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venerdì 30 luglio 2021

LA VERA STORIA DEL GRUPPO DIONISO IN SARDEGNA ovvero

L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE E

LA CENA DI SISINNIO


L’immagine mostra non il primo, come si legge in qualche website, ma uno dei murales che  dipingemmo sui muri di Orgosolo in quell’estate indimenticabile del 1969. Oggi ce ne sono a decine e costituiscono un documento sociale, culturale e umano emblematico, imitato in molti paesi dell’isola (https://pinterest.it). E mai allora lo avremmo immaginato.


Il Gruppo teatrale Dioniso, autore dei primi murales orgolesi, era composto da poche persone. Ci eravamo conosciuti in primavera a Milano alla Casa dello Studente e del Lavoratore, ex Hotel Commercio occupato da studenti e lavoratori senza casa, che era diventato un centro di organizzazione e discussione per la sinistra extraparlamentare locale. L’iniziatore era Giancarlo Celli, uomo di teatro da anni, regista e ribelle, anti borghese e dichiarato anarchico. Io propendevo più per un approccio marxista ma le sottigliezze ideologiche non ci interessavano troppo. Il teatro di strada si, un teatro mobilitante, di presa di coscienza di nuove realtà o della propria, quello ci interessava e univa. Avevamo in mente le imprese del Living Theater e Giancarlo era un patito di Jerzy Grotowski. Iniziammo con la lotta per lo sciopero degli affitti troppo alti e contro gli sfratti delle famiglie che lo praticavano da parte di squadre di poliziotti. Anche gli affitti delle case popolari, oggi un lontano ricordo per molti, erano eccessivi per operai o peggio disoccupati. Così mettemmo in piedi un intervento a Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano.

Manifestazione a Pratobello, Orgosolo, 1969

In giugno i pastori di Orgosolo insorsero contro l’occupazione dei loro  pascoli a Pratobello da parte dell’esercito per farne un poligono di tiro per l’estate (www.infoaut.org). Tutta la popolazione fu solidale e il poligono non si fece. Questo fatto di cronaca ampiamente riportato dai giornali ci fece intravedere un orizzonte di intervento diverso e più eccitante di Milano. L’alone di esotismo che circondava la Sardegna, il ribellismo dei banditi sardi, la leggenda di Graziano Mesina (che oggi pare sia di nuovo latitante a 78 anni), nell’atmosfera bollente della contestazione sociale di allora furono tutti fattori che ci spinsero a decidere di partire per la Sardegna e ideare un tipo di intervento con varie componenti che favorisse la prosecuzione della lotta antimilitarista. In poco tempo tra compagni, amici, conoscenti, parenti e simpatizzanti facemmo una colletta per sostenere le spese di viaggio e soggiorno, contando su futuri contributi locali e sulla buona sorte e sbarcammo a piccoli scaglioni nei primi giorni di luglio a Golfo Aranci. 

Nuraghe vicino a Orgosolo

Ricordo la prima impressione della Sardegna nel viaggio tra la Gallura e Siniscola fino a Sa Caletta, un minuscolo gruppo di case su una spiaggia incantevole dove si era installato  l’accampamento delle nostre canadesi e “la cucina”. I compagni arrivati nei giorni precedenti avevano già solidarizzato con gli abitanti, quasi tutti pescatori, e nella capace Ford di Giancarlo (arrivata per prima con tutto il nostro armamentario professionale e logistico) c’era qualcuno che mi disse, accennando alla fittissima macchia verde cupo su entrambi i lati del nastro d’asfalto che percorrevamo: “ Se entri qui e fai qualche metro, non ne esci più”. Fu la stessa impressione che provai poi in Messico nel 1984 guardando la giungla intorno all’autobus  sulla strada da Cancun a Cozumel. Impenetrable. Una muraglia profumata. Oggi non ce n’è più traccia.

Nelle poche settimane, forse due  o tre, preparammo la nostra piece teatrale militante che finiva in un coro, un inno alla ribellione, con l’allora famoso “Contessa” di Pietrangeli (https://youtu.be/QcNhFggo8).

Mamutones, Mamoiada

L”incontro con la Sardegna di allora fu per me un violento shock culturale, un antipasto della mia futura carriera di “straniera professionale”, ovvero di cooperazione internazionale. La vita dei pastori su negli ovili, il cibo, la durezza delle loro condizioni di vita, quelle donne intabarrate nelle loro lunghe gonne nere con la testa coperta da uno scialle, la lingua incomprensibile e l’asprezza del paesaggio - ricordo Monte Albo dove partecipammo a uno “spuntino” a base di montone bollito, vino e carta e’ musica, il pane karasau che oggi si trova nei supermercati -  erano lontano anni luce dalla vita di studentessa che avevo appena concluso con la laurea ad aprile. Già passare dall’esegesi dell’Ulysses di Joyce a Lenin e Marcuse era stato un bel salto, ma la Sardegna era terra incognita totale, nonostante le mie letture affrettate nella biblioteca Sormani a Milano. E non ero la sola a provare quel profondo senso di spaesamento. Ma il teatro, il dialogo maieutico, l’osservazione che poi saprò si chiama partecipante, soprattutto l’onestà intellettuale e la solidarietà umana furono le leve che usammo e funzionarono almeno in parte. Anche se fu dura, non tanto a Sa Caletta, che fu un prologo, ma quando iniziammo a presentarci come gruppo teatrale e ad agire, a Mamoiada. 

Intanto il nostro gruppetto iniziale era cresciuto con arrivi di compagni e compagne, quasi tutti e tutte dell’Accademia di Brera, il che facilito’ l’uso dei murales come strumento di discussione e coscientizzazione, termine caro a Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano. A Mamoiada  avemmo il piacere di ricevere una visita notturna di fascisti che scesero da Sassari con mazze e spranghe per assalirci di notte nel nostro accampamento di tende canadesi, attentato sventato fortunosamente dall’udito finissimo del mio compagno che uscì dalla tenda mezzo nudo e fermò la prima mazzata. Dopo di che da buoni coscientizzatori cercammo il dialogo per entrare in contatto umano, con successo; il massimo fu l’offerta di compresse per il mal di testa a un fascista che si lamentava di emicrania. Ringraziamenti, catarsi  e ritirata. Il fatto fini’ sui giornali e ci procurò solidarietà e amicizie. 

Mamutones, Mamoiada

Potente fu l’impressione della danza dei Mamuthones in piazza (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Mam); tutto mi riusciva di difficile decrittazione, così come le monotone melodie degli scacciapensieri che duravano …interminabilmente. Ho ascoltato qualcosa di simile molti anni dopo in un villaggio del Mali, nel Beledougou.

Dopo la nostra rappresentazione teatrale, che non so quanto fu compresa ma destò curiosità, procedemmo verso il vero obiettivo della nostra spedizione: Orgosolo, la terra dei ribelli. Che però, scoprimmo, era non solo popolata da servi pastori e reietti ma dai padroni delle greggi che rivoluzionari non erano affatto. E da donne che apparivano sfingi distanti, diffidenti e indecifrabili. Vestite sempre di nero o marrone.

Dipinto: un angolo di Orgosolo, data?

L’abitato era molto più ridotto di oggi, composto di casette basse e piccole tanche; ci stabilimmo su un campo di patate, vicino a una fonte da cui scendeva un filo d’acqua supposta potabile, sopra il paese.

E cominciammo il nostro intervento in tutte le sue componenti: un dottor Satutto (chiaramente il capocomico Giancarlo) dalla macchina in piazza rispondeva “a tutte le domande”, volantinaggi con discussioni, sedute al bar con giro classico di inviti reciproci la cui tariffa convenzionale minima era di trenta lire, e infine, prima dell’intervento teatrale, dipingemmo il primo murale. Che ricordo benissimo ma non c’è più.

Si era ad agosto e l’impressione lasciata dalla passeggiata di Armstrong sulla luna che tutti avevano visto in televisione almeno al bar era profonda. Cosa c’era di meglio per sottolineare l’abissale distanza tra le condizioni durissime di vita negli ovili dei pastori, la povertà e la disoccupazione della Barbagia e la tecnologia miliardaria del capitalismo americano che guardava al cielo e non sulla terra e alle sue miserie? Quindi scegliemmo la liscia parete di una volta a destra del corso principale - fu demolita non so quando - e vi dipingemmo al centro un’astronave ritta sulla scabra superficie lunare, con a destra Armstrong nella sua tuta con scafandro e a sinistra un servo pastore, forse con pecore o forse no, non ricordo. Ci avevano detto che un servo pastore era stato pagato per il suo lavoro di un anno con “un cappotto “. Il murale è stato riprodotto altrove, ma non è l’originale.

La contraddizione e la denuncia sociale furono chiare a tutti e mentre si abbozzava il disegno e procedeva la nascita della scena moltissimi si fermavano a parlare, chiedere e commentare, e anche ad aiutare con qualche pennellata. Ma la direzione era dei compagni di Brera e di Giancarlo. Io ho la mano infelice e fui reclutata per il colore campito, in basso. E dopo questo exploit fioccarono richieste di negozianti che volevano insegne e qualche murale relativo al loro commercio, per cui ottemperammo questa volta dietro un piccolo compenso dato che le nostre finanze erano al lumicino. Ci furono vicini soprattutto i compagni del Circolo Culturale di Orgosolo, del quale faceva parte Francesco del Casino, l’insegnante che poi continuò il nostro lavoro politico attraverso questo linguaggio visivo riscoperto, così duttile e potente. In piccole riunioni chiedevamo che cosa si voleva che rappresentassimo, quali erano i problemi più scottanti. Ormai ci chiamavano “sos maoistas”, anche se Mao Tze Tung mai lo nominammo ne’ era un nostro riferimento ideologico. Erano stati influenzati dagli articoli non benevoli della stampa locale.


Credo che la soddisfazione più grande che purtroppo i compagni morti, e soprattutto il visionario Giancarlo, non hanno potuto provare, sia stata per me scoprire molti anni dopo come un intervento puntuale di un’estate impegnata si sia trasformato in una potente propaganda della forza della coscienza critica e in strumento di una trasformazione sociale auspicata, e non solo ad Orgosolo ma in molti paesi dell’isola. Cui in tanti hanno partecipato dando il loro contributo iconico nei cinquanta anni successivi. Anche se l’onda d’urto non è mai sfociata nella rivoluzione che avevamo sognato, neanche su scala regionale.

Verso la fine d’agosto, ormai quasi di casa, ci fu l’invito che testimoniò eloquentemente la sostanziale accettazione se non forse un’approvazione totale della nostra presenza e del nostro indirizzo politico. Il barista Sisinnio, grande cacciatore - aveva a casa trofei di teste di cinghiale su ogni parete e forse anche di mufloni - invitò a cena gli uomini del nostro gruppo. Invito rigorosamente rivolto ai soli maschi del Dioniso. Ormai molti studenti e operai erano partiti ed eravamo di nuovo ridotti al nucleo milanese iniziale: gli uomini erano solo quattro, come noi ragazze. La cucina nel campo di patate e la cassa comune semivuota non ci permettevano lauti pasti, per cui l’aspettativa dei quattro fortunati prescelti era elettrica. Carne! Formaggio! Vino a volontà!  E la nostra invidia era tanta. La sera fatidica attendevamo con ansia il resoconto della pantagruelica cena di Sisinnio. E il resoconto fu così esilarante che ancora scoppio a ridere quando mi torna in mente.

Al centro della tavola troneggiava una montagna semisferica di rosea carne brunita. Sisinnio, un omone  in giacca di velluto, aveva preso a tagliare con un coltellaccio fette di carne sottilissime e profumate che poi fece circolare. Tre super ingordi si servirono abbondantemente mentre un quarto, più prudente, si limitò a due modeste fettine adducendo un problema di denti. E fece bene. La conversazione cominciò a languire mentre i tre malcapitati cercavano di masticare e deglutire una carne inaspettatamente coriacea. Insospettabile. Era una mammella enorme di vacca! Come può una tenera mammella trasformarsi in pietra? Questo mistero non mi è mai stato chiarito. Mastica mastica la soluzione fu inghiottire e sperare nel proprio robusto stomaco. Segui’ il famoso pecorino stagionato con i vermi, la squisitezza che ogni proprietario di gregge sardo si fa e custodisce come bene prezioso da offrire ai suoi ospiti di riguardo. La barba di Sisinnio era tutta una contorsione di minuscoli vermetti  bianchi. Impossibile rifiutare: sarebbe stata un’offesa grave. Ci si sfogò con pane, vino di Oliena e vernaccia. Al ritorno i quattro compagni  sembravano sopravvissuti ad una battaglia campale.

In settembre rimanemmo in due, il mio compagno ed io, e l’ultimo intervento “pittorico” fu una smagliante scritta che sormontava l’entrata del bar di Sisinnio: BAR SISINNIO, situato a destra all’entrata del paese. Ma oggi il bar non c’è più e quando tornai ad Orgosolo nel 2014 per le celebrazioni di “Flores in su Granito” organizzate delle compagne del gruppo Viche Viche scoprii che Sisinnio era morto da poco. Mi dispiacque molto, sarebbe stata una gioia rievocare la sua munifica cena.. e l’estate del 1969 con lui. L’estate dell’inizio della rivoluzione mancata.


 









lunedì 1 ottobre 2018

MARE E' MONTAGNA: VIAGGIO DALLA SARDEGNA AI PIRENEI


Mare è Montagna: dalla Sardegna ai Pirenei Catalani (1)

Isole Sanguinarie (Ajaccio) foto mia

Per il viaggio estivo scelgo sempre luoghi rivieraschi che mi permettano di nuotare ma questa volta, esplorando il vicino Mediterraneo occidentale, ho goduto del privilegio di un’accoppiata ideale perché l’intersecarsi di paesaggio marino e gioghi montani è stato quasi sempre una costante, dalla prima tappa a Cala Gonone, sulla costa orientale sarda, fino all’ultima, la Cabanasse, 1550 mt sopra Perpignan nella Catalogna francese. 

Strada verso Cala Fuili
Cala Gonone: avendo abitato in Sardegna l’avevo vista la prima volta il giorno di Natale del 1969, all’epoca in cui la costa era ancora frequentata dalla ormai mitica e sparita foca monaca. Oggi c’è un museo in suo ricordo, che mi sono ben guardata dal visitare in quanto la musealizzazione di ciò che è stato distrutto dallo sfruttamento turistico della costa mi avrebbe solo angosciato, sottraendo tempo al godimento di ciò che resta della bellezza del paesaggio. 

Camminando sulla strada asfaltata in direzione sud, cioè verso la famosa e ahimè affollatissima Cala Luna (visitata nel 1976, bianca falce di sabbia deserta profumata dalla macchia), dopo circa 2,5 km si incontra una Caletta sassosa chiamata Sa Martini (Ziu Martine su Google Maps), non troppo frequentata, dove è possibile trovare ombra e nuotare esplorando le grotte appena a nord di Cala Fuili.
La passeggiata montana è consistita nell’esplorare il primo tratto della gola di Gorropu, nella Sardegna centrale, con una guida e un piccolo gruppo di altri camminatori. Dopo una facile passeggiata di qualche km su un sentiero tra il verde si scende fino all’imboccatura della gola, dove si paga un biglietto per entrare. E qui la sorpresa: si avanza scavalcando enormi massi, sui quali bisogna inerpicarsi per proseguire e infilarsi a fatica tra questi ciottoli giganteschi accatastati in salita sul letto del torrente Flumineddu, quasi secco. A volte bisogna guardare accuratamente dove la guida ha messo i piedi e ricalcarne le orme esatte per passare. Si è talmente occupati ad avanzare cautamente senza scivolare che si rischia di trascurare di guardarsi intorno.
Imboccatura Gola Gorropu

E la vista è veramente eccezionale: le pareti di roccia incombono a picco, qua e là dei tronchi contorti di alberi nani che hanno trovato nicchie di humus sembrano sculture, il cielo è azzurrissimo e incombe un silenzio solo rotto da qualche cinguettio. La guida indica e spiega il processo geologico della formazione dei diversi strati di roccia di colore diverso ma ne conservo un ricordo vago, occupata a non cadere, a guardare e a fotografare. Avanziamo per meno di un’ora: il pensiero di dovere ripercorrere lo stesso identico faticoso cammino al ritorno smorza la curiosità. Uscendo dalla gola, i guardiani ci mostrano la mappa dell’intero tracciato lungo la gola realizzato in tre colori: verde all’inizio, diventa giallo e infine rosso per un lungo tratto fino alla fine, quest’ultimo accessibile solo da parte di gruppi attrezzati con caschi, corde, addirittura canotti gonfiabili in quanto ci possono essere improvvise inondazioni. Alcune settimane dopo in Francia leggerò del terribile incidente avvenuto nel parco del Pollino: escursionisti travolti in una gola di montagna dall’irruzione di un’enorme ondata causata dal maltempo.

Lascio la Sardegna per la Corsica con il traghetto che partendo da S. Teresa di Gallura dopo meno di tre ore attracca al porto di Bonifacio, estremo sud dell’isola, uno dei più bei paesaggi marini che abbia mai avuto la fortuna di contemplare, non a caso classificato come eccezionale dalla mia guida Touring in francese da cui traduco l’esordio omerico del capitolo dedicato a questa cittadina dalle caratteristiche uniche: “Entriamo in questo porto ben conosciuto dai marinai, una doppia falesia a picco e continua si erge tutt’intorno a noi, e due promontori allungati che ci fronteggiano all’imboccatura ne strangolano l’ingresso…” E’ una citazione dal canto X dell’Odissea, ed è Ulisse che descrive in questi termini il porto nel quale sta entrando, che secondo L. Moulinier (un grecista sconosciuto a Google), sarebbe proprio Bonifacio. 


La guida prosegue: “Secondo la leggenda, la flotta dell’eroe sarebbe stata fatta a pezzi da dei giganti autoctoni, i Lestrigoni, e Ulisse stesso si sarebbe salvato grazie alla partenza improvvisa della sua nave della quale fa tagliare gli ormeggi. Il plateau di Bonifacio costituisce l’originalità della Corsica meridionale. I suoi strati di molassa[1] del miocene…si distinguono nettamente per il loro candore e la loro morfologia tabulare dal resto dell’isola, costituito essenzialmente da rocce cristalline”. La bianchezza del calcare a picco sullo stretto e lunghissimo canale del porto, inanellato di isolette e insenature alla sua imboccatura, porgono come su un vassoio a chi arriva dal mare la città alta, la cittadella, che compatta si erge sulla roccia come un’unica imprendibile fortezza.
Vista di Bonifacio dal traghetto

Bonifacio notturna
In basso, il porto rigurgita di smisurati yacht superlusso che paiono transatlantici, con gli equipaggi che lucidano gli ottoni e pigri miliardari in ciabatte a far capannello di fronte alle passerelle sul molo. La Marina sulla riva destra è costituita da una sfilza di ristoranti aperti lato mare e da qualche negozio costoso mentre il molo sinistro è occupato da facciate omogenee, semplici parallelepipedi severi ed eleganti che sono caratteristici delle dimore tradizionali corse e che vedrò spesso in altre città. Dalla Marina diversi sentieri e tracciati di scale ripide portano alla città alta, il centro antico che ingloba l’estremità occidentale del promontorio. Il Bastion de l’Etendard, fortezza che difendeva l’unico antico accesso a Bonifacio, la Porta di Genova, ne occupa un’estremità, dalla quale oggi si scende o verso la Marina o ci si incammina verso un sentiero sulla falesia che arriva fino al faro di capo di Pertusato. Oppure si può scendere all’unica “spiaggetta” cittadina: acqua stupenda, ma ciottoli e scogli affioranti scomodissimi. A ricordo dell’assedio franco-turco del 1553 (contro Genova, che aveva fondato Bonifacio nel 1195)) questi versi sono scolpiti su un muro vicino al jardin des vestiges, un insieme di resti di mura romane: “Remonte dans le labyrinthe de tes ruelles mes pas/ et apporte cette vie déployée sans toi”[2] di Siham Bouhlal, scrittrice marocchina contemporanea.
Escalier du roi d'Aragon
Dall’altro lato della città vecchia, si scopre la meraviglia del escalier du Roi d’Aragon, 187 gradini scavati nella roccia a strapiombo sul mare: la leggenda narra che furono intagliati in una sola notte dall’esercito del re Alfonso d’Aragona per sfuggire a un assedio, ma il dépliant associato al biglietto d’ingresso suggerisce che fossero stati costruiti da monaci per raggiungere una fonte d’acqua dolce alla base della falesia.
Da Bonifacio prendo l’autobus per Sartène, attirata dalla presentazione che ne dà la guida attraverso la frase lapidaria di Mérimée: la più corsa delle città corse. Prospère Mérimée, già rinomato scrittore, la visitò in qualità di funzionario governativo nel 1839 e ne ricavò una lunga novella, Colomba, nella quale si narra la serie di vendette che aveva sconvolto la vita della regione qualche anno prima e aveva visto protagoniste due famiglie del luogo, i Carabelli e i Durazzo, e un villaggio, Fozzano, con una vicenda di sangue al cui centro dominò una donna dalla tempra eccezionale, Colomba nata Carabelli appunto, vista da Mérimée come eroina emblematica dei costumi dell’isola, abile amazzone e tiratrice infallibile. La Corsica ha una storia di rivalità cruente tra clan e di lotta indipendentista (dalla Francia) che arriva all’oggi.
Data la posizione di Sartène circondata da montagne, mi riprometto lunghe escursioni e visite ai diversi villaggi. Sorpresa: impossibile trovare una stanza libera a prezzi non stratosferici, mi imbatto nell’unico ufficio turistico a mia memoria di viaggiatrice incallita che abbia preteso 1 euro per ogni telefonata fatta per cercare alloggio, i gabinetti pubblici sono chiusi da anni e ricevo rifiuti scortesi di adire ai servizi igienici dei bar senza consumazione. Per colmo di sventura, la foresteria del convento di san Damiano, ultima speranza, è al completo. Visitando la chiesa, scopro la tradizione medievale della processione del Catenaccio: molto in anticipo sulla Pasqua, il prete sceglie tra i “peccatori” che si candidano a espiare i loro peccati col supplizio del Catenaccio il predestinato dell’anno. Costui deve portare non solo la croce lungo la Via Crucis indossando un cappuccio che gli conferisce l’anonimato, ma trascinare un catenaccio pesantissimo che pesa 49 kg (vedi foto), esclamando a riprese regolari: perdono o mio Dio.
Croce e catenaccio
Scappo la sera stessa da questa cupa città di martirio verso Propriano, stazione marittima dove l’esoso ufficio turistico mi ha trovato una stanza con bagno, dopo ripetute consumazioni di caffè deca e di stoppacciose brioche. Sosta benvenuta per riprendere fiato, che tuttavia non offre né panorami particolari né attrazioni degne di nota.
Porto e golfo di Ajaccio
Senza mezzi privati è quasi impossibile proseguire lungo la costa occidentale, la più spettacolare, a meno di non usare la bici o andare a piedi, per cui la prossima tappa è Ajaccio, dal grande golfo dai fondali montagnosi, un bel centro storico pedonalizzato e un magnifico museo in uno splendido palazzo, Museo e Palazzo Fesch, dal nome del cardinale che per tutta la vita si dedicò a collezionare opere d’arte. La mia guida afferma che a tutt’oggi il palazzo racchiude 1200 quadri: un intero pomeriggio non basta a completare la visita. E la stessa via Fesch è un monumento a cielo aperto, con facciate antiche dai cui angoli si diramano vicoli ancora popolati da artigiani. Passeggiata serale al porto, tra il molo punteggiato di bitte e un filare di alberi. Non si può mancare di visitare la casa natale di Napoleone, decisamente interessante e ben conservata. Unico cruccio: albergo caro che in più per dolo malo mi addebita ben 9 euro per una colazione mai consumata, ignorando rimostranze scritte e telefoniche.


Le isole Sanguinarie sono un’altra attrazione di Ajaccio: un autobus arriva fino all’imbarcadero fuori città da dove parte il traghetto che fa la spola tra terraferma e isole: acqua incantevole, rocce di diorite che durante il giorno diventano incandescenti, pochissimi arbusti per ripararsi da un sole di piombo; consigliata sortita serale, quando le creste tormentate delle isole prendono il colore rossastro cui forse devono il loro nome.
Ci sono due sole linee ferroviarie in Corsica, la prima tra Ajaccio e Bastia e la seconda tra Ajaccio e Calvi. Prendo il treno per Bastia, sbarco a Ponte Leccia, dopo Corte, e l’amica che generosamente mi ospiterà per più di un mese nella bella casa di famiglia in un villaggio sul versante orientale delle montagne sotto la Bavella, mi viene a prendere in macchina e mette fine alle mie disavventure alberghiere.


[1] Sorta di arenaria friabile, bianchissima a Bonifacio.
[2] Fai risalire i miei passi per il labirinto dei vicoli/ e porta questa vita proseguita senza te”. Mi hanno colpito come abbastanza enigmatici.