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martedì 9 ottobre 2018

MARE E' MONTAGNA: LA CORSICA


MARE E’ MONTAGNA
DALLA SARDEGNA AI PIRENEI CATALANI (2)

Vista sulle Aiguilles de Bavella da Sari, Corsica centrale
 
Ventìseri! Questo toponimo mi è sembrato assai bizzarro di primo acchito e ha cominciato ad avere senso quando mi è stato spiegato che le due ultime sillabe stanno per “della sera”: quindi, luogo accarezzato dai venti della sera. Dico accarezzato perché la ventilazione era gentile e benvenuta, almeno in piena estate. Si tratta di un villaggio molto piccolo sul versante orientale della Corsica, a poco più di 500 mt d’altitudine e a 15 km dal mare di Solenzara, dal quale si può scorgere, se l’aria è limpida, l’isola di Montecristo galleggiare nel blu. Il calcolo esatto degli abitanti fissi oscilla a seconda degli interlocutori da un minimo di 59 a un massimo di 70/75 (qualche incertezza permaneva), cifra che può raggiungere il centinaio in estate tra turisti e qualche rientro dei transfughi urbanizzati. E’ stato il primo di una serie di villaggi abitati da poche decine di persone che ho incontrato tra la Corsica e il sud della Francia, nei Pirenei orientali, paesini di poche famiglie e numerosi vecchi, in paesaggi sontuosi immersi nel verde dei boschi e tra montagne a volte spettacolari, senza trasporti pubblici e pochi servizi (un’agenzia postale), senza sportelli bancari, senza farmacia, a volte (come a Ventiseri e a Fontpédrouse St Thomas nei Pirenei orientali) senza neppure un singolo negozio di alimentari[1].
Panorama da Ventiseri

Tuttavia a Ventiseri ho trascorso felicemente più di un mese grazie alla generosa amicizia dei vicini (e della mia anfitriona) che mi hanno colmato di attenzioni e scarrozzato tra mare e montagna (oltre a ATM e supermercati). Il villaggio è immerso nel maquis - un misto di boschi, rigogliosa macchia mediterranea, sentieri appena tracciati - dove puoi incontrare cinghiali, tori e mucche alla stato brado, una quantità di uccelli, farfalle e libellule, un insieme incantevole; il profumo di elicriso, cisto e lavanda che aleggia nell’aria è delizioso e marcatissimo, quel profumo che era un marchio di fabbrica della Sardegna di quarant’anni fa e che non vi avevo più ritrovato in seguito.

Libellula
“Mare è muntagna” è la sigla corsa di una piccola impresa locale di turismo che quasi ogni giorno faceva capo all’unico ristorante di Ventiseri, “U Tavolinu”[2] con la sua massiccia Toyota che dopo il pranzo passava davanti alla quercia sotto la cui ombra trascorrevo i pomeriggi leggendo e guardando la fuga di profili montani che in gradazione, dal più basso al più alto, chiudevano l’orizzonte verso sud-ovest come in un montaggio di sapienti quinte teatrali. Nella tranquillità più assoluta mi sembrava di tornare alle letture estive dell’adolescenza, quelle che ti segnano a vita, egualmente immerse in ambiente agreste, quell’atmosfera indimenticabile che Proust accoratamente rievoca in “Journées de lecture” con frasi indimenticabili. “Non ci sono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo più pienamente vissuto di quelli cha abbiamo creduto trascorrere senza viverli, quelli che abbiamo trascorso con un libro amato… (queste letture) lasciano soprattutto in noi l’immagine dei luoghi e dei giorni dove le abbiamo fatte.”[3]
Mi aveva sorpreso la cacofonia dei toponimi della costa, a parte Solenzara, contraddistinti da suffissi spregiativi o con connotazioni negative: Ghisonaccia, Migliacciaru, Casa Mozza, Mignataja... La ragione è semplice: erano tutte zone infestate dalle zanzare anòfele e quindi malariche, frequentate soltanto da pastori che in transumanza vi pascolavano le loro pecore e vacche in inverno. La mia guida precisa che a inizio ‘900 su 12.000 persone costrette in queste tristi contrade si registravano ben 8000 casi di malaria. Risanate a metà secolo, le fertili pianure orientali hanno valorizzato le loro belle spiagge e lagune, sviluppato la piccola industria di trasformazione e i servizi del terziario, aperto supermercati e centri commerciali, e fornite di servizi di trasporto verso sud e nord sono diventate attrattori demografici, spopolando le retrostanti montagne.
Un’altra particolarità di questa parte di Corsica è abbastanza nascosta ma degna di nota, e la scopro grazie alla segnalazione di una gentile e colta ex bibliotecaria che casualmente mi dà un passaggio di ritorno dal mare (e mi ospiterà alcuni giorni nella sua bellissima casa di pietra in mezzo al verde, tra mare e montagna, di fronte alle famose Aiguilles de Bavella). Mentre andiamo verso una spiaggia deserta vicino a Travo, mi indica una rete di recinzione che corre lungo la strada bianca che collega l’arteria asfaltata sud-nord al mare: è il penitenziario di Casabianda[4], 1765 ettari di pineta, boschi, prateria e frutteti, senza sbarre né torri di vedetta, con casette di pietra invece di blocchi di celle. I detenuti fanno i pastori, lavorano i campi, tagliano la legna nei boschi; escono il mattino e ritornano la sera, hanno il diritto di ricevere mogli e compagne varie volte all’anno. Le ore libere le passano come vogliono, in biblioteca, guardando film, passeggiando sulla spiaggia. Non ci sono stati tentativi di evasione che si ricordino, anche se le pene detentive sono lunghe. Peccato che sia l’unica prigione di questo tipo non solo in Francia, ma addirittura in Europa[5].
Una gita a Calvi, nella parte nord-occidentale dell'isola, rivela che Cristoforo Colombo, genovese per antonomasia, non nacque a Genova bensì in Corsica, che era appunto una "colonia" genovese. Un illustre immigrato.
Lascio Ventiseri con grande rimpianto per Bastia, dove l’amica preziosa che mi ha già accolto al villaggio mi ospita altri due giorni e mi permette di visitare la capitale corsa, che avevo già visto ma che non ricordavo. Due giorni pieni di scoperte per i pregi artistici, culturali e naturali della città, tra chiese spettacolari come l’Oratorio della Confraternita della Immacolata Concezione e la cattedrale o il vecchio porto, incastonato tra un’alta rupe dove troneggia la Cittadella, le alte facciate dei palazzi della banchina trasversale sullo sfondo e i ristoranti del Quai du 1° Battallion a sinistra, sovrastati dalla imponente facciata della chiesa di St Jean Baptiste cui si accede salendo una scenografica scalinata. La distesa d’acqua è fittamente popolata di pescherecci e piccoli yacht.

Dal porto si sale alla Cittadella passando dai pittoreschi giardini Romeu e da lì, per una ripida scala, al Palazzo dei Governatori (genovesi), una specie di piccola Bastiglia che alberga un bellissimo museo etnografico, che al momento della visita ospitava una documentatissima mostra sull’emigrazione corsa[6]: “Identità, les Corses et les migrations (XVII-XXI sec)”. L’ampio arco temporale permette di offrire un quadro esaustivo sui movimenti migratori, in uscita e in entrata, che hanno costruito la composita fisionomia culturale e storica dell’isola e dei suoi abitanti, a seconda delle circostanze e delle esigenze delle comunità: migrazioni in entrata, dai toscani ai sardi, dai magrebini ai portoghesi, ai cinesi, agli africani, e in uscita, dalla seconda metà del 1600 a metà ‘900, una vera emorragia. I corsi erano spesso militari e doganieri, numerosi anche nelle guerre coloniali o più recentemente funzionari nelle varie istituzioni della cosiddetta Françafrique, il neocolonialismo francese. Eloquenti i manifesti che incitano i giovani ad arruolarsi nell’esercito, a popolare le colonie, a combattere in Algeria, o le foto di povere contadine che partono verso l’ignoto. Tra il 1931 e il 1938, 6000 persone lasciano annualmente l’isola per le destinazioni più disparate: la popolazione totale isolana ammonta a poco più di 115.000 anime nel 1931 e diminuisce nel 1936 a 106.000.
Scendendo verso il centro dalla cittadella attraverso stradine e vicoli, sgrano gli occhi e scoppio a ridere di fronte a una targa stradale: Rue Vattelapesca! Ma che mattacchioni, mi dico. Ma da qualche parte poi scopro che Vattelapesca era il soprannome di un poeta locale, di cui non annoto il vero nome, per cui non posso documentarlo. Singolare pseudonimo letterario.
Da Bastia mi imbarco di buonora per Tolone, dove non riesco a trovare alloggio a prezzi accettabili (per me) per cui prendo il treno per Marsiglia, dove mi accoglie uno spartano ma centralissimo e multietnico Hotel de la Préfecture, finalmente a prezzi modici.



[1] Fenomeno ben noto di spopolamento rurale e montano che mi ha ancora una volta fatto riflettere sulla miopia del contrasto di stampo ormai criminale ai flussi migratori in Europa e in particolare in Italia.
[2] Del corso standard (ci sono numerose variazioni locali) mi ha colpito la frequenza della vocale “u”, che mi sembra plausibile, da incompetente in fatto di linguistica specifica, riferire all’influenza sarda. Tuttavia le frasi più semplici del corso sono assai più simili all’italiano che il sardo del Logudorese –incomprensibile a un non iniziato -  dato che per lunghi secoli fu Genova a signoreggiare nell’isola. I cognomi corsi sono di fatto cognomi italiani (Simeoni, Paoli, Rossi, Tiberi, Corvi...).
[3] Traduzione mia da citazione tratta da: www.ledevoir.com/societe/le-devoir-de-philo-histoire/498717/la-litterature-et-la-verite-selon-marcel-proust). La più recente traduzione che ho trovato è di Cesare Salmaggi per il Saggiatore, 2002, con il titolo (che non mi piace): Il piacere della lettura.
[4] https://fr.wikipedia.org/wiki/Centre_de_d%C3%A9tention_de_Casabianda
[5] https://www.lien-social.com/Casabianda-une-prison-Corse-unique-en-Europe
[6] https://www.corsenetinfos.corsica/Bastia-Les-Corses-et-les-migrations-nouvelle-tres-belle-exposition-au-musee-de-la-ville_a34134.html

lunedì 1 ottobre 2018

MARE E' MONTAGNA: VIAGGIO DALLA SARDEGNA AI PIRENEI


Mare è Montagna: dalla Sardegna ai Pirenei Catalani (1)

Isole Sanguinarie (Ajaccio) foto mia

Per il viaggio estivo scelgo sempre luoghi rivieraschi che mi permettano di nuotare ma questa volta, esplorando il vicino Mediterraneo occidentale, ho goduto del privilegio di un’accoppiata ideale perché l’intersecarsi di paesaggio marino e gioghi montani è stato quasi sempre una costante, dalla prima tappa a Cala Gonone, sulla costa orientale sarda, fino all’ultima, la Cabanasse, 1550 mt sopra Perpignan nella Catalogna francese. 

Strada verso Cala Fuili
Cala Gonone: avendo abitato in Sardegna l’avevo vista la prima volta il giorno di Natale del 1969, all’epoca in cui la costa era ancora frequentata dalla ormai mitica e sparita foca monaca. Oggi c’è un museo in suo ricordo, che mi sono ben guardata dal visitare in quanto la musealizzazione di ciò che è stato distrutto dallo sfruttamento turistico della costa mi avrebbe solo angosciato, sottraendo tempo al godimento di ciò che resta della bellezza del paesaggio. 

Camminando sulla strada asfaltata in direzione sud, cioè verso la famosa e ahimè affollatissima Cala Luna (visitata nel 1976, bianca falce di sabbia deserta profumata dalla macchia), dopo circa 2,5 km si incontra una Caletta sassosa chiamata Sa Martini (Ziu Martine su Google Maps), non troppo frequentata, dove è possibile trovare ombra e nuotare esplorando le grotte appena a nord di Cala Fuili.
La passeggiata montana è consistita nell’esplorare il primo tratto della gola di Gorropu, nella Sardegna centrale, con una guida e un piccolo gruppo di altri camminatori. Dopo una facile passeggiata di qualche km su un sentiero tra il verde si scende fino all’imboccatura della gola, dove si paga un biglietto per entrare. E qui la sorpresa: si avanza scavalcando enormi massi, sui quali bisogna inerpicarsi per proseguire e infilarsi a fatica tra questi ciottoli giganteschi accatastati in salita sul letto del torrente Flumineddu, quasi secco. A volte bisogna guardare accuratamente dove la guida ha messo i piedi e ricalcarne le orme esatte per passare. Si è talmente occupati ad avanzare cautamente senza scivolare che si rischia di trascurare di guardarsi intorno.
Imboccatura Gola Gorropu

E la vista è veramente eccezionale: le pareti di roccia incombono a picco, qua e là dei tronchi contorti di alberi nani che hanno trovato nicchie di humus sembrano sculture, il cielo è azzurrissimo e incombe un silenzio solo rotto da qualche cinguettio. La guida indica e spiega il processo geologico della formazione dei diversi strati di roccia di colore diverso ma ne conservo un ricordo vago, occupata a non cadere, a guardare e a fotografare. Avanziamo per meno di un’ora: il pensiero di dovere ripercorrere lo stesso identico faticoso cammino al ritorno smorza la curiosità. Uscendo dalla gola, i guardiani ci mostrano la mappa dell’intero tracciato lungo la gola realizzato in tre colori: verde all’inizio, diventa giallo e infine rosso per un lungo tratto fino alla fine, quest’ultimo accessibile solo da parte di gruppi attrezzati con caschi, corde, addirittura canotti gonfiabili in quanto ci possono essere improvvise inondazioni. Alcune settimane dopo in Francia leggerò del terribile incidente avvenuto nel parco del Pollino: escursionisti travolti in una gola di montagna dall’irruzione di un’enorme ondata causata dal maltempo.

Lascio la Sardegna per la Corsica con il traghetto che partendo da S. Teresa di Gallura dopo meno di tre ore attracca al porto di Bonifacio, estremo sud dell’isola, uno dei più bei paesaggi marini che abbia mai avuto la fortuna di contemplare, non a caso classificato come eccezionale dalla mia guida Touring in francese da cui traduco l’esordio omerico del capitolo dedicato a questa cittadina dalle caratteristiche uniche: “Entriamo in questo porto ben conosciuto dai marinai, una doppia falesia a picco e continua si erge tutt’intorno a noi, e due promontori allungati che ci fronteggiano all’imboccatura ne strangolano l’ingresso…” E’ una citazione dal canto X dell’Odissea, ed è Ulisse che descrive in questi termini il porto nel quale sta entrando, che secondo L. Moulinier (un grecista sconosciuto a Google), sarebbe proprio Bonifacio. 


La guida prosegue: “Secondo la leggenda, la flotta dell’eroe sarebbe stata fatta a pezzi da dei giganti autoctoni, i Lestrigoni, e Ulisse stesso si sarebbe salvato grazie alla partenza improvvisa della sua nave della quale fa tagliare gli ormeggi. Il plateau di Bonifacio costituisce l’originalità della Corsica meridionale. I suoi strati di molassa[1] del miocene…si distinguono nettamente per il loro candore e la loro morfologia tabulare dal resto dell’isola, costituito essenzialmente da rocce cristalline”. La bianchezza del calcare a picco sullo stretto e lunghissimo canale del porto, inanellato di isolette e insenature alla sua imboccatura, porgono come su un vassoio a chi arriva dal mare la città alta, la cittadella, che compatta si erge sulla roccia come un’unica imprendibile fortezza.
Vista di Bonifacio dal traghetto

Bonifacio notturna
In basso, il porto rigurgita di smisurati yacht superlusso che paiono transatlantici, con gli equipaggi che lucidano gli ottoni e pigri miliardari in ciabatte a far capannello di fronte alle passerelle sul molo. La Marina sulla riva destra è costituita da una sfilza di ristoranti aperti lato mare e da qualche negozio costoso mentre il molo sinistro è occupato da facciate omogenee, semplici parallelepipedi severi ed eleganti che sono caratteristici delle dimore tradizionali corse e che vedrò spesso in altre città. Dalla Marina diversi sentieri e tracciati di scale ripide portano alla città alta, il centro antico che ingloba l’estremità occidentale del promontorio. Il Bastion de l’Etendard, fortezza che difendeva l’unico antico accesso a Bonifacio, la Porta di Genova, ne occupa un’estremità, dalla quale oggi si scende o verso la Marina o ci si incammina verso un sentiero sulla falesia che arriva fino al faro di capo di Pertusato. Oppure si può scendere all’unica “spiaggetta” cittadina: acqua stupenda, ma ciottoli e scogli affioranti scomodissimi. A ricordo dell’assedio franco-turco del 1553 (contro Genova, che aveva fondato Bonifacio nel 1195)) questi versi sono scolpiti su un muro vicino al jardin des vestiges, un insieme di resti di mura romane: “Remonte dans le labyrinthe de tes ruelles mes pas/ et apporte cette vie déployée sans toi”[2] di Siham Bouhlal, scrittrice marocchina contemporanea.
Escalier du roi d'Aragon
Dall’altro lato della città vecchia, si scopre la meraviglia del escalier du Roi d’Aragon, 187 gradini scavati nella roccia a strapiombo sul mare: la leggenda narra che furono intagliati in una sola notte dall’esercito del re Alfonso d’Aragona per sfuggire a un assedio, ma il dépliant associato al biglietto d’ingresso suggerisce che fossero stati costruiti da monaci per raggiungere una fonte d’acqua dolce alla base della falesia.
Da Bonifacio prendo l’autobus per Sartène, attirata dalla presentazione che ne dà la guida attraverso la frase lapidaria di Mérimée: la più corsa delle città corse. Prospère Mérimée, già rinomato scrittore, la visitò in qualità di funzionario governativo nel 1839 e ne ricavò una lunga novella, Colomba, nella quale si narra la serie di vendette che aveva sconvolto la vita della regione qualche anno prima e aveva visto protagoniste due famiglie del luogo, i Carabelli e i Durazzo, e un villaggio, Fozzano, con una vicenda di sangue al cui centro dominò una donna dalla tempra eccezionale, Colomba nata Carabelli appunto, vista da Mérimée come eroina emblematica dei costumi dell’isola, abile amazzone e tiratrice infallibile. La Corsica ha una storia di rivalità cruente tra clan e di lotta indipendentista (dalla Francia) che arriva all’oggi.
Data la posizione di Sartène circondata da montagne, mi riprometto lunghe escursioni e visite ai diversi villaggi. Sorpresa: impossibile trovare una stanza libera a prezzi non stratosferici, mi imbatto nell’unico ufficio turistico a mia memoria di viaggiatrice incallita che abbia preteso 1 euro per ogni telefonata fatta per cercare alloggio, i gabinetti pubblici sono chiusi da anni e ricevo rifiuti scortesi di adire ai servizi igienici dei bar senza consumazione. Per colmo di sventura, la foresteria del convento di san Damiano, ultima speranza, è al completo. Visitando la chiesa, scopro la tradizione medievale della processione del Catenaccio: molto in anticipo sulla Pasqua, il prete sceglie tra i “peccatori” che si candidano a espiare i loro peccati col supplizio del Catenaccio il predestinato dell’anno. Costui deve portare non solo la croce lungo la Via Crucis indossando un cappuccio che gli conferisce l’anonimato, ma trascinare un catenaccio pesantissimo che pesa 49 kg (vedi foto), esclamando a riprese regolari: perdono o mio Dio.
Croce e catenaccio
Scappo la sera stessa da questa cupa città di martirio verso Propriano, stazione marittima dove l’esoso ufficio turistico mi ha trovato una stanza con bagno, dopo ripetute consumazioni di caffè deca e di stoppacciose brioche. Sosta benvenuta per riprendere fiato, che tuttavia non offre né panorami particolari né attrazioni degne di nota.
Porto e golfo di Ajaccio
Senza mezzi privati è quasi impossibile proseguire lungo la costa occidentale, la più spettacolare, a meno di non usare la bici o andare a piedi, per cui la prossima tappa è Ajaccio, dal grande golfo dai fondali montagnosi, un bel centro storico pedonalizzato e un magnifico museo in uno splendido palazzo, Museo e Palazzo Fesch, dal nome del cardinale che per tutta la vita si dedicò a collezionare opere d’arte. La mia guida afferma che a tutt’oggi il palazzo racchiude 1200 quadri: un intero pomeriggio non basta a completare la visita. E la stessa via Fesch è un monumento a cielo aperto, con facciate antiche dai cui angoli si diramano vicoli ancora popolati da artigiani. Passeggiata serale al porto, tra il molo punteggiato di bitte e un filare di alberi. Non si può mancare di visitare la casa natale di Napoleone, decisamente interessante e ben conservata. Unico cruccio: albergo caro che in più per dolo malo mi addebita ben 9 euro per una colazione mai consumata, ignorando rimostranze scritte e telefoniche.


Le isole Sanguinarie sono un’altra attrazione di Ajaccio: un autobus arriva fino all’imbarcadero fuori città da dove parte il traghetto che fa la spola tra terraferma e isole: acqua incantevole, rocce di diorite che durante il giorno diventano incandescenti, pochissimi arbusti per ripararsi da un sole di piombo; consigliata sortita serale, quando le creste tormentate delle isole prendono il colore rossastro cui forse devono il loro nome.
Ci sono due sole linee ferroviarie in Corsica, la prima tra Ajaccio e Bastia e la seconda tra Ajaccio e Calvi. Prendo il treno per Bastia, sbarco a Ponte Leccia, dopo Corte, e l’amica che generosamente mi ospiterà per più di un mese nella bella casa di famiglia in un villaggio sul versante orientale delle montagne sotto la Bavella, mi viene a prendere in macchina e mette fine alle mie disavventure alberghiere.


[1] Sorta di arenaria friabile, bianchissima a Bonifacio.
[2] Fai risalire i miei passi per il labirinto dei vicoli/ e porta questa vita proseguita senza te”. Mi hanno colpito come abbastanza enigmatici.