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sabato 12 maggio 2018

LO SPECCHIO ROTTO DEL LEVANTE


ISRAELE PALESTINA E LO SPECCHIO ROTTO DEL LEVANTE***




La partizione della Palestina secondo la Risoluzione 181 dell'ONU del 1947


Anni fa, leggendo La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana di Alberto Asor Rosa mi colpì il concetto di un Israele che era “puro Oriente” e si era fatto Occidente erigendosi a Stato nel 1948, concetto su cui assai in seguito si è discettato per dissentire o per riconoscerlo come intuizione aderente alla realtà storica. Andando a rileggere il capitolo pertinente del libro in questione[1], non posso che constatare, oggi più che mai, la perspicacia della formula dalla concisione lapidaria di un trapasso vero e proprio da una tradizione millenaria inestricabilmente connessa all’Oriente nel cui seno era nata, coerente anche se dispersa in mille rivoli per il mondo, ad “un’altra storia”. Quello che la Dichiarazione Balfour del 1917 avallò come possibile futuro “focolare ebraico” si è metamorfosato in una potenza militare, tecnologica e infine politica di tipo imperiale, non solo parte integrante di un blocco di alleanze occidentali, ma punta di lancia di un Occidente che dopo il 1989 sceglie sempre di più la guerra come strumento di regolazione dei conflitti e di annichilimento di chi stigmatizza come nemico, stato canaglia, parte di un fantomatico asse del male. 
Akberto Asor Rosa

Il filo del ragionamento di Asor Rosa parte dal riconoscimento di una alterità costituzionale dell’ebraismo nei confronti dell’Impero, quindi del Potere in quanto tale, sin dai tempi romani[2], alterità che si prolunga come un filo rosso attraverso tutta la storia della diaspora e si concretizza nel rifiuto della stragrande maggioranza degli ebrei, nei vari contesti, di assimilarsi o di convertirsi E da questa diversità che non si fa scalfire, che non vuole sottomettersi né sciogliersi tra i gentili nascono l’ostilità, le persecuzioni, la cacciata dalla Spagna castigliana dei re cattolici, gli autos da fé, gli Shylock e la nascita dei ghetti e infine l’abiezione nazifascista e la Shoa.  Episodi cruciali come l’emancipazione e la cancellazione dei ghetti nell’’800 e la lenta marcia verso l’assimilazione e l’accettazione degli ebrei da parte dei gentili, soprattutto degli strati medio e alto borghesi, e le relativamente scarse conversioni non intaccano in profondità secoli di antigiudaismo sedimentati nella psiche sociale collettiva europea, e ciò che questi sedimenti comportavano emerse in pochi anni con violenza inaudita.  
Haggadah

Dopo i campi di sterminio che lo stesso Occidente non riuscì né volle [3]– è bene sottolinearlo- denunciare e combattere, gli stessi poteri che non avevano potuto e voluto salvare ebrei, rom e omosessuali si affrettarono a “risarcire” l’abominio concedendo al principale “azionista” superstite il vagheggiato “focolare ebraico”, calpestando così i diritti storici di un altro popolo. Un popolo per la stragrande maggioranza di contadini che non sapeva neppure cosa stesse avvenendo nella civile Europa tra il 1941 e il 1945. 
In un saggio del 1948 apparso nel 1950 Hannah Arendt parla esplicitamente di “incompatibilità delle rivendicazioni” (di ebrei e arabi): prima del Piano di partizione “…nel movimento sionista si progettava e si discuteva apertamente il trasferimento degli arabi di Palestina nei paesi confinanti. Questa incompatibilità non è solo una questione politica. Gli ebrei sono convinti, e hanno dichiarato molte volte, che il mondo –o la storia, o qualche etica superiore – deve loro la riparazione dei torti di duemila anni, e più specificatamente, un risarcimento per la catastrofe dell’ebraismo europeo che, secondo loro, non fu semplicemente un crimine della Germania nazista, bensì dell’intero mondo civile. Gli arabi, d’altro canto, rispondono che la somma di due torti non costituisce un diritto…”[4]. 
In un clima di tensione crescente si arrivò al Piano di partizione del 1947 dell’intera Palestina storica in due stati, uno arabo e uno ebraico.

Fellah palestinese nei campi, primi anni 1900



















La ragione del cosiddetto “rifiuto arabo” a tale piano e l’opposizione alla Risoluzione n. 181 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la sancì risulta evidente se si guarda alle cartine che mostrano l’estensione degli insediamenti ebraici del ‘47 e la percentuale di territorio attribuita alla minoranza ebraica: il 37% della popolazione (gli ebrei) che possedeva in quel momento il 7% della terra riceveva il 55% del territorio, mentre alla maggioranza palestinese, circa 1.200.000 persone, andava il restante 45%. La giustificazione per questa discrepanza era l’anticipazione di una migrazione ebraica futura verso Israele. Ma ciò non toglie che lo scotto del “risarcimento” sarebbe stato pagato dai palestinesi. Da questo momento la frattura che si era andata aggravando sempre di più tra i coloni ebrei del primo yishuv[5] e la popolazione palestinese sin dagli inizi del 1900 ed era già esplosa con le sollevazioni del 1929 e la rivolta del 1936/39 diviene insanabile ostilità che sfocia in una serie ininterrotta di guerre, anzi, un’unica guerra senza soluzione di continuità che arriva fino ad oggi.


E’ ciò che denuncia Asor Rosa: per impadronirsi della terra miticamente promessa, Israele si vende l’anima e recide le sue radici più genuinamente ebraiche, rinuncia alla sua alterità atavica, abiura la mitezza che lo ha reso vittima per secoli e passa nel campo dei carnefici: “Per salvarsi, l’ebraismo, che era Oriente, ha dovuto diventare Occidente. Il fatto che l’Occidente accettasse finalmente l’ebraismo, invece di cercare di sopprimerlo, ha richiesto come contropartita che l’ebraismo accettasse l’Occidente.” E l’Occidente in quanto Potere significa conquista e guerra contro chi viene percepito come perdente storico, come abitante della e dalla parte sbagliata dell’orbe terraqueo secondo i disegni geostrategici delle grandi potenze occidentali.Qui accanto, una rappresentazione amara e ironica dell'Atlante del Le Monde Diplomatique (2009) di quel che resta della Palestina: isolotti nel mare israeliano. E il mare monta.

Oggi Israele, unico detentore non dichiarato di testate nucleari nella regione, è la pedina centrale dell’Occidente nel mosaico del Medio Oriente in cui gioca un ruolo essenziale, punta di lancia nello sconquasso di quello che era una volta il Levante. Certo non si può rimpiangere l’Impero Ottomano, il grande malato d’Europa e la sua disintegrazione, ma si può rimpiangere la continuità linguistica, antropologica e spirituale della tradizione letteraria e culturale levantina, rievocata in questo passo che ho trovato struggente tratto dai ricordi di tal Ya’aqub Yeoshua in Childhood in Old Jerusalem citato nel libro dello studioso e cattedratico ebreo Ammiel Alcalay[6]

I figli e le figlie della famiglie sefardite erano patiti di musica araba. Vigilavano accuratamente sulla disponibilità delle più recenti canzoni composte a Gerusalemme o che provenivano dall’Egitto. Tutti amavano le opere del poeta arabo Salama Hijazi Muhammad al-‘Ashaq come quelle di altri che arrivavano in tournée a Gerusalemme e organizzavano riunioni poetico-musicali nei caffè arabi, ai tempi in cui il pubblico si sedeva su bassi sgabelli di vimini e fumava il narghilè. Tutti andavano a sentire il gruppo egiziano di George al-Abyad quando arrivava a Gerusalemme prima della guerra del 1914-‘18. I caffè della Città Vecchia e della Porta di Damasco fungevano da centri culturali e di intrattenimento sia per arabi che per ebrei. Non c’è dubbio, anche, che diverse melodie tratte dalla poesia e musica araba si insinuassero nei piyyutim, le liriche e gli inni che i rabbini e cantori (hazan) intonavano le sere del venerdì a casa e nelle sinagoghe.”
Porta di Damasco, intorno al 1900
 
Da queste frasi traspare la continuità culturale e la contiguità fisica tra ebrei e arabi che regnava in questa parte di mondo prima del 1914 e si misura l’entità della violenza dell’irruzione della guerra e dell’imperialismo occidentale che nel 1916, con l’accordo Sykes-Picot, si divide le spoglie degli ex domini ottomani e le fraziona in sfere distinte di influenza. D’altra parte, gli ebrei che vivono in quel periodo nei paesi arabi sono di cultura araba e perfettamente assimilati nel contesto da secoli. 
Ben Gurion
In pochi anni si consuma la frattura che sbriciola lo specchio mediorientale. L’imperialismo che sta sbranando l’Africa, che aveva sbranato l’America meridionale, sbrana anche il Medio Oriente.  La Palestina viene attirata nel vortice che ne cambierà la natura e il destino man mano che l’yishuv si allarga e si delinea lo scontro tra le istanze ebraiche e la compagine araba. Anche il filone del sionismo socialista con le sue pratiche egualitarie, i figli del sogno che crescono nei kibbutzim e i moshav dove non esiste divisione del lavoro, dove la cassa è solo comune e la regola che vige è la rotazione dei compiti tra tutti i membri, è oggettivamente dentro il disegno colonizzatore che lucidamente si esprime nelle parole di Ben Gurion ai tempi della rivolta araba del 1936/39: “C’è un conflitto di fondo. Noi e loro vogliamo la stessa cosa. Vogliamo entrambi la Palestina”[7]

Eppure anche allora vi fu chi vide che non c’era alternativa alla cooperazione arabo-ebraica e prospettò uno stato binazionale. Hanna Arendt menziona un incontro a Damasco nel 1913 tra leader arabi e sionisti che “doveva preparare una conferenza arabo-ebraica in Libano”[8], i negoziati tra Judah L. Magnes, Presidente dell’Università  Ebraica di Gerusalemme, con il Supremo Consiglio arabo alla fine del 1936, dopo lo scoppio della rivolta palestinese, le affermazioni di Aznam Bey, segretario della Lega Araba, nel 1945, riguardo alle “concessioni di vasta portata per soddisfare il desiderio degli ebrei di vedere in Palestina l’istituzione di una patria spirituale e anche materiale” (ibid., pag. 199). Infine, Hannah Arendt cita brani del discorso di Charles Malik, rappresentante del Libano all’ONU, davanti al Consiglio di Sicurezza il 28 maggio del 1948, quindi dopo la proclamazione dello Stato di Israele: “Il vero compito della capacità politica mondiale è quello di aiutare gli ebrei e gli arabi a non rimanere costantemente estranei gli uni agli altri.” Gli fa eco l’affermazione di Judah Magnes: “Il nostro punto di vista si basa su due assunti: il primo è che la cooperazione arabo-ebraica è non solo essenziale, ma anche possibile. In alternativa c’è la guerra…” (ibid. pag. 201). Appunto, la guerra. Judah Magnes propugnava l’idea di uno stato misto.

Manifestazione a Nablus sett. 2017, da Limesonline, foto AFP
 Oggi constatiamo la catastrofe cui la guerra infinita post 1948, il fallimento delle trattative di pace dopo Oslo, la giudaizzazione galoppante della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, la colonizzazione e l’estremismo religioso ortodosso che usano la Bibbia come un libro del catasto hanno condotto. Gaza è già invivibile ma lo sarà a tutti gli effetti e secondo tutti i parametri nel 2020, secondo un rapporto dell’ONU del 2012, “se non vengono adottate misure urgenti per migliorare l’approvvigionamento idrico, energetico, la sanità e la scolarizzazione”[9]. I provvedimenti urgenti sono finora consistiti nella guerra del 2014, operazione “Margine Protettivo” e nel sigillare ulteriormente la Striscia.  Le voci di protesta e di pace che si levano all’interno d’Israele sono ultra minoritarie. Le pressioni esterne, peraltro deboli, non possono sostituire la volontà dei protagonisti, e soprattutto di Israele asse pigliatutto accecato dall’orgia del potere.
Ma un popolo intero che rivendica i suoi diritti ha dalla sua la forza del diritto e della giustizia, e a meno di sprofondare nella barbarie più infame e fare esplodere l’intero Medio Oriente è giocoforza inventare un futuro comune, mettere mano alla costruzione di un altro specchio.
La domanda non è “se” questo avverrà, ma “quando”.

*** In questo scritto ho volutamente lasciato da parte accenni agli ultimi tragici sviluppi del conflitto dopo la sventurata decisione degli USA di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme che fa strame una volta di più del diritto internazionale. La strada della lotta per uno Stato binazionale veramente democratico è inevitabilmente aperta e sempre più si delinea come percorso obbligato e via crucis cruenta.



[1]Alberto Asor Rosa, Einaudi, 2002. IX. Occhio per occhio, dente per dente, pag. 97
[2] Con eccezioni: si pensi al Sinedrio, alleato di Roma e ai suoi seguaci
[3] Jan Karski, La mia testimonianza di fronte al mondo, Adelphi, 2013
[4] Hannah Arendt, Pace o armistizio nel Vicino Oriente? in Ebraismo e Modernità, Feltrinelli, 1993, pag. 188
[5] In ebraico, “insediamento”.
[6] Ammiel Alcalay, After Jews and Arabs: Remaking Levantine Culture, University of Minnesota Press, 1992, pag. 109
[7] Benny Morris, Vittime, Rizzoli 1999, pag. 177
[8] Op.cit., pag 198
[9] Nidal Al-Mughrabi, “Gaza not ”liiveable” by 2020 barring urgent action: UN”, https://www.reuters.com/article/us-palestinians-gaza-un/gaza-not-liveable-by-2020-barring-urgent-action-u-n-idUSBRE87Q0OE20120827

domenica 11 marzo 2018

LA MARTINICA RIVISITATA: VELENI IN PARADISO



                LA MARTINICA RIVISITATA: VELENI IN PARADISO




Entri in libreria, sfogli una guida dei Caraibi e cominci a leggere le pagine sulle Antille Francesi. Ecco la Martinica, la più facile da raggiungere a qualche ora da Parigi, con i suoi paesaggi lussureggianti, mare turchese e coralli, foreste di alberi e fiori che sembrano sculture. Guardi i prezzi: il viaggio prenotato con buon anticipo non costa troppo. Decidi, compri il biglietto, e via! La bellezza dei luoghi, la dolcezza del clima ti soggioga e conquista, il soggiorno è delizioso. Non sospetti che un involucro così smagliante racchiuda insidie; l’occhio è abbagliato dalle apparenze, natura rigogliosa e socialità meticcia. Effettivamente gli scheletri avvelenati celati tra le verdi colline non sono evidenti per il turista standard, che se ne andrà conquistato dalle Antille creole e ne decanterà i pregi, ignaro del lezzo di quelle ossa insepolte che continueranno verosimilmente a diffonderlo ancora a lungo.
Il primo scheletro avvelenato è nascosto sotto lo scrigno smeraldino della vegetazione; dopo una
scorpacciata di crostacei e frutti di mare con contorno di insalata mista ti addormenterai sotto la zanzariera cullato dagli acuti stridii di microscopiche rane coqui e dal ronfare dei grilli, ignaro che la tua cenetta può celare sorprese spiacevoli.
Firt de France gennaio 2018, foto mia
 Il secondo scheletro si annida nel cuore dell’umanità meticcia dell’isola, dissimulato nel bailamme gioioso del Carnevale dove folle in festa di corpi colorati di tutte le sfumature possibili si incrociano, toccano, danzano e si dimenano insieme. Ma attenzione: i “bianchi” presenti sono turisti, non locali. Questa integrazione apparente, questo meticciato è sì reale, frutto della storia dell’isola, ma al tempo stesso un teatro d’ombre ingannatore quanto al suo significato, perché i discendenti europei degli antichi coloni, i bianchi creoli chiamati békés, non ci sono,non si mescolano alle folle. Il crogiuolo umano le cui origini si diramano ai quattro angoli del globo, la fantasmagoria di esseri diversi accomunati dal calpestare la stessa terra, “sembra” una popolazione omogenea pur nella varietà dei fenotipi, ma non lo è. Le linee di faglia che si celano al suo interno e la frontiera che la separa da chi si colloca al suo esterno sono il secondo scheletro nell’armadio Martinica. Scheletri/veleni.

IL PRIMO SCHELETRO/VELENO

Ero in un tassì collettivo (li chiamano taxicò) alla volta di La Trinité e il tassista ascoltava il giornale radio di una emittente locale[1]. Mi colpì un termine mai sentito prima di allora: “chlordécone” ripetuto più volte. Finita la trasmissione, ne chiesi il significato. Il tassista mi disse che il chlordécone (clordecone in italiano) è un pesticida che è stato usato per molti anni in Martinica e in Guadalupa, le due isole principali delle Antille francesi, nelle piantagioni di banane, il che ha inquinato i terreni. Da quel giorno cominciai a fare domande a questo proposito ai miei contatti, ma dato che ero alla fine del viaggio mi ripromisi di ricercare su internet chiarimenti sulla natura e la genesi del problema una volta arrivata in Italia. Così ho scoperto l’ennesimo gravissimo ecocidio perpetrato scientemente sul pianeta azzurro, l’ennesimo attentato criminale alla salute di centinaia di migliaia di persone. Ecco di che si tratta.
Molecola di clordecone

Il clordecone è un insetticida organo-clorurato commercializzato sotto il nome di Kepone, Merex, o Curlone[2], classificato cancerogeno probabile e POP (perturbateur organique persistent), che nelle condizioni delle Antille -quantità utilizzate, durata dell’applicazione, natura dei suoli…- ha tempi di decadimento pari a 700 anni, e solo dopo un secolo divide per dieci la sua concentrazione. In Martinica il clordecone è stato applicato nelle piantagioni di banane per sterminare il punteruolo rosso della palma a dosi medie di 3 kg all’anno per ettaro. Appunto, la quantità la cui pericolosità sparirà tra sette secoli[3]. Si calcola che 300 tonnellate di clordecone siano state usate in Martinica dal 1972 al 1993, anno in cui la sostanza è stata finalmente vietata[4]. Ancora più scandaloso è sapere che il clordecone era stato vietato negli Stati Uniti già nel 1976, che in Francia era stato bandito nel 1990 ma una deroga di tre anni era stata concessa ai proprietari delle piantagioni, in gran parte bianchi creoli, e che dal canto suo la Commissione Europea, pur avendo affibbiato un’etichetta con teschio e tibie incrociate al prodotto commercializzato, lo ha bandito solo nel 2003[5]. E prima del clordecone, a partire dal 1950, le piantagioni di banane avevano ricevuto chili di beta-HCH, poi insetticidi a base di aldrina e dieldrina, quindi lindano[6]. Negli orti privati e su altre coltivazioni è stato usato il Paraquat, commercializzato dal 1961 da ICI, l’attuale Syngenta[7], erbicida anche più tossico del clordecone, la cui pericolosità è nota sin dal 2003 ma la cui vendita e applicazione è stata autorizzata dalla Francia fino al 2007. La Martinica e la Guadalupa detengono il triste record dell’incidenza mondiale più alta di cancro della prostata; il 90% delle donne in gravidanza ha residui di clordecone nel sangue (art. Libération citato).

I pesticidi hanno inquinato le acque dei fiumi, sono penetrati in profondità nei terreni coltivati e hanno contaminato i pascoli e quindi il latte vaccino, le carni bovine e i prodotti orticoli, in particolare i tuberi (igname, dachines[8], patate dolci). Le acque dei fiumi e torrenti scendendo a mare possono avere inquinato gli allevamenti di gamberi e persino i granchi marini della costa oceanica(ibid.). Interessante il fatto che tale sconquasso ecologico e sanitario sia stato reso di dominio pubblico quasi casualmente soltanto nel 2002, benché i rapporti sulla tossicità dei prodotti fitosanitari implicati si succedessero dal 1977[9], in seguito ad una soffiata anonima che allertò la dogana francese e provocò analisi chimiche su una derrata di patate dolci provenienti dalla Martinica, avvelenate da clordecone. Paradossalmente, le banane sono le uniche a non essere contaminate, si puntualizza, a meno di non mangiarne la buccia!
Ora dal 2008 i Piani d’Azione per tentare di circoscrivere e limitare i danni si succedono (si è al terzo round); è stata elaborata una mappatura dei terreni agricoli dell’isola[10] identificandone le aree ancora indenni , e si delinea una strategia per la bonifica benché necessariamente parziale delle derrate alimentari, in primis le carni bovine, facendo pascolare gli armenti nelle zone sane[11] prima dell’abbattimento. Ma l’impatto sulla salute umana è tutto da verificare e si preannuncia gravissimo, dato che i perturbatori endocrini possono passare la barriera placentare e trasmettere alterazioni patologiche alle generazioni future. Veleni in paradiso.

 IL SECONDO SCHELETRO/VELENO

M. Bernard Hayot, la maggore fortuna dell'isola, decorato dal Presidente Sarkozy nel 2011

Mentre le molecole tossiche dei fitosanitari inquinano sottoterra, altre molecole forse altrettanto nocive e impalpabili circolano nel corpo sociale e creano fratture, risentimenti, conflitti e anomia, termine antitetico a “integrazione”, cioè l’opposto di quell’apparente armonica convivenza che il turista distratto percepisce.
Avevo visitato La Savane des Esclaves e il Museo de la Pagerie a Les Trois Ȋlets già nel 2017, musei che illustrano le efferatezze dell’impresa coloniale nell’isola, e ho riportato le mie impressioni nell’articolo in questo blog su Martinica e Guadalupa.[12]Ma allora non mi ero accorta di quanto la piaga della schiavitù fosse ancora fresca nella memoria collettiva, né di come avesse generato una segmentazione sociale ricalcata sulla sfumatura della carnagione. E di quanto rancore ancora covasse sotto le ceneri, comprensibilmente, se nel 2009 c’è stato chi, bianco creolo straricco, la più grande fortuna dell’isola, il signor Bernard Hayot, ha avuto il coraggio di affermare che “gli storici hanno esagerato, il colonialismo ha avuto i suoi lati buoni, dei coloni erano molto umani…”[13]

Era il 17 febbraio 2009 e un’inchiesta sul terreno del giornalista Romain Bolzinger dal titolo Les derniers maîtres de la Martinique, trasmessa il 30 gennaio da Canal+, aveva illustrato con cifre lo strapotere economico alleato alla spocchia razzista della maggior parte dei békés, gli eredi dei coloni sbarcati nel XVII secolo sull’isola. Un altro magnate béké, Alain Huyghues-Despointes, dichiarava “Nelle famiglie meticce i figli sono di colori diversi, non c’è armonia…Noi abbiamo voluto preservare la razza…”[14]
Posti davanti allo specchio ingranditore che rifletteva l’entità del dominio dei “padroni della Martinica”, la popolazione di colore insorse con una vera e propria rivolta generalizzata; per settimane ci furono cortei, saccheggi e scioperi protratti, sia in Guadalupa che in Martinica. Il grido predominante nelle manifestazioni tumultuose era: “La Martinica è nostra, non loro!”, dove “loro” erano gli odiati békés, che vivono appartati dal resto dei comuni mortali in quel che resta delle antiche proprietà terriere oppure nelle ville lussuose di una zona- enclave, Cap-Est, chiamata Békéland. Anche se esistono in Martinica dei bianchi creoli di condizioni modeste, rappresentano più un’eccezione che la regola[15], né contribuiscono a smussare la diffidenza e i rancori della maggioranza della popolazione meticcia e nera, discendente quest’ultima dal più recente flusso di manodopera importata direttamente dall’Africa dopo l’abolizione della schiavitù nel 1848 per il lavoro nelle habitations[16]. Con questo termine si designava il complesso della magione padronale, delle “cases-nègres”[17], dei giardini, orti e piantagione, incluso l’eventuale zuccherificio e la distilleria del rhum.  Un esempio di habitation si può visitare nella penisola della Tartane: sono le rovine dello Chateau Dubuc.
Rovine dello Chateau Dubuc, foto mia

Ci sono circa 3000 békés in Martinica e 400.000 creoli: l’1% scarso della popolazione possiede il 52% delle terre agricole e accaparra il 20% del PIL, controlla il 40% della grande distribuzione e ha in mano gran parte del settore agroalimentare e dell’importazione di auto[18]. Per più di 300 anni i békés hanno costituito un gruppo chiuso, endogamo, “hanno preservato la razza”, radiando irrevocabilmente dal loro seno chi sgarrava. Ho incontrato un signore in un bar che mi ha mostrato la foto di un suo amico béké, ripudiato dalla famiglia in quanto si era scoperto che nella sua genealogia c’era stato un incrocio con un “non bianco” e quindi lui poteva avere “una goccia di sangue nero”. Letterale.

Carnevale a Fort de France, foto mia
Le manifestazioni del 2009 rivelavano quindi un malessere profondo sia in Martinica che in Guadalupa inerenti alla stratificazione socio-razziale, analizzata in un bel saggio di Ulrike Zander nel n.11 della rivista francese Asylon del 2013 dal titolo eloquente: La gerarchia socio-razziale in Martinica tra persistenze postcoloniali e evoluzione verso il desiderio di vivere insieme[19]. Esiste tuttora una classificazione linguistica con termini che designano altrettante sfumature della carnagione: noir, mulâtre, métis, chabin, chabin kalazaza, coulis o kouli, capre, a seconda del tipo di “incrocio” genealogico, etichette che corrispondono per lo più a segmenti sociali in una piramide che vede al vertice “i grandi Békés”, diversi dai “piccoli Bèkés” anche chiamati béké guaiava, fondamentalmente dei poveracci. Gli chabins sono incroci tra mulatti e neri, i chabin kalazaza hanno la carnagione che tende al rossiccio, i kouli sono afro-indiani, i capre sono scuri ma con la pelle color cannella…[20]
Un caleidoscopio infernale, con caselle ben definite, a 170 anni dalla fine della schiavitù.
Credo che il futuro non potrà non sfociare nella costruzione di una umanità integralmente meticcia nella totalità dell’orbe terraqueo, pena l’estinzione per inedia culturale e morale della specie, ma certamente l’impresa sarà titanica: un compito ineludibile per i secoli a venire.

Mappa delle zone più o meno inquinate della Martinica, Plan d'Action 3























[1] http://rfomartinique.radio.fr/
[2] Wikipedia
[3] https://www.se.nat.fr/rap/r08-487/r08-487_mono.html#toc36

[4] http://www.liberation.fr/planete/2018/01/30/insecticides-pourquoi-le-chlordecone-agite-t-il-encore-la-martinique_1625928

[5] http://www.liberation.fr/planete/2018/01/30/insecticides-pourquoi-le-chlordecone-agite-t-il-encore-la-martinique_1625928

[6] https://www.galileonet.it/2015/07/ddt-e-lindano-sono-probabili-sostanze-cancerogene/
[7] Imperial Chemical Industries, https://www.theguardian.com/business/2007/jun/18/2
[8] Colocasia esculenta, https://fr.wikipedia.org/wiki/Colocasia_esculenta
[10] Cartographie des risques de contamination des eaux souterraines par les produits phytosanitaires en Martinique, Rapport final, BRGM/RP-61976-FR, Avril 2013
[11] http://www.guadeloupe.pref.gouv.fr/Actualites/Plan-chlordecone-3-un-point-a-mi-parcours
[12] http://croceorsa.blogspot.it/2017/04/appunti-di-viaggio-tra-martinica-e.html

[13] Les propos racistes d'un Béké aux Antilles, https://www.youtube.com/watch?v=4uTTFSvUfeI

[15] Chi ha letto « il grande mare dei Sargassi » di Jean Rhys, nativa della Dominica, isola non lontana dalla Martinica, forse ricorderà il livore e l’ostilità dei vicini di colore contro la famiglia di bianchi poveri della protagonista che arriva fino all’incendio doloso e all’assassinio.
[16] Une histroire évolutive de l’habitat martiniquais. http://journals.openedition.org/insitu/2381
[17] Catapecchie dove vivevano gli schiavi e dopo il 1848, i lavoratori semi-schiavizzati.
[19] http://www.reseau-terra.eu/article1288.html

lunedì 22 gennaio 2018

NELL' INFERNO DI DANDORA 2

NELL'INFERNO DI DANDORA (SECONDA PARTE)

Map of Dandora dumping site, John Osogo Rd, Nairobi, Kenya

Questi risultati "anche più impressionanti di quanto si potesse ipotizzare" - nelle parole del Direttore PNUE dell'epoca - auspicavano "un intervento immediato per prevenire la sovraesposizione cronica della popolazione all'inquinamento ambientale". ....

In seguito al Rapporto del PNUE,  il Ministero dell'Ambiente  aveva annunciato che la discarica sarebbe "stata bloccata" per essere trasferita "entro due anni" altrove, più a est della capitale, e affermava senza ironia che DANDORA avrebbe potuto diventare " un luogo di svago (loisirs)".
Dopo anni di diatribe tra il governo e la municipalità di Nairobi il progetto è stato definitivamente affossato nel 2014, ufficialmente per il veto dell'Aviazione civile e delle autorità aeroportuali e il timore che i marabu' attratti dal pattume mettessero in pericolo i voli.
In dicembre (2017) il nuovo governatore di Nairobi Mike Sonko ha annunciato un piano per installare " un impianto gigante di riciclaggio" a Dandora. Niente chiusura dunque. Ciò che lo preoccupava soprattutto erano i rifiuti deposti un po' dappertutto nelle strade della capitale. Con le sue Squadre di Recupero di Sonko (Sonko Rescue Teams) in uniforme rossa moltiplica gli interventi di pulizia in città. Nelle settimane scorse ha fatto sgomberate uno degli accessi alla discarica che era ostruito dai rifiuti  in modo che i camion possano  continuare ad affluire e scaricare. Mike Sonko ha ignorato le richieste di Le Monde (di concedere un'intervista).

Il governatore, il cui nome significa "il boss" o " il riccone", ha una reputazione sinistra. Molto popolare tra i più poveri, ha fatto fortuna con i matatu, le camionette di trasporto collettivo che intasano la circolazione. Si sospetta che abbia avuto le mani in pasta in vari traffici tra cui quello della droga, il che ha sempre smentito. Durante la sua campagna elettorale nell'estate (2017) aveva promesso "acqua pura" e " fine della corruzione".

La corruzione. Secondo Jack è la corruzione che spiega l'inazione delle autorità. "Dandora è un grossissimo business", conferma Zaccaria che asserisce di guadagnare circa 300 scellini, 2,40 € al giorno. Il capo gang racconta che " la concorrenza è feroce" tra le decine di intermediari che organizzano la rivendita dei rifiuti setacciati nella discarica.

Un altro camion stracolmo arriva. "Gli intrecci affaristici appartengono a loro" affermano Jack e Zaccaria, " a dei politici di primo piano di Nairobi'. Chi? " Niente nomi (No names). Persone molto potenti". Un politico soltanto ha osato denunciare questa situazione. È stato ucciso." ricorda Jack.  Si chiamava Melitus Mugabe Were. Nato a Dandora, difensore degli abitanti delle bidonvilles nel Consiglio Municipale di Nairobi, è stato assassinato il 29 gennaio 2008, un mese dopo la sua elezione    al Parlamento. " Nell'agosto 2014 due membri di una gang mi hanno minacciato con le armi puntate" afferma un attivista fautore della chiusura del sito. " Mi hanno detto che se non la smetto la pagherò con la vita".
..." La rivalità tra le gang è forte....ogni zona ha la sua gang", ammette Zaccaria, il capo dei disoccupati milionari, senza aggiungere che fa dei morti. "La polizia non osa mettere piede qui" dice Jack a quattr'occhi. Molti dei  miei amici d'infanzia sono morti..a volte per delle storie di furti, a volte per la polizia". Jack menziona anche gli stupri, la prostituzione e la droga come presenze quotidiane del ghetto. " La maggioranza dei giovani si vergogna di abitare qui". Per offrire loro un'alternativa Jack ha fondato nel 2016 l'associazione "Mtoto wa Dandora", i bambini di Dandora. Questo nome è dipinto  a lettere gialle sulla facciata azzurro cielo di una baracca di lamiera nel cuore della bidonville. I programmi sono descritti nell'ingresso: arte e musica, educazione, ambiente, sport, emancipazione femminile...
Un centinaio di ragazzini " dai 5 ai 13 anni, dopo è troppo tardi" frequenta l'associazione assiduamente. Una decina tra loro ha potuto lasciare a settembre la bidonville grazie al sostegno della ONG svedese Globetree- sono saliti in cattedra per raccontare la loro vita a Dandora nelle scuole di Stoccolma e della sua periferia. "Un sogno" che Jack prevede di replicare nel 2018.

Sulla sua montagna di detriti anche Zaccaria ha un sogno: partire di qui per lanciare un suo business. Non ha ancora l'idea, ma questa verrà quando ci saranno i soldi. E nel frattempo Jack chiede: "Non finite di consumare i pasti quando prendete l'aereo".

Chi legge in Italia e non solo queste righe non potrà non pensare alle centinaia di discariche che avvelenano aria acqua e suolo un po' dappertutto e che sono non solo tollerate ma protette dai grossi giri d'affari di mafiosi d'ogni risma e colore quasi sempre in combutta con " gli intoccabili e insospettabili" del mosaico malato del Potere locale e nazionale.





domenica 21 gennaio 2018

NELL'INFERNO DI DANDORA

Le discariche del mondo preda del crimine organizzato

L'immagine non è quella di DANDORA che
non sono riuscita a caricare con il telefono dato che sono in viaggio


da Le Monde 17 gennaio 2018
Stéphane Mandard
(traduzione e riduzione mia)

Il camion ha appena cominciato a sversare il suo carico. Maiali,vacche,capre,uomini, donne, bambini si precipitano nel bel mezzo dell'immondizia per recuperare quello che può essere recuperato. E mangiano. La puzza di putrefazione da' la nausea ma la fame è più forte. Allora grattano raschiano leccano i contenitori di polistirolo: grani di riso, un pezzo di pollo o di pesce, un resto di dolce. Sono gli avanzi dei pasti serviti sui voli verso l'aeroporto di Nairobi che atterrano qui vicino, a DANDORA, dove sorge una delle più grandi montagne di rifiuti dell'Africa.

Si trova alle porte della capitale Nairobi e non fa che crescere.

Ogni mattina un enorme camion-contenitore arriva dall'aeroporto con il "festino". Durante tutta la giornata decine di camion simili si avvicendano con le loro tonnellate di rifiuti. I marabu', grossi trampolieri che si cibano di carogne, planano sopra questo canyon di immondizie che si estende a perdita d'occhio e che fumiga qua e là a causa della decomposizione. La morte si aggira a Dandora insieme all'istinto di sopravvivenza. "Quando arriva un camion la mattina è la guerra " dice Zaccaria. "A volte non si riesce a evitare le zuffe". Zaccaria ha 36 anni e da dieci è il capo dei " jobless millionnaires" i disoccupati milionari. Con la sua gang controlla la zona 5 della discarica, la più recente. Isabella, 30 anni, è qui per "nutrire la famiglia". Accovacciata al suolo cerca di estrarre con la forza i tappi dai cocci di bottiglia di Coca-Cola o di Guinness. Un'altra donna suddivide i tappi secondo la marca su un telo di plastica a terra."È un lavoraccio ma devo pur guadagnare qualcosa" dice Isabella con accanto la figlia di 4 anni. Un kg di tappi le frutta 3 scellini, meno di 3 centesimi di €. Isabella è una dei milioni di persone che si accalcano in una marea di bidonvilles senza soluzione di continuità tutt'intorno alla discarica. Come lei, sono un centinaio a passare la giornata setacciando bottiglie, bidoni, barattoli di tinta o lattine di bibite, scatoloni o vetro.

...Aperta nel 1977 con fondi della Banca Mondiale, Dandora sarebbe dovuta diventare una discarica modello. Quarant'anni dopo, mentre il Governo l'ha dichiarata "completa" e " un pericolo per la salute pubblica"nel 2001, continua a crescere fuori di ogni capacità di controllo al ritmo di Nairobi, questa "capitale dell'Africa Orientale" la cui popolazione, stimata è di 8 milioni di abitanti inclusi i sobborghi,  potrebbe sfiorare i 12 milioni nel 2030..."Tutta l immondizia viene dalla parte ovest della città, a meno di 10 km da qui", dice Zaccaria, il disoccupato milionario.
Più di 2500 tonnellate di rifiuti ( casalinghi, industriali, agricoli e ospedalieri sono depositati giornalmente su questi 30 ha. Risultato: il mini campo da calcio è ormai ricoperto di bottiglie e DANDORA costeggia le abitazioni e le scuole, mentre la marea degli scarichi si allunga per centinaia di metri sui bordi della strada dove gli ambulanti vendono oggetti di peluche, scarpe, scope, tubi, cavi elettrici; tutta roba recuperata tra i rifiuti.
L'odore e i fumi non si arrestano ai confini della discarica ma penetrano e impregnano l'aria del ghetto, come lo chiama Jack. Lui a differenza di Zaccaria non ha mai lavorato qui. Ma a 23 anni ha vissuto sempre a Dandora dove ha fondato un'associazione per gli adolescenti.
"Tutti qui hanno gli occhi rossi" racconta accennando ai suoi. " Al mattino l'aria è irrespirabile perché certi rifiuti vengono bruciati durante la notte. Nei giorni di pioggia questo provoca uno smog che obbliga talvolta a fare evacuare gli allievi dalle scuole. Jack calcola che, sapendo che una classe può accogliere fino a cento alunni,  sono circa 10000 i bambini esposti ai gas tossici.

Il pericolo rappresentato da questa discarica e stato documentato almeno 10 anni or sono.
Nell'ottobre del 2007 il PNUE (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente),  la cui sede dista meno di 10 km da qui, aveva pubblicato uno studio allarmante: 328 minori (2-18 anni) erano stati sottoposti a esami clinici che, per una maggioranza di essi, rivelava concentrazioni eccessive nel sangue e malattie respiratorie croniche. Le analisi del suolo e dell'acqua evidenziavano, oltre alla presenza di livelli di piombo fino a 10 volte superiori a quelli di terreni non inquinati, tracce consistenti di mercurio e cadmio, metalli pesanti la cui tossicità può provocare danni al sistema nervoso e al cervello, oltre a essere cancerogena....Nella stagione delle piogge nel canyon di Dandora si formano torrenti che trascinano con se' rifiuti tossici che confluiscono nel fiume (Nairobi). Tutta la catena alimentare è compromessa. I rifiuti in decomposizione sono utilizzati o venduti come letame per la coltivazione di ortaggi o come foraggio per gli animali destinati al macello.

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