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giovedì 10 settembre 2020

ECUADOR:IL CUORE VERDE DEL SUDAMERICA (2)

 
VIAGGIO TRA VULCANI FORESTE E PETROLIO (2)
ANDE SETTENTRIONALI

Laguna Cuicocha

Il contatto con le Ande ecuadoriane inizia ad Otavalo (alt. 2532 mt), piccolo centro della provincia di Imbabura dal nome del vulcano omonimo che svetta 2000 metri più in alto, dove trovo un ottimo alberghetto dal nome irresistibile per i nomadi, El Andariego, non segnalato dalla guida. Unico difetto: le docce la cui acqua rischia di scotennarti a 40 gradi e gelarti dopo pochi secondi, ordigni elettrici infelici già sperimentati in Cile: devono essere una specialità vulcanica. A parte questo particolare, ottimo rapporto qualità/prezzo e premio simpatia. 
Mercato di Otavalo
Otavalo è famosa per il suo ricco e coloratissimo mercato del sabato: c’è di tutto: mi procuro un cappello di paja toquilla[1], intrecciato a mano in quel di Montecristi, un paesino della provincia del Manabí. Vi si producono i famosi panama, così chiamati perché questo era il porto dal quale salpavano verso il mondo e dove furono usati dagli operai che costruivano il canale. Incappellarono anche Theodore Roosevelt in visita che ne fece un’ottima pubblicità. Naturalmente c’è panama e panama, e quelli venduti a 20 dollari a Otavalo sono per gli andariegos squattrinati; ciò si capisce dalla trama grossolana e dalla tipologia della fibra. Ma si dimostrano egualmente utili al sole equatoriale anche se probabilmente meno longevi. I più belli li vedrò in un negozio chic di Cuenca, apprezzando la differenza.

Dopo una prima passeggiata alla cascata di Peguche[2]per riscaldare i muscoli, l’indomani prendo un autobus locale per Cotacachi, che non immaginavo essere famosa meta per turisti di mezzo mondo che pare vi trascorrano lunghi periodi. Il museo e il jardin etno che avrei voluto visitare sono chiusi entrambi ma sono fortunata: il sagrato della chiesetta e la scalinata sottostante brulicano di uomini e donne, tutti con caratteristici cappelli di feltro[3], appartenenti alle comunità indigene circonvicine, che sono scesi dai loro villaggi per festeggiare non ricordo più che ricorrenza religiosa.

Un’orchestrina suona davanti alla chiesa, tra la folla ci sono uomini a cavallo, vari cani randagi, rari turisti e qualche poliziotto, uno scenario variegato sotto un sole implacabile. La messa è finita, i musicanti si incolonnano e partono spediti, la folla li segue e io mi accodo; il corteo è interessantissimo, la musica pimpante, il caldo estremo. Gli indigeni sono in maggioranza piccolissimi e io col mio metro e mezzo mi sento un gigante, evidentemente è l’eredità di secoli di fame e diete scarse di solo mais. I musici procedono quasi correndo a zig-zag per le strade del centro, fermandosi a tratti con visi paonazzi senza smettere di suonare, poi imboccano un rettilineo che sbocca in campagna. Ormai i curiosi sono spariti e credo di essere l’unica estranea. 
India a Cotacachi
Ci sono degli autobus dietro un ultimo caseggiato tra i campi, l’ex corteo vi si accalca intorno per salire e vedo che straripa dai finestrini, il che mi dissuade dal seguirli. Chiedo dove siano diretti: su in montagna dove la vera festa comincerà con cibo balli e molto alcool mi sembra di capire. Rifiuto un pressante invito a unirmi alla bagarre e ritorno in un silenzio irreale verso il centro.  Il vulcano Imbabura è una magnifica cartolina nitida nell’azzurro: sarà l’unico vulcano che potrò ammirare senza nubi in tutto il viaggio. Cotacachi è anche famosa per la lavorazione del cuoio. Le strade sono vuote, i ristoranti pieni.

Il giorno successivo da Cotacachi prendo un altro mezzo pubblico per Quiroga e infine un taxi per raggiungere la Riserva ecologica Cotacachi-Cayapas e la laguna Cuicocha, che riempie il cratere dell’ex-vulcano [4]Cotacachi. Il sentiero da percorrere è in cresta al margine del cratere ed è una ruta sagrada Inka, scandita dai santuari al sole e alla luna e da altari per le offerte agli dei, il tutto immerso nel verde e tra fioriture multicolori, più orchidee e agavi coreografici. La passeggiata tra ombra e sole è una delizia di panorami cangianti che si specchiano nella laguna dove scorrono nuvole luminose, un grande occhio spalancato nel verde. Un altro sentiero affascinante è quello delle orchidee.

Agave a Cuicocha
La tappa successiva, sempre partendo dalla base di Otavalo, è Ibarra, più a nord e sul cammino per Esmeraldas, dove abita ritirato in campagna con la moglie un mio ex-collega in Mali. Oltre che dal piacere di rivederli e comprendere meglio le realtà del paese, sono attirata dalla Provincia di Esmeraldas in quanto la sua popolazione di afro-ecuadoriani, ex schiavi, e il crogiuolo di culture che ne è scaturito la rendono unica. Ma la mia amica di Quito sconsiglia il viaggio in quanto a suo avviso il tragitto Ibarra-Esmeraldas in autobus, che rasenta la frontiera con la Colombia, non è affatto sicuro, e rinuncio. A Ibarra visito un Centro culturale piccolo ma interessante: in Ecuador ne ho trovati molti di questi minuscoli luoghi, ognuno con un peculiare genius loci, che illustrano antiche culture e tradizioni di nicchia con manufatti e informazioni non reperibili altrove. Qui il museo è intitolato ad Atahualpa, ultimo re Inka, che ingenuamente nel 1532 cadde in un’imboscata a Cajamarca[5] (oggi Perù) tesagli da Pizarro, e ancor più ingenuamente una volta prigioniero negoziò la sua liberazione con il conquistador in cambio di una quantità d’argento pari a due volte il contenuto della stanza della sua prigione in argento e una volta in oro. 

 Una volta ottenuto il bottino ovviamente Pizarro lo condannò a morte, non prima di un ultimo sberleffo, costringendolo al battesimo con il nome di Francesco.  Il pezzo più bello del museo è una testa di scabro tufo vulcanico della cultura Caranqui (pre-Inka), icastica personificazione del corruccio e del cordoglio: i Caranqui furono sconfitti dagli Inka dopo un’accanita resistenza. Infine mi colpisce il ritratto a matita o a penna, non è chiaro, del viso di un uomo di colore: è Alonso de Illescas, cioè colui che assunse questo nome, quello del suo padrone, in quanto fu catturato schiavo all’età di 10 anni e portato dalle isole di Capo Verde, dove era nato nel 1528, a Siviglia dove crebbe come criado, rivelando un’intelligenza e delle capacità fuori del comune. Da schiavo viaggiò e lavorò a Santo Domingo al seguito del vero Alonso che laggiù aveva interessi commerciali, e fu poi trasferito a Lima. Da qui riuscì a fuggire con una barca ma fece naufragio a Muisne, cantone nord di Esmeraldas, dove governava ormai libero un altro ex schiavo, il cimarrón[6] Antón.
 Alla morte di questi, Alonso de Illescas gli subentrò come cacique (leader) indiscusso. Riuscì a tessere rapporti e imporsi con le altre popolazioni locali già meticciate con altri schiavi fuggiaschi, sposò una india di alto rango e sempre prevalse con la sua autorevolezza. Infine fu aiutato dallo spagnolo Gonzalo de Avila a trattare l’indipendenza del suo territorio con i conquistadores spagnoli, creando così un vero e proprio regno, il regno degli Zambos[7], l’unico territorio libero del Sudamerica, formato da una popolazione multietnica indigeno-africano-spagnola che rimase invincibile per 100 anni. Alonso de Illescas fu riconosciuto eroe nazionale della Repubblica Ecuadoriana ne 1977[8]. Questa storia del cammino di un popolo di schiavi verso la libertà, complessa e ben poco conosciuta, l’ho scoperta grazie al piccolissimo museo di Ibarra. E ha rafforzato la mia ammirazione per i capoverdiani, con i quali ho lavorato rilevando una straordinaria prevalenza delle persone più intelligenti, capaci, informate e tenaci in Africa. L’eroe dell’indipendenza della Guinea Bissau, Amilcar Cabral, era capoverdiano.

 Strada verso il Parque Condor
Da Otavalo salgo al Parque Condor, dove gli uccelli, tutti rapaci, sono in grandi gabbie, compreso un cupo condor che pare assai depresso, e un singolare domatore esibisce i voli controllati di alcuni di essi in libertà provvisoria davanti a un piccolo pubblico di ecuadoriani e stranieri. Mi piace il bicolore gufo dei campanili, il più piccolo e docile. Un cartiglio appeso a una gabbia che racchiude un’aquila provata dalla vita ormai nonna felice c’è la sua lunga storia di ex trovatella: infatti molti dei volatili sono stati tratti in salvo in congiunture perigliose.

Gufo dei Campanili
Scendendo verso Quito per passare al versante orientale degli altopiani delle Ande, scarto per ragioni pratiche Mindo a vantaggio di Cayambe, molto vicino alla linea ideale della latitudine 0, dove spero di ammirare l’omonimo vulcano. Delusione: sia al mio arrivo che la mattina seguente il vulcano è avvolto da nubi spesse e si intravedono solo le pendici. In compenso anche qui è stato allestito un interessante centro culturale all’interno del Municipio. Il segretario mi fornisce addirittura un taccuino per appunti con biro dato che ho dimenticato il mio in stanza. Molte sale e foto sono dedicate a ritracciare le storie del protagonismo sia femminile che maschile delle lotte nelle campagne circostanti contro i padroni delle encomiendas, gli eredi dei conquistadores, e in seguito dei latifondisti, gli haciendados
Spicca una foto di Dolores Cacuango[9] che, nata in un paesino vicino a Cayambe, pur analfabeta e serva domestica dall’età di 15 anni una volta arrivata a Quito comprese rapidamente cosa sono le differenze di classe e il contrasto di interessi tra servi e padroni. 
Divenne presto una militante comunista dei diritti degli indigeni e dei lavoratori delle haciendas e si spese, lei che mai era andata a scuola, per l’accesso dei campesinos all’educazione come base per la conquista di una vita più degna e giusta, fondando le prime scuole bilingui, in spagnolo e quechua e la prima Federazione per i diritti degli Indios nel 1944. In occasione di lavori pubblici è stato scoperto in città un sito archeologico pre-Inka denominato Puntyatzil, con tolas cioè piramidi tronche destinate a dimore dei caciques, visibile salendo dal centro.
 
L’esplorazione delle Ande centrali comincia da Latacunga, dove il vulcano Cotopaxi, durante il mio soggiorno, è rimasto costantemente avvolto da un mantello di nuvole impenetrabili. Nella casa di alcuni parenti della mia amica di Quito passiamo una serata e una notte senza corrente elettrica a causa di un fortunale. Si scuoce miseramente nel buio della cucina la mia cena, l’unico pesce fresco, freschissimo, trovato in Ecuador in due mesi da un pescivendolo in piazza e di domenica a 2750 mt di altitudine, un miracolo. 
Laguna Quilotoa
In compenso sveglia gelida alle 5 di mattina a lume di candela e alle 6.45 sono su un autobus alla volta della laguna Quilotoa, attrazione alternativa in mancanza del vulcano invisibile. Trovo il solito sentiero sul bordo del vulcano estinto e nessun escursionista, tempo freddo e grigio, siamo a 3914 mt. Scarseggiano i fiori, bellissime le nuvole in corsa riflesse sul piano di vetro dell’acqua. Latacunga è famosa per la tradizionale festa della Mamá Negra (Vergine della Mercede), celebrata con processione e diversi figuranti e maschere, che in casa mi descrivono con entusiasmo.[10]  Una delle leggende alla base di questa festa dice che la Vergine fermò una catastrofica eruzione dell’attiguo vulcano Cotopaxi più di duecento anni fa. Il giorno successivo mi reco a per vedere una originale Galleria d’arte messa in piedi da una famiglia di artisti locali. Il luogo è gelido e il pittore, Alfredo Toaquiza, uno dei componenti della famiglia in cui pare che solo il sesso maschile abbia avuto il dono delle mani d’oro, mi mostra orgoglioso le opere, quadri naif di montagne, deità e lama brucanti, campesinos in simil-Borsalino e lune colorate, atmosfere fiabesche alla Rousseau modalità andina.
Quadro di Alfredo Toaquiza
Infine visito a Latacunga un bellissimo museo alla Casa della Cultura, allestito dentro un ex collegio dei Gesuiti la cui entrata è caratterizzata da un antico mulino chiamato di Monserrat. In una sala sono esposte tutte le maschere e i personaggi della processione della Mamá Negra[11]. Una strana tradizione è quella dei tejedores de cintas, cioè dei tessitori di nastri colorati tipo arcobaleno, che pare servano per un ballo di origine spagnola (baile de tucumán)[12]. I nastri si legano ad un palo in alto e le coppie girano intorno al palo ballando e tenendo in mano un nastro. Ma a Baños mi racconteranno un’altra storia: vedo questi nastri legati e tesi dal tettuccio al parafango di una macchina parcheggiata e quando ne chiedo il significato mi dicono che è un’usanza per segnalare un lutto familiare, come in Italia si usava legare una fascia nera al braccio.

Le statue, molte quasi mascheroni, delle più svariate fogge, danno un’idea della fantasmagoria di tradizioni e radici che formano il tessuto multiculturale di questo paese; le targhe sotto le statue danno il capogiro tante sono le culture menzionate. La cultura Valdivia la ritroverò in molti altri musei.
Il mascherone qui sotto appartiene alla cultura Jama-Coaque. 




 Il giorno successivo lascio Latacunga alla volta dell’Amazzonia meridionale.


 Vulcano Imbabura a Cotacachi












[1] https://es.wikipedia.org/wiki/Sombrero_de_paja_toquilla

[2] https://www.evaneos.it/ecuador/viaggio/destinazioni/9769-peguche/

[3] Sono i corrispettivi delle bombette nere di feltro indossate dalla donne quechua in Bolivia, e costano un occhio, come verifico quando chiedo di acquistarne uno. Ma, evidentemente irrinunciabili, durano tutta una vita adulta.

[4] Da notare che l’ex vulcano è chiamato nel folclore locale warmi Cotacachi, dove warmi significa “donna” in quechua, perché è considerato “la moglie” del più alto e vicino Imbabura.

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Cajamarca. Da tenere presente che il Tahuantinsuyo, l’impero Inka, era immenso e comprendeva l’odierno Perù, e larghe parti degli odierni stati di Bolivia, Ecuador, Colombia, Argentina e Cile.

[6] Cimarrón significa schiavo fuggiasco, l’enclave dove si rifugia libero ormai è il palenque o quilombo.

[7] Zambo in spagnolo significa letteralmente: uomo con le gambe a X. Di fatto, persona figlia di un africano e di un’amerindia o viceversa,

[8] https://pueblosoriginarios.com/sur/andina/zambo/zambos.html

[9] https://en.wikipedia.org/wiki/Dolores_Cacuango

[10] https://es.wikipedia.org/wiki/Mama_Negra

[11] https://es.wikipedia.org/wiki/Mama_Negra


[12] https://www.eluniverso.com/vida-estilo/2014/09/10/nota/3805811/baile-tejido-cintas

Testa di Tufo  Cultura Caramqui

domenica 16 agosto 2020

ECUADOR: IL CUORE VERDE DEL SUDAMERICA (1)

 

VIAGGIO TRA VULCANI FORESTE E PETROLIO (1)

QUITO (**)

 Il vulcano Pichincha  a Quito

Ripensare oggi, dopo più di cinque mesi, al periplo ecuadoriano compiuto tra gennaio e marzo di quest’anno, che rimarrà negli annali del pianeta come l’anno dell’insorgere di un coronavirus sterminatore e del suo graduale diffondersi in ogni angolo del globo, suscita nostalgia per un’epoca così recente e insieme lontana, racchiusa in una cornice temporale congelata chissà fino a quando. Sento che debbo fare uno strano sforzo per rievocarne lo svolgimento, le sorprese, le rivelazioni che ogni viaggio ad occhi aperti regala, come se dovessi scavare in un passato remoto e archiviato, e questo durante un’estate così diversa da quelle abituali, generalmente vagabonde e irrequiete e ora desolatamente stanziale, che mi pesa addosso come una coperta di pietra.

L’idea di visitare l’Ecuador era vecchia di anni, precedente il terremoto devastatore dell’aprile del 2016 che aveva imposto di rimandare il viaggio, ed è stato stimolato dalla stagione di nuove lotte di piazza dell’autunno del 2019 che ha visto dispiegarsi una grande compattezza delle classi popolari e il protagonismo sia della CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene) che del FUT (Fronte unitario dei lavoratori). E così ho pensato che fosse il momento adatto per andarci.

Convegno dei popoli indigeni, ottobre 2019 (foto da internet)

A beneficio di eventuali futuri viaggiatori che leggessero queste righe, consiglio loro di guardarsi da eccessivi allarmismi  (suggeriti sia dalla guida cartacea L.P. sia da varie persone interpellate al riguardo)  su problematici prelievi bancari con Bancomat italiano[1], o pericoli di furto in agguato su autobus o in generale nel paese, fermo restando che usare le cautele che ogni via-andante conosce è imperativo, come evitare zone deserte (non solo nottetempo e specie in montagna) o informarsi su eventuali no-go areas sul posto, anche su singole strade potenzialmente pericolose (ad esempio, nel centro di Quito: “non prenda quella strada per scendere ma prosegua dritto”, mi ha detto un calzolaio). In Italia varie persone avevano suscitato in me un’ansia infondata tanto da cercare di cambiare meta. I cajeros del Banco Pichincha mi hanno sempre fornito il contante richiesto, che sono poi dollari identici a quelli targati US, e l’Ecuador che ho visitato mi è sembrato più sicuro di altri paesi sudamericani. E’ una buona idea procurarsi una tarjeta Bancomat locale. Una preziosa amica ecuadoregna me ne ha procurato una accettata ovunque.

Ripercorrerò il mio itinerario in ordine temporale mettendo in evidenza non tanto e solo i luoghi ma le problematiche ad essi connesse e alcuni personaggi interessanti. E i musei, sempre fonte di scoperte di culture e artisti di nicchia, pochissimo conosciuti fuori dall’Ecuador.

 QUITO

Centro storico di Quito 

 

 Ho visitato soltanto (e in parte) il centro storico coloniale, che non era eccessivamente affollato nella prima metà di gennaio, centro al quale potevo arrivare a piedi dall’appartamento affittato per cinque giorni sull’Avenida 6 de Diciembre. Avevo davanti alla finestra del soggiorno la mole maestosa del vulcano Pichincha (4776 mt), una visione notturna splendida palpitante di lucciole elettriche.

 

San Augustí , campanile

A fianco della Plaza Grande si trova il Monastero di San Augustín (1573), con chiostro affrescato a grandi riquadri che illustrano episodi della vita del santo e un’imponente Sala Capitolare del 1700 con tetto in legno scolpito a cassettoni dorati. Vi si riunì il Cabildo Abierto, cioè la prima Giunta Municipale sovrana di Quito che il 16 agosto 1809 firmò l’atto che decretava l’indipendenza nazionale. Fu l’inizio della rivoluzione indipendentista nelle colonie spagnole che portò alla conclusione della sanguinosissima colonizzazione di origine castigliana in Sudamerica nel 1821. La sala è immensa e regna il silenzio, sono l’unica visitatrice: fotografo lo scranno dove il presidente della Giunta presumibilmente sedette e cerco di evocare immagini all’altezza dell’avvenimento epocale. 

 

Scranno sala capitolare
 Uscendo in un sole sfolgorante, poco vicino mi imbatto in una manifestazione di venditori ambulanti, passaggio brusco tra passato e presente: protestano perché una ordinanza municipale dell’odierna giunta vorrebbe bandire le loro povere merci da marciapiedi e crocicchi, sopprimendo la loro unica fonte di sussistenza.  Esprimo solidarietà militante e fotografo.

Protesta degli ambulanti

Bellissima e barocchissima la facciata della Chiesa dei Gesuiti e suppongo anche l’interno, ma eccessivo ed oltraggioso è il biglietto d’ingresso per gli stranieri e mi rifiuto di entrare. Ricostruita dopo due incendi e due terremoti, la costruzione durò complessivamente 160 anni[2], informano i pannelli esterni (gratis).

Facciata della Chiesa del Gesù, Quito
 

Il giorno successivo è dedicato quasi interamente al Museo della Casa de la Cultura, di fronte al piacevole Parco El Ejido, oasi di verde in un traffico pesante.

Ad una prima sala di dipinti moderni segue una bella esposizione di strumenti musicali precolombiani: idiofónos [3]de sacudimiento (da scuotere: sembrano collane), idiófonos de golpe (pietre a forma di pentaedro), flauti di osso umano, flauti antropomorfi che ricordano le arcaiche donne-uccello in terracotta di Cipro: questi risalgono al 3000 a.C. 

Flauto donna uccello

Non può mancare il rondador, mesto protagonista di tanti canti indios, simile alla siringa di Pan, strumento della Sierra, zona del vulcano Imbabura. Si suonava ritualmente a settembre, in occasione dell’equinozio e in omaggio al sole, l’onnipresente Inti della cultura Inka. Segue un piccolo ma ricco museo etnografico, con foto delle aree e descrizione delle peculiarità delle 33 popolazioni indigene ecuadoregne (e dei meticci); sono però riconosciute ufficialmente soltanto 14 nazionalità distinte di altrettanti gruppi etnici, i più numerosi. Gli sciamani delle varie culture (ne vedrò ieratiche statue nei musei in giro per il paese) [4]usano tutti, dice un pannello esplicativo, una bevanda sacra chiamata nepi a base di ayawaska. Ma di “piante sacre” ce ne sono molte a seconda dei popoli e delle culture.

Mappa del mosaico di culture e popoli dell'Ecuador

In un’altra sala si proietta un documentario sull’Oriente amazzonico, Proyecto Amazonia[5]; nella libreria vicino all’entrata prendo in mano e sfoglio uno spesso volume. Ne leggo alcune pagine qua e là; titolo: Petróleo, lanzas y sangre di Jorge A. Viteri Toro, edizione del 2008. L’autore ha lavorato con diverse mansioni e in varie campagne di perforazione per 30 anni nell’Oriente ecuadoregno e narra la terribile storia della scoperta del petrolio e dei conflitti che ne conseguirono, tuttora vivissimi, a partire dal 29 marzo 1967, quando risuonò il grido: Petróleo! Petróleo! nella remota Provincia di Orellana. Dal pozzo era zampillato fuori un rivolo nero: si era nel blocco della Texaco-Gulf, compagnia sorta dalla fusione di due delle “sette sorelle” che hanno controllato il mercato del petrolio dagli anni 1940 alla crisi del 1973[6]. Coca, Orellana, è ancora oggi considerata l’ultima città della “civiltà” al margine nord-est dell’Amazzonia più remota, alla confluenza del rio Coca e del Rio Napo. Apparentemente, civiltà = petrolio, ben triste associazione! Mi ero ripromessa di arrivarci ma mi sono fermata ben prima, nelle province di Pastaza (a Puyo) e Napo (a Tena), molto più a sud: molti mi avevano dissuaso di andare fino a Coca e me ne sono pentita. Il petrolio è sempre più al cuore dello scontro tra i popoli nativi e le multinazionali, e fonte di inquinamento infinito di terra e falde acquifere, le risorse fondamentali di chi ci abita. Nella prima sala c’è un quadro fantastico di una remota oasi amazzonica di pace, forse Yasuní. Si trova ben oltre Coca: chissà, un prossimo viaggio post-Covid?

Il giorno seguente visito la Fondazione Guayasimin[7] e l’annessa Capilla del Hombre, altra bella scoperta, che sorge “per rendere omaggio all’essere umano, ai suoi popoli, alla sua identità”. 

Oswaldo Guayasimin Eruzione del vulcano Pichincha
 

Il nome di Oswaldo Guayasimin, grande pittore e intellettuale ecuadoregno, grande collezionista d’opere d’arte, mi era totalmente ignoto; la sua pittura possente con i volti tesi a invocare giustizia, la sua biografia e le sue parole mi hanno profondamente colpito e affascinato. I suoi quadri sono esposti in varie gallerie d’arte e musei del mondo, ma la Capilla del Hombre è unica per la ricchezza delle opere esposte, la varietà dei temi e l’atmosfera intensa e raccolta, che si riassumono in un vero e proprio inno a ciò che di migliore c’è nell’umano. Guayasimin fu anche un militante comunista legato alle radici del suo popolo più umile e povero, ai campesinos e agli indios. Ho copiato alcune sue frasi di un racconto di viaggio nell’Ecuador profondo da un pannello:

Di villaggio in villaggio, di città in città, fummo testimoni della più profonda miseria: villaggi di fango nero, terra nera, con bambini sporchi di fango nero, uomini e donne con visi bruciati dal freddo dove le lacrime erano congelate da secoli, fino a non sapere se fossero di sale oppure di pietra, musica di zampogne e rondadores, che svelano la immensa solitudine senza tempo, senza dei, senza sole, senza mais, solamente il fango e il vento[8]”.

Oswaldo Guayasimin, Capilla del Hombre
 

Infine a Quito non si può non salire, se non a piedi almeno in teleferica, sulla vetta (quasi, soltanto fino a 4100 mt in effetti) del vulcano Pichincha e fare una passeggiata almeno fino al belvedere poco sopra il terminal della cabinovia. Purtroppo le nuvole della stagione delle piogge mi hanno impedito di scorgere con nettezza le cime a corona dei vulcani che si inanellano intorno alla capitale. Panorama comunque superbo.

Dopo il soggiorno quiteño è iniziata l’esplorazione del paese, a cominciare dagli altopiani settentrionali. Non ho preso in considerazione l’arcipelago delle Galápagos, funestate da orde di turisti, a scapito della conservazione della natura. Proprio sulla teleferica del Pichincha ho parlato a due turisti americani: soggiorno di 8 giorni in Ecuador, di cui 7 tra andata soggiorno e ritorno alle isole delle iguane giganti. Il resto dell’Ecuador, ho chiesto? Non interessava evidentemente, l’importante era potersi vantare di essere stati alle Galápagos, anche al prezzo di distruggerle.

 

Vista dal belvedere sul vulcano Pichincha, 4150 mt circa

 ** N.B. Google mi ha cambiato improvvisamente le impostazioni del blog e l'impginazione è diventata un tormento, le opzioni sono cambiate e la visione della bozza è diversa dal risultato finale nella pubblicazione, per cui le foto e il testo non sono reciprocamente più controllabili come prima e ho dovuto impaginare con foto tutte al centro. Intanto ho acquistato un dominio e presto questo blog transiterà su wordpress, su un sito mio.


[1] Il codice bancomat ecuadoriano è di 4 cifre, ma il nostro di 5 non mi ha posto problemi.

[2] https://es.wikipedia.org/wiki/Iglesia_de_la_Compa%C3%B1%C3%ADa_(Quito)

[3] Negli strumenti musicali denominati idiofoni secondo la classificazione Hornbostel-Sachs il suono è prodotto dalla vibrazione del corpo stesso dello strumento, senza l'utilizzo di corde o membrane tese e senza che sia una colonna d'aria a essere fatta vibrare. Wikipedia

[4] L'ayahuasca (aya-wasca, letteralmente "liana degli spiriti" o "liana dei morti" in lingua quechua), spesso detta anche, a seconda dei paesi di provenienza: Yage, Hoasca, Daime, Caapi; è un infuso psichedelico a base di diverse piante amazzoniche in grado di indurre un effetto visionario[1] oltre che purgante (Wikipedia)

[5]https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwi0pryzlJ3rAhWGjKQKHakEDjoQwqsBMAB6BAgKEAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.cepal.org%2Ffr%2Fvideos%2Fproyecto-amazonia-posible-y-sostenible&usg=AOvVaw1krCu9ZGNm2at2FqGtl5hw

[6] Il contrasto con le grandi multinazionali del petrolio, in primis le “sette sorelle”, nel contesto della crisi dei missili tra Cuba, URSS e US e gli interessi petroliferi delle grandi potenze nel Mediterraneo furono la causa dell’attentato all’aereo di Enrico Mattei, fondatore e primo presidente dell’ENI. Ovviamente mai pienamente riconosciuto come tale in sede giuridica, “more italiano” (https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei)

[7] https://www.quitocultura.info/venue/fundacion-guayasamin/

[8] Oswaldo Guayasimin, traduzione mia