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lunedì 9 dicembre 2019

VIAGGIO A CIPRO E TURCHIA: ANATOLIA (2)


ANATOLIA: SULLE ORME DI ANTICHE CIVILTA’(2)

Panorama montagnoso visto dal Monte Nemrut, provincia di Adyaman
 
L’impressione che la visita a Şanliurfa lascia su chi la visita con occhi e spirito aperti è così profonda e coinvolgente che ogni disagio, compreso una temperatura infuocata, diventa trascurabile: tesori archeologici, artistici e religiosi di alto valore simbolico si susseguono l’uno accanto all’altro, alcuni risalenti ai primordi del neolitico preceramico e all’epoca della scoperta dell’agricoltura, della scrittura, delle prime sepolture umane. Siamo in piena Mezzaluna Fertile, quell’arco ideale che va da Gerico in Palestina fino a Basra in Siria, inarcandosi a nord appena sopra Şanliurfa, dove si trova il tempio più antico del mondo, Göbeklitepe (9600/8000 a.C.)[1], ben anteriore alla domesticazione degli animali che attraversa tutto il 7° millennio. E’ un monumento di inestimabile valore antropologico e storico, assai poco noto però anche a chi viaggia in Turchia. Quanti sanno che Şanliurfa è la città chiamata Ur nella Bibbia? Poi divenne l’Edessa romana e nel Medioevo la capitale di un importante regno crociato per più di un secolo.[2]
Goebeklitepe
Per prima cosa, deposta la valigia in un hotel trovato a caso, vado al Museo Archeologico, che racchiude reperti eccezionali, tutti provenienti dagli scavi di Göbeklitepe: appena dopo l’ingresso mi imbatto in una statua dagli occhi di ossidiana; secondo la scarna didascalia è “la più antica” mai trovata (nel mondo?). In una sala c’è un diorama molto ben fatto che ricostruisce l’ambiente preistorico locale: si suppone che le prime sepolture umane della zona fossero scavate dentro le proprie case, e che le ossa e soprattutto i crani venissero raccolti e successivamente riseppelliti in altre strutture (collettive?).
Pilastri di Goebeklitepe al Museo Archeologico

Una grande sala ospita una ricostruzione con i pilastri meglio conservati del tempio di Göbeklitepe (che visito il giorno successivo): sono disposti in cerchio e offrono un colpo d’occhio che quasi ti sopraffa’, con i loro sei metri di altezza e le loro sagome a T – umanizzate - sui cui fianchi sono scolpite raffigurazioni stilizzate di serpenti, tori, volpi, uccelli. L’area del tempio si trova a circa 20 km dalla città: gli scavi iniziarono negli anni ’60 del 1900. Il responsabile degli scavi, il professor Klaus Schmidt, intendeva di proposito portarne alla luce una minima parte per lasciare alle generazioni future il compito di portarlo alla luce con tecniche più sofisticate. 
La statua "più antica"
 La funzione del sito non è chiara –si ipotizza che fosse un santuario di montagna - ma esso fu abbandonato intenzionalmente e interrato nel corso del 7° millennio. Al Sultantepe, altro sito archeologico tardo-assiro 15 km a sud di Şanliurfa, sono state scoperte tavolette in caratteri sumerici con l’epopea di Gilgamesh, la famosa epopea della creazione[3], alcune delle quali sono esposte nel museo. Mi ci fermo davanti in doveroso raccoglimento prima di fotografarne una, e così facendo mi sembra di stuprarla. Ma subito l’attenzione è sviata verso una statuetta stupenda che mostra un ometto neolitico con gli occhi rivolti al cielo: un visionario, un pensatore? 
 
Il" pensatore"
Un ammasso di chiodi conici di argilla della cultura Uruk[4], del 4° millennio, trabocca da anfore ritte o rovesciate: servivano come decorazione, conficcati in pareti di argilla ancora molle di case forse patrizie; le capocchie venivano colorate e disposte a seconda dell’immagine desiderata. A Uruk-città si insegnava la scrittura cuneiforme in speciali “tablet-houses” chiamate Edubba. In una tavoletta esposta nel museo c’è un rituale “per fare dei bei sogni”. Peccato che non ci sia la traduzione! Una carrozzina giocattolo di un bimbo vissuto millenni fa non può non intenerire, si trova accanto al massiccio frammento di basalto di un Pegaso la cui sagoma disegnata sulla parete lo sovrasta, e poi ecco la stele di re Nabonide (556–539 a.C.)[5], il re neo-assiro e l’epigrafe con la sua testimonianza:
 
Carrozza giocattolo neolitico
 “Io, Nabonide, ultimo re caldeo-babilonese, non avevo nessuno (potente), la regalità non era in me. Ma gli dei e le dee pregarono per me e Sin[6] (dio della luna nelle religioni mesopotamiche) mi chiamò a sé…nel tempio di Sin nella città di Harran[7] (e mi disse) a te affido tutta la terra”. Uscendo con la testa ronzante e turbata da tante immagini pregnanti non posso che dimenticare l’ombrello che uso per proteggermi dal sole, che dovrò recuperare l’indomani in taxi prima di andare a contemplare “the real thing”, il tempio di Göbeklitepe.
Stele di Nabonide

Data la distanza e il traffico la visita mi riempie la mattinata. Il sito archeologico, non affollato, consiste in un colle scosceso nel mezzo del quale in un ampio cratere sorgono le rovine, un coacervo di pilastri a T scolpiti con animali-totem e mucchi di pietre, cinto da un reticolato sottile intorno al quale si gira per coglierne la complessità e la maestà. Raccolgo un ciottolo rosato appena esterno alla recinzione a perpetua memoria. Di fronte al colle si allunga una pianura coltivata a perdita d’occhio.
Nel pomeriggio torno ancora una volta nei pressi del Museo archeologico perché mi sono tardivamente accorta che accanto c’è un altro fabbricato con bellissimi mosaici, mancato il giorno precedente. 
 
Mosaico, Sanliurfa
Tornando vado al parco principale di fronte alla cittadella che sovrasta la città da uno sperone roccioso, dove non mi arrampico data la temperatura. Ma nel parco ci sono altri tre siti-richiami eccezionali: la cosiddetta “grotta di Abramo” (Ibrahim in arabo e in turco), dove secondo la leggenda nacque il profeta, il Balıklıgöl, ovvero lo stagno dei pesci sacri, e l’antica Halil-ur-Rahman Mosque, che costeggia il bacino e vi si specchia. Abramo sarebbe nato nella grotta perché lì fu nascosto dalla madre in qu
anto al re Nimrod era stata profetizzata la nascita di un bambino che da adulto avrebbe distrutto gli idoli e quindi anche il suo potere, per cui il re avrebbe ordinato lo sterminio di tutti i neonati. 
 
Balikgoel, stagno sacro
Abramo sarebbe uscito dalla grotta solo a 15 anni, dopo di che incorse egualmente nelle ire regali poiché conquistò il cuore di sua figlia. Il re lo condannò a morire su un rogo, ma le fiamme si trasformarono in acqua (lo stagno) e i legni ardenti in carpe, le cui discendenti tuttora guizzano a frotte nella lunga vasca rettangolare[8]. Inutile forse far notare che la leggenda appare un copia-incolla della strage degli innocenti, con il nascondiglio cavernicolo rimpiazzato dalla fuga in Egitto. Si entra nella grotta attraversando un’altra moschea; la cavità sottostante è protetta da un vetro, e non posso avvicinarmi troppo poiché davanti al vetro ci sono donne velate accovacciate in preghiera, ma si intravede l’arco della caverna e poi oscurità. Mah, chissà se qualcuno c’è nato, e chi….
Grotta detta di Abramo

Sazia di storia e leggende l’indomani proseguo per Diyarbakir, luogo che da tempo desideravo conoscere anche per l’importanza che riveste per il mondo curdo turco. La città sorge su un piedistallo di basalto che domina una fertile lingua di terra dove scorre il Tigri, chiamato in turco Dicle, così come l’Eufrate è il Firat. Le sue origini risalgono ad almeno 5000 anni fa; divenne romana quando Traiano vi sconfisse i Parti nel 115 d.C. Costantino la circondò delle mura che pur restaurate durante il periodo islamico-ottomano tuttora sfidano i secoli: sono bellissime, con possenti bastioni ed è possibile anche camminarci su, a tratti. Hanno una forma romboidale e quattro porte (gates). 
 
Strada a Diyarbakir
Attraversato il centro, si giunge ad un punto dal quale si scorge il Tigri, mentre immediatamente sotto le mura si stendono i famosi giardini Hevsel coltivati a ortaggi e frutta da 8000 anni ininterrottamente, come riportato dal dépliant fornito dall’albergo. Sono rinomati i cocomeri del luogo, anche se devo ammettere che mi sono venuti in uggia in quanto sono una perenne immancabile presenza non solo nei mercati ma anche a tavola, dalla colazione alla cena. Una costante architettonica di Diyarbakir sono moschee, muraglie e edifici di pietra a fasce di pietra bianca e nera (basalto), una città tutta juventina. 
 
Han a Diyarbakir
Bellissima la Ulu Cami, la Gran Moschea selgiuchide del 7° secolo anch’essa juventina, con una grande meridiana nella corte, ideata da un famoso ingegnere, Al Jazari.  Famoso e credo unico il minareto quadrato a 4 zampe (four-legged minaret), Dört Ayakli Minaret e come sempre interessante il museo, con reperti del paleolitico, ricostruzione di ambienti preistorici e fossili strani.
Minareto quadrato

 Da Diyarbakir ritorno verso ovest per dirigermi a nord verso un altro imperdibile sito archeologico, il Nemrut Daği (monte Nemrut), e Arsameia al Nimphaios, capitale del regno ellenistico di Commagene (fondato nel 163 a.C.) così denominata da re Arsames, regno anche questo che fu inglobato dall’impero romano ai tempi di Tiberio. Per visitarlo la base più vicina è la cittadina di Kâhta, nella provincia di Adyaman, da dove è imperativo prenotare una escursione guidata perché la zona è impervia oltre che brulla e desertica; non esiste alcun trasporto pubblico verso la zona archeologica, molto complessa ma magnifica e stranamente poco conosciuta rispetto alla super turistica Cappadocia più a nord. Consiglio agli eventuali viaggiatori di prenotare una guida professionale, poiché l’autista-guida fornito dall’unico hotel di Kâhta è un autista affidabile, ma in quanto a guida lascia molto a desiderare. E’ possibile trovare buone guide ad Adana e fare un’escursione in giornata, anche se credo risulti abbastanza faticosa.
Karakush, stretta di mano Mitridate-Laodice

La prima tappa dell’escursione è la visita al Karakush tumulus, la tomba della famiglia reale di Commagene costruita da Mitridate II: sul tumulo alto 35 mt si ergono tre colonne, una delle quali, la centrale che guarda a sud, è sormontata da un’aquila, simbolo Commagene: karakush significa infatti “uccello nero” in turco. Le altre due colonne hanno alla sommità rispettivamente un toro e un leone: una di esse reca un bassorilievo con re Mitridate che stringe la mano alla sorella Laodice.
Poi si attraversa a piedi il ponte romano[9] a schiena d’asino costruito sul fiume Cendere dalla XVI legione in onore di Settimio Severo, di sua moglie Giulia e dei due figli, Caracalla e Geta, cui furono dedicate quattro colonne, due all’ingresso del ponte e due alla fine; oggi se ne vedono 3, perché salito al potere Caracalla fece assassinare il fratello Geta e ne fece abbattere la colonna. 
Ponte sul Cendere

Si prosegue al santuario di Eski Kale, dove su un ripido viottolo ci si arrampica fino ad una stele e una grande iscrizione in caratteri greci, l’unica del genere in tutta l’area. E vicino a un tunnel, usato come magazzino, c’è una grande incisione sulla roccia con Mitridate I che stringe la mano ad Ercole, simboleggiante l’alleanza di due discendenze, quella persiana-orientale e quella greca-occidentale. In cima all’altura sorgono i resti della città di Arsameia, le sede estiva dei re di Commagene. 
 
Arsameia, Mitridate e Ercole
Infatti siamo ormai tra montagne che più desertiche e selvagge non potrebbero apparire. L’ultima tappa e la meta principale dell’escursione è il monte Nemrut, una delle visioni più affascinanti e cariche di mistero di tutto il viaggio. Dopo una lunga ascesa dalla base dove si trova la biglietteria, il sentiero si biforca tra il terrazzo a ovest e quello a est[10]. E’ lo Hierothesion, il santuario che Antioco I Commagene (69/34 a.C.) dedicò alla celebrazione dei suoi antenati persiani e al connubio con l’eredità greco-ellenistica: sullo sfondo dello spiazzo si ergono dei troni in fila e ivi assise figure reali-divine i cui tronchi sono parzialmente ritti, ma le cui teste sono rotolate a terra, e ti fissano ancora rotondi nelle orbite di pietra, tra simboli zoomorfi come aquile e leoni, a terra anche essi. 
Nemrut Dag, Western Terrace


Sono teste enormi e così decapitate ancora più impressionanti, nella luce rosa azzurrina del tramonto e del rapido crepuscolo. La testa d’aquila rappresenta un dio persiano, ma ci sono anche Cerere e Apollo/Mithra/Helios/Hermes, a testimoniare di nuovo il sincretismo sottolineato nell’incisione di Eski Kale, l’incontro delle due culture ellenistica e persiana. Rimpiango solo di non avere avuto una guida all’altezza dell’importanza e complessità del sito archeologico, al momento della visita.
Nemrut Dag, Eastern Terrace

L’indomani mi riposo nel giardino dell’albergo tutto il giorno, e il lunedì parto per Antiochia nella provincia dell’Hatay, a sud, una galoppata che in autobus dura dalla mattina alla sera.


Cgiodi di argilla per decorazioni, 4° millennio a.C., museo di Şanliurfa

Foro di proiettile a Diyarbakir, lasciato nel 2016 durante l'assalto turco subìto dal Kurdistandopo il "golpe Gulenista"

Il Tigri sotto Diyarbakir. Accanto a sinistra una torre che fa parte delle mura di cinta




[1] La famosa etichetta di “Mezzaluna fertile” è dovuta all’egittologo J.H. Breasted.
[2] Il prefisso “Ur” in tedesco indica le origini, qualcosa di ancestrale.
[3] http://www.istitutocintamani.org/libri/GILGAMESH.pdf
[4] La città-stato di Uruk si trovava vicino all’Eufrate, nel territorio dell’odierno Irak.
[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Nabonidus_Chronicle
[6] https://en.wikipedia.org/wiki/Sin_(mythology)
[7] Città tuttora esistente, 4 km a sud di Şanliurfa
[8] https://theculturetrip.com/europe/turkey/articles/the-carp-fish-at-this-holy-sight-in-urfa-are-sacred-and-heres-why/
[9] C’è un moderno ponte e l’auto passa su quello.
[10] In teoria ci dovrebbe essere anche quello settentrionale, ma sinceramente non lo trovo, e l’autista-supposta guida è rimasto al caldo nel bar-ristorante vicino alla biglietteria. Fa freddo ed annotta, quindi mi affretto a scendere. Siamo a 2200 mt di altezza.

domenica 17 novembre 2019

VIAGGIO A CIPRO E TURCHIA: ANATOLIA (1)


ANATOLIA: SULLE ORME DI REMOTE CIVILTA’

Cittadella di Gaziantep


Partendo da Girne, Cipro turca, con il traghetto si giunge dopo circa tre ore a Taşucu, piccolo porto con spiaggia a lato, modesta stazione balneare per un turismo tutto locale: la città di Silifke, l’antica Seleucia, dista soltanto una decina di km. Fondata dal re di Siria Seleucio I Nicator nel III secolo a.C., l’odierna Silifke ha ancora numerose rovine che ricordano la pristina gloria: spezzoni di cinta muraria, un’immensa cisterna bizantina, la cittadella (la strada sconnessa e deserta mi ha scoraggiato dal raggiungerla) e ben accessibile in centro il tempio a Giove, del quale sopravvive oltre a frammenti sparsi una sola colonna intera con capitello corinzio, che al momento della visita era sovrastata da un paffuto nido di cicogna con inquilina installata.
Silifke, Tempio di Giove
Bello il ponte di pietra sul fiume Göksu (in turco “acqua azzurro cielo”), dove annegò Federico Barbarossa en route verso la Palestina per la 3° crociata, il 10 giugno 1190, astutamente tuffandosi per rinfrescarsi con armatura addosso in acque tumultuose per il recente disgelo a monte.

Sulle montagne del Tauro, a 1100 mt di altitudine e a 30 km da Silifke si trova un sito archeologico tanto affascinante quanto poco conosciuto dal nome ingrato: Uzuncanburç[1], dove da un lato si possono ammirare i resti di un acquedotto dell’antica città romana di Olba, mentre sull’altro versante dell’altura sorgono i resti e le numerose colonne del tempio greco a Zeus Olbios, preceduto da un ninfeo ben conservato.
 
Uzuncamburç, Tempio di Zeus Olbios
Anche qui parte dell’incanto del luogo è legato alla qualità della luce sfolgorante di giugno nell’aria limpida, al silenzio rotto dal frinire di qualche cicala e al panorama montano superbo. Incredibilmente c’è un servizio pubblico di trasporto di andata e ritorno giornaliero per i contadini del villaggio e i rari viaggiatori a piedi.

L’ufficio turistico di Silifke, il primo e l’ultimo aperto e funzionante in ore d’ufficio che troverò in Anatolia, mi aveva rifornito di dépliant seducenti sulle meraviglie archeologiche visitabili prima di Mersin, direzione est: il castello di Korykos, Kizcalesi (il castello della fanciulla) e le grotte dette del paradiso e dell’inferno. 

Particolare, Tempio di Zeus
Quando avevo già un piede sul predellino per scendere dall’autobus a Kizcalesi ho dato una rapida occhiata intorno e ho fatto un balzo indietro per recuperare il sedile: a destra e a sinistra della strada si assiepavano file compatte di moderni albergacci e spacci di patatine fritte, e l’unico spiraglio nella muraglia di cemento lasciava intravvedere una spiaggia con schiere di ombrelloni. Con rammarico ho cambiato il biglietto e dopo due ore e mezzo interminabili con decine di fermate e mostri di calcestruzzo schierati a nascondere il mare sono scesa per esaurimento alla periferia di Mersin, grossa città con importante (e invisibile) porto commerciale e di trascurabili attrattive. E pensare che la Mersin arcaica, Yumuktepe (5000 a.C.), era un importante snodo geo-culturale tra la Mesopotamia a partire dall’antica Cilicia Pedias – oggi regione di Çukurova – attraverso il passo di Sertavul nella catena del Tauro verso il Mediterraneo e la Siria settentrionale. Il suffisso tepe dei toponimi arcaici turchi indica un rilievo, un tumulo che racchiude reperti archeologici sepolti.
Sarikeçili in viaggio


Della odierna Mersin apprezzo soltanto il Museo archeologico che vanta scenografiche ricostruzioni di tombe intagliate nella roccia[2] con statue mollemente adagiate su triclini e bei sarcofaghi romani; si proietta inoltre a getto continuo un filmato molto interessante sull’ultimo esiguo nucleo di popolazione nomade turca: i Sarikeçili[3], pastori originari di un villaggio omonimo in provincia di Adana, filmato che rivedo più volte per coglierne foto eloquenti e toccanti[4].
Rock-cut tombs, Museo di Mersin


Partendo da Mersin sempre diretta a est ho la cattiva idea di fare una tappa a Tarso, anche se le poche righe della guida dovrebbero scoraggiarmi, e ho quanto mi merito: l’abitato è banale e il museo che raggiungo a fatica balbettando dieci volte in turco la stessa domanda sul cammino da percorrere è chiuso, evidentemente da molto tempo, e mi chiedo per quale perversità nessuno me lo ha fatto sospettare, dato che “aperto/chiuso” sono tra i pochi vocaboli turchi che conosco. Introvabile la cosiddetta fontana di San Paolo.

Dietrofront e treno per Adana: la linea Mersin-Adana è l’unica connessione ferroviaria del sud Anatolia in funzione. Sorpresa: Adana è veramente una città interessante e mi è parsa la più aperta al mondo non turco, la più piacevole anche se difficile da girare a piedi date le distanze e i lunghi viali pur alberati pulsanti di traffico, l’unica dove riesco a trovare bei negozi e un ristorante con un’ottima cucina italiana gestita da una coppia locale, quella cucina italiana che in genere all’estero snobbo ma che questa volta mi sembra un regalo divino dopo parche cene analcoliche.
 
Sigilli del calcolitico, Museo di Adana


E il museo archeologico è il primo di una serie di musei uno più bello dell’altro, che sono stati il sale del viaggio e mi hanno fatto capire la differenza tra il vedere tesori d’arte assira o babilonese al Pergamon di Berlino o al British di Londra o vederli là dove la civiltà i cui tesori sono esposti si è sviluppata e si è ahimè spenta. Anche dopo tre o quattro ore di visita non ho mai provato quel senso di oppressione che mi coglieva al British, che è (o era, non so oggi) gratis e che visitavo spesso quando studiavo a Londra. 
Nelle prime teche ci sono numerosi sigilli del calcolitico di terracotta, di pietra o anche d’osso, provenienti dalla Siria e dalla Mesopotamia, risalenti al 7° millennio a. C; venivano usati in ambito legale per inviare pacchi o lettere. Poi si succedono straordinarie serie di tavolette d’argilla di pochi centimetri scritte in finissimi e fittissimi caratteri sumerici cuneiformi, che rappresentano la prima forma di scrittura intorno al 3500 a.C. 
 
Tavolette in caratteri cuneiformi, Adana
Sono registri contabili di merci consegnate redatte da funzionari dell’Impero Ittita (1700-1200 circa a.C.) che adottò la scrittura cuneiforme di origine assira. Le tavolette sono state dissotterrate a Uruk, nella bassa Mesopotamia, la città del famoso re Gilgamesh, protagonista dell’epopea omonima[5]. La tavoletta con un brano di questo poema la vedrò nel museo di Şanliurfa. Imponente la statua del dio Tarhunda, eretto su un cocchio che era trainato da due tori simboleggianti il giorno e la notte.

Il dio Tarhunda, Adana
 l giorno successivo parto per Gaziantep, ormai entrando nell’ex-Mesopotamia - vedere accanto la provvidenziale cartina fornita dal locale museo archeologico, lo Zeugma Museum -  che è uno scrigno di mezzo km quadrato di mosaici  romani magnifici e molto ben conservati, e pour cause!
 
Mezzaluna Fertile
Infatti le ville romane dove si trovavano rimasero sepolte per secoli, finché durante gli scavi per la costruzione della vicina diga Birecik sul fiume Eufrate vennero alla luce e furono asportati per salvarli dall’inondazione. Le raffigurazioni sono di una grande eleganza e nettissime: uno dei più famosi è il dittico di Oceano e Teti, ma sono tutti mosaici stupendi: le tessere sono minuscole fino a evocare veri e propri quadri, le espressioni dei volti intense, i colori dei drappeggi sontuosi e cangianti, le membra hanno toni sfumati e sono piene di movimento; una festa per l’occhio e per lo spirito, anche se, pensando al lavoro artigianale di migliaia di schiavi curvi a tagliare prima la pietra e poi le tessere, si riflette ancora una volta sul sudore e sangue che la bellezza dell’arte spesso sottende.

Oceano e Tei, Gaziantep

Museo di Gaziantep

La Cittadella selgiuchide[6] che domina Gaziantep su una altura appena fuori del cuore del centro storico è tutta occupata da un museo inneggiante alla guerra d’indipendenza turca, immediatamente successiva alla prima guerra mondiale, nella quale L’Impero Ottomano si era schierato con gli Imperi Centrali. In particolare vi si celebra la vittoria nella guerra franco-turca (1918/21) combattuta in Cilicia, che vide la resistenza accanita contro le truppe francesi che difendevano gli interessi della Francia di tre città soprattutto: Antep, Maraş e Urfa che riuscirono a respingere il nemico. In seguito alla vittoria il nome delle città cambiò in Gaziantep, Kahramanmaraş e Şanliurfa, premettendo ai nomi rispettivi gli aggettivi “reduci”, “eroici” e “gloriosi” in onore dei combattenti. Peccato che l’ombra dei Giovani Turchi aleggi pesante e che quanto esposto trasudi un iper-nazionalismo e un militarismo trionfalistici molto fastidiosi, a scapito di una documentazione storica spassionata chiaramente impossibile, poiché l’identità nazionale turca si costituì contro le identità greca e armena che pure erano parte integrante del patrimonio storico e culturale dell’Anatolia occidentale. A quell’epoca il genocidio armeno (24 aprile 1915/1917) era ormai compiuto[7] e si preparava quello che i greci chiamano “il genocidio dei greci del Ponto” e lo strappo sciagurato dello “scambio di popolazioni” con annessa distruzione –e massacro - di una città cosmopolita con una storia millenaria come Smirne, l’odierna Izmir[8].
 
Guanto speciale di lana di capra per hamam

Intristita dall’esaltazione smaccata di un’epoca relazionata a tali catastrofi, mi rasserena la visita a un antico hamam trasformato in museo, costruito intorno al 1565. In Anatolia i bagni pubblici esistevano sin dall’era del bronzo (3600-1200 a.C.) e prendevano come modello le terme romane con il calidarium, tepidarium e frigidarium. Addirittura prima del 1000 d.C. anche le popolazioni nomadi facevano il bagno in tende di pelli chiamate çerge. A tutt’oggi in aree rurali si fabbrica artigianalmente il sapone con liscivia e olio d’oliva (forse anche grasso di montone, penso io, memore di una conversazione in Mali con una collega che come grasso per la confezione di sapone aveva utilizzato i resti del montone del Tabaski[9]). C’erano già allora i massaggiatori professionali che usavano ruvidi guanti di lana di capra chiamati keseler (plurale di kese). Una vasca speciale in una stanzetta a parte era riservata al bagno rituale (mikveh) dei clienti ebrei.

Lasciata Gaziantep procedo a est e arrivo a Şanliurfa, dove vedrò il tempio del neolitico preceramico più antico del mondo[10] (9600 a.C.) e, non lontano dal tempio, sia la grotta dove secondo la tradizione (?) nacque Abramo che lo stagno sgorgato dalle fiamme che avrebbero dovuto bruciarlo (da adulto), quando i carboni ardenti si trasformarono in carpe guizzanti. Peccato che al mio arrivo il termometro segni 41 gradi C all’ombra.



 
Statuetta di personaggio enigmatico , Museo di Adana


Leone di Basalto, Museo di Adana



[1] La “c” in turco suona g palatale (gi,ge italiano) e ç come c dolce (cena).
[2] Rock-cut tombs in inglese, tipiche di molte zone dell’Anatolia, visibili a Dalyan, a Fethtiye e appunto nella zona di Silifke e Mersin.
[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Sar%C4%B1ke%C3%A7ili,_Ceyhan
[4] https://www.youtube.com/watch?v=rYg9iuTlL3Y ( questa è un’intervista in lingua turca e non il filmato  che ho visto nel museo di Mersin, tuttavia è evidente il contesto pastorale).
[5] Uruk fu nel 4° millennio una grande città che nel periodo del massimo splendore aveva ben 80.000 abitanti in 6 km2, forse la più grande del mondo in quel periodo.
[6] http://www.treccani.it/enciclopedia/selgiuchidi/
[7] http://www.comunitaarmena.it/il-genocidio-armeno/
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Scambio_di_popolazioni_tra_Grecia_e_Turchia
[9] Così si chiama in Africa Occidentale la festa dell’Eid al-adha, festa del sacrificio che commemora il sacrificio di Isacco risparmiato all’ultimo momento. Invece nessuno salva i montoni.
[10] Le ziqqurat sumere sono datate 5000 anni più tardi.