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venerdì 23 settembre 2016

GRECIA IN BILICO



 GRECIA IN BILICO



Sono tornata da un’estate trascorsa in Grecia, la quarta dal 2013, e ho ancora davanti agli occhi il mare agitato di Samotracia, la spiaggia di ciottoli avvolti nelle spire della Poseidonia, l’alga benefica che difende la costa dall’erosione, e sento il fortissimo vento che vi ha imperversato per tutto agosto e inizio settembre. Prima di partire dall’Italia avevo meditato a lungo se dirigermi verso le grandi isole dell’Egeo settentrionale, come Lesbos, Samos e Chios, dove circa undicimila rifugiati sono precariamente ospitati in attesa che la lentissima burocrazia si occupi di loro e del loro avvenire, soccorsi da organizzazioni di volontariato più e oltre che da UNHCR. Ma ho temuto che, per dare una mano non generica, la conoscenza del greco fosse necessaria e che una pecora sciolta, anche se con qualche competenza in materia di cooperazione internazionale e di” aiuti umanitari” - termine che detesto per motivi già esposti in questo blog[1] – potesse avere non poche difficoltà a inserirsi utilmente in una situazione che si intuisce caotica e contraddittoria. Questo timore si è rivelato fondato – mesi dopo – in seguito a una conversazione con una viaggiatrice francese che si era recata al campo di Idomeni nella tarda primavera e aveva trascorso una giornata a pelare patate, costretta a negarle a umilianti richieste individuali di elargizioni sottobanco. Aveva avuto la sensazione non solo di caos organizzativo ma soprattutto di incapacità a promuovere un’autogestione da parte dei migranti e profughi stessi, il famoso empowerment decantato da decenni.

Scartata l’ipotesi volontariato, ho puntato a mete precedentemente collaudate e lontane dalle rotte turistiche più battute, con l’intenzione tuttavia di cogliere qualche indizio della situazione attuale, dello stato d’animo prevalente tra la persone comuni, deducendolo per lo più dall’osservazione della vita quotidiana, dato che non ho (ancora) imparato il greco e che la maggioranza degli autoctoni non è poliglotta. Viaggiando con i mezzi pubblici gli spunti sono molti.

L’anno scorso avevo vissuto la parabola del tifone Grexit, con le restrizioni ai prelievi bancari, la paura dell’esclusione dal clan europeo, il referendum che aveva dappertutto fatto il pieno di “oxi”, un no sonoro, ribaltato la settimana dopo da uno Tsipras penitente che ha consegnato alla vendetta della Troika quel che restava della Grecia Felix conosciuta negli anni ’90.

La prima persona cui ho chiesto se a suo avviso la situazione fosse migliore quest’anno rispetto al 2015 è stato un albergatore di Volos che conosco da anni. Mi ha fulminato con un “no, non è migliore” e una faccia così scura che non ho osato approfondire né riprendere la questione il giorno seguente.
 Tuttavia il traghetto per le isole Sporadi era pieno nonostante si fosse soltanto a giugno, e Alonnisos, la terza e ultima tappa della nave, discretamente animata da turisti.

Amo Alonnisos e soprattutto amo una baia, Milia Bay, situata abbastanza vicino al porto dove pianto le tende in modo da poterla raggiungere a piedi ogni giorno. A inizio stagione è poco frequentata, il mare è incantevole e liscio come olio in quanto l’abbraccio delle due lingue di terra boscosa che la racchiudono la ripara dal vento, e la spiaggiola di sassi è delimitata a est da robusti lentischi che offrono l’ombra necessaria nelle ore più calde.  L’ho lasciata con rammarico nella seconda metà di luglio perché a quest’epoca l’isola comincia a riempirsi e io emigro verso sponde anche meno affollate, anzi, deserte.
Incontrato sulla via del ritorno in settembre, un italiano di Torino che ha lavorato là come cuoco per tutta l’estate affermava che la stagione turistica era andata bene. Riuscirà però il turismo a salvare la Grecia dal burrone in cui è precipitata da sette anni ormai? E a che prezzo?

Viaggiando verso est per raggiungere Alexandropolis, ultima grossa città prima della frontiera con la Turchia e unico porto da cui salpa il traghetto per Samotracia, sono passata a Litochoro, alle pendici del monte Olimpo. Prezzi in media più alti che nelle isole, turismo un pizzico più sofisticato, e la constatazione che anche sull’Olimpo il mare è sempre vicino: salendo la sua visione azzurra ti accompagna a lungo. 

Sulla via del monte incontro una sarta di Volos che ogni giorno porta in autobus il suo cane aggredito da un pitbull dal veterinario di Litochoro e ritorna a Volos la sera. Parla inglese e quindi si intavola conversazione. Mentre le confido quanto siano stati importanti nella mia infanzia i miti greci raccontati ai bambini in salsa New England da Nathaniel Hawthorne[2], lei mi interrompe e dice: “Per me non sono miti. Gli dei dell’Olimpo sono i miei dei. Non ne ho altri”. La dichiarazione mi sembra degna di approfondimenti, ma il discorso prende un’altra piega, ormai siamo arrivate al ristorante, così non ho avuto modo di farmi spiegare meglio cosa intendesse e come vivesse “i suoi dei”. Il suo responso rispetto alla situazione della Grecia è positivo: a suo avviso la situazione sta migliorando. 

Pochi esperti d’economia sarebbero d’accordo con lei. E forse anche non molti dei suoi connazionali. Gli articoli che si leggono sulla stampa internazionale non sono affatto confortanti. Il debito greco è salito al 180% del PIL, la disoccupazione è intorno al 24%, quasi mezzo milione di persone sono emigrate da quando è iniziata la crisi e il 20% della popolazione più povero ha perso più del 40% del suo reddito dal 2009 (https://www.theguardian.com/business/2016/aug/13/greek-economy-still-spiralling-down-year-after-crisis-declared-over). In più le isole che hanno contribuito a salvare la vita dei migranti l’anno passato sono state penalizzate con la penuria di turisti (e il leggerlo mi ha fatto pentire di non essermi recata a Lesbos almeno come turista se non come volontaria). E’ di pochi giorni fa la notizia dell’incendio del campo di rifugiati di Moria, sull’isola di Lesbos, che pare sia stato appiccato volontariamente per protesta. Ora  le barche sovraccariche non arrivano più da quel lato del Mediterraneo solo perché le rotte sono cambiate, ma non sono meno assassine: almeno 2800 morti annegati sono stati registrati al largo delle coste libiche, egiziane, magrebine, tra gennaio e giugno 2016, rispetto a 1838 l’anno scorso, e sono solo i numeri ufficiali ((http://www.independent.co.uk/news/world/africa/refugee-boat-egypt-carrying-600-capsizes-sinks-mediterranean-africa-migrants-a7320736.html). La tragedia greca si intreccia a quella di rifugiati e migranti in fuga da guerra, siccità e persecuzione politica.

E siccità trovo anche a Samotracia. La spiaggia dove mi rifugio sotto basse tamerici per passarvi la giornata è cosparsa di rami secchi, gli alberi che ricordavo assai più fitti e frondosi allungano braccia stecchite. 
Riesco egualmente a trovare una tana ombreggiata quanto basta, e la solitudine è perfetta: gabbiani, gazze e libellule, oltre a formiche e una scolopendra che mi si infila proditoriamente nella borraccia. 


Mi è capitato di leggere un resoconto poco lusinghiero su quest’isola che mi affascina nonostante le sue rive scomode e l’asprezza del paesaggio. Un visitatore di qualche anno fa si chiedeva: “Non so perché abbia scelto di venire in vacanza in un’isola così brutta”, e la definiva: “un’isola dominata dalle capre”, il che effettivamente non è lontano dalla realtà, dato che se si fanno passeggiate sui monti sopra Profitis Ilias, il paese più alto e vicino al monte Fengari, non si incontra altro che capre barbute. (https://andaluusiakoer.wordpress.com/2010/09/21/samothraki-2/). Ma il mare di Samotracia è splendido, l’acqua pulitissima e si intravedono sul fondo indizi di formazioni coralline rosse fuoco, oltre a strani fiori rocciosi di un giallo smagliante. Bellissimi.

E alla faccia degli indicatori economici una animata socialità e il desiderio di vivere quel minimo di agio che ci si può permettere non ha abbandonato i Greci. Ovunque i tavoli dei bar all’aperto sono pieni, per abitudini ataviche, come avevo notato a suo tempo in Albania, a partire dal primo mattino. Quelli “tradizionali” sono prevalentemente frequentati da uomini anziani; a Durazzo rimanevano seduti per ore davanti a una tazzina di caffè e un bicchiere d’acqua, in Grecia hanno di fronte l’eterno frappè o il “freddo” bevuto con la cannuccia, molti giocano a carte o a dama. E i piatti greci sono anche piatti albanesi e turchi, come gli involtini di riso in foglie di vite. L’impero ottomano ha una lunga coda culturale e di costume.

Nei piccoli supermercati come per gli acquisti più modesti le commesse tendono a non fare lo scontrino, e nelle piccole pensioni dove si paga sempre in contanti la ricevuta è evitata. Chi ha il coraggio di protestare?

Ma la misura della crisi che attraversa ora il paese mi è stata data in maniera del tutto inattesa una domenica in cui ho deciso di andare per la terza volta a vedere quella che è la gloria archeologica di Samotracia, il Santuario dei Grandi Dei, gli antenati degli dei dell’Olimpo, l’ex sito della splendida statua della Vittoria alata deportata al Louvre. Avevo voglia di ritrovarlo e di verificare alcuni ricordi rispetto ai pezzi conservati nel museo attiguo. Ahimè: il museo era chiuso: riaprirà l’anno prossimo! E una volta entrata nel sito archeologico e arrivata alla fatidica nicchia della Nike alata, dove ero abbastanza sicura di aver visto anni prima un calco in gesso dell’originale, ho creduto di avere un’allucinazione malefica. 
Posate a terra, invece del calco, c’erano due minuscole statuette della Nike… come i souvenir da quattro soldi che si vendono nei botteghini ai turisti.  Ho avuto l’impressione di ricevere uno schiaffo, mi sono venute le lacrime agli occhi, tanto più che i visitatori accanto a me, non numerosi, sembravano imperturbabili. Una ragazza seduta a terra in posa ieratica aveva gli occhi chiusi e sembrava voler rincorrere un trans improbabile. Di fronte ai santini pagani di plastica. 

L’ultima tappa prima del traghetto per l’Italia è Metsovo, sulle montagne dell’Epiro, dove vado a salutare la proprietaria di un piccolo albergo a gestione familiare che è diventata un’amica. Divorziata, mantiene quattro figli (tre ragazze e un bambino di dieci anni), e non riesce quasi mai ad uscire per una passeggiata o un qualsiasi svago. Un giorno la vedo con gli occhi arrossati e penso a una congiuntivite. Poi immediatamente capisco: ha pianto. Che c’è, le chiedo, e lei sbotta con forza:”Pay, pay pay!” Tasse a tutto spiano. Anche se ha fortunatamente parecchi clienti, sia in estate che in inverno, è sempre in tensione, soprattutto ora che la figlia maggiore ha iniziato l’Università e le spese aumentano. 

I vertici UE si susseguono inutili, le politiche di austerità vengono deprecate a parole mai seguite da fatti, e la macelleria sociale continua, mentre rifugiati e migranti continuano a morire nella fuga verso un’Europa sempre più cattiva e povera. Fino a quando non riusciremo a inventarne un’altra.







[1] Vedi: “La nuova frontiera degli aiuti umanitari”.
[2] Nathaniel Hawthorne. “Storie Meravigliose

venerdì 10 giugno 2016

VIAGGIO IN MAROCCO



MAROCCO COME MERAVIGLIA (E MALINTESI)

 Mura della Chellah, a Rabat

Nel 2001 avevo ricevuto un incarico di capo missione per la valutazione di un Progetto sanitario in Yemen e, forte dell’esperienza precedente in altri paesi arabi nei quali l’ignoranza della lingua era stata un ostacolo notevole, oltre che sottovalutato, pensai di attrezzarmi meglio acquisendone alcuni rudimenti per facilitare la comunicazione sul piano semplicemente umano prima e oltre che professionale. Così acquistai un corso audio-orale di arabo classico e presi alcune lezioni private propedeutiche, prima che mi fosse annunciata la cancellazione della missione in seguito al disastro delle Torri Gemelle, in attesa che l’impatto sconvolgente che ne seguì si attenuasse. Per smaltire il lutto me ne andai in Pakistan, altro giro altro regalo, e il corso di arabo continuò a esibire la sua presenza inutilizzata sullo scaffale della biblioteca. Una presenza che diventò una piccola ossessione, un memento. Provai ad ascoltare le cassette e a imparare qualcosa con le mie forze, ma avevo l’impressione di arrampicarmi in parete a picco con gli zoccoli.


Così quest’anno a marzo mi sono ritrovata a Rabat iscritta a un corso introduttivo di arabo classico. Il programma prevedeva di restare almeno un mese e, se alcune difficoltà logistiche e pratiche hanno abbreviato il mio soggiorno, non mi hanno impedito di viaggiare poi nel paese per altre quattro settimane.  Poiché il Marocco è una meta turistica piuttosto nota, il mio resoconto non è descrittivo ma si sofferma su alcuni aspetti, episodi e scoperte inattese.

M COME MALINTESI (CULTURALI)

Sempre di più mi convinco che pur essendo guardinghi e tenendo presente esperienze pregresse, è quasi impossibile evitarli. La casistica è inesauribile[1].

Primo giorno a Rabat: cerco un appartamento in affitto e ho un appuntamento con l’amico di un conoscente marocchino che vive in Italia. Mi si presenta un agente immobiliare in sostituzione della persona attesa (il suo amico è impegnatissimo) e mi guida fuori dell’albergo. Presumo disponga di un mezzo privato, ma no: fa cenno a un taxi e partiamo alla volta dell’appartamento che si trova a casa di dio: il taxi va ben oltre le mura e si ferma dopo una ventina di minuti. Già mi rendo conto che ho sbagliato tutto, non posso abitare così lontano dal centro e dalla sede del mio corso. Il tizio scende dalla macchina e fa con tono perentorio: “Prego paghi il taxi”. Stupita replico che non mi consta che spetti al cliente pagare. L’altro insiste e l’atmosfera si inacidisce. Il tassista ignora il francese e rimane in attesa. Andiamo a vedere l’appartamento che non risponde alle mie esigenze, riprende la discussione sul pagamento del taxi, propongo una mediazione sdegnosamente rifiutata, e a questo punto giro sui tacchi, esco e dico al tassista di riportarmi all’albergo. 
Quando spiego seccata quanto accaduto, mi si chiarisce che la prassi marocchina è che il cliente debba pagare la corsa in casi del genere, contrariamente a quanto accade in Italia. Mi sento mortificata e un po’ idiota.

Questi piccoli inconvenienti sono stati ampiamente risarciti dalle esperienze successive, da ciò che ho visto, imparato e scoperto nelle settimane successive del soggiorno maghrebino.

L COME LINGUA

Quel poco di arabo che sono riuscita ad assimilare mi meraviglia e mi affascina per alcune particolarità che trovo inedite, senza riscontro in altre lingue che conosco o che ho “costeggiato” (non solo europee), come ad esempio il fatto che si usino due forme verbali diverse per la terza persona plurale del verbo avere a seconda che le persone di cui si parla siano presenti o assenti, o che il plurale dei sostantivi cambi se si tratta di due o più oggetti. La coniugazione dei verbi varia in funzione dell’interlocutore, uomo o donna (come nell’ebraico, mi dicono); non esistono maiuscole e la scrittura ha caratteri solo in corsivo. L’arabo marocchino poi, il darisha, è una lingua completamente a sé, molto diversa dall’arabo classico, non un semplice dialetto. L’epigrafica e la calligrafia arabe sono miracoli di ingegnosità ed eleganza, opere d’arte; ciò che al profano sembrano complicati ghirigori ornamentali sono sure del Corano dipinte o scolpite sulle pareti di palazzi e moschee.
Dopo aver cominciato a registrare le varie lettere dell’alfabeto –che si scrivono in modo diverso a seconda che siano isolate, all’inizio, in mezzo o alla fine di una parola- mi sono resa conto di aver fatto l’errore grossolano di progredire con le pagine del quaderno da sinistra a destra e non viceversa. Imparare una lingua è anche imparare a cambiare testa.


R COME RABAT

Ho trovato Rabat molto gradevole, culturalmente stimolante, sicura, pulita, piena di verde e giardini curatissimi, con un traffico pacato a parte qualche ora di punta il venerdì[2]. E’ una città che invita a camminare per i lunghi viali su marciapiedi ombrosi, tra fiori a profusione, con una medina gloriosamente sciabordante di vitalità, cordialità e umanità, un antidepressivo potente nel caso servisse. E non labirintica. 
Tornando al riad[3] della famiglia che mi aveva affittato una stanza, la sera, tra le 10.30 e le 11 la folla ancora sciamava nelle due direzioni, l’interno della medina e la porta verso l’arteria esterna Hassan II, le griglie piene di carne scoppiettavano colando grasso, dalle grandi teglie di rognone venivano distribuite laute porzioni ai clienti assiepati, gli ambulanti con la merce sui loro micro-banchetti erano ancora in piena attività. Che contrasto con la tristezza di certe periferie europee, di tante nostre città il cui centro a quell’ora è deserto, con i rari passanti che si affrettano a rintanarsi in casa!

E COME EBREI ARABI

In ogni medina, quella di Rabat come di tutte le altre città che ho visitato, c’è un quartiere chiamato El Mellah tradizionalmente destinato agli ebrei che da secoli appartenevano all’area maghrebina, quindi di cultura araba e arabofoni. El Mellah, contrariamente ai ghetti in Europa, non è segregato dal resto dell’abitato ma si estende senza soluzione di continuità rispetto alle abitazioni dei musulmani, è immerso nel reticolo dei vicoli della medina. Oggi però quasi nessun ebreo vi abita più: dopo la creazione dello Stato d’Israele nel 1948 è cominciato a ondate successive l’esodo verso la Palestina, accelerato nel 1956 dalla crisi di Suez, e durante gli anni ’60 del ‘900 la desertificazione si è quasi completata. 

Fino al 1940 la comunità ebreo-araba marocchina era la più numerosa del mondo musulmano e contava più di 250.000 persone, perfettamente integrate culturalmente e socialmente, spesso assai benestanti e installate in posizioni di rilievo, esercitando professioni liberali. La presenza giudaica in Marocco precede l’arrivo dell’Islam ed è quindi molto antica, profondamente radicata. Oggi le stime parlano di circa 4000 ebrei presenti nel paese, ed è da sottolineare che uno dei più stimati consiglieri del re Mohammed VI, André Azoulay, è ebreo[4]. Un artigiano di Essaouira che mi ha accompagnato brevemente per le strade del Mellah della Medina mi ha indicato l’abitazione di Azoulay: “è la casa di un ministro del re!”, mi ha detto con aria di importanza. A Rabat ho incontrato un giudice di antica famiglia ebrea e sua moglie, ex insegnante di inglese, nella sua casa (non nella Medina) piena di quadri dipinti dal figlio e vecchi ritratti, tra i quali spiccava quello di un’anziana coppia in costume berbero, i nonni del giudice: tra i berberi un numero consistente era (è?) ebreo.
E’ pur vero che lo status di dhimmi (gente della dhimma, cioè coperti da un patto di protezione che conferiva diritti e doveri diversi ai non musulmani in paesi dove vigeva la legge musulmana, sharia) comportava discriminazioni e a volte umiliazioni, ma è anche da ricordare che ciò non implicò mai se non in casi molto particolari e isolati persecuzioni e pogrom come quelli che imperversarono per secoli nei paesi europei. Sia dopo il 1492 sia negli anni dell’invasione nazista della Francia molti ebrei si rifugiarono in Marocco: Mohammed V li protesse dal regime nazista e rifiutò di far loro indossare la stella gialla. [5]

Ho visitato alcune sinagoghe, a Rabat, a Fes, a Tangieri e a Essaouira, e in quella di Essaouira ho parlato con la custode-assistente (musulmana) del rabbino, che era assente con mio grande disappunto; avrei veramente gradito uno scambio di idee e informazioni sulla situazione attuale della comunità ebraica locale. Mi hanno toccato in ogni caso le frasi di apprezzamento della custode: “Siamo come fratelli, ebrei e musulmani”. Il conflitto medio-orientale sembra non incidere in questo pacifico contesto, non turba una storia di convivenza millenaria. Nella preziosa Maison de la Photographie di Marrakech molte delle bellissime fotografie del primo novecento raffigurano ebrei abbigliati nei loro costumi orientali tradizionali, e una sezione intera è dedicata al fotografo ebreo ungherese, Nicolas Muller Grossman, che durante il nazismo si rifugiò e visse sette anni a Tangeri dove lavorava e immortalava volti in ritratti epocali.  Alcune sue foto sono tra le più belle che il museo racchiuda: egli stesso racconta le tappe salienti della sua avventurosa vita e della sua vocazione artistica in un video che rende anche più intense le sue immagini. Eccone una tra le più famose, scattata a Tangeri nel 1940.
 
A COME ARTE ISLAMICA

Non so dove abbia letto anni fa la frase “cattiva infinità” attribuita alla fuga concentrica dei motivi iconografici prodotti dallla inesauribile immaginazione arabo-islamica, ma la formula mi sembra riassumere nel modo più appropriato la loro essenza. L’occhio si perde seguendo i percorsi geometrici delle piastrelle di maiolica- zellige- che ricoprono pareti e pavimenti di medersa[6], moschee e palazzi, fontane, mihrab[7] e patio; lo sguardo si inerpica sulla trama di marmo di veri e propri merletti abbaglianti che filtrano la luce tra archi e volte e si prova una sensazione di vertigine e smarrimento, un capogiro da ebbrezza non alcoolica.


Il rifiuto della rappresentazione figurativa ha generato un’arte squisitamente spirituale, di una purezza formale unica e ineguagliabile, che mi sembra una illustrazione perfetta della frase di Goethe: se vuoi ricrearti nel tutto, devi vedere il tutto nel piccolissimo. La somma sintesi di arte e natura è il giardino andaluso, quadrato o rettangolare, con una fontana rotonda zampillante nel mezzo o in fondo a un viale, il tutto traboccante di tralci, ventagli di palme, corolle di ogni colore e forma, colonnine e capitelli, fresco e ristoratore anche durante la calura più inclemente. Uno dei più belli che ho visto si trova nel Museo di Meknès Dar Jamai.
L’etimologia della parola “paradiso” è rivelatrice: il lemma deriva dal persiano pairidaeza, luogo (ameno) recinto da mura, giardino, oasi di pace.





[1] Credo esista un’ampia bibliografia al riguardo: a me è piaciuto anni fa il libro di Franco La Cecla Il Malinteso, 1997, Laterza.
[2] Il Cairo del 1997/98 era al confronto un bailamme continuo e caotico percorso dallo strombazzare incessante dei clacson, un martirio.
[3] Case tradizionali della medina, a due o più piani, separati da scale spesso a chiocciola con alti scalini piastrellati di zellige, piastrelle di maiolica dipinta con motivi tipici geometrici, che culminano con una ampia terrazza in genere con lavatoio. In mezzo al cortile interno spesso c’è una patio quadrato. Il mobilio è ridotto al minimo essenziale, in compenso abbondano i divani.
[4] http://www.pbs.org/newshour/updates/morocco-muslims-jews-study-side-side/
[5] http://www.pbs.org/newshour/updates/morocco-muslims-jews-study-side-side/
[6] Scuole coraniche, veri e propri collegi, per i talibé, studenti di teologia, da non confondere con le madrasa, semplici scuole dove si insegna anche il Corano. Alcune sono supreme opere d’arte come la Medersa di Ali Ben Youssef a Marrakech.
[7] Abside nelle moschee volta verso la Mecca