Dopo l’assassinio di Yusuf era chiaro che la polveriera era pronta a esplodere: la brutalità dell’esercito e la repressione indiscriminata che penalizza e uccide moltissimi innocenti cittadini saranno la miccia. Nel 2009 dilagano già i movimenti di guerriglia islamista e la moltiplicazione di nuovi focolai offre occasioni d’oro a Shekau, che prima si allea ad al Q’aida e poi opportunisticamente dichiara fedeltà a ISIS, che sembra la pedina vincente. Dopo aver conquistato estese aree di territorio tra il 2010 e il 2014, batte in ritirata dopo la mobilitazione internazionale e l'offensiva della coalizione degli stati circonvicini capeggiati dal Ciad  successive al sequestro delle ragazze di Chibok (hashtag/bringbackourgirls) e cambia ancora strategia: si dà agli attentati suicidi le cui protagoniste sono sempre più spesso donne e bambine, addirittura di 7 anni (a Potiskum, 5 morti e 20 feriti). 



Attualmente sono mesi che queste stragi compiute da minorenni si verificano: impossibile leggere un' inchiesta su come queste ragazze e bambine siano adescate, sulle reazioni delle loro famiglie, su eventuali campagne di informazione e messa in guardia nelle zone interessate, nulla.  Il cupio dissolvi, il nichilismo, è quanto di più estraneo ci sia alla filosofia, alla concezione e al senso della vita in Africa. Come riesce Boko Haram a catturare e obnubilare le menti?  E’ chiaro che per combattere l’ondata jihadista in Africa centrale non ci si può solo affidare alle Civilian Joint Task Force, che affiancano un esercito nazionale sotto-pagato, inefficace, feroce e corrotto. Quali investimenti nel sociale? Quale redistribuzione degli immensi profitti del petrolio? La strada scelta sembra sempre quella della militarizzazione che schiaccia e nulla fa per risolvere le questioni di fondo che sono sociali e politiche.



Questo movimento sanguinario ha un potenziale distruttivo e una capacità di infiltrazione pericolosa verso molti stati della regione più a ovest (Burkina, Guinea, Senegal, Costa d’Avorio), dove può raccordarsi con i gruppi islamisti del Sahel e del Maghreb. Un Sahel in cui il Mali ha avuto a che fare dal 2012 con la rivolta Tuareg, favorita dal colpo di Stato di un militare anomalo, Sanogo, che ha cacciato il Presidente Touré e ha permesso agli insorti di arrivare fino a Sevaré, minacciando direttamente la capitale Bamako. A questo punto è intervenuto il corpo di spedizione francese: altra risposta militare in extremis[8].

Anche questa ribellione era ed è eredità coloniale e post-coloniale. Infatti i Tuareg sono una popolazione ex nomade, costituita da almeno 5 milioni e mezzo di persone (censimento degli anni ’90', presente in cinque stati: Mali, Libia, Niger, Algeria, Burkina Faso. Fanno parte delle nazioni lasciate da parte dalla ricomposizione statuale post-coloniale, come i Kurdi, altra popolazione dispersa tra vari stati. Le loro frustrazioni e rivendicazioni sono ataviche.
Già nel 1990 la rivolta era divampata a nord, e non era certo la prima, con rivendicazioni che andavano dalla richiesta di investimenti sociali e strutturali al diritto ad una spartizione più equa del potere al vertice e nei ranghi della funzione pubblica. Richieste respinte al mittente. Nel 1995 si erano conclusi accordi di pace sempre disattesi. Non stupisce che il conflitto si sia riacceso nel 2006, attizzato dopo la disintegrazione della Libia nel 2011 dal ritorno dei combattenti pro-Gheddafi, molti dei quali erano Tuareg. Che sapevano solo fare la guerra

E soffiando ormai il vento jihadista, quella che era una questione interna maliana è stata dirottata dagli islamisti. Anche qui, occupazione di territorio, morte e distruzione, lapidazioni e profughi, interessi internazionali che si intrecciano convulsamente e sovrappongono ad antiche oppressioni e ingiustizie sociali provocate dall’ inettitudine, dalla corruzione, dalla incapacità di stati post-coloniali di sanare le piaghe ereditate dal colonialismo. Gli accordi di Algeri del giugno 2015 a regia francese sono stati firmati dal Presidente maliano Boubakar Keita con il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (l’Azawad comprende propriamente le regioni a nord di Timbuctu). Ma non tutti i problemi sono finiti, come ha dimostrato l’attentato del 20 novembre scorso all’Hotel Radisson Blu rivendicato da due entità, Al Morabitoun  (affiliato ad al Q’aida) e il Front de Libération du Macina (che si richiama ad Ansar Din). Quest’ultima etichetta è eloquente nel suo raccordo ideale a quello che fu l’Impero del Macina nel XIX secolo, da Timbuctu a nord fino a Segou a sud, fondato da un combattente Peul che instaurò la sharia malekita e fu sconfitto dai Toucouleurs nel 1862 (a sua volta sconfitti dai Francesi quasi 30 anni dopo). Imperi che praticavano il jihad. Richiami non casualmente pre-coloniali.

Il 3 dicembre 2015 Abdelmalek Droukdel, leader di Al Q’aida nel Maghreb islamico (AQMI) ha annunciato che Al-Mourabitoun  è confluito nella sua organizzazione, nella quale sono confluiti molti combattenti islamisti figli della sale guerre, una guerra sporchissima, dell’Algeria degli anni ’90, scoppiata dopo la repressione del FIS[9]  e il furto della sua vittoria alle elezioni vinte due volte, prima nel 1990 (locali) e poi nel dicembre 1991 (nazionali).
Dopo il trauma inferto al mondo musulmano dalla prima guerra del Golfo, cui si è accennato nella prima parte di questo scritto, un altro trauma: il risultato delle elezioni nazionali che sanziona la vittoria del partito islamista FIS è scippato dalla reazione del FNL[10] che vede infrangere il monopolio del suo potere ininterrotto dal 1962, data dell’indipendenza. E’ la prima volta che il primato del FLN, partito unico fino al varo della Costituzione del 1989, viene spezzato dal gioco democratico.



All’inizio del 1992 il nuovo presidente Chadli viene costretto alle dimissioni e un veterano del FLN, Mohammed Boudiaf, viene installato in sua vece. Il FIS viene sciolto d’autorità nel marzo 1992. Boudiaf è assassinato nel giugno di quell’anno, e chi lo seguirà non riuscirà a contrastare la marea montante del disordine sociale che trasformerà l’Algeria nel teatro di una guerra atroce, pilotata dall’alto, tra un potere militare screditato e baro e una galassia di gruppi islamisti nati in seguito allo scippo della vittoria elettorale legittima, di cui il principale fu il GIA, Groupes Islamistes Armés. Che fu, in gran parte, creazione dei Servizi di Sicurezza algerini legati al FNL. La guerra in Algeria provocò almeno 200.000 morti e un numero altissimo di desaparecidos. L’intervista rilasciata in Germania a un giornalista di Libération[11] da un agente doppio là rifugiato è circostanziata e precisa, ed è soltanto una tra le tante testimonianze che puntano il dito sulle responsabilità del vecchio potere post-indipendenza algerino. Non a caso gli assassini dei monaci di Tibhirine uccisi nel 1996 non sono mai stati identificati[12]. Anche oggi il baluardo del presidente Bouteflika, malato e quasi muto, è l’esercito. 

Nel 1978 feci un viaggio di un mese in autostop in Algeria, spingendomi a sud fino a Ghardaia, la porta del deserto, indossando jeans e maglietta. Credo che nessuna ragazza potrebbe provarci oggi.


[1] Loretta Napoleoni, ISIS Lo stato del terrore, 2014, p.49
[2] Cécile Allegra, Delphine Deloget. Chez les bourreaux du Sinai. Le Monde, 2 settembre 2014
[3] E’ una regione incuneata tra Niger, Ciad e Camerun, il che spiega come abbia potuto tracimare nei paesi confinati con una certa facilità.
[4] Nigeria’s Boko Haram’s chief killed, Al Jazeera, 31 luglio 2009
[5] Membro delle Civilian Joint Task Forces, milizie civili che cooperano con l’esercito nella lotta contro BH
[6] L’Occidente è peccato: l’educazione è identificata con il sistema scolastico, i libri.
[7] http://www.artsrn.ualberta.ca/amcdouga/Hist347/additional%20rdgs/case%20studies/sokoto/mahdism_sokoto.pdf
[8] Interessante l’intervista a  Jean-Pierre Olivier de Sardan, grande studioso dell’Africa all’EHESS, attualmente in Niger, su Boko Haram a RFI del 10 febbraio 2015: http://www.rfi.fr/emission/20150210-ode-sardan-boko-haram-est-le-receptacle-toutes-frustrations
[9] Front Islamique du Salut, che si richiamava al movimento dei Fratelli Musulmani di origine egiziana.
[10] Front de Libération Nationale
[11] José Garçon, 15 novembre 2003, Libération, Les GIA sont une création des Services de Sécurité algériens.
[12] http://www.lastampa.it/2008/07/06/esteri/i-monaci-in-algeria-uccisi-dai-militari-f2FA69T4HuD4yOWWoV9pdL/pagina.html