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martedì 22 febbraio 2022

LA COMUNITA' INTERNAZIONALE: MITO, AVATAR, ECTOPLASMA, VUOTO SPINTO?

 

LE PAROLE CREANO LE COSE?

Weekly Guardian 17/23 dicembre 2004, esempio di comunità internazionale?
 

Ho sentito per la prima volta pronunciare l’espressione “comunità internazionale” all’inizio del 1979, in Mozambico, da un collaboratore (che si definiva giornalista) di alcune testate locali in Italia. Mi era stato presentato da un comune amico allo scopo di poter insieme intervistare in inglese il presidente del partito ZANU (Zimbabwe African National Union), che risiedeva in esilio con tutta la dirigenza a Maputo e lottava per l’indipendenza dell’allora Rhodesia del sud, e cioè Robert Mugabe che sarebbe poi diventato il longevo presidente dello Zimbabwe.

Mi ero chiesta da dove saltasse fuori quella definizione e che cosa/chi designasse esattamente. Nel corso dei decenni seguenti ci siamo abituati a sentire riecheggiare questa espressione in tutte le salse e per assuefazione crediamo più o meno di capire a che cosa si riferisca. L’immagine che personalmente ci associo è quella di un ectoplasma, o anche una grossa ameba dai contorni sfumati e cangianti, poiché chi si indichi, quale entità, è lungi dall’essere senza equivoci e dipende dalle circostanze e dalla posizione geografica di chi la evoca. Alcuni esempi di “uso ad hoc” appaiono nell’articolo che segue tradotto da Radio France Internationale. La crisi ucraina attuale e la crisi di nervi USA/NATO con fedeli contratture di rimando UE ne offre contemporanei esempi. In questo caso la “comunità internazionale” sembra coincidere con “gli occidentali” che stanno dalla parte “giusta” di default. Una volta erano “i volenterosi”.

Rewind. Ho ritrovato un articolo di Robert Fisk del 23 marzo 2003, che avevo stampato e inserito in un libro sulla questione irachena[1], nel quale un “we” tra virgolette indica la virtuosa “comunità internazionale” che stava invadendo l’Iraq di Saddam Hussein, ex “figlio di puttana USA”, come Marcos nelle Filippine e vari altri dittatori che facevano comodo. L’articolo è riportato quasi letteralmente nel libro di Fisk The great war for civilisation, nel capitolo dedicato all’invasione[2]. Robert Fisk era forse l’unico giornalista straniero presente a Baghdad nel marzo 2003. L’articolo invece non è più disponibile online su indymedia.

Perciò, quando alcuni giorni fa ho letto sul sito di Radio France Internationale (www.rfi.fr) una nota critica[3] del termine “comunità internazionale”  mi sono detta: finalmente qualcuno si accorge che questa locuzione è veramente problematica. E mi sono ripromessa di tradurre il testo (che segue), principalmente illustrato dalle foto riprodotte nell’articolo. La foto sotto il titolo è invece tratta da una vecchia pagina del Weekly Guardian della settimana 17/23 dicembre 2004, che avevo inserito nel libro di Luizard. Si tratta di una recensione (titolo: Mistakes in Mesopotamia) di un libro sugli errori fatali compiuti degli inglesi nell’inventare uno stato nazione (l’Iraq) di sana pianta da tre province ottomane con popolazione a maggioranza sciita, installando al potere una dinastia Hashemita sunnita[4]. Vorrei aggiungere che non condivido l’affermazione conclusiva dell’articolo di RFI, che mi sembra molto ottimista.

Azraq Camp, Giordania, rifugiate siriane

L’espressione “comunità internazionale”: dalla fiction[5] al mito

Léopold Picot, 4/02/2022

(Questa espressione) cristallizza le divergenze tra diverse correnti nel campo delle relazioni internazionali. Tutte concordano su un punto: in termini scientifici, l’espressione “comunità internazionale” non vuol dire niente. Una parte degli esperti ne deduce che è un concetto vuoto, senza fondamento, mentre altri pensano che un termine non scientifico non è necessariamente privo di interesse. La “comunità internazionale” è dappertutto. Solo sul sito di Radio France Internationale si trovano almeno 20.000 menzioni. Non basta dire che la formula serve a tutte le salse mediatiche, dal lancio dei missili nord-coreani “condannati dalla comunità internazionale” che “si indigna” dopo un massacro o una condanna arbitraria prima di “esigere” la liberazione di un militante. In un documento di lavoro del luglio 2002 il sociologo francese Francis Chateauraynaud ha analizzato il suo utilizzo nella stampa tra il 1987 e il 2002 basandosi su Le Monde, Le Monde Diplomatique, e Libération. Ha contato più di 12.000 occorrenze. Già 30 anni fa l’espressione era correntemente usata con un aumento evidente dalla fine degli anni 1990. “La comunità internazionale deve aiutare il Libano a sanare la sua crisi economica …”, auspica Gallagher (#Liban, lorientlejour.com).

Ma chi è questa comunità internazionale? Non si tratterà semplicemente dell’ONU? Non sembra, poiché proprio recentemente certi osservatori la distinguevano da quest’ultima, vedi Le Matin: «Birmania : L’ONU chiede alla comunità internazionale di mobilitarsi». Questa entità astratta sarà forse un puro miraggio irreale, senza alcun impatto sulle vicende internazionali? Nemmeno questo.

Per bertrand.badie@sciencespo.fr, professore emerito a Scienze Politiche[6] CERI e specialista di relazioni internazionali, non esiste una risposta univoca giusta. “Mi capita raramente, ma sarei piuttosto centrista in questo caso”, precisa maliziosamente al telefono.

Inesistente stricto sensu, ma non priva di interesse

Tra le innumerevoli correnti nel campo delle relazioni internazionali, una delle più antiche è la corrente realista. Per i ricercatori che si rifanno al filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), la scena internazionale è un’arena di gladiatori dove le potenze si squadrano reciprocamente “nella posizione e stato d’animo dei gladiatori, armi puntate e sguardo fisso gli uni sugli altri”, scrive ne Il Leviatano[7]. Pierre Hassner, della corrente realista, ha logicamente criticato l’impiego del termine (comunità internazionale), che non può che essere un miraggio strumentalizzato dai potenti e loro uso e consumo. Altre correnti, in particolare della scuola inglese di Relazioni Internazionali, usano invece il termine “società internazionale” per segnalare, in opposizione ai realisti, che c’è si una certa concorrenza tra attori e Stati, ma ci sono anche convergenze, perché essi possono concordare su regole e opinioni e avere gli stessi valori.

Il fatto è che nella letteratura sulle relazioni internazionali il concetto non esiste. Lo conferma Bertrand Badie: “In senso stretto il termine non è concettualizzato. Nelle scienze sociali il termine “comunità” implica una forte solidarietà di natura affettiva, innata. Non esiste una comunità internazionale perché non esiste una solidarietà spontanea tra i diversi attori della scena internazionale, è assolutamente palese”. Tuttavia ciò non significa che il termine non abbia un qualche interesse. “Bisogna stare attenti perché è diventato un luogo comune condannare l’uso della formula comunità internazionale”, mette in guardia il professore. “Sono talvolta condanne interessate che vogliono sostenere una visione del mondo particolare che non è condivisa da tutti (…)[8]. Se si fa un uso ponderato e argomentato empiricamente del termine, ne possono scaturire osservazioni interessanti”.

Gutierrez a Glasgow alla COP 26, Novembre 2021

La comunità internazionale come forza morale.

Francis Chateauraynaud, sociologo di tradizione pragmatica inventore della definizione lanceur d’alerte (i giornalisti italiani, notoriamente anglofili, usano il termine whistleblower)[9], ha studiato il modo in cui si designano le cose e l’effetto che deriva dal denominarle. Per il sociologo la “comunità internazionale” è una entelechia[10] morale, una forza autonoma: solo evocandola le si conferisce una forza morale. “Nella maggioranza dei casi è implicita una dimensione di giudizio etico rispetto a violazioni dei diritti umani, a problemi di conflittualità o di Stati canaglia”[11], precisa il sociologo. E aggiunge che l’aumento delle connessioni internet permette un’immediata irruzione discorsiva pochi minuti dopo un qualsiasi avvenimento. “Il cadavere di un bambino su una spiaggia fa effetto sulla comunità internazionale, la commuove. E’ aberrante, perché si tratta di un’entità astratta, non di persone. Al limite si può parlare di persona morale, in quanto rappresentata dall’ IPCC[12], l’ONU, l’OMS…assume fattezze diverse a seconda dei fatti in questione”.

Un paese della NATO, la Turchia, ha appena bombardato dei villaggi kurdi. “Hello hello, comunità internazionale?” E’ un tweet di Paul Moreira a PLTV…segue immagine del bombardamento a Shengal, Sinjar, dell’agosto 2021[13]. In un mondo digitalizzato la società civile, le ONG, i militanti tenterebbero di impadronirsi della narrazione (altro neologismo, NdT). Wikileaks, per esempio, farebbe parte di questo movimento che consiste a riconfigurare la comunità internazionale sotto forma di un potere dal basso e di media cittadini. “(Questo movimento) si erge contro l’idea che le istituzioni più sclerotizzate, le istituzioni internazionali, rappresentino la comunità internazionale, secondo una definizione banalizzata. Secondo loro, occorre che i cittadini si impadroniscano di certi strumenti, in particolare del trattamento dell’informazione, perché questa non sia manipolata”.

MGR Callagher, capo della diplomazia vaticana a Beirut, febbraio 2022

Un mito in contatto con la realtà

Betrand Badie, pur precisando ancora una volta che non ne convalida la consistenza scientifica “Non mi annoverate tra gli ardenti difensori del concetto, non voglio ricevere minacce di morte!” scherza – pensa che la c. i., senza essere un qualcosa di definito, sia un embrione. L’espressione “comunità internazionale” è più presente oggi che nel 1945, ed è sempre più connessa alla realtà. “Nel 1945, parlare di “comunità internazionale” quando i tre quarti del pianeta erano difficilmente accessibili e sotto il giogo coloniale, non aveva proprio senso”, chiarisce. Il professore emerito evoca anche lui l’aumento delle telecomunicazioni. “C’è più comunità internazionale oggi di ieri, perché le persone si vedono di più, interagiscono di più, c’è più scambio. Oggi ci sono 193 Stati sovrani e una gran parte del mondo è collegata da internet. Ma il digitale può produrre anche conflitto e non consenso…in contrasto con l’immagine di una “comunità internazionale!”, sottolinea.

Primo Ministro di Vanuatu in collegamento internet con la COP 26

Bertrand Badie evoca la crisi climatica, che costringe la “comunità internazionale” a pensarsi come un tutto unico, anche se il processo non è completo, dato che i paesi penano a farvi fronte in modo solidale e coordinato[14]. A suo avviso, bisogna prendere in considerazione sia il criterio istituzionale, con istituzioni multilaterali che rappresentano per loro natura un embrione di comunità, sia il peso più politico del termine, che implica convergenze tra attori internazionali. Sia nel caso dell’istituzionalizzazione dei legami che nel caso della dinamica sociologica delle convergenze, non si tratta di un fenomeno compiuto. Ma non è una ragione per rigettarla in blocco, conclude il ricercatore:” Esiste la nazione francese? Esiste idealmente, ed empiricamente potreste dimostrare lo spessore che il concetto può avere. Così la comunità internazionale, è la stessa cosa. Esiste idealmente, come potenziale convergenza, come perno di consensualità, con la riserva che il potenziale non si realizzerà mai compiutamente. E allora?”

Il termine «comunità internazionale» ha più attinenza quindi con il mito che con la fiction. “Qualche cosa che non esiste ma che possiede una tale forza di convinzione che spinge gli individui ad agire in modo che possa esistere”, conclude lo studioso di Scienze politiche.

Portaerei di classe NIMITZ USS Carl Vinson e altre navi USA nel Pacifico




 

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[1] Pierre-Jean Luizard. La questione irachena, Feltrinelli, 2003

[2] Nel Kindle dove ho scaricato il libro è a pag. 1160.

[3]  https://www.rfi.fr/fr/connaissances/20220204-l-expression-communaut%C3%A9-internationale-de-la-fiction-au-mythe

[4] https://www.theguardian.com/books/2004/nov/27/featuresreviews.guardianreview7

[5] Il termine fiction in francese si può rendere con invenzione, romanzo, narrazione, finzione. In inglese il Merriam-Webster porta alcune definizioni una delle quali mi pare renda meglio il sapore del termine: prendere una possibilità come se fosse un fatto, a prescindere dalla questione della sua veridicità (an assumption of a possibility as a fact irrespective of the question of truth).

[7] https://www.libreriauniversitaria.it/leviatano-hobbes-thomas-rizzoli/libro/9788817066976

[8] Omissione nel testo originale francese.

[9] Per capirci, Bradley/Chelsea Manning, Julian Assange, Edward Snowden, e molti altri ammazzati o in galera nei vari paesi del mondo appartenenti appunto alla comunità internazionale, NdT.

[10] Termine usato da Aristotele contrapposto a «potenza» (δύναμις), per designare la realtà che ha raggiunto il pieno grado del suo sviluppo. Il termine fu ripreso da G. Leibniz per indicare la monade, in quanto ha in sé il perfetto fine organico del suo sviluppo (Enciclopedia Treccani).

[11] NdT: se si pensa da che pulpito viene la definizione di Stati canaglia e dell’uso che se ne fece, non si può che rabbrividire, pensando anche alla tomba che è diventato il Mediterraneo, quali sono gli stati non canaglia?

[12] International Panel on Climate Change, GIEC in acronimo francese.

[13] Per il bombardamento vedi https://npasyria.com; per Paul Moreira, giornalista francese e documentarista, fondatore di Premieres Lignes, https://mobile.twitter.com, at PaulMoreiraPLTV, la “sua” TV.

[14] Questa frase mi sembra un delicato prudente eufemismo.

venerdì 28 gennaio 2022

CRONACA DI UN NON-VIAGGIO A CAPO VERDE

 

 CAPO VERDE: VENI NON VIDI NON VICI

Cidade Velha dal balcone della mia camera
 

Se Lewis Carroli insegna che ci sono i non-compleanni[1], io ho scoperto lo scorso dicembre che si possono fare dei non-viaggi, completamente diversi dai viaggi no, che probabilmente sono più frequenti. Qual’ è la differenza?

I viaggi no sono, mi pare, quelle malaventure prepagate in cui ci si intruppa in charter affollati, con ruolino di marcia dettagliato distribuito alla partenza, durata massima tre settimane, si promettono lussuosi soggiorni in hotel incoronati di stelline a semi-corolla, i dépliant esibiscono maliarde stese a rosolarsi su lettini in spiagge color avorio, e se li giri vedi una tavola ammantata di aragoste a fianco di chefs i cui sorrisi sornioni dicono: qua si gode. Nei viaggi no tipicamente il charter parte con ore di ritardo e dopo un volo o magari due voli senza coincidenza si arriva stremati e frastornati dal jet-lag in alberghetti modesti. Le stanze sono anguste senza la promessa vista mare, di notte non si riesce a dormire o perché le zanzariere sono bucate e i condizionatori d’aria in avaria o i letti sono scomodi, invece di aragoste camerieri sbadati servono tranci di pesce congelato, e magari l’oceano piatto come una tavola delle immagini della réclame pre-viaggio è in realtà in piena attività motoria in quella stagione. Qualche volta si finisce in tribunale, qualche volta soltanto sui giornali locali.

Vista dalla terrazza dell'hotel

Invece il mio non-viaggio, rigorosamente individuale, ha un’impronta tutta sua, anche se una buona parte della responsabilità del fallimento ricade effettivamente su un agente esterno, in questo caso la compagnia aerea Transportes Aéreos de Portugal, TAP. Mi ero ripromessa di non salire mai più su un loro aereo da quando mi avevano rotto la maniglia della Sansonite nel 2010; la valigia era rimasta a Johannesburg durante un transito verso Maputo e non mi avevano mai risarcito il danno di almeno duecento euro nonostante ripetute promesse, sia di persona all’aeroporto sia per email. Mai più TAP, mi ero ripromessa. Ironia della sorte: anche la missione di cooperazione internazionale in Mozambico per una nota società di consulenza non mi era stata pagata per dissensi circa il contenuto del rapporto finale. Una missione no!

Aerobica nel centro di Praia

Ma, complice il Covid, l’unica compagnia aerea straniera abilitata ad atterrare a Capo Verde dal 2020 era la compagnia di bandiera portoghese (Portogallo ex potenza coloniale). Ci tenevo a tornare in quel paese perché c’ero stata per lavoro nel 1997 e mi era piaciuto molto, sia dal punto di vista professionale (livello di competenze, rigore, puntualità, organizzazione, risultati progettuali) sia come paesaggio. Le strade di Praia, la capitale dell’isola più grande, Santiago, erano tutte calcetadas, cioè lastricate con sanpietrini piccoli, tutti eguali, a cubetti serrati (anche in Portogallo, nelle città che ho visto, ho notato questa caratteristica, ben diversa dal nostro asfalto cittadino spesso sfondato). C’erano trasporti pubblici tra città e traghetti con orari affidabili e un’isola in particolare, la più a nord, Santo Antão (Antonio), che mi aveva affascinato. Dalla spiaggetta dove si arrivava con il traghetto si saliva in poco tempo su una strada ripidissima a circa mille mt di altezza, con un flora lussureggiante, quasi da giungla, salvo che apparivano anche conifere, e le scimmie saltavano sui rami. Naturalmente ero lì per lavorare e avevo il tempo ritmato da incontri e interviste, quindi non riuscivo a visitare i luoghi, né lì né altrove, ma quel verde e quel mare (per la prima volta avevo visto i pesci volanti durante le traversate) mi erano sempre rimasti scolpiti in mente, oltre ripeto ai buoni rapporti umani e professionali. Capo Verde è noto negli ambienti della cooperazione internazionale per essere il beniamino dei donatori: è un paese stabile e affidabile politicamente e quanto a rendicontazioni, esecuzione dei programmi e onestà, piuttosto unico in Africa. Per tutte queste ragioni mi ero ripromessa di ritornarvi con calma e girare tra le isole sia del gruppo a sud che a nord, tentando di rintracciare le persone che avevo incontrato allora. In particolare volevo vedere l’isola del vulcano, giustamente chiamata Fogo e soggiornare a Santo Antão. Fallimento completo. Invece di tre mesi sono rimasta a Capo Verde dieci giorni.

Strada tra hotel e Cidade Velha

Le cose sono andate storte sin dalla partenza. Il mio itinerario prevedeva volo Bologna-Roma Fiumicino (sosta e cambio di aereo) – Lisbona, notte a Lisbona, e volo Lisbona-Praia (capitale di C.V.) all’alba della mattina seguente.

Arrivata all’aeroporto di Bologna di buon mattino, avendo trascorso la notte a Bologna per non rischiare di perdere il volo per guasto treno, vedo sulla tabella delle partenze che il mio volo non c’è. Stupita mi rivolgo allo sportello informazioni e mi sento dire: il suo volo non esiste. Non esiste? Credevo che scherzasse. Invece no, non c’era proprio mentre io avevo nero su bianco stampato sul biglietto: TAP Flight no. XY, “operated by Air-rail”, con arrivo previsto a Fiumicino alle ore yz. Effettivamente non avevo mai sentito nominare tale compagnia, ma ce ne sono tante minori, avevo pensato. Chiedo ad un’altra funzionaria e lei mi dice: deve essere un treno, vede che c’è scritto “rail”? A questo punto sono rimasta attonita. Un bello scherzo della perversa TAP? Raccattati i bagagli cerco di nuovo il terminal del Marconi Express, torno alla stazione ferroviaria e dopo aver chiesto chiarimenti a diversi addetti FS ne trovo uno in gamba che mi chiede l’email, cerca sul computer e sentenzia che ho una prenotazione  da parte della TAP sul treno AV per Taranto che passa a Bologna all’ora menzionata sul biglietto e non arriva a Fiumicino ma transita e Termini. Bagagli sul groppone scendo fino al recondito binario sotterraneo e mentre attendo con il numero di posto e  codice prenotazione scarabocchiato dal funzionario sul cartoncino bianco di un non-biglietto inveisco silenziosamente contro la malefica TAP che ha colpito ancora. Replay a Termini: ricerca di anima pietosa che mi faccia subito un biglietto sul Leonardo Express per Fiumicino in tempo per il check-in, evitando la fila. 

Cactus in un giardino di Praia

 

Con un inizio di questo tipo l’umore non è dei migliori, tenendo conto che la TAP è la compagnia aerea più taccagna mai sperimentata. Nonostante le tariffe non siano certo quelle scontate di Ryanair, la politica nutrizionale a bordo è la stessa: oltre all’acqua potabile reclamata come diritto umano fondamentale non si degnano di darti un biscotto che sia incluso nel costo del biglietto, neppure sul volo da Lisbona a Praia che dura più di 4 ore. Per cui sono arrivata il giorno dopo a Praia stanchissima, affamata e disgustata. L’hotel notturno aveva la stessa politica TAP, niente cena disponibile, colazione fornita premendo bottoni da una macchinetta.

Altra sorpresa a destinazione: non avevo pensato che l’arcipelago di Capo Verde è compreso nella fascia di latitudine saheliana, e nel Sahel, durante il periodo che va da dicembre a fine febbraio domina l’harmattan, un vento che porta nuvolaglie e spesso nebbia, se va bene un cielo opaco e triste. In Mali lo detestavo, sembrava di essere in Val Padana. Infatti il sole è smorto: questo tempo dura fino a febbraio, dice il tassista. Inoltre l’albergo che ho prenotato, attirata dal nome romantico: Espaço pôr do sol (spazio tramonto) e dalla posizione sul mare, non si trova vicino al città vecchia di Praia come credevo, ma vicino (a 3 km) a Cidade Velha, un’altra città a 20 km da Praia. E’ il luogo dove sono sbarcati i portoghesi nel 1461[2], mi pare fosse questa la data incisa sulla targa commemorativa nell’unica piazza, dove ci sono un Bancomat, una farmacia e una bottega/bar, oltre a un banchetto che vende un po’ di frutta e verdura. Più avanti un posto di polizia, e all’altro capo un dispensario. In cima ad una collina semi-rocciosa (è tutto molto arido, la pluviometria a Capo Verde è minima) troneggia un enorme forte coloniale portoghese, São Felipe. Stop, non c’è altro. 

Forte di San Felipe sopra Cidade Velha

Quando l’indomani ingenuamente mi rivolgo al posto di polizia per avere il prolungamento del visto, dato che Capo Verde concede di default solo 30 gg di soggiorno per turismo (mentre in genere il visto turistico dura tre mesi), mi dicono: non qui, deve andare a Praia, all’Ufficio centrale, nel quartiere ZX. Non ci sono autobus, solo taxi che non sono tanto cari, ma nemmeno a buon mercato. Unica alternativa gli aluguer (affitto in portoghese), comunemente chiamati in Africa taxi-brousse con nomi che variano a seconda del paese: matatu in Kenya, baxi in Mali, chapa in Mozambico. Ma la seconda volta che prendo un aluguer (furgoncino Toyota) credo di soffocare: il conducente continua a caricare persone e ci schiaccia insieme in modo impossibile. In più corre allegramente a 80 km/h in curva quando i cartelli intimano: 40 km/h max. In tempi Covid, l’ideale, anche se per fortuna i casi all’inizio di dicembre a Capo Verde erano pochi. Nessuna traccia o menzione degli autobus pubblici del 1997.

Strumento musicale al Museo archeologico

Nell’hotel, grazioso e panoramico, il proprietario è assente e ne fa le veci il cuoco, coadiuvato da due aiutanti piuttosto indolenti ma simpatiche che spazzano trasognate tra i tavoli all’aperto e più spesso riposano in cucina. Io sono l’unica ospite. Il mio piano sarebbe quello di partire al più presto per fare il giro delle isole, ma presentatami alla centrale di polizia con passaporto mi si richiede una serie di documenti, tra i quali “la prova che ho fondi sufficienti per mantenermi fino a marzo”. Non mi è mai successo prima: mi domando se abbiano esperienza di turisti laceri che chiedono l’elemosina per pagarsi un biglietto di ritorno in patria. Ritorno il giorno successivo con 2 foto, biglietti di ritorno, moduli compilati, e stampa della pagina del mio saldo del conto corrente sulla app della banca postale che ho sul telefono. Apriti cielo: “questa foto non va bene perché non si vedono le orecchie” !! Superata la difficoltà mostrando quasi identica foto sul passaporto, i moduli non vanno bene, me li fanno riscrivere 3 volte; infine, la pagina stampata con il saldo non reca il mio nome. Certo, c’è solo il mio numero di c.c., dato che è sul mio telefono. No, ci vuole un estratto di conto corrente cartaceo emesso dalla sua banca. Dalle Poste?? A Capo Verde? Il balletto dura varie ore comprese le assenze del funzionario per confabulare con i superiori. Verso le 4 del pomeriggio riprendo tutto il mio dossier e decido di mandarli al diavolo: starò a Capo Verde un mese e poi andrò da qualche altra parte.

Inizio del festino domenicale all'hotel

Senonché dopo  i vari strapazzi e tensioni, al primo bagno nella spiaggetta sotto l’hotel prendo un raffreddore che immediatamente degenera in laringite e poi in una bronchite che mi costringe a letto con antibiotici; il proprietario dell’hotel arriva e si rivela un vecchio tirchio assetato di contanti in nero: una mattina mi tira fuori dal letto per portarmi al Bancomat di Cidade Velha perché ha assolutamente bisogno di soldi subito; le cene di pesce prima abbondanti seppure monotone diventano frugali con la gestione del proprietario, sempre più insopportabile. Resisto perché spero di guarire presto e andarmene. 

Suonatore e ballerina in attesa

Ma durante una domenica di festa con musica e danze (anche simpatiche, cui ovviamente non posso partecipare) l’allegra compagnia brinda e divora tutte le provviste (forse non laute) in dispensa. Così il lunedì in cui il cuoco è a riposo (meritato) e il proprietario sparisce riesco solo ad accaparrare l’ultima bottiglia d’acqua minerale (acqua di rubinetto imbevibile), ma non c’è più neanche un biscotto né un pezzo di pane. Nel pomeriggio, dopo messaggi ripetuti e proteste, il gestore mi recapita in camera biscotti e yoghurt. 


Decido di cambiare hotel anche se sono ancora ammaccata, rimpiangendo la vista mare: prenoto una camera in un hotel nel centro di Praia, chiamo il taxi e con armi e bagagli trasloco. La camera, più cara, è minuscola, con vista sul cortile, letto singolo e in bagno c’è solo acqua fredda. Protesto e il direttore si scusa (poco) adducendo un’avaria ai pannelli solari appena installati. Per cui mi lavo usando un secchio d’acqua calda il mattino seguente. Cercando gli orari per evadere in isole vicine, mi rendo conto, anche chiedendo ad altri[3], che gli orari dei traghetti sono quanto di meno certo ci sia al mondo. Per esempio, la barca per l’isola di Maio può partire alle 6 o alle 7 di mattina, ma senza avviso il capitano può decidere di partire alle 7 di sera. Una signora mi assicura di avere un contatto diretto con il capitano e quindi mi può avvertire dell’orario “sicuro”. Guardo gli orari (TAP!!) degli aerei e a parte i prezzi esosi, la musica è identica: orari da verificare con la compagnia. Intanto il tassista mi dice che i casi di Covid sono in lento aumento. 

 La conclusione è ormai inevitabile: meglio andarsene prima possibile. Una signora francese che sta nello stesso hotel sta andando a fare un test Covid antigenico perché ha il volo per Lisbona l’indomani all’una del pomeriggio. Mi associo a lei e faccio anche io il test, decidendo all’istante di cambiare la data dei miei voli, annullando il volo Roma Fiumicino-Bologna, chiaro. Detto e fatto nel pomeriggio al modico costo di 342 euro, TAP ladra fino in fondo. Così trascorro una convalescenza natalizia piacevole in Portogallo, tra Lisbona e Setúbal, per rimettere insieme le stanche ossa prima del ritorno nell’odiato inverno cui volevo sfuggire. 

Centro di Lisbona


 
Murale nella Baixa di Lisbona

 

Ponte sul Tago

 



[1]  Lewis Carrol. The Annotated Alice,Through the looking glass, Humpty Dumpty p. 267, Penguin Books. Humpty Dumpty celebra il suo unbirthday, che ha il grande vantaggio di poter essere celebrato per 364 giorni all’anno.

[2] Wikipedia dice: “intorno al 1460”, un’altra fonte parla del 1456. Non fa molta differenza.

[3] Effettivamente anche la guida ne faceva cenno, ma speravo che la situazione fosse migliorata.