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lunedì 27 aprile 2015

VIAGGIO IN SUDAMERICA : PARAGUAY



SCAGLIE DI SUDAMERICA: VIAGGIO DALL’ATLANTICO AL PACIFICO (2)



Paraguay


Sul Paraguay, seconda tappa del viaggio, avevo letto ben poco, a parte la presentazione del solito Lonely Planet: ai tempi dell’Università, un saggio sulla lingua guaraní  che mi era rimasto impresso: il guaranì era (ed è)  ancora usato abitualmente non solo  nella vita quotidiana ma anche in sede istituzionale, il che costituiva un’ eccezione socio-linguistica nella regione[1]; poi  articoli sulla longevità del dominio del dittatore Stroessner, al potere dal 1954 al 1989, senza interruzioni e soprattutto senza grosse contestazioni di piazza, nemmeno durante il periodo caldo dei focolai di guerriglia (anche se varie migliaia di oppositori politici furono arrestati, torturati e uccisi); infine,  il più recente capitolo sul breve mandato presidenziale  dell’amato (dal popolo)  e altrettanto odiato(dalle oligarchie del Partido Colorado) Fernando Lugo, ex religioso. Che, eletto quasi per sbaglio, riuscì a resistere quattro anni, dal 2008 al 2012, e prima della scadenza costituzionale fu costretto alle dimissioni da una mozione di impeachment votata a grande maggioranza dal Parlamento sulla base di fatti che hanno costituito dei pretesti, salutati con sollievo da latifondisti, militari e dagli altri poteri forti. Tutti notabili che mal sopportavano i tentativi di  realizzare la promessa elettorale di riforma agraria dell’ex vescovo: il 2% della popolazione possiede l’85% della terra (www.oxfam.org). 
 Ricordavo poi di aver ascoltato un reportage della BBC nel 2011 sull’esproprio delle terre dei campesinos  a vantaggio delle multinazionali della soia, una denuncia bruciante dell’accaparramento di terre che impazza da almeno dieci anni e dilaga sempre più in Africa e in America del Sud.  Sulle piantagioni di soia si veda, tra le tante possibili  fonti : http://www.coha.org/soybean-wars/.

L’impatto che  ricevo entrando nel paese via terra non è dei migliori, anche se mi ritengo non una turista ma una viaggiatrice pronta alle incognite: in primis, autobus sgangherato, che allontanandosi dal terminal di Posadas e raccogliendo via via passeggeri alla volta del Puente San Roque sul Paranà, che segna la frontiera tra Argentina e Paraguay, si riempie in modo disumano, anche  tenendo conto  del caldo canicolare; giunti all’ufficio di frontiera, tutti giù dall’autobus e fila interminabile sotto il sole a picco del solstizio estivo (23 dicembre) fino a ottenere il timbro di uscita; poi  di nuovo tutti sull’autobus (ma attenzione, non è lo stesso di prima, il flusso di gente e di mezzi é continuo, quindi ci si pigia dentro il primo veicolo che arriva  fino a che questo non parte schiacciando l’ultimo grappolo di gente contro le portiere. (Nella foto, l'autobus é ancora semivuoto, impossibile fotografare nella calca). 

Si giunge all’altro capo del ponte, dove si scende di nuovo e si riforma la fila per ottenere il visto di ingresso. Intanto è sempre più caldo, i pendolari paraguayos che tornano a casa per le feste hanno fardelli di proporzioni gigantesche che vanno controllati, quindi disfatti e ricomposti; insomma, un martirio. Ovviamente il contrabbando transfrontaliero nutre molte bocche, e immagino che vari bigliettoni di guaraní ( si chiama così la valuta locale) scivolino sottobanco tra le pile di scartoffie. Beh, questo è il contrabbando di terz’ordine dei poveracci: il narcotraffico è fiorente ma soprattutto attraverso Ciudad del Este, a nord, e certo ha ben altri mezzi dei fagotti dei pendolari. Intanto tutti chiacchierano facendo la fila, nessuno si arrabbia, l’atmosfera è festosa, il che mi solleva lo spirito. A mezzogiorno circa si arriva al terminal di Encarnación, anche questo scalcinato e senza servizi igienici degni di questo nome. Sembra l’Italia, mi dico! Ma il Paranà è bellissimo, scintilla e sfavilla, e il cielo si apre come un ventaglio blu metallico. Qui accanto, un Paranà serale.



In pochi minuti trovo un hotel decente al modico prezzo di 9 euro  dove incredibilmente accettano il Bancomat e c’è un ottimo wi-fi, tutti sono gentilissimi e scopro che ci sono bus frequenti per  arrivare alle Reducciones Jesuíticas, una delle mete principali del viaggio.


Le Reducciones sono così designate perché  la Compagnia di Gesù si stabilisce in Paraguay per realizzare la “reducción a la vida política y humana del indio aguaran” (www.ifch.unicamp.br/ihb/estudos/), e fonda delle vere e proprie enclaves fortificate per difendere gli indigeni dallo sfruttamento cui erano sottoposti dai cosiddetti Paulistas,  i proprietari di terre di San Paolo in Brasile, che ne andavano a caccia per venderli come schiavi o sfruttarli essi stessi nelle  encomiendas, le  loro piantagioni. I Gesuiti stabiliscono quindi delle cittadelle dove si rifugiano centinaia di migliaia di indiani che vengono naturalmente anche evangelizzati, oltre che addestrati militarmente per difendersi, e questo in un Paraguay che tra l’inizio del 1600 e la seconda metà del 1700[2] comprendeva anche parti dell’attuale Argentina, della Bolivia, del Brasile e dell’Uruguay, un territorio grande quasi come l’attuale Europa occidentale.


Vicino a Encarnación ci sono le rovine magnifiche di due Reducciones:  SS. Trinidad del Paranà e  Jesus del Tavarangues. Le visito tra il 24 e il 28 dicembre: soprattutto SS. Trinidad mi incanta con il suo silenzio sovrano, il cielo azzurro e la maestosità della chiesa principale,  navate, pulpiti, portali e colonnati, il tutto tra il verde sfolgorante del prato e rare palme svettanti, con condimento  di cinguettii  e gorgheggi esotici. Le volte non esistono più:  in una notte crolla la cupola principale, i cementi non sono sufficienti per sopportarne il peso soverchio  e la riparazione abborracciata  con mattoni non riesce a frenare il progressivo sfacelo, soprattutto una volta che i gesuiti sono stati espulsi. A poco a poco alcune parti sono utilizzate in altre costruzioni e il disfacimento è ormai progressivo. Nel piccolo museo c’è la maquette che mostra la basilica come era nell’epoca del suo fulgore e ricostruisce le tappe della fondazione della Reduccion e le caratteristiche  di questo capitolo così originale della storia del Sudamerica.  L’architetto era un  italiano, Gianbattista Primoli, che la progetta nel 1745, con ardite cupole che si inarcano sulle navate immense e disegna capitelli, fregi, statue, pulpiti e fonte battesimale di un barocco sobrio, il tutto realizzato  in una pietra rosata, intagliata squisitamente da artigiani locali. Le cave sono a pochi km.


Oltre alle rovine della chiesa  principale e di altre cappelle si vedono ancora i colonnati della scuola, le fondamenta delle case dei padri e degli indigeni, le delimitazioni degli appezzamenti da lavorare, i magazzini, il cimitero. Le tupa-mbaes, le “haciendas de Dios” producevano i beni  collettivi, mentre le aba-mbaes costituivano le piccole proprietà private ad uso delle famiglie. Il sistema di governo di queste comunità contemplava  una gerarchia solida ma flessibile e passava dalla base attraverso le filiere di comando indigene dei caciques fino al vertice dei padri gesuiti. . E’ una città che si cerca di indovinare, di rievocare, facendola risorgere con l’immaginazione dalle tracce lasciate, dalle pietre annerite, dalla quiete assolata.  Vicino alla chiesa c’è un lapidario  assai ricco. Per fortuna i frammenti erano rimasti sepolti dalle macerie e non sono stati saccheggiati: sono stati anche realizzati restauri parziali recenti.


Jesus de Tavarangues è egualmente bella ma meno estesa, ciò che resta della chiesa appare meno imponente, ma spicca l’arco moresco, unico nel suo genere. Più difficile da raggiungere, occorrono due autobus e il secondo non ha orari certi, ci arrivo in autostop sulla motocicletta di un cortese giornalista. Ecco l’arco moresco.

 
Al ritorno, perdo per un attimo il bus e aspetto un bel po’ di tempo, ma per fortuna chiacchiero con una mamma che ha una bambina deliziosa.Nell’autobus del ritorno un anziano si lamenta del fatto che il “loro” presidente sia stato silurato: ora predominano politiche super-liberiste. Sfoglio qualche giornale nell’albergo: soprattutto vedo celebrare tassi di crescita intorno al 5-6% e previsioni mirabolanti per il 2015: viva la crescita dei profitti.

E’ la stagione delle piogge e per qualche giorno l’acqua viene giù a catinelle, non c’è molto da fare, l’unico museo di storia è chiuso, aspetto che ritorni il sole per visitare un parco a qualche decina di km raggiungibile con i mezzi pubblici, il Parco Manantial. Visita deludente: sentieri poco percorribili dato il fango, animali invisibili, sole e pioggia si avvicendano, si è avvolti da tanto verde, solitudine  e una umidità atomica. Per tornare a Encarnación cammino per qualche km, non trovo un segnale di fermata di mezzi collettivi finché non incontro un altro camminante che mi indica dove aspettare l’autobus: si fa una chiacchierata e intanto un furgone arriva da Ciudad del Este. E’ un altro che mi sconsiglia di andarci: anche il Lonely Planet puntualizza che “ a parte Ciudad del Este e certe zone di Asunción, il Paraguay è abbastanza sicuro rispetto ad altri paesi dell’area”.

Mi rendo conto che viaggiare in Paraguay  nel periodo sbagliato e in più con un budget limitato, il che esclude molte escursioni organizzate (care) e noleggio in solitario di 4X4 (carissimo) non è la mia massima aspirazione. Quindi decido che andrò a Iguazú  passando per l’Argentina e non risalendo il Paraguay e che il Chaco si potrà assaggiare più a sud., Il giorno dopo faccio fagotto, rinuncio a Asunción e al Chaco  paraguayo e mi imbarco di nuovo sugli scassatissimi bus alla volta del maledetto Puente San Roque e di Posadas, preparata alle forche caudine del doppio controllo di frontiere.





[1] Una norma costituzionale già nel 1992 decretava che “il Paraguay è un paese bilingue e multiculturale. Le lingue ufficiali sono il castigliano e il guaraní”. Una legge speciale è stata adottata poi nel 2011 per sancire che il guaraní è la seconda lingua ufficiale del Paraguay.


[2] I Gesuiti vengono espulsi dal Paraguay dal re Carlo III di spagna nel 1768.

sabato 18 aprile 2015

VIAGGIO IN SUDAMERICA: URUGUAY

SCAGLIE DI SUDAMERICA: VIAGGIO DALL’ATLANTICO AL PACIFICO (1)

 Buenos Aires vista dal Mar de la Plata

Da novembre 2014 a febbraio  2015 ho percorso varie migliaia di km da Buenos Aires a Lima, in autobus principalmente: solo un tratto del sud della Bolivia l’ho coperto in treno, e un altro tratto in aereo, dato che la strada era danneggiata da piogge e frane  tra Sucre e Cochabamba, sempre in Bolivia. 

Ho toccato cinque paesi: Uruguay, Argentina, Paraguay, Bolivia e Perù. E’ stato un grande privilegio poter andarmene a zonzo disegnando il percorso man mano che avanzavo, correggendo traiettorie  a seconda degli interessi, degli stimoli e delle curiosità, a volte  costretta dalle condizioni metereologiche a modificare la meta. Molti parchi naturali si sono rivelati difficilmente raggiungibili con mezzi pubblici o poco agibili per fango e piogge, come in Paraguay, il paese logisticamente più arduo da negoziare in autobus e a piedi.
Di ogni paese ho conservato impressioni molto diverse: città e paesaggi fortemente caratterizzati, visi persone incontri variegati, musei indimenticabili, e su tutto  dominano nel ricordo  alcune realtà  più dure e sconvolgenti: la “mineria”, la vita nelle miniere di Potosí: Cerro Rico è a 4700 mt di altezza. E ho colto per la prima volta non solo intellettualmente, librescamente, alla lontana come un’eco spenta, ma con il sentimento, quel che può aver significato la Conquista per il sub-continente: l’azzeramento, l’annichilamento, il genocidio non solo di popolazioni intere, di milioni di schiavi africani, ma di culture millenarie, di centinaia di enclaves ricchissime di tradizioni, storia, filosofia, lingue e scritture, tutto finito e trasformato in fossili da archivio, reperti museali. Oppure, e nel migliore dei casi, trasfuso e meticciato  in nuove entità culturali criolle. 
Anche le mummie sembrano urlare la loro protesta.
 Mai ne avevo visto tante, e così icastiche, vocali, dalle bocche contorte dischiuse in un grido muto,  ancora vestite dei brandelli di cinquecento anni fa, capelli pervicacemente attaccati alla testa, sandali ai piedi.  I musei brulicano di una incredibile profusione di strumenti musicali, di oggetti d’arte, di vasi, statue, gioielli, manufatti, tessuti  che rimandano alla  cultura immateriale che li ha generati, a  visioni del mondo: le vene aperte dell’America Latina non sono più solo un libro che hai letto chissà quando, diventano esperienza “vivida” e interiorizzata di una violenza immane, protratta per secoli di spoliazione e di schiavitù. Tanto più palpabile fisicamente  in paesi dove quasi non esistono più né indigeni né meticci, come in Uruguay e Argentina; gli abitanti  sono quasi  tutti di discendenza  europea,  persone con cognomi italiani, baschi, castigliani, portoghesi,  tedeschi, e così  via. Certo, lo si sa anche prima di arrivare, ma ripeto, è una cosa diversa rendersene conto dall’altra parte dell’Atlantico.

Museo Precolombino, Montevideo

In contrasto con i due paesi più europeizzati, Uruguay e Argentina, in Paraguay il 90% della popolazione si dichiara meticcio, il che salta agli occhi dal primo sgangherato autobus paraguayo che prendo a Posadas, sul fiume Paranà,  per attraversare la frontiera e arrivare a Encarnación (Paraguay).  
Anche in Bolivia basta passare il posto di frontiera con l’Argentina a Villazón, a sud, per rendersi conto di entrare in un mondo indio: donne in “pollera”, la gonna lunga e arricciata diffusissima, trecce nerissime e lunghissime dietro la schiena e legate tra di loro in fondo per tenerle ordinatamente parallele, cappello rotondo di paglia o a bombetta (attenzione, ci sono differenti tipi di bombette, quelle di La Paz sono diverse da quelle portate dalle donne del sud), e un immancabile grembiule.
Mi ci è voluto più di un mese per ordinare le foto e gli appunti. Di ogni paese ho selezionato alcuni aspetti. E comincerò seguendo un ordine cronologico dall’Uruguay, dove sono stata quasi un mese, fino a Natale.
  
Uruguay

Ci sono arrivata a ridossso delle elezioni presidenziali: l’amatissimo e popolarissimo Pepe Mujica, ex guerrigliero Tupamaro imprigionato e torturato durante la dittatura (anni ’70-80) aveva terminato il suo mandato durante il quale aveva fortemente contribuito a far conoscere l’Uruguay nel mondo con la sua comunicativa, le sue iniziative democratiche, il suo stile di vita frugale e la sua onestà intellettuale. Si votava il 30 novembre, domenica, il favorito era Tabaré Vasquez, del Frente Amplio, la stessa formazione politica di Mujica. La sera dello stesso giorno gli exit polls davano già certa la vittoria di Vasquez, e il centro di Montevideo esplodeva di gioia: scorribande di auto strombazzanti con bandiere del Frente e dell’Uruguay, una folla di gente in strada che si radunava spontaneamente, si spostava in direzioni diverse, un frastuono di gioia e sollievo, persone che si abbracciavano, volti infiammati di allegria, da molto tempo non avevo visto un tripudio politico così coinvolgente e contagioso. Il mio telefono non era un gran che come fotocamera soprattutto per cogliere il rapido movimento di auto e folla, ma ecco alcune delle foto che sono riuscita a fare.


Mi sono coricata allegrissima, scoppiettante: che differenza tra il nostro clima politico e quella festa! Che invidia! E anche, quanti ricordi di speranze deluse sui nostri lidi. 

Il paesaggio uruguayo ( pronuncia: uruguajo, con j francese) più spettacolare è quello della costa: l’interno offre panorami distesi molto verdi e  ameni di quiete campestre e boschiva, senza scenografie drammatiche, senza contrasti violenti: dolci colline a perdita d’occhio, mandrie al pascolo, cavalli e sentieri bianchi, erbe alte, cactus e cespugli fioriti. L’albero nazionale è il ceibo, dai fiori rosso fiamma (foto non mia).

Le spiagge sono bellissime: chiaramente non le ho potute visitare tutte, ho selezionato alcune tappe saltando Punta del Este, la più rinomata e turistica, quindi la più affollata: ho visto Piriapolis, La Paloma, Cabo Polonio e Punta del Diablo, la mia preferita, selvaggia e immensa, spazzata dal vento, piena di luce anche quando piove.

A La Paloma ho visto uno spettacolo per me meraviglioso e singolare: la spiaggia era disseminata di stranissime uova semitrasparenti, giallognole, grandi come uova di gallina e un po’ ammaccate, alcune piene di un liquido appiccicoso, altre, la maggioranza, ormai vuote. Se piene, la pellicola translucida lasciava intravvedere qualcosa all’interno che non riuscivo a distinguere. Mentre le guardavo perplessa, un signore con attrezzatura da sub si è fermato e mi ha spiegato che si trattava di uova di lumachine di mare, che si riproducono in primavera e che ogni anno inondano la riva di migliaia di uova come quelle che stavo guardando.” E se guarda bene dentro, vedrà le lumachine neonate!” Infatti. In alcune uova ce n’erano numerose, in altre due o tre, ed infine le vuote erano state già abbandonate dalle neo-lumache
Mi sono rivolta a un amico biologo marino per avere maggiori lumi via internet: mi è stato spiegato che si tratta di aplysie. E quale la mia soddisfazione nel leggere con cognizione di causa, qualche settimana fa, in un articolo di una rivista scientifica che questi minuscoli molluschi sono usati per studiare la sede della memoria umana (.I ricordi perduti potrebbero essere ripristinati: speranza per l'Alzheimer),rr), che pare risieda  nel nucleo dei neuroni  e non, come pensavano molti studiosi, le sinapsi.
 
Sapevo che la bevanda nazionale uruguaya, come in Argentina, è il mate, ma non credevo a tanta ubiquità. Quasi ognuno si sposta,  a piedi e in macchina, con la sua “matera”, cioè una specie di valigetta aperta che contiene il kit completo per bere mate tutto il giorno: thermos con acqua calda, tazza, erba mate e bombilla, la cannuccia per sorbire il the. E la parola mate, che deriva da una parola quechua che significa tazza, designa appunto non l’erba ma il recipiente da cui si beve, che tradizionalmente era una calabaça, oppure una tazza scavata nel legno  o addirittura di guampa, cioè di corno di vacca. Ce ne sono di antiche molto belle esposte in vari musei che ho visitato che celebrano la “vida gaucha”.


Altro aspetto caratteristico dell’Uruguay: la vita del gaucho. Come mi spiega il custode di un interessante museo che visito un sabato sera a Salto, dove attraverserò con una lancia  il confine con l’Argentina sul rio Uruguay, il gaucho non ha casa, non ha moglie, non ha altro mestiere che vagabondare e procacciarsi il necessario per continuare a farlo. Se si ferma presso una donna non è per restare più di tanto: i figli (ovvio) li alleverà lei, la sua legge è il nomadismo, vive a cavallo, dorme per terra, mangia nei bivacchi, ed è un solitario. Ho chiesto a un gaucho che viaggiava in autobus accanto a me il permesso di fotografarlo: aveva un viso asciutto che non riuscivo a smettere di guardare, caratteristico come era. E dove andava? Ma naturalmente in un villaggio dove c’era una festa gaucha! Accanto al gaucho, un “asado” (arrosto)  che ho visto preparare a Tacuarembo alle 10 di mattina di una domenica di dicembre.
E per finire, il rio Uruguay, amplissimo e maestoso, a Salto, dove ci sono delle piacevolissime e bollenti acque termali in un vasto giardino fiorito e ombroso.









sabato 11 aprile 2015

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DIRITTI UMANI 2015


DIRITTI UMANI VERSIONE 2015 (*)


"When I use a word," Humpty Dumpty said, in a scornful tone, "it means just what I choose it to mean - neither more nor less."

 

1.       Hai il diritto ad avere la casa distrutta da una bomba in qualsiasi momento qualora uno sconosciuto imperatore e i suoi sgherri  decidano di farlo o se un altrettanto sconosciuto governante del tuo paese cade in disgrazia presso il suddetto imperatore o uno dei suoi alleati. Hai il diritto inoltre di restare sotto le macerie della tua casa insieme alla tua famiglia e di crepare sull’istante o in differita mentre i tuoi vicini sono egualmente sbranati e tutt’ intorno il tuo quartiere è messo a ferro e a fuoco e raso al suolo in pochi secondi. Hai il diritto anche di usufruire della moderna tecnica definita “shake’n bake” nel  gergo militare del Pentagono che consiste nell’uso da parte dei militari a stelle e strisce del fosforo bianco, vietato dalla convenzione sulle armi chimiche ma astutamente impiegato con successo, ad esempio, a Falluja nel 2004, per snidare presunti terroristi  e civili reali dalle loro case o catapecchie  per poi bombardarli con comodo con armi permesse. Non è stato il fosforo bianco ad ucciderti e quindi non protestare(vedi  www.monbiot.com, Cleansing the stock, 21 Oct. 2014, nota 20).



2.       Hai il diritto di vedere il territorio, lo stato, plurinazionale o no, cui appartieni e dove vivi, lavori,  allevi i tuoi figli, studi, coltivi interessi e amicizie, coltivi il tuo campo, sgretolarsi e smembrarsi come un castello di carte sotto i tuoi occhi atterriti e increduli, preda di milizie e eserciti venuti da non sai dove oppure lo sai e non te ne capaciti, bombardato da missili teleguidati da migliaia di km di distanza, ha il diritto di constatare che la tua vita e la tua famiglia e la tua cultura e il tuo mondo se pur riesci a sopravvivere sono inesorabilmente distrutti e annientati, perché qualcuno ha deciso che il tuo popolo deve essere respinto “all’età della pietra” (Operation Desert Shield, Operation Desert Storm, Operation Provide Comfort I and II, Operation Southern Watch, Operation Desert Strike, Operation Northern Watch, Operation Desert Fox,  Operation Southern Focus, Operation Iraqi Freedom, Operation New Dawn….elenco incompleto).



       Hai il diritto ad essere cacciato via dal tuo campicello che produceva quanto ti bastava a nutrire te e la tua famiglia sia pure a livelli di sussistenza, insieme a migliaia di altri tuoi pari, se il consiglio d’amministrazione  di una mega-impresa transnazionale o i dirigenti  di uno stato straniero  ritengono ideale la zona in cui abiti per trasformarla in una immensa piantagione di palma da olio o di soia o di jatropha  e se i governanti del tuo paese ne ricavano delle grasse bustarelle oltre ai pochi soldi che getteranno nelle esauste casse dello Stato . Se invece di essere un contadino sei un pescatore residuale, un relitto di altri tempi quindi, dato che la pesca artigianale è in corso di estinzione a causa dell’esaurimento delle risorse ittiche e dell’avvelenamento progressivo dei mari e degli oceani, hai il diritto di cambiare mestiere se ne sei capace quando il governo dello stato cui appartieni come cittadino decide di dare in concessione l’area dove operi, vivi, lavori, allevi i tuoi figli, ami, dove  vorresti spirare in pace in tarda età, a una qualche multinazionale del petrolio che avrà in concessione migliaia di ettari di terra e di mare per 50 anni esentasse e la licenza di degradare ulteriormente  la qualità delle acque.



       Hai il diritto di impiccarti  se non riesci a sbarcare più il lunario dopo essere stato licenziato in tronco dall’oggi al domani, aver inutilmente inviato centinaia di volte il tuo curricolo a centinaia di imprese, aver ricevuto promesse dilatorie dagli  uffici pubblici e dai servizi sociali cui ti sei rivolto per ottenere un sussidio di disoccupazione sufficiente alla sopravvivenza almeno  fisica, aver mendicato per le strade con scarso successo ad libitum  in concorrenza accanita con altri colleghi egualmente ridotti sul lastrico, aver scoperto che sei malato e non riesci a farti curare, e hai questo diritto se almeno riesci a trovare una corda adatta o una vecchia e resistente cravatta. Andrai così ad arricchire le grasse statistiche delle “vittime della crisi” mentre i suoi artefici e responsabili rimpinguano le casseforti delle banche con i soldi sottratti ai servizi sociali e sanitari che ti hanno condannato a morte.



       Hai il diritto di annegare o morire di ipotermia in mare come migrante  in qualsiasi punto del Mediterraneo se stai scappando da una qualche dittatura che si è fatta Stato nel tuo paese di origine dove sei minacciato di morte, se stai inoltre fuggendo da una guerra o in seguito a calamità naturali o siccità prolungata hai perduto i tuoi beni, il tuo gregge, le tue misere vacche, le tue capre. Hai il diritto ad essere torturato in galere straniere nel deserto del Sahara, in Libia, nel Sinai,  mentre stai fuggendo dalle condizioni summenzionate e farti estorcere i pochi denari che hai addosso o  con le tue urla di dolore obbligare la tua famiglia a inviarli, e tutto questo con la connivenza di Governi di Stati leaders dei vecchi  Diritti Umani convenzionali  del 1948, ormai obsoleti : vedi ad esempio “ L’errance d’une blasphémateur, Le Monde, 12 ottobre 2012.  Puoi  altresì aspettare per mesi o per anni annidato in boscaglie montagnose in Marocco alle spalle di Ceuta o camminare per giorni nel deserto di Sonora in Messico per scagliarti poi sulle barriere metalliche alte dai 4metri (in Messico)  ai 3 metri  (a Ceuta e Melilla) sperando di farcela a passare dall’altra parte, in Spagna o negli Stati Uniti d’America. Dal 1998 al 2004, secondo i dati ufficiali, lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, sono morte in totale 1.954 persone (http://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_tra_Stati_Uniti_d%27America_e_Messico) e almeno 4.000 persone sono  annegate nel tentativo di attraversare lo Stretto di Gibilterra ed entrare illegalmente in Spagna (http://it.wikipedia.org/wiki/Barriere_di_separazione_di_Ceuta_e_Melilla).

                                                                                                                                                       

        Hai il diritto di farti violentare  specialmente se sei donna e giovane in quasi tutti gli Stati del mondo, in pace o in guerra, in particolare, in guerra da bande armate e nel quadro di scenari  da genicidio come in Darfur  (“They bombed everything that moved: aerial and military attacks on civilians in Sudan 1999-2013, http://www.sudanbombing.org )  o nella Repubblica Democratica del Congo (vedi: L'homme qui répare les femmes. Violences sexuelles au Congo. Le combat du docteur Mukwege Broché , di  Colette BRAECKMAN ) o nella ex Jugoslavia, mentre annoiati funzionari strapagati discutono tra lauti pranzi o cene,  vertici convegni conferenze incontri talk-shows tavole rotonde se si tratta esattamente di genocidio, crimini di guerra gravi, crimini contro l’umanità, o semplicemente danni collaterali. Se sei un dissidente politico hai il diritto di  darti fuoco pubblicamente come in Tibet o in Xinjiang o in Tunisia o di farti torturare in speciali centri dotati di tecnologie avanzate dopo essere stato rapito con discrezione senza lasciare tracce, caricato su un aereo in missione speciale ignorato ufficialmente dalle Torri di Controllo di grandi aeroporti e  fatto sparire, senza avere un habeas corpus, in spedizioni  elegantemente battezzate  extraordinary renditions.



        Hai il diritto di bere acqua inquinata, fare una decina di km per arrivare al centro di salute più vicino, restare analfabeta, sgobbare per almeno 18 ore al giorno se sei una donna povera in un paese africano o in India o in altre centinaia di periferie del mondo, hai  diritto a non riuscire a far studiare i tuoi figli perché la scolarizzazione è  un lusso inattingibile a dispetto di tutte le mete e le dichiarazioni di Unicef, Unesco e affini, hai il diritto di morire di parto sfiancata da una decina di gravidanze perché non hai accesso a mezzi di contraccezione, hai infine il diritto di schiattare sotto le percosse di tuo marito o del tuo amante o cliente occasionale.



        Hai poi altri diritti secondari: farti sparare  alle spalle per una infrazione stradale specialmente se sei un giovane maschio che ha un colore della pelle che non piace a qualche poliziotto, marcire in qualche braccio della morte per anni prima di decedere con iniezione letale su una comoda poltrona se non hai i soldi per pagarti un buon avvocato, crepare di silicosi dopo dieci anni passati in miniera  o saltare per aria su una mina antiuomo seminata su un sentiero di campagna dove passi con le tue capre, soffocare d’asma per la qualità schifosa dell’aria a New Delhi o a Pechino o a Manila o in centinaia di altri luoghi di questo atomo opaco del male (come lo definiva  Giovanni Pascoli buon’anima) che veleggia minuscolo nello spazio, c’è da augurarsi unico pianeta popolato da una genia così malefica da non accorgersi di essere diventata un’ infezione letale per la sua stessa sopravvivenza sulla Terra che, si spera, se ne sbarazzerà appena possibile salvo un’improbabile resipiscenza e cancellazione dei suddetti diritti (dall’alto) o di una altrettanto improbabile ma salvifica rivoluzione (dal basso).


(*) Tra i tanti possibili riferimenti, vedi anche "Haiti, l'impostura umanitaria", sul numero di novembre 2016 di Le Monde Diplomatique e Antonio Gambino, L'imperialismo dei diritti umani, 2001.


domenica 15 marzo 2015

TERRA E CONFLITTO NEL CAUCA, COLOMBIA

LOTTA PER LA TERRA IN COLOMBIA
LA VALLE DEL CAUCA
(Fonte: boletin@las2orillas.co giornalista: Myriam Bautista)


Tierra y conflicto en el Cauca



Quando sono stata in Colombia, nel 2013, sono rimasta colpita dalle lotte delle organizzazioni dei contadini della valle del Cauca, un dipartimento del sud ovest del paese con capitale Cali. Visitando il Museo del Chiostro di San Augustin, a Bogota, appena arrivata, leggevo con emozione la storia delle "mingas de resistencia"( mingas sono organizzazioni tradizionali di mutuo aiuto nei lavori agricoli)  della valle del Cauca, che comprendevano 116 comunità capeggiate da leaders tradizionali, i cabildos. Ottantaquattro di queste comunità sono riconosciute ufficialmente dallo stato e raggruppate in 10 "pueblos indigenas" che parlano 5 lingue amerindie oltre allo spagnolo (miei appunti di allora). Queste comunità rivendicavano la proprietà di centinaia di migliaia di ettari espropriati loro dai latifondisti.

Gli indigeni ( più afrodiscendenti e mestizos) del nord del Cauca chiedono da moltissimi anni (uno dei suoi leader dice: da secoli)  che si restituisca loro la terra ancestrale che apparteneva ai loro antenati.  Morti, desaparecidos, feriti, mutilati, odio e vendette sono il portato di questo debito. Stanchi degli abusi delle autorità, il 24 febbraio 1971 (nell'articolo si dice "1970") gli indigeni fondano il CRIC ( (CRIC), Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, che li rappresenta. I primi dirigenti non erano scolarizzati e le loro rivendicazioni si concentravano sul diritto alla terra: oggi partecipano a complessi negoziati e rivendicando sempre il diritto alle terre ancestrali pretendono che il governo si decida a sedersi ad un tavolo negoziale per definire come pagare il suo debito storico. 
"  1971....tempi in cui il bipartitismo ripartiva il potere tra la classe politica liberale e conservatrice e il cosiddetto "Frente Nacional", il che impedì il nascere di un qualsiasi movimento o partito alternativo che organizzasse i "terrajas", i lavoratori stagionali che sgobbavano nelle terre dei latifondisti" (copio dai miei appunti del 2013).

Nel 1984 il movimento di guerriglia M-19 si concentrò nella zona di Tierradentro (zona bellissima e archeologica) e allevò un gruppo di indigeni che integrarono la formazione armata Quintin Lame, che smobilitò due anni più tardi. Sia le FARC che l 'ELN e l'EPL hanno avuto unità combattenti  in questa zona.  Dagli anni '90 i paramilitari e ora i "Rastrojos" (bande criminali legate ai paramilitari) e i narcotrafficanti sono stati presenti nel Valle del Cauca e vi hanno seminato morti e distruzione.

L'ultimo capitolo di questa storia violenta inizia a fine febbraio 2015, quando diecimila indigeni si impadroniscono di quattro haciendas dell'impresa INCAUCA S.A. nella zona rurale di Corinto e il governo dà l'ordine di sgombero allo squadrone mobile anti-sommosse (ESMAD), che fa parte delle forze armate. Gli indigeni fanno sapere che non se ne andranno finché il governo non accetterà di sedersi a un tavolo negoxiale per discutere le modalità di pagamento del suo debito storico.
Ci sono stati scontri e gli indigeni affermano che cinque di  loro sono stati feriti gravemente da armi da fuoco. In lotta non ci sono solo gli uomini ma tutta la comunità perchè é loro dovere, afferma Hector Fabio Dicne, uscire a sostenere le proprie richieste"
 Secondo il  PNUD (http://www.pnud.org.co/sitio.shtml?apc=g-b-1--&s=e&m=a#.VQXBsuEYN2B)..  “ le terre migliori del Cauca sono in poche mani... al che si deve aggiungere che, negli ultimi decenni, le aree con vegetazione naturale sono state ripulite per allestire piantagioni di coca, papavero, canna da zucchero e per aprire miniere illegali. Preoccupa che gran parte della terra sia stata impiegata in modo non sostenibile generando impatti ambientali negativi".

Nel Cauca il 62%  della popolazione é povera e il 34% indigente (DANE). La concentrazione della proprietà della terra é alta: 54% dei proprietari possiedono solo l'8,1% della terra. 
Il Governo riconosce di non aver rispettato accordi pregressi ma si rifiuta di trattare mentre prosegue l'occupazione di terre. Gli indigeni replicano che se il governo discute con le FARC a maggior ragione  deve discutere con loro, e ricordano che la Commissione Interamericana dei diritti umani (CIDH) ha ordinato al governo colombiano di indennizzarli con 15.600 ettari per il massacro de El Nilo, nel dicembre 1991, nel quale furono assassinati 21 membri della comunità indigena Nasa. Nel 1995 il governo Samper riconobbe che il massacro fu compiuto con la complicità della Polizia Nazionale.

Ma c'è un altro aspetto che complica ulteriormente le rivendicazioni:  in passato (l'articolo non dice quando ma si deduce da quanto segue che dovrebbe essere il 2011), a titolo di compensazione parziale, gli indigeni ricevettero dallo Stato una proprietà, San Rafael, nel comune di Buenos Aires, che era proprietà delle comunità nere. Dopo tre anni, nel 2014, di nuovo San Rafael passò nelle mani della comunità nera e agli indigeni fu data un'altra proprietà. Per cui ci furono scontri tra indigeni e afrodiscendenti con il rischio di mettere due comunità in competizione tra loro. Ora sembra tornata la pace tra la popolazione composta per la maggioranza di mestizos (58,5%) e per il resto in parti pressochè uguali suddivisa tra indigeni e afrodiscendenti.

Una cosa é certa: la rivolta continua. E il 2 marzo due sindacalisti del sindacato rurale SINTRAINAGRO sono stati attaccati a colpi di armi da fuoco e ne sono usciti illesi grazie a una guardia del corpo. La bande criminali e i latifondisti non molleranno la presa finchè avranno retroterra politico (http://www.solidaritycenter.org/armed-attack-on-colombian-union-leaders/).


Gunmen fired on a car carrying Guillermo Rivera and Medardo Cuesta, president and treasurer, respectively, of the Colombian rural workers union SINTRAINAGRO, as they were meeting February 24 with members in Valle del Cauca. - See more at: http://www.solidaritycenter.org/armed-attack-on-colombian-union-leaders/#sthash.qigB0xFX.dpuf
Gunmen fired on a car carrying Guillermo Rivera and Medardo Cuesta, president and treasurer, respectively, of the Colombian rural workers union SINTRAINAGRO, as they were meeting February 24 with members in Valle del Cauca. - See more at: http://www.solidaritycenter.org/armed-attack-on-colombian-union-leaders/#sthash.qigB0xFX.dpuf


Gunmen fired on a car carrying Guillermo Rivera and Medardo Cuesta, president and treasurer, respectively, of the Colombian rural workers union SINTRAINAGRO, as they were meeting February 24 with members in Valle del Cauca. - See more at: http://www.solidaritycenter.org/armed-attack-on-colombian-union-leaders/#sthash.qigB0xFX.dpuf





mercoledì 4 marzo 2015

Tomorrow's world: from the Guardian Global Development Professionals Network

BRAVE NEW WORLD

( Source: Guardian Global Development Professionals Network )

GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM


As we move into 2015, many UK-based NGOs are wondering how to meet the challenges of a crucial year. What is the unique and distinct value that each organisation, and the UK sector as a whole, brings to international development, and how might this change in future?.......
To help the sector get on the front foot we have identified seven “megatrends”.....

In my opinion, at least three more "megatrends" should be added: the shift towards a more and more conflictual world owing to inequality of access to natural resources and global income disparities, therefore, greater likelihood of both civil and international wars, the expansionist tendency of the old and emerging mega-powers, linked to the above, and the expanding influence of religious or para-religious ideologies, already identified in 1990 by Gilles Keppel, who published a study entitled  "God's revenge", La revanche de Dieu. Encore, la géopolitique du chaos. Bon appetit.

1. Climate change and planetary boundaries

As evidence mounts that the impacts of human-caused climate change are already upon us, the future of international development cannot be considered in isolation from the need to adapt. Furthermore the Earth’s natural systems are under enormous pressure, with huge consequences for the world’s most vulnerable people. As UNep’s 2012 Global Environment Outlook assessment concludes: “Scientific evidence shows that Earth systems are being pushed towards their bio-physical limits, with evidence that these limits are close and have in some cases been exceeded”.

2. Demographic shifts

The global population could reach 9.6 billion by 2050 and 10.9 billion by 2100. In 2000, for the first time, there were more people over the age of 60 in the world than children under five. By 2050, four-fifths of older people will live in developing countries, where 80% of them will have no regular income. Youth unemployment is also growing. In 2012, 15- to 24-year-olds made up 40% of the total unemployed population.

3. Urbanisation

Globally, more people live in urban than rural areas and this is expected to gather pace. But the urban transition is taking place at different rates in different parts of the world. By 2050 most northern regions are expected to be at least 84% urban. In contrast, even by 2050, Africa’s urban dwellers are projected to make up just 62% of its total, and Asia’s 65%. Even in Asia and Africa, though, rapid rural-to-urban shifts are taking place. Urbanisation is a key engine of economic growth, but with this comes the risks of social marginality, conflict and exploitation.

4. Natural resource scarcity

Demographic pressures create food and water insecurity, and supplies of non-renewable natural resources including fossil fuels are depleting. Scarcity could push prices up, creating further hardship for those most in need. Notwithstanding the current low oil price, from 2000 to 2013 metal prices rose by 176%, energy prices by an average of 260% and food prices by 120%. Depending on political responses, this may drive humanitarian crises, population movements and a rise in protectionist or nationalist policies.

5. Geopolitical shifts

In 2012, the Brics countries of Brazil, Russia, India, China and South Africa were reported as being responsible for more than 25% of the world’s GDP based on purchasing power parity and home to 40% of the global population. The axis of the world’s economic and geopolitical power has shifted – and will continue to shift – from west and north to east and south. Poverty patterns and distributions are changing alongside the wider geopolitical shifts, and donor policies are changing alongside them. Declining overseas development assistance to middle income countries and new donors entering the landscape are reshaping the nature of aid. Moreover, there is a risk that some growing political powers restrict the space for civil society action.

6. Processes of technological transformation and innovation

Technological innovation could have a very significant impact on the ability of people to meet their needs and to adapt to climate change. The world is becoming hyper-connected. Technological changes and the rapid diffusion of information and communications technologies, particularly among young people, have also broken down many of the old barriers between northern and southern publics. By 2030, it is estimated that 50% of the global population will have internet access. There is also growing appreciation of how technology links to human and environmental systems, escalating conflict or cooperation.

7. Inequality

Economic growth in at least 40 countries has helped to lift many hundreds of millions of people out of poverty. It is important not to allow rising GDP per capita in middle-income countries mask remaining underlying challenges – including rising inequality, weak social protection, poor infrastructures (particularly in urban areas), environmental degradation, and rising citizen expectations. Already, according to an Oxfam report, 85 billionaires have the same wealth as the bottom half of the world’s population. In 2012, 71% of the world’s population was reported to live in nations where income inequality is increasing. As well as stifling economic growth, inequality has a significant negative impact upon health and educational outcomes as well as security.