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domenica 17 novembre 2019

VIAGGIO A CIPRO E TURCHIA: ANATOLIA (1)


ANATOLIA: SULLE ORME DI REMOTE CIVILTA’

Cittadella di Gaziantep


Partendo da Girne, Cipro turca, con il traghetto si giunge dopo circa tre ore a Taşucu, piccolo porto con spiaggia a lato, modesta stazione balneare per un turismo tutto locale: la città di Silifke, l’antica Seleucia, dista soltanto una decina di km. Fondata dal re di Siria Seleucio I Nicator nel III secolo a.C., l’odierna Silifke ha ancora numerose rovine che ricordano la pristina gloria: spezzoni di cinta muraria, un’immensa cisterna bizantina, la cittadella (la strada sconnessa e deserta mi ha scoraggiato dal raggiungerla) e ben accessibile in centro il tempio a Giove, del quale sopravvive oltre a frammenti sparsi una sola colonna intera con capitello corinzio, che al momento della visita era sovrastata da un paffuto nido di cicogna con inquilina installata.
Silifke, Tempio di Giove
Bello il ponte di pietra sul fiume Göksu (in turco “acqua azzurro cielo”), dove annegò Federico Barbarossa en route verso la Palestina per la 3° crociata, il 10 giugno 1190, astutamente tuffandosi per rinfrescarsi con armatura addosso in acque tumultuose per il recente disgelo a monte.

Sulle montagne del Tauro, a 1100 mt di altitudine e a 30 km da Silifke si trova un sito archeologico tanto affascinante quanto poco conosciuto dal nome ingrato: Uzuncanburç[1], dove da un lato si possono ammirare i resti di un acquedotto dell’antica città romana di Olba, mentre sull’altro versante dell’altura sorgono i resti e le numerose colonne del tempio greco a Zeus Olbios, preceduto da un ninfeo ben conservato.
 
Uzuncamburç, Tempio di Zeus Olbios
Anche qui parte dell’incanto del luogo è legato alla qualità della luce sfolgorante di giugno nell’aria limpida, al silenzio rotto dal frinire di qualche cicala e al panorama montano superbo. Incredibilmente c’è un servizio pubblico di trasporto di andata e ritorno giornaliero per i contadini del villaggio e i rari viaggiatori a piedi.

L’ufficio turistico di Silifke, il primo e l’ultimo aperto e funzionante in ore d’ufficio che troverò in Anatolia, mi aveva rifornito di dépliant seducenti sulle meraviglie archeologiche visitabili prima di Mersin, direzione est: il castello di Korykos, Kizcalesi (il castello della fanciulla) e le grotte dette del paradiso e dell’inferno. 

Particolare, Tempio di Zeus
Quando avevo già un piede sul predellino per scendere dall’autobus a Kizcalesi ho dato una rapida occhiata intorno e ho fatto un balzo indietro per recuperare il sedile: a destra e a sinistra della strada si assiepavano file compatte di moderni albergacci e spacci di patatine fritte, e l’unico spiraglio nella muraglia di cemento lasciava intravvedere una spiaggia con schiere di ombrelloni. Con rammarico ho cambiato il biglietto e dopo due ore e mezzo interminabili con decine di fermate e mostri di calcestruzzo schierati a nascondere il mare sono scesa per esaurimento alla periferia di Mersin, grossa città con importante (e invisibile) porto commerciale e di trascurabili attrattive. E pensare che la Mersin arcaica, Yumuktepe (5000 a.C.), era un importante snodo geo-culturale tra la Mesopotamia a partire dall’antica Cilicia Pedias – oggi regione di Çukurova – attraverso il passo di Sertavul nella catena del Tauro verso il Mediterraneo e la Siria settentrionale. Il suffisso tepe dei toponimi arcaici turchi indica un rilievo, un tumulo che racchiude reperti archeologici sepolti.
Sarikeçili in viaggio


Della odierna Mersin apprezzo soltanto il Museo archeologico che vanta scenografiche ricostruzioni di tombe intagliate nella roccia[2] con statue mollemente adagiate su triclini e bei sarcofaghi romani; si proietta inoltre a getto continuo un filmato molto interessante sull’ultimo esiguo nucleo di popolazione nomade turca: i Sarikeçili[3], pastori originari di un villaggio omonimo in provincia di Adana, filmato che rivedo più volte per coglierne foto eloquenti e toccanti[4].
Rock-cut tombs, Museo di Mersin


Partendo da Mersin sempre diretta a est ho la cattiva idea di fare una tappa a Tarso, anche se le poche righe della guida dovrebbero scoraggiarmi, e ho quanto mi merito: l’abitato è banale e il museo che raggiungo a fatica balbettando dieci volte in turco la stessa domanda sul cammino da percorrere è chiuso, evidentemente da molto tempo, e mi chiedo per quale perversità nessuno me lo ha fatto sospettare, dato che “aperto/chiuso” sono tra i pochi vocaboli turchi che conosco. Introvabile la cosiddetta fontana di San Paolo.

Dietrofront e treno per Adana: la linea Mersin-Adana è l’unica connessione ferroviaria del sud Anatolia in funzione. Sorpresa: Adana è veramente una città interessante e mi è parsa la più aperta al mondo non turco, la più piacevole anche se difficile da girare a piedi date le distanze e i lunghi viali pur alberati pulsanti di traffico, l’unica dove riesco a trovare bei negozi e un ristorante con un’ottima cucina italiana gestita da una coppia locale, quella cucina italiana che in genere all’estero snobbo ma che questa volta mi sembra un regalo divino dopo parche cene analcoliche.
 
Sigilli del calcolitico, Museo di Adana


E il museo archeologico è il primo di una serie di musei uno più bello dell’altro, che sono stati il sale del viaggio e mi hanno fatto capire la differenza tra il vedere tesori d’arte assira o babilonese al Pergamon di Berlino o al British di Londra o vederli là dove la civiltà i cui tesori sono esposti si è sviluppata e si è ahimè spenta. Anche dopo tre o quattro ore di visita non ho mai provato quel senso di oppressione che mi coglieva al British, che è (o era, non so oggi) gratis e che visitavo spesso quando studiavo a Londra. 
Nelle prime teche ci sono numerosi sigilli del calcolitico di terracotta, di pietra o anche d’osso, provenienti dalla Siria e dalla Mesopotamia, risalenti al 7° millennio a. C; venivano usati in ambito legale per inviare pacchi o lettere. Poi si succedono straordinarie serie di tavolette d’argilla di pochi centimetri scritte in finissimi e fittissimi caratteri sumerici cuneiformi, che rappresentano la prima forma di scrittura intorno al 3500 a.C. 
 
Tavolette in caratteri cuneiformi, Adana
Sono registri contabili di merci consegnate redatte da funzionari dell’Impero Ittita (1700-1200 circa a.C.) che adottò la scrittura cuneiforme di origine assira. Le tavolette sono state dissotterrate a Uruk, nella bassa Mesopotamia, la città del famoso re Gilgamesh, protagonista dell’epopea omonima[5]. La tavoletta con un brano di questo poema la vedrò nel museo di Şanliurfa. Imponente la statua del dio Tarhunda, eretto su un cocchio che era trainato da due tori simboleggianti il giorno e la notte.

Il dio Tarhunda, Adana
 l giorno successivo parto per Gaziantep, ormai entrando nell’ex-Mesopotamia - vedere accanto la provvidenziale cartina fornita dal locale museo archeologico, lo Zeugma Museum -  che è uno scrigno di mezzo km quadrato di mosaici  romani magnifici e molto ben conservati, e pour cause!
 
Mezzaluna Fertile
Infatti le ville romane dove si trovavano rimasero sepolte per secoli, finché durante gli scavi per la costruzione della vicina diga Birecik sul fiume Eufrate vennero alla luce e furono asportati per salvarli dall’inondazione. Le raffigurazioni sono di una grande eleganza e nettissime: uno dei più famosi è il dittico di Oceano e Teti, ma sono tutti mosaici stupendi: le tessere sono minuscole fino a evocare veri e propri quadri, le espressioni dei volti intense, i colori dei drappeggi sontuosi e cangianti, le membra hanno toni sfumati e sono piene di movimento; una festa per l’occhio e per lo spirito, anche se, pensando al lavoro artigianale di migliaia di schiavi curvi a tagliare prima la pietra e poi le tessere, si riflette ancora una volta sul sudore e sangue che la bellezza dell’arte spesso sottende.

Oceano e Tei, Gaziantep

Museo di Gaziantep

La Cittadella selgiuchide[6] che domina Gaziantep su una altura appena fuori del cuore del centro storico è tutta occupata da un museo inneggiante alla guerra d’indipendenza turca, immediatamente successiva alla prima guerra mondiale, nella quale L’Impero Ottomano si era schierato con gli Imperi Centrali. In particolare vi si celebra la vittoria nella guerra franco-turca (1918/21) combattuta in Cilicia, che vide la resistenza accanita contro le truppe francesi che difendevano gli interessi della Francia di tre città soprattutto: Antep, Maraş e Urfa che riuscirono a respingere il nemico. In seguito alla vittoria il nome delle città cambiò in Gaziantep, Kahramanmaraş e Şanliurfa, premettendo ai nomi rispettivi gli aggettivi “reduci”, “eroici” e “gloriosi” in onore dei combattenti. Peccato che l’ombra dei Giovani Turchi aleggi pesante e che quanto esposto trasudi un iper-nazionalismo e un militarismo trionfalistici molto fastidiosi, a scapito di una documentazione storica spassionata chiaramente impossibile, poiché l’identità nazionale turca si costituì contro le identità greca e armena che pure erano parte integrante del patrimonio storico e culturale dell’Anatolia occidentale. A quell’epoca il genocidio armeno (24 aprile 1915/1917) era ormai compiuto[7] e si preparava quello che i greci chiamano “il genocidio dei greci del Ponto” e lo strappo sciagurato dello “scambio di popolazioni” con annessa distruzione –e massacro - di una città cosmopolita con una storia millenaria come Smirne, l’odierna Izmir[8].
 
Guanto speciale di lana di capra per hamam

Intristita dall’esaltazione smaccata di un’epoca relazionata a tali catastrofi, mi rasserena la visita a un antico hamam trasformato in museo, costruito intorno al 1565. In Anatolia i bagni pubblici esistevano sin dall’era del bronzo (3600-1200 a.C.) e prendevano come modello le terme romane con il calidarium, tepidarium e frigidarium. Addirittura prima del 1000 d.C. anche le popolazioni nomadi facevano il bagno in tende di pelli chiamate çerge. A tutt’oggi in aree rurali si fabbrica artigianalmente il sapone con liscivia e olio d’oliva (forse anche grasso di montone, penso io, memore di una conversazione in Mali con una collega che come grasso per la confezione di sapone aveva utilizzato i resti del montone del Tabaski[9]). C’erano già allora i massaggiatori professionali che usavano ruvidi guanti di lana di capra chiamati keseler (plurale di kese). Una vasca speciale in una stanzetta a parte era riservata al bagno rituale (mikveh) dei clienti ebrei.

Lasciata Gaziantep procedo a est e arrivo a Şanliurfa, dove vedrò il tempio del neolitico preceramico più antico del mondo[10] (9600 a.C.) e, non lontano dal tempio, sia la grotta dove secondo la tradizione (?) nacque Abramo che lo stagno sgorgato dalle fiamme che avrebbero dovuto bruciarlo (da adulto), quando i carboni ardenti si trasformarono in carpe guizzanti. Peccato che al mio arrivo il termometro segni 41 gradi C all’ombra.



 
Statuetta di personaggio enigmatico , Museo di Adana


Leone di Basalto, Museo di Adana



[1] La “c” in turco suona g palatale (gi,ge italiano) e ç come c dolce (cena).
[2] Rock-cut tombs in inglese, tipiche di molte zone dell’Anatolia, visibili a Dalyan, a Fethtiye e appunto nella zona di Silifke e Mersin.
[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Sar%C4%B1ke%C3%A7ili,_Ceyhan
[4] https://www.youtube.com/watch?v=rYg9iuTlL3Y ( questa è un’intervista in lingua turca e non il filmato  che ho visto nel museo di Mersin, tuttavia è evidente il contesto pastorale).
[5] Uruk fu nel 4° millennio una grande città che nel periodo del massimo splendore aveva ben 80.000 abitanti in 6 km2, forse la più grande del mondo in quel periodo.
[6] http://www.treccani.it/enciclopedia/selgiuchidi/
[7] http://www.comunitaarmena.it/il-genocidio-armeno/
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Scambio_di_popolazioni_tra_Grecia_e_Turchia
[9] Così si chiama in Africa Occidentale la festa dell’Eid al-adha, festa del sacrificio che commemora il sacrificio di Isacco risparmiato all’ultimo momento. Invece nessuno salva i montoni.
[10] Le ziqqurat sumere sono datate 5000 anni più tardi.

venerdì 25 ottobre 2019

VIAGGIO TRA CIPRO E TURCHIA (1)


TRA ANTICHE CIVILTA’ E MODERNE INCIVILTA’

INTRODUZIONE


Mosaico di Poseidon, Villa di Teseo, area archeologica di Paphos, Cipro greca

Avevo esitato a lungo prima di decidermi a scegliere le due mete del viaggio: Cipro e Turchia. 

In Turchia ero stata nel 2013, visitando Istanbul e la costa anatolica occidentale compresa la candida Pamukkale, e ne ero rimasta estasiata, non solo per le meraviglie di Istanbul ancora in fermento dopo le lotte popolari per salvare Gezi Park[1], o per l’unicità monumentale dei resti della Magna Grecia, ma anche per gli incontri, dall’indimenticabile generosità dell’aiuto ricevuto, appena scesa a piazza Taksim  (Istanbul) dall’autobus di Alexandropolis, da parte di un gruppo di giovani attivisti delle recenti proteste, all’insegnante di Bursa che mi aveva fatto da guida e introdotto in un circolo riservato dove i dervisci danzavano la sema[2] per sé e non per i turisti, all’incontro in treno con una studentessa e sua madre che mi avevano poi accolto a casa loro. L’ultima visione del paese che mi portavo dietro era l’incanto di Dalyan[3], del lento incedere della barca sul canale nella luce dorata di fine settembre tra due pareti a strapiombo di rocce scolpite dalle tombe Licie, intagliate come facciate di templi greci, con timpani e colonne - e il sapore del succo di melograno ancora in bocca. 
Cartolina di Dalyan, Anatolia occidentale, comperata nel 2013

Negli anni successivi l’avevo evitata per ragioni politiche, dato l’inasprimento del regime dell’AKP e il vero e proprio assedio e bombardamento del Kurdistan turco dopo il “golpe” del 2016. Quest’anno però la vittoria dell’opposizione a Erdoğan ad Ankara e Istanbul mi ha spronato ad andarci per cercare di capire se le basi del potere del Sultano si stavano cominciando a sgretolare. Quanto a Cipro, rifuggita anche in seguito alla conversazione con una ragazza greco-cipriota incontrata in Grecia che mi aveva edotto sulla sua cementificazione selvaggia, il film “Torna a casa Jimi!” mi ha incuriosito e incoraggiato ad andare a vedere come i ciprioti vivessero questa divisione dell’isola così anomala dopo secoli di convivenza.

Particolare, Castello di Lemesos, Cipro greca
Ma di fatto ho mancato in gran parte ambedue gli obiettivi di partenza. In Turchia, le due persone di riferimento con le quali speravo di poter discutere e chiarire i miei interrogativi, per varie circostanze, si sono rivelate deludenti a tal fine.  A parte due eccezioni – una ragazza che fa la guida turistica e una coppia di ristoratori innamorati della cucina italiana ad Adana- nessun incontro significativo ha marcato il viaggio. E in più mi ha disorientato la sensazione persistente che ogni scoperta di tipo archeologico e culturale di per sé entusiasmante fosse poi percepita come priva d’anima, perché non riuscivo a raccordarla con il contesto odierno che restava dissonante, di una incongruità inquietante; erano diamanti dispersi in mezzo a cianfrusaglie e bric-à-brac dozzinale, quadri di Rembrandt appesi a pareti di canne e fango. 
Preparazione caffe turco, Iskele, Cipro turca

Inoltre la Turchia sud-orientale e centrale compreso il Kurdistan sono un osso duro quanto a comunicazione: zero inglese, zero francese, nemmeno da menzionare spagnolo o portoghese, solo turco, e raramente ci si imbatte fortunosamente in qualcuno che parla tedesco. Sulla costa meridionale soltanto a partire da Alanya verso ovest cambia completamente l’atmosfera (anche i prezzi!) perché, ovvio, ci sono i turisti stranieri, mentre in Anatolia orientale e centrale, in un mese, salvo in Cappadocia beninteso, ho incontrato soltanto un ex-insegnante statunitense in pensione, logorroico e un po’ strambo e, in cima al monte Nimrud, un esperto rumeno della Delegazione UE di Bucarest.

Monte Nimrud, Anatolia Centrale, rovine del Regno di Commagene

In certo modo i tragici avvenimenti di questi ultimi giorni di ottobre, con l’assalto deciso dal Sultano-macellaio alla democrazia del Rojava, mi confermano e spiegano meglio le ragioni del mio disagio, della distanza umana e culturale che provavo verso la media degli abitanti del centro-est-sud anatolico, nella maggioranza sostenitori dell’attuale Presidente. E’ prevalentemente un ambiente chiuso in un orizzonte che mi è sembrato di un’angustia insostenibile, dove non ho mai visto in vendita un giornale internazionale. La presenza ubiqua del volto di Ataturk che spuntava sui vetri delle finestre, pendeva affisso sulle pareti dei negozi, negli uffici, ovunque, era diventata ossessiva, come le immancabili bandiere a ogni piè sospinto. 

Silifke, salita al Castello

Ho visto quest'anno una Turchia che aveva poco a che fare con la Istanbul scanzonata e accogliente del 2013 e con le città dall’atmosfera fatata come Pergamo e Fethye della costa ovest che avevo conosciuto sei anni prima, una Turchia che non comunicava neppure con i suoi stessi tesori custoditi nei meravigliosi musei, con le civiltà sepolte alla radice della sua stessa storia.
Il massimo della sensazione di estraneità e di alterità culturale rispetto al contesto quotidiano turco è culminato in quel di Taşucu, piccolo centro balneare e terminal dell’unico traghetto da e verso Cipro, durante (e dopo) un kafkiano sequestro di quasi cinque ore nella stazione di polizia locale da parte di poliziotti naturalmente solo turcofoni, con l’accusa (ho capito dopo un’ora) di furto ai danni di un sedicente bagnino (il calunniatore), increscioso equivoco che descriverò successivamente a perpetuo memento per altri eventuali viaggiatori. Fate attenzione se passate da Taşucu!! Hic sunt leones.


Fiume di Silifke dove annegò Federico Barbarossa
Quanto a Cipro, certamente la comunicazione è stata più facile per una maggiore omogeneità culturale; le aree archeologiche non mi sono apparse isole in un mare alieno; a Iskele, vicino a Famagosta, ho incontrato una simpatica e accogliente gerente turca di un hotel boutique. Peccato che la spiaggia e la campagna intorno all’hotel, fino a cinque anni fa intatte, siano oggi assediate e squartate da società immobiliari, soprattutto russe, di una voracità senza limiti, responsabili della cementificazione di terreni su terreni e di una lottizzazione infinita: i temibili “property-developers”, gli odierni yeti.

Speculazione a Iskele, Cipro turca


 E peccato che Nicosia fosse sventrata qua e là da voragini sulle quali incombevano i colli mostruosi di lunghe gru, e che le facciate delle sopravvissute case tradizionali, con persiane accostate e scalini consumati dall’uso davanti al portoncino con battenti di ferro lavorato fossero soffocate e sovrastate da palazzacci sgraziati.
Nicosia parte greca
Quanto alla partizione dell’isola, mi è sembrato di percepire rassegnazione/accettazione per la situazione che dura da 45 anni, e ho constatato con un certo stupore che gli scarsi trasporti pubblici - che non servono l’interno dell’isola -  sono rigidamente mono-nazionali, e quindi non contemplino nessun transito tra zona greca e zona turca, per cui ad esempio da Larnaca, greca, non si può andare direttamente a Famagosta, turca, a pochi chilometri di distanza  a est sulla stessa costa meridionale, ma bisogna salire a Nicosia, passare alla parte turca e scendere di nuovo a sud. Le due popolazioni prima mescolate ovunque sono ora rigidamente divise e abitano nelle rispettive enclaves. C’è solo un villaggio, Pyla, abitato ancora sia da greci che da turchi, dove non sono riuscita ad andare per la complicazione degli orari del bus. E d’altra parte in che lingua avrei potuto comunicare non conoscendo né greco né turco? L’unico passaggio pedonale da un’area all’altra previo controllo passaporto nei due rispettivi posti di blocco è in una via centrale di Nicosia. 

A Larnaca, nell’ex quartiere turco, ci sono molte vecchie case ridotte a ruderi, con portoni sprangati, e qualche cartello di “vendesi” sulle mura rosicate.
Larnaca, strada vicino all'ex quartiere turco


Rovine di Salamina vicino a Famagosta, Cipro turca


[1] Nella primavera del 2013 c’era stato il tentativo di eliminare un parco a lato della grande piazza Taksim ,nel cuore di Istanbul per costruirvi palazzi o uffici, il che aveva innescato una violenta lotta popolare per difendere il verde e contro il potere autocratico che stava dietro alla decisione. Vi erano state morti e feriti. Ancora in agosto, durante la mia visita, c’erano frequenti sit-in e la polizia stazionava in permanenza nei pressi della piazza.
[2] Parola turca che designa la danza trascendentale dei dervisci rotanti.
[3] L’antica Caunos.