AVVENTURA IN MESSICO
Viajar! Perder países!
Ser outro constantemente,
Por a alma não
ter raízes
De viver de ver
somente!
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Testa della civiltà Olmeca a Villahermosa **
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Decennio 1980. All’epoca vivevo e studiavo per un Master, con figlio a scuola,
negli Stati Uniti, in Massachusetts. A giugno mi sembrò opportuno approfittare
del fatto che il Messico si trovasse quasi a due passi; mi risonava
all’orecchio una canzonetta di Vasco Rossi, vado in Messico, vado al massimo. Le
nostre finanze non erano abitualmente floride, in più d’estate la mia
principale fonte di reddito, un posto di assistente all’università, si
prosciugava fino al successivo semestre autunnale. Facendo i conti, quanto
possedevo non avrebbe coperto il mese e mezzo di viaggio, durata che pensavo
minima per visitare un paese così vasto e ricco di tesori culturali. Quindi mi
accordai con mia madre in Italia che mi inviasse un assegno, che mi spettava a
una certa data, presso la banca di Oaxaca, città che era sull’itinerario verso
il nord, in modo da poter completare il giro del paese da Cancún. Riscosso il
mio ultimo stipendio all’università, mi affrettai a comperare un biglietto A/R
per due New York-Cancún, contando sull’ospitalità a New York di un amico sia
all’andata che al ritorno. Mi sembrava di avere organizzato il tutto in modo
soddisfacente. Così partimmo all’inizio di luglio pieni di aspettative.
A New York riuscimmo a visitare il Guggenheim, ricordo la soddisfazione di
poter ammirare la fantastica architettura del Museo di Wright e i Kandiskij e
Chagall alle pareti.
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Isoletta di Cozumel
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Arrivo all’aeroporto di Cancún, primo pomeriggio. Al controllo dei
documenti, un fuori programma si risolve ragionevolmente, nonostante il mio
ancora zoppicante spagnolo. Mio figlio è minorenne, e benché abbia il suo
passaporto regolare e sia evidente che abbia già viaggiato dall’Italia negli
Stati Uniti con me, il funzionario mi chiede l’autorizzazione paterna. Chiarisco
che ho io la “patria” potestà, sono separata da mio marito da anni, ma fatico
alquanto a fargli capire quanto la sua richiesta sia fuori luogo. Infine
sfuggiamo alle sue grinfie, e scartando i taxi, troppo costosi, all’insegna del
motto: chi non ha soldi ha tempo, facciamo autostop arrivando tranquillamente
in città. Fu facile trovare un alloggio. Avevo comperato una guida in inglese, credo Mexico on a shoestring, Messico al risparmio, non
ricordo quale fosse il nostro budget massimo quotidiano, ma certo striminzito.
Tuttavia riuscimmo a visitare la bellissima isoletta di Cozumel, con un mare dalle
eteree trasparenze, ma per risparmiare non noleggiai la barca con il
fondo di vetro che lasciava contemplare i fondali corallini. Peccato. Ho un
ricordo incandescente dell’autobus che prendemmo a Cancún: una calca di
sudatissimi corpi umani con galline in piena rivolta, ma in compenso una meravigliosa
visione, sagomata da mani e teste, di due compatte muraglie verdissime di giungla,
così fitte da sembrare impenetrabili. Dopo Cozumel andammo a Merida e lì ci
procurammo, più per souvenir che per altro, delle amache, imperdibili secondo
la nostra guida, in un negozio specializzato indicato con tanto di indirizzo,
Le amache in Sudamerica sono spesso usate come letti dagli squattrinati. Fu un acquisto provvidenziale.
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Palenque, sito archeologico
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Le altre tappe che spiccano nella memoria sono Palenque, Chichén
Itzá, San Cristóbal de las Casas, Puerto Escondido.Prima di giungere alla
fatale Oaxaca. Di Villahermosa, dove passammo al ritorno, ricordo solo di aver visto delle teste olmeche, forse riproduzioni in città.
Arrivammo a Palenque, in un paesaggio di giungla esuberante, con
un treno notturno che faceva mille fermate. In un bagno della stazione di
Merida, alla partenza, evitai uno scorpione, proprio sulla porta. Allora non
c’era l’attuale flusso massiccio di migranti dal Centro America, e trovammo un treno
semivuoto, cercammo di dormire allungati sui sedili. Anni fa mi colpì un
reportage di un giornalista del Guardian, che intervistava due ragazzi di
qualche stato centramericano diretti verso “el Norte”
proprio sul treno per Palenque. Arrivammo al mattino e trovammo subito posto in
un campeggio, unici clienti noi e un ragazzo inglese. Dei famosi monumenti Maya
in loco è svanita la memoria, mentre ricordo la nostra piccola canadese verde e
una magnifica cascata in mezzo alla giungla tra foglie gigantesche. Facemmo il
bagno nella grande pozza sottostante.
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Piramide di Chichén Itza'
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L’unica piramide/tempio di cui serbo un
ricordo netto è quella di Chichén Itzá perché l’ascesa dei gradoni mi fu veramente
difficile dato il mio metro e mezzo di altezza, una fatica improba nel sole di
luglio, e la discesa fu egualmente perigliosa.
Avevo una tuta di cotone rosso con maniche lunghe, che usavo in Massachusetts
in bicicletta, probabilmente non l’abbigliamento più adatto. Ma una volta
conquistata la cima la vista era impagabile. Mio figlio si arrampicava veloce,
come lo invidiavo. Ma eravamo contenti del viaggio, una visione nuova ogni
giorno, come dice Pessoa. Poi andammo a San Cristóbal de las Casas, quasi al
confine con il Guatemala, dove restammo alcuni giorni anche per riposare. Mi
piacevano molto le strette viuzze acciottolate della città, tutte arrampicate
attorno al monte, dappertutto avevamo trovato locande molto accoglienti, ma a
San Cristóbal l’albergatrice era particolarmente cordiale, quasi affettuosa.
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Cattedrale di San Cristobal de las Casas
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Incontrammo un gruppo di migranti guatemaltechi che vendevano oggetti
artigianali in piazza, ne comprammo due o tre. Uno di questi sopravvive ancora
sul ripiano del comò tra i miei amatissimi reperti di viaggio; ignoro che animale possa essere. Infine, dopo tanta terraferma, ci dirigemmo verso la
costa del Pacifico, naturalmente scartando la famosa Acapulco, un po’ a caso
scelsi Puerto Escondido, ispirata dal toponimo. Per andarci facemmo di nuovo
autostop, bisognava cominciare a centellinare il peculio rimasto. Scoprimmo una
bella spiaggia, trovammo un albergo alla nostra portata, ma ricordo che salendo
stradine di terra battuta bisognava evitare accuratamente di calpestare rigagnoli
puzzolenti. Abbandonammo subito smanie di nuoto: onde gigantesche erano
cavalcate da audaci surfisti, catturavano la vista e si sarebbe rimasti ad
ammirarli per ore, instancabili, in bilico su masse possenti di spuma e poi,
dopo una breve caduta, presto di nuovo ritti sui flutti. Ci bagnammo...i piedi,
c'era un risucchio fortissimo, dalla guida imparai che si dice “undertow” in
inglese.  |
Animaletto ignoto guatemalteco
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Dopo la tappa oceanica arrivò il momento di piegare di nuovo verso
l’entroterra e puntare verso Oaxaca, per la seconda fase del viaggio: la salita
a Città del Messico e il ritorno. La valle di Oaxaca è una famosa zona
archeologica Zapoteca,
quindi la tappa sarebbe stata di qualche giorno. Anche qui albergo trovato in
pochi minuti: quanto rimpiango oggi il poter arrivare quasi ovunque senza
prenotazione!
Pensavo che ormai i soldi per continuare il viaggio fossero
atterrati in banca, per cui ci andai subito ma mi dissero che non c’era nulla
per me. Non mi preoccupai troppo e facemmo i turisti ancora per qualche giorno.
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Campo da gioco del Monte Alban
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Andammo a visitare i monumenti del Monte Albán, ricordo un grande campo da
gioco per la palla, il juego de pelota
Maya
ma non molto altro. Aspettando l’autobus del ritorno seduti su un muretto
sfogliavamo la guida, e quando finalmente arrivò ci alzammo precipitosamente,
ma la guida restò sul muretto. Fu una dimenticanza profetica, da quel giorno
non fummo più spensierati viaggiatori ma diventammo profughi. Infatti, quando
andai in banca il giorno successivo, mi
assicurarono che ancora non era arrivato il denaro, e a questo punto pensai di
destinare parte del poco contante rimasto per chiamare mia madre. Telefonata
intercontinentale cara come il fuoco. Bastò un minuto o forse furono due e si
chiarì tutto. Mia madre era andata in montagna e aveva rimandato l’invio
dell’assegno a quando fosse rientrata. Era la catastrofe. Tornammo all’albergo
e informammo la padrona che non saremmo più potuti restare una notte di più,
ero al verde e avremmo cercato un posto dove appendere le nostre amache per
dormire. A questo punto la signora disse, quasi letteralmente: “Ah no, finché
resterete a Oaxaca non vi mancheranno mai un letto e una tortilla”. Mi vennero
le lacrime agli occhi, le regalai i miei orecchini non avendo molto altro. La
santa donna ci trasferì in una stanza a due letti più modesta all’ultimo piano,
e ci rifornì di cibo per alcuni giorni, non molti, perché scoprii che a Oaxaca
c’era un console americano (USA), io avevo il mio regolare tesserino di
studente all’Università del Massachusetts, e per fortuna il mio libretto di
assegni. Ad Amherst avevo lasciato una certa somma in deposito. La console mi
dette, fidandosi, l’equivalente dell’importo dell’assegno che le firmai, un
minimo calcolato per arrivare a Città del Messico all’ambasciata italiana per
chiedere un prestito più consistente che ci permettesse di raggiungere Cancún
in tempo per poter rientrare negli Stati Uniti, senza perdere il biglietto.
Da quel momento il viaggio divenne un’odissea variegata. Comprai
dei biglietti in autobus notturno per Città del Messico in modo da arrivare il
mattino, una cavalcata selvaggia tra le montagne. Appena sbarcati dall’autobus
cercammo di prendere il metrò, ma rinunciammo perché la massa imponente di
persone che aspettava alla fermata si precipitava verso le bocche spalancate
dei treni in una ressa spaventosa, c’era da rimanere schiacciati. Quindi
autobus urbano di ripiego, ricordo vagamente che mi fecero un prestito anche in
questo caso al risparmio, per il ritorno. Credo che alla data fatidica della
partenza mancasse una decina di giorni, e mi fu chiaro che avremmo dovuto fare
autostop e confidare nella buona sorte. Comprai due biglietti d’autobus
notturno di nuovo verso sud per Vera Cruz, nuovo sballottamento su e giù per
le montagne con un autista mattacchione che correva a rotta di collo tra
burroni a picco. Alle mie preghiere di rallentare sghignazzava divertito: “la
signora ha paura!”, e mi pareva che accelerasse. C’era solo da
chiudere gli occhi e sperare. Da Vera Cruz cominciammo a fare autostop e fummo
molto fortunati, perché riuscimmo sempre a raggiungere le mete intermedie prestabilite.
Una sera arrivammo in un piccolo centro in festa, ci offrirono la cena (mi
chiesero se avessi prenotato!). Io cercai di mettermi l’unico vestito decente,
era azzurro un po’ stropicciato, ma fu ammirato, incredibilmente. Ci potemmo
lavare nei bagni di uno strano palazzo disabitato, di fronte ai tavoli della
cena; appendemmo le amache sotto il tetto, ma mancava la parete esterna, per cui frenetici
voli di rondini si incrociavano sopra di noi, tra monticoli di guano per terra.
Nessun altro ci disturbò. Un’altra notte dormimmo in una stamberga dove le
pareti della stanza erano di masonite, per chiudere la porta bisognava mettere
un gancetto. Facemmo una doccia, ma mi accorsi che l’acqua era alquanto
puzzolente, vicinanza dubbia di tubature fognarie. Mio figlio dimenticò per
pochissimi minuti l’orologio nel bagno, quando tornò di corsa era già sparito.
Tra chi ci diede gli innumerevoli passaggi emerge il ricordo di un ometto che
aveva un vecchio maggiolino Volkswagen, anche lui correva troppo. Quando lo
pregavo di non accelerare, sorrideva sornione e diceva: “Ma si figuri se voglio
rovinare questo gioiellino di macchina. Ma lei sa dove si trova il fungo
miracoloso? Ne mangio sempre. Si trova nella merda!” Probabilmente del fungo
miracoloso faceva scorpacciate, ad un certo punto lo ringraziammo e con
sollievo scendemmo dal suo trabiccolo. Infine Cancún fu raggiunta il giorno
precedente la data della partenza dell’aereo. Data la dieta rigorosa, nell'ultimo autobus urbano a Cancún mio figlio ebbe un capogiro, cagionando un po’ di trambusto. Appena
scesi gli comprai un grosso panino con gli ultimi soldi. Per non rischiare di
arrivare in ritardo per l’aereo, facemmo subito l’autostop sulla strada dell’aeroporto
e ci fermammo ad una rotatoria alberata, dove appendemmo le nostre amache per
l’ultima notte messicana. Piovve leggermente ma me ne accorsi appena. Mi
svegliò uno strano rumore il mattino presto: zac! zac! Stavano potando gli alberi! Mi prese un
accidente per paura che ci tagliassero le asole delle tende! Dopo sommarie
abluzioni, riprendemmo il cammino e trovammo l’eldorado, l’agognato aeroporto.
Un funzionario mi chiese di pagare la tassa turistica per uscire dal paese,
gli risposi che non avevo una lira e che se non fossimo partiti saremmo dovuti
rimanere a bivaccare lì o essere ricoverati in ospedale! Fui convincente e
salimmo sul velivolo benedetto. Quando arrivammo a JFK
e trovammo il nostro amico con auto che ci aspettava, ebbi la tentazione di
chinarmi a baciare la terra.
** Tutte le foto sono tratte da Wikipedia, mi scuso per la loro approssimazione e qualità. All'epoca credo non avessi portato una macchina fotografica con me, e anche se l'avessi avuta chissà dove sarebbero finite le foto!