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giovedì 15 agosto 2024

L 'ANTICO ANIMALE UMANO

 

PER CHI SUONA LA CAMPANA

 

Agosto 2024: Israele non sta perdendo la sua guerra sciagurata nominalmente contro Hamas, di fatto contro una popolazione intera, ma contro se stesso in quanto entità statuale, persona giuridica e persona morale. Sta cancellando il proprio diritto a continuare ad esistere in quanto Stato, non certo democratico ma di apartheid. Nel 1945 la Germania di Hitler aveva perso non solo la guerra ma il diritto ad esistere come entità nazista, così il Rwanda di Habyarimana e dell’Hutupower è stato cancellato, dopo il genocidio perpetrato nel 1994, dalla vittoria del Fronte di Kagame. L’Africa del Sud di Botha e dell’apartheid è stato cancellato dal Sudafrica di Mandela. Ciò vale (o varrebbe?) se pensiamo a una comunità internazionale che ancora possa dirsi civile. E’ impossibile al momento capire se, e per quanti anni, Israele trascinerà la sua esistenza come Stato zombie, puntellato da chi lo arma e sostiene a occhi chiusi, morto che cammina.

Da dieci mesi siamo atterriti testimoni oculari virtuali del tentativo di cancellare un popolo, una storia millenaria, una cultura in Palestina. Un altro genocidio: le profetiche parole di Primo Levi: " è successo una volta, si può ripetere”, che mai chi le ha formulate avrebbe pensato si potessero concretizzare con le ex vittime di default dell’Occidente nel ruolo di carnefici, non possono non rimbombarci dentro. Tanto più dolorose per chi, appartenendo genealogicamente all’ebraismo, non può strapparsi di dosso qualcosa che è parte di sé, e sente che gli schizzi di sangue palestinese gli arrivano addosso, nonostante l’opposizione soggettiva militante alle politiche di Israele, da sempre.

Quel che segue è un collage che spero trasmetta tutto il raccapriccio che provo da mesi e aumenta sempre più di fronte alla totale impotenza dimostrata finora da tutto l’armamentario giuridico internazionale creato nei decenni trascorsi dal 1945 per governare i conflitti e impedire che si ripetessero in peggio le catastrofi novecentesche. Un’impotenza operativa. Ho provato a fare un collage che oscilla tra la storia centenaria delle persecuzioni antigiudaiche e antisemite e il presente in cui le ex vittime diventano implacabili boia. Non avendo a disposizione biblioteche pubbliche, attingo ai libri e documenti che ho in casa e, per il presente più immediato, al Rapporto recente di una organizzazione ebraica israeliana, B’Tselem Welcome to Hell (Benvenuti all’Inferno).

Questo primo brano è estratto dal libro dello storico Adriano Prosperi Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici e selvaggi: Granada 1492, Laterza 2011. Siamo in Spagna: “Nell’estate del 1321 fu elaborata e diffusa ad arte l’accusa agli ebrei di tramare contro i cristiani, in accordo segreto coi lebbrosi e con l’alleanza di sovrani musulmani; il nemico interno doveva avvelenare i pozzi aprendo così la strada all’aggressione vittoriosa del nemico esterno. Accusa facile a essere creduta: non era forse l’ebreo l’altro in mezzo a noi, colui che vivendo tra i cristiani rideva di loro…? Da questi inizi prese corpo il nucleo originario della figura del nemico interno e il processo di espulsione degli ebrei dai regni cristiani di Francia e d’Inghilterra. La crisi della peste nera del 1348 sconvolse la società europea. La paura del nemico invisibile e il superstizioso timore di una punizione divina per la presenza di nemici di Dio nella società portarono a scaricare su frange di emarginati e di diversi la violenza accesa dal timore della morte. Meccanismi dello stesso genere dovevano riprodursi ancora nei secoli successivi (pag. 41).” E più avanti, a pag. 46: “Ma intanto in Spagna si venne diffondendo l’idea di una differenza naturale, di sangue, tra cristiani ed ebrei. La tesi trovò una convinta difesa e divulgazione nell’opera del francescano Alonso de Espina, un predicatore che trovò una popolarità straordinaria grazie alla campagna oratoria dai violentissimi toni antigiudaici condotta in Castiglia a partire dal 1454.” Così si arrivò alla cacciata di tutti gli ebrei dalla Spagna dove avevano vissuto da sempre, decretata dai due Re cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. L’alternativa era il battesimo e la conversione al cattolicesimo. Fu una cesura dolorosa, vissuta come catastrofe da chi partì verso l’Italia, il Portogallo, l’Olanda o l’Africa settentrionale. “Una catastrofe talmente immane, quale quella che colpì una delle più importanti comunità ebraiche, doveva lasciare una traccia assai profonda in tutti i settori della vita ebraica e nel sentimento di quel popolo”. (Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, 1993, pag.257). Molti ebrei profughi trovarono accoglienza proprio nei paesi che facevano parte dell’Impero ottomano, quindi nel mondo musulmano, e divennero ebrei arabi, i Mizrachi. Molti dei loro discendenti, dopo la formazione dello Stato d’Israele nel 1948, emigrarono verso quella che credevano la loro nuova patria ritrovata e furono accolti a pesci in faccia[1]. Furono sbattuti ad abitare in villaggi e centri esposti alle incursioni e rappresaglie dei palestinesi espulsi dalle loro case, furono addetti ai lavori manuali più umili, e divennero facile preda della destra estrema. Alcuni degli attuali ministri nel governo di Netanyahu, feroci nei confronti dei palestinesi, sono Mizrachi, discendenti di ebrei arabi. Ben Gvir ad esempio è di origine irachena. Ironia della storia.

Arriviamo al ‘900 e alla salita al potere di Adolf Hitler nel 1933. Traduco da Breviaire de la Haine [2]di Leon Poliakov, Calmann-Lévy/Complexe, 1986: “Due mesi dopo che il maresciallo Hindenburg aveva affidato a Adolf Hitler la costituzione di un governo, entrarono in vigore le prime misure contro gli ebrei tedeschi. Il preludio fu un boicottaggio mostruoso dei commercianti ebrei, organizzato il 1 aprile 1933 da un comitato ufficioso presieduto da Julius Streicher. Il 7 aprile furono pubblicate due prime leggi che escludevano gli ebrei dalle funzioni pubbliche e dall’ambito giuridico (salvo eccezioni previste per gli ex combattenti e i funzionari e avvocati in carica prima del 1 agosto 1914) …Il 15 settembre 1935 le leggi razziali di Norimberga introducevano nell’antisemitismo tedesco una nuova nota caratteristica.” In Italia le leggi razziali che escludevano gli ebrei dalle funzioni pubbliche e dalle scuole e Università furono emanate nel 1938. Il fratello diciottenne di mia madre non poté iscriversi all’Università e decise di emigrare in Palestina. E arriviamo alla “soluzione finale” vagheggiata dai nazisti tedeschi, l’eliminazione degli ebrei dalla faccia della terra. Poliakov cita un brano dal diario personale di Goebbels, alla data 2 marzo 1943 (ibid, pag. 127): “Noi siamo in particolare talmente coinvolti nella questione ebraica che ci è ormai impossibile indietreggiare. Tanto meglio. Un movimento e un popolo che si sono tagliati i ponti dietro combattono molto più energicamente - l’’esperienza lo prova - di coloro che hanno ancora la possibilità di tirarsene fuori…”.

Delle testimonianze in prima persona dei prigionieri ebrei nei lager citerò il francese Robert Antelme e l’italiano Primo Levi. Da La Specie Umana di Robert Antelme, Einaudi, 1969, pag. 88: “Il regno dell’uomo che agisce e si manifesta non può estinguersi. Le SS non possono cambiare la nostra specie.  Nella stessa specie, nella stessa storia, sono anche loro racchiusi. Tu non devi esistere: una macchina enorme è stata montata su questa derisoria volontà da imbecilli. Hanno bruciato uomini su uomini, vi sono tonnellate di ceneri, veramente, possono pesarla per quintali questa materia neutra. Tu non devi esistere: ma non possono decidere al posto di colui che tra poco sarà cenere, che egli non sia! Debbono tener conto di noi fintanto che viviamo, ed è ancora da noi, dall’accanimento che metteremo nel voler vivere, se subito dopo averci fatto morire, si accorgeranno di essere stati interamente derubati. Né possono arrestare la storia che farà più feconde…queste aride ceneri”.

Primo Levi, 24 anni, è arrivato da poco al Lager di Auschwitz, a fine gennaio 1944, e già si rende conto di quanto sia cambiato. Da Se questo è un uomo, i libri di Repubblica, 2002, pag. 36: “Eccomi dunque sul fondo. A dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara assai presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall’ingresso già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse, sul dorso dei piedi, le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio; ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato la sera; qualcuno tra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni stentiamo a riconoscerci l’un l’altro.”

Un altro testimone dei lager nazisti è Jean Améry, filosofo e scrittore austriaco il cui vero nome era Hans Chaim Mayer, di solo padre ebreo[3], che pur battezzato e allevato come cristiano volle chiamarsi ebreo e fu internato in ben tre lager nazisti. Morì suicida a 65 anni. Non riesco a trovare un suo libro, che ho chissà dove, e traduco una frase trovata su Wikipedia tratta dal suo libro: At the Mind’s Limits pag. 94 (Al limite del pensabile): “Per me, essere ebreo significa sentire la tragedia di ieri come un’intima oppressione. Sul mio avambraccio sinistro porto impresso il numero di Auschwitz[4], è più breve del Pentateuco o del Talmud, eppure fornisce una informazione più completa. E’ anche più perentorio di formule di testimonianza di appartenenza ebraica. Se a me stesso e al mondo dico di essere ebreo…intendo con ciò quelle realtà e possibilità implicite nel numero di Auschwitz.

Jean Améry

La creazione dello Stato di Israele fu un atto di squisita ipocrisia delle potenze occidentali alleate, il postumo risarcimento per l’inazione e l’indifferenza durante il genocidio nei campi nazisti. Un atto di risarcimento che generò un’altra colossale ingiustizia.

La fondazione di Israele il 14 maggio 1948 fu preceduta da una guerra contro i Palestinesi che rifiutarono i termini della partizione della Palestina sancita dalla Risoluzione 181 dell’UNSCOP, la Commissione Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina e dall’Assemblea Generale delle N.U. “Gli arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione era senza valore. Non capivano, come scrisse in seguito uno storico palestinese, perché il 37% della popolazione avesse ottenuto il 55% del territorio (del quale aveva posseduto fino a quel momento solo il 7%). In altre parole, i Palestinesi non capivano perché si facesse pagare a loro il conto dell’Olocausto[5]non capivano perché fosse ingiusto che gli ebrei restassero una minoranza in uno Stato palestinese unitario e invece fosse giusto che quasi metà degli arabi palestinesi – la popolazione autoctona, che abitava il paese da secoli – diventasse dalla sera alla mattina una minoranza soggetta a un potere straniero”.[6] Il 15 maggio 1948 è il giorno della catastrofe palestinese, la Nakba, cioè la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro case e dai loro campi verso l’esilio in Giordania, in Libano, in Egitto, è lo stesso termine in arabo che in ebraico designa lo sterminio nazista, la Shoah. E anche ridesta il ricordo della cacciata degli ebrei dalla Spagna cattolica del 1492, vissuta dai protagonisti come catastrofe, cesura tra una vita normale e un’altra che si profila come abisso ignoto per gente raminga. Quando ho lavorato in Libano nel 2006, dopo la guerra con Israele, ho scoperto con sgomento che dopo decenni i palestinesi rifugiati a Beirut dal 1948 non hanno documenti regolari, non hanno un passaporto, non frequentano le stesse scuole dei libanesi, non hanno gli stessi diritti degli autoctoni. Abitano in quartieri separati, ancora chiamati “campi”, senza nemmeno i servizi di raccolta della spazzatura.

Copertina del libro/film di Claude Lanzmann

Il complesso di colpa occidentale verso gli ebrei era evidente (ed emblematico, quasi patologico ancora oggi soprattutto in Germania), ma nessuno dei potenti di allora è esente da responsabilità. Sulla voluta cecità di fronte ai campi di sterminio nazisti e il rifiuto di intervenire per tentare di fermare le deportazioni e i massacri, quindi sulla sostanziale complicità degli Alleati “occidentali” di allora nel genocidio di ebrei e zingari, la testimonianza di “un giusto” polacco, Jan Karski, parla chiaro. Il libro La mia testimonianza di fronte al mondo non lascia dubbi: dopo essersi infiltrato nel ghetto di Varsavia ed esserne uscito indenne, testimone dei piani e dei metodi dei nazisti, Karski sconvolto cercò di informare gli Alleati di ciò che stava accadendo agli ebrei, arrivò fino a Roosevelt, ma non ebbe mai risposta. Nel 1944 Jan Karski, disperato, scrisse il suo libro di denuncia. Tragico e cinico parallelismo con il presente; il genocidio a Gaza si dipana giorno per giorno davanti ai nostri occhi ma chi potrebbe fermare l’esercito di Israele, in primis il Presidente degli Stati Uniti, che detiene il potere esecutivo, continua a inviare armi per i massacri, in compenso “è estremamente preoccupato”. Tralascio il quadro più ampio del conflitto che è sull’orlo di una possibile deflagrazione mediorientale. Un mondo perfetto, che impara dalla storia.

Dopo la vittoriosa guerra del 1967 contro vari stati arabi, Israele occupò Gerusalemme Est, il Sinai (poi restituito all’Egitto), la Cisgiordania, il Golan siriano e le fattorie di Shebaa libanesi, e si acuì l’attrito perenne di bassa intensità con la popolazione palestinese, fino alla prima Intifada del 1987, la cosiddetta rivolta delle pietre, che lentamente portò a quella che sembrava la tappa decisiva per una pacificazione duratura: l’Accordo di Oslo del 1993. Accordo che si è rivelato una trappola mortale per la Palestina, un “processo di pace” truffaldino trasformato quasi subito in strumento di nuovo accaparramento di terre palestinesi da parte di Israele, patrocinato ormai dagli Stati Uniti di default. Il grande intellettuale palestinese Edward Said lo comprese subito. In un articolo presumibilmente scritto a fine 2000 scriveva: “L’idea di fondo è che, se gli ebrei hanno ogni diritto alla “terra d’Israele”, ne consegue che in quell’area geografica a chi non è ebreo non spetta alcun diritto. Niente di più semplice e di più ideologicamente unanime.”[7]

Michel Warschawski, in A Precipizio, Bollati Boringhieri, 2003, scrive : “L’11 settembre 2001 ha chiaramente permesso alle autorità israeliane di estendere l’uso del concetto di guerra e ha conferito una nuova legittimità ai più brutali metodi repressivi in quanto l’attentato contro le Twin Towers ha offerto all’amministrazione americana l’occasione per creare un nuovo codice giuridico-politico di portata planetaria, nel quale la guerra contro il terrorismo giustifica quasi tutto, dai bombardamenti di popolazioni civili per snidare i terroristi fino alla guerra preventiva, passando per la sospensione dei diritti costituzionali e dei diritti umani, come mostrano gli orrori del campo di Guantanamo.” (pagg. 215/16). E, a proposito di guerra come concepita negli anni post 1990 e tanto più post 2001, Alberto Asor Rosa, nel suo libro La Guerra (Einaudi 2002) presenta una collazione di suoi scritti dal 1991 al 2002, sostanzialmente sul passaggio dalla cosiddetta guerra fredda alla guerra calda. Nel primo saggio sceglie il tema dell’Apocalisse di San Giovanni come filo conduttore della sua riflessione. “In ogni profezia ricorrono questi elementi: c’è una situazione eccezionale, di potenziale, incombente catastrofe; questa situazione è contraddistinta da una straordinaria inabilità complessiva, dalla perdita della capacità di vedere e soprattutto di vedersi[8]…L’Apocalisse-rivelazione diviene la rivelazione-catastrofe, perché Giovanni è persuaso che la legge imponga all’umanità un prezzo – altissimo- per “risarcire” la sanguinosa redenzione….L’apocalissi  ci scorre sotto gli occhi ogni giorno – e non ce ne avvediamo. Tutto, in fondo, è così semplicemente e sovranamente chiaro – e tutto è così indecifrabile e oscuro. Siamo di fronte al caso veramente straordinario di una “rivelazione non rivelata”. Per questo i massacri sono di fronte ai nostri occhi, - e noi non li scorgiamo[9]. Aggiungerei io oggi, li vediamo come automi, le nostre retine registrano le immagini (se gli occhi sfiorano schermi anodini e pudichi), i nostri timpani intendono le notizie (se le odono) ma i cervelli sono come scollegati, non vogliono sapere, non vogliono comprendere. Dal 7 ottobre scorso, è vero, ci sono state proteste, manifestazioni, arresti di dimostranti, persino una immolazione-suicidio. Il venticinquenne Aaron Bushnell, militare, ha indossato la sua divisa e si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana di Washington, continuando a gridare Free Palestine, Palestina libera, mentre le fiamme lo avvolgevano. Apprendo che a Jericho i Palestinesi gli hanno dedicato una strada. Ha espresso con il supremo sacrificio della sua giovane vita l’orrore che ogni essere umano degno di questo nome dovrebbe provare, ha espresso il rifiuto di vivere in un mondo immondezzaio.

Concludo con alcune testimonianze raccolte dai giornalisti militanti di B’Tselem tra ex prigionieri delle carceri-lager israeliane negli ultimi mesi. Si noteranno gli echi tra le loro parole e quelle degli ebrei dei lager nazisti citati precedentemente, sinistro controcanto: nei loro aguzzini lo stesso supremo disprezzo per la vita umana, le stesse privazioni, la fame cronica, le botte e le ingiurie. Certo non ci sono le camere a gas e le tonnellate di cenere menzionate da Robert Antelme. Ma ci sono le migliaia di tonnellate di case, scuole, ospedali, università, centri culturali, giardini ridotti in cenere da bombe internazionali, sotto le macerie giacciono migliaia di corpi stritolati, marciti, ci sono i chili di membra spaiate raccolte e seppellite se c’è ancora spazio nei cimiteri di Gaza polverizzata. Colpisci cento civili rifugiati per sperare di uccidere un terrorista, questa la filosofia militare di Israele. I nazisti chiedevano, prima di riempire i vagoni diretti ai lager: Wiefiel Stück? Quanti pezzi? La stessa disumanizzazione impera all’interno delle IDF, l’esercito israeliano. “Sono annoiato e sparo”, dice un soldato.[10] Si uccide una persona per uccidere la noia.

Fouad Hassan

Il Rapporto di B’Tselem ha questo titolo: Welcome to Hell, (Benvenuti all’inferno. Il sistema carcerario israeliano come rete di campi di tortura.). [11] L’organizzazione ha raccolto le parole di 55 detenuti che da quel sistema sono usciti vivi.

Testimonianza di Fouad Hassan, 45 anni:

“Vivo con la mia famiglia nel villaggio di Qusrah, a sud-est di Nablus, lavoro nella zona di Jericho, raccolgo datteri. Il 4 novembre 2023 mi sono svegliato alle 2 di notte, sentendo delle voci vicino alla nostra casa. Guardando dalla finestra della camera da letto ho notato dei soldati che cercavano di far saltare la serratura della porta di casa…Hanno fatto irruzione in casa, erano più di 15, hanno puntato i fucili contro mia moglie e i miei figli (15, 13, 10, 2 gemelli, e 6 anni). Hanno frugato dappertutto gettando le cose a terra…poi mi hanno portato fuori e chiesto di mio fratello Ibrahim. Io ho risposto che non sapevo dove fosse. Alcune jeep erano parcheggiate a circa 200 metri dalla casa. Mi hanno messo le manette e sono stato bendato…Dopo circa un’ora sono stato trasferito al campo militare di Huwarah. All’entrata sono stato perquisito, costretto a denudarmi e mi hanno passato su tutto il corpo un metal-detector tenuto a mano, c’erano altri detenuti. Durante questa operazione i soldati ci davano calci, bestemmiavano e ci umiliavano. Ho passato una notte a Huwarah. Il giorno seguente siamo stati portati a Salem. Andando verso l’autobus dovevamo stare curvi in avanti e mettere le mani sulla schiena di chi ci stava davanti. Sull’autobus avevamo mani e piedi legati, i soldati ci picchiavano, bestemmiavano e ci dicevano: “Vediamo quanto vi aiuterà ora la Resistenza”. Siamo stati trasferiti alla prigione di Megiddo. Quando stavamo uscendo dall’autobus un soldato ci ha detto: “Benvenuti all’inferno”.

Fouad Hassan sarà picchiato, avrà tre costole rotte, perché si rifiuta di baciare la bandiera israeliana come gli ordina durante l’interrogatorio il funzionario dello Shin Bet.  In 20 lo picchiano. Sviene e quando recupera i sensi “Ho visto che tutto il mio corpo era coperto di sangue…” Intorno sente che dicono: E’ morto è morto…” In cella eravamo in 12 ma c’erano solo 4 letti, gli altri dormivano a terra su materassi sottili, con coperte leggere. Abbiamo sofferto terribilmente per il freddo, le finestre erano aperte, siamo stati con gli stessi abiti per parecchie settimane”. Quando cercavano di lavarli, occorreva molto tempo perché si asciugassero. “Non potevo dormire perché accendevano la luce dalle 7 di sera alle 5 della mattina. Il cibo era terribile, appena un po’ di risoconfiscavano il cibo che gli stessi prigionieri compravano allo spaccio della prigione”. Hassan ha dolori dappertutto, chiede di essere portato in infermeria ma glielo negano e gli danno una compressa di Tylenol quotidiana, che lui non prende e destina a un compagno prigioniero di Balatah, R.C., che “era seriamente ferito, con piaghe aperte, soffriva terribilmente, ma riceveva soltanto della crema una volta alla settimana che bastava solo per una applicazione… I materassi e le coperte erano sporchi e puzzavano”, cercano di pulire la cella con shampoo e pasta dentifricia. Gli appelli dei prigionieri sono frequenti, punteggiati di violenze. “Eravamo contati tre volte al giorno, le guardie urlavano, ci facevano spogliare e uscire in corridoio mentre perlustravano le celle”. I prigionieri restavano lunghi periodi senza avere accesso a un legale e a un giudice. Quando ciò avveniva, era solo via remoto, attraverso Zoom, e inoltre i prigionieri non potevano parlare liberamente perché una guardia che conosceva l’arabo era sempre presente.

Testimonianza di Firas Hassam, 50 anni, 4 figli, residente di Hindaza, distretto di Betlemme, detenuto nella prigione del Negev. 

Durante l’udienza (su Zoom) l’avvocato mi ha chiesto: “Hai subìto violenze in carcere? Io non ho osato rispondere perché avevo paura che le guardie me l’avrebbero fatta pagare…ogni volta che mi conducevano nella stanza dove si svolgeva la nostra udienza via Zoom sopportavo lo stesso percorso di torture botte e umiliazioni. Per tutti i prigionieri era la stessa cosa. Il 13 ottobre 2023 è stato approvato un nuovo regolamento di emergenza, in seguito prolungato varie volte, che permette di dilazionare la presentazione del prigioniero a un giudice fino a 75 giorni (prima il termine era di 14 giorni) per i “combattenti illegali” durante una guerra o una operazione militare”.

Ashraf al Muhtaseb

Estratto della testimonianza di Ashraf al Muhtaseb, 55 anni, padre di 5 figli, residente nel distretto di Hebron, detenuto nella prigione di Etzion, e successivamente nelle prigioni di Ofer e Negev. “Ci hanno costretto a non dormire per molto tempo. Dopo il 9 ottobre tutti i diritti sono stati aboliti nelle prigioni israeliane.”

“Mi sono appoggiato a una parete. Avevo le costole rotte e la spalla destra, il pollice destro e un dito della mano sinistra feriti. Non sono riuscito a muovermi e a respirare (correttamente) per mezz’ora. Tutti intorno a me urlavano di dolore e alcuni prigionieri piangevano. Molti sanguinavano, era un incubo inesprimibile “.

Testimonianza di Sami Khalili, 41 anni, di Nablus prigioniero dal 2003, detenuto nella prigione del Negev (Ketziot)

Sono stato arrestato il 10 febbraio 2003 e condannato a 22 anni di prigione per ragioni di sicurezza. Il periodo di prigionia è terminato l’8 febbraio 2024. In quegli anni ho cambiato molte prigioni: Ashkelon (Shikma), Shata, Gilboa, Megiddo, Eshel, Ramon, Keidar, Hadarim e Negev (Ketziot). Ne ho viste di tutti i colori. Fino alla guerra[12] sono stato nella prigione del Negev, e le condizioni non erano male. Quando è scoppiata la guerra, sono stato trasferito il 15 ottobre 2023 con gli altri prigionieri in altre celle. E’ stato l’inizio del nostro calvario. Eravamo circa 1050 prigionieri appartenenti a Hamas o a Al Fatah. Sono stato trasferito in un’ala con altri 110 prigionieri. Quella mattina alle 6 abbiamo sentito i prigionieri in altre ali della prigione urlare come se li scannassero. Non era accaduto niente di simile finora. Chi stava nella nostra ala ha cominciato a piangere pensando a quello che ci poteva capitare. Alcuni sedevano in un angolo e piangevano. Sentivo le guardie che maledicevano i prigionieri, le loro madri e sorelle. Sentivo i prigionieri che supplicavano le guardie di smettere: Per amor di Dio, basta!

Sami Khalili

“Tre ore dopo sono arrivate le guardie per farci sgomberare. Sono arrivati rinforzi esterni …che hanno fatto irruzione perquisendo con le armi puntate. Ci hanno fatto uscire dalle celle e siamo stati picchiati, ci hanno portato via i nostri effetti personali, comprese le lettere di mia madre deceduta, documenti e articoli. In prigione io studiavo per un Master’s degree. Hanno gettato fuori tutto il cibo che avevamo, olio per friggere, olio d’oliva, spezie. Ci hanno obbligato a camminare curvi in avanti. All’inizio non capivo perché, poi ho capito che era una provocazione per avere la scusa di attaccarci se avessimo resistito.”

Il rapporto di B’Tselem denuncia che almeno 60 prigionieri sono morti in cella (presumibilmente dal 7 ottobre 2023). “Le testimonianze chiaramente indicano una politica istituzionale sistematica di continue torture e abusi di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri di Israele”, cito dal Rapporto. 

Nel mio archivio personale trovo un (mio) articolo scritto nel 2002, nel quale cito la frase riportata dal quotidiano ebraico Ha’aretz[13] del 25 gennaio del 2002 per la penna del suo corrispondente militare Amir Oren, che citava un ufficiale israeliano il quale sollecitava l’esercito ad “analizzare e a fare proprie le lezioni su come l’esercito tedesco combatté nel Ghetto di Varsavia”, riferendosi a un rastrellamento a Nablus.  E menzionavo il comportamento di alcuni soldati delle IDF, esercito israeliano, che secondo quanto riportava Amira Hass su Ha’aretz del 18 giugno 2002, sono “persino riusciti a defecare sulla fotocopiatrice” dentro gli uffici del Ministero della Cultura Palestinese di El Bireh. Già allora le IDF avevano dei problemi di galateo militare. Non riesco a immaginare a quale futuro guardino i volenterosi boia locali e i loro complici internazionali che appoggiano e incoraggiano la carneficina a Gaza e in Cisgiordania, e mirano a infiammare tutta l’area medio-orientale. Tanto peggio tanto meglio?

 

Tende a Gaza



[1][1] Ella Shohat, Cesura o ritorno? Un punto di vista Mizrachi sul discorso sionista. In AA.VV. Ebrei arabi: terzo incomodo? a cura di Susanna Sinigaglia, Zambon editore, 2013

[2] Breviario dell’Odio

[3] Per l’ebraismo si è ebrei solo se generati da madre ebrea, l’ebraismo da questo punto di vista è matrilineare.

[4] Ogni prigioniero/prigioniera era marchiato/a con un numero, e solo quel numero denotava la sua identità.

[5] Corsivo mio. Questo fatto è il nucleo fondamentale alla base del conflitto secolare, il tragico paradosso, l’oltraggio fatale. Ci sono stati intellettuali ebrei, come Judah Magnes, primo rettore dell’Università di Gerusalemme e anche Hanna Arendt in seguito, fautori di uno Stato unitario con cittadini con uguali diritti, ipotesi subito completamente archiviata.

[6] W. Khalidi, citato in Benny Morris, Vittime, Rizzoli, 2001, pag. 238.

[7] Edward Said. ”E’ ora di impegnarsi sull’altro fronte”, in Fine del Processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo, Feltrinelli, 2002.

[8] A questo proposito viene in mente che l’etimologia di “vedere” proviene direttamente dal sanscrito, radice sanscrita drs, da cui l’aggettivo darsana significa “che mostra, che insegna, che rivela”. Da cui i libri sacri indiani Veda. Il veggente è colui che vede ciò che gli altri non vedono. Vedere come capire.

[9] La guerra, pag. 64/65.

[10] https://www.972mag.com/israeli-soldiers-gaza-firing-regulations/

[11] https://www.ilpost.it/2024/08/06/btselem-rapporto-abusi-carceri-israeliane-palestinesi/

[12] Chiaramente si riferisce al 7 ottobre 2023

[13] Unico quotidiano sul quale possono scrivere i giornalisti che criticano Israele


lunedì 22 luglio 2024

APPRENDISTI STREGONI E INSURREZIONI (2): SIRIA

 

 

DEL BUON USO DELLE INSURREZIONI (2) SIRIA

Figurina del teatro delle ombre *
 

“Diana era stata colpita al midollo spinale, la pallottola aveva provocato una paralisi permanente. Giaceva allungata in un letto immobile, in preda al panico, come un coniglio abbagliato dai fari. Era un miracolo che il suo corpicino fragile non fosse esploso all’impatto del colpo. La bambina stava attraversando la strada per andare a comprarsi un dolce, uno sniper l’aveva colpita alla schiena. Ma che pensava di fare, buondio, puntando la sua arma su una bambina?”[1]

La scrittrice Samar Yazbek, siriana alawita, fa parte dell’opposizione al regime autoritario di Bashar al-Assad. All’inizio delle manifestazioni pacifiche di piazza del marzo 2011 si rifugia a Parigi con la figlia, ma presto sente il bisogno di partecipare al movimento che scuote finalmente il suo paese per esigere riforme democratiche. Ritorna quindi con falsi documenti, e ripetutamente, in Siria, vive lo sconvolgimento sociale e la repressione militare, la guerra civile vera e propria che nel giro di mesi dilaga ovunque, constatando l’abolizione di ogni limite alla crudeltà umana. Con la sua costanza e affidabilità apre, una dopo l’altra, le porte del nulla in un vortice progressivo di violenza;  con un coraggio formidabile si mimetizza, combatte, solidarizza, ma soprattutto cerca di capire quel presente come storia, capire dal di dentro come e perché le atrocità si installano nella quotidianità, come e perché “…una rivolta popolare pacifica contro un dittatore si è metamorfosata in ammutinamento armato contro i militari e lo Stato, finché gli islamisti si sono impadroniti della scena trasformando i siriani in marionette in una guerra per procura. Lo Stato Islamico, la fazione fondamentalista apparsa (in Siria) nell’aprile 2013, è oggi uno Stato e possiede di fatto una forza di occupazione”[2]. Ancora alla data odierna (luglio 2024) la Siria è un’entità statale fragile che non ha recuperato la sua integrità territoriale, il suo grande patrimonio storico-culturale è stato saccheggiato, il dittatore Bashar al-Assad si è imposto come sola alternativa all’estremismo islamista (che lui stesso ha spesso tatticamente favorito). Oggi la Siria sopravvive traballante con il traffico di captagon, una droga a base di anfetamina, usandola anche come leva per riuscire a farsi cooptare di nuovo nel club “del Golfo”[3]


Come è potuto accadere? I burattinai all’opera sono stati numerosi, Marc Eichinger li identifica sulla base di ricerche documentate, quindi torniamo al suo libro “Jeux de guerre”, la fonte principale della prima parte di questo scritto dedicata alla Libia (vedi: Del buon uso delle insurrezioni, 1). Giochi di guerra, come già accennato, iniziati dopo la liberatoria caduta del muro di Berlino, con la prima guerra del Golfo nel gennaio 1991[4]. Nei successivi 30 anni di muri ne sono sorti a bizzeffe, in Europa e altrove, il diritto internazionale è oggi calpestato con crescente alacrità. Marc Eichinger contribuisce a ricostruire il mosaico criminale di alleanze e connivenze anche intorno al disastro siriano.

Siria, primavera 2011. Le proteste anti-regime cominciano in Siria nel febbraio 2011 e non hanno gran seguito, ma scoppiano di nuovo a metà marzo, e sono forti soprattutto nella città meridionale di Dar’a, dove vengono represse duramente. Le manifestazioni si allargano ad altre città e al-Assad sembra pronto a concedere riforme democratiche. Ricordo di avere atteso con trepidazione il discorso che il presidente siriano fece, mi pare, in aprile: date le rivolte vittoriose già scoppiate in Tunisia e in Egitto, ero sicura che Assad, razionalmente, avrebbe accolto le principali richieste dei dimostranti e spento così un focolaio pericoloso per il suo potere. Nulla di tutto questo: una cecità inspiegabile mi parve, foriera della distruzione di un altro paese del disgraziato Medio Oriente dopo Iraq e Afghanistan (che è piuttosto Asia centrale). Infatti presto i burattinai sarebbero entrati in azione, assumendo le sembianze, ancora una volta, di un emiro del Qatar e di un servizievole filosofo francese, Bernard Henri Levy (BHL). Quest’ultimo si presta ad una missione come “inviato speciale” di S.E. il presidente francese Nicolas Sarkozy. Quanto segue sono estratti della minuta dei verbali dell’incontro con lo sceicco Hamad bin Jassem bin Jabr al Thani, presidente del Consiglio di Ministri e Ministro degli affari esteri del Qatar, nel settembre 2011.[5]

 

BHL: “Siamo fieri del nostro partenariato con voi. Siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi comuni in Libia[6]. La Francia non dimenticherà il ruolo essenziale giocato dal Qatar al fine di assicurare il rifornimento dell’Europa in energia per i decenni a venire, né il ruolo che (il Qatar) continua ad avere per sostenere le rivolte dei paesi in lotta per la libertà e la democrazia, e la costruzione di un nuovo Medio Oriente...”. (Il nuovo Medio Oriente, ma certo, il sogno democratico della gloriosa amministrazione Bush-figlio, da suscitare a forza di bombe e cannoni, sogno ereditato dalla lungimirante visione dell’esimio genitore[7]!)

S.E. lo sceicco Hamad: …Siamo d’accordo con l’opposizione che dopo il ritiro delle forze siriane dalle città e dai villaggi, gli organizzatori delle manifestazioni lancino appelli a scendere in piazza e a occupare gli spazi pubblici delle grandi città e altri centri a maggioranza sunnita. Assad reprimerà i manifestanti…e i funerali delle vittime serviranno da carburante per la rivoluzione e la violenza…la soluzione per annientare Assad é sostenere l’esercito libero[8] e i ribelli con le armi…e inviare loro dei rinforzi con combattenti e jihadisti stranieri sperimentati nella guerra di clan, e anche creare dei campi militari nei paesi confinanti, per esempio in Israele, per addestrare i militanti armati, formare i volontari, fornendo loro una appoggio logistico, come succede in Turchia, offrendo loro dei corridoi d’accesso in Siria in tutta sicurezza. L’opposizione siriana…non è ostile a Israele.”

BHL risponde precisando che: “…le forze francesi in Libia hanno completato l’addestramento di un gran numero di combattenti libici…(che) saranno presto inviati in Siria per sostenere l’esercito libero. Parlerò con il presidente Sarkozy della possibilità di fornire loro delle armi adatte e parlerò con i miei amici jihadisti in Cecenia affinché inviino dei combattenti sperimentati nella guerra dei clan. E’ importante coinvolgere Israele nel dossier siriano, parlerò con loro e ci coordineremo con voi a questo riguardo”.

S.E. lo sceicco Hamad: “E noi ci incaricheremo di fornire il sostegno finanziario richiesto”.

In questo incontro del settembre 2011 emergono già le principali pedine impiegate per creare il caos siriano: il jihadismo sunnita in chiave anti-sciita e anti regime che fagocita l’esercito siriano libero, l’addestramento militare, la retrovia di Israele, i soldi del Qatar, l’ombra protettrice e affaristica della Francia, l’apporto logistico decisivo della Turchia. Ne mancano altri che vedremo, non sorprendenti ma singolari.

Il successore del Presidente francese Sarkozy è nel 2012 François Hollande, che muore dal desiderio di liquidare Bachar al-Assad e compiacere il generoso emiro del Qatar. In un discorso di fuoco davanti a un centinaio di rappresentanti di altrettanti paesi afferma che “non si può che convenire che questa crisi (siriana) sia diventata una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”[9]. Perfetta coincidenza con ciò che afferma un rapporto della Defence Intelligence Agency (DIA) statunitense.

DIA, dispaccio del 12 agosto 2012: “Gli avvenimenti prendono chiaramente una direzione settaria. I salafisti, i Fratelli Musulmani, al Qaida sono le principali forze che conducono l’insurrezione in Siria[10]. E prosegue: “L’Occidente, i Paesi del Golfo, la Turchia appoggiano l’insurrezione, mentre la Russia. la Cina e l’Iran appoggiano il regime”. La DIA conclude lapidariamente: “…la situazione crea un’atmosfera ideale per Al Qaida…essendo l’obiettivo quello di unificare il Jihad iracheno-siriano contro gli sciiti”. (ibid.). Per questo bel risultato l’emiro del Qatar ha versato a BHL 40 milioni di ryals qataris,10 milioni di euro]. Ma Al Qaida è nemico acerrimo degli Stati Uniti… Ne siamo sicuri?

Il signor Jacob Jeremiah Sullivan, National Security Advisor (consigliere per la sicurezza nazionale) dell’allora vice-presidente J. Biden, lavora anche per Hillary Clinton, che è agli Affari Esteri. Il 12 febbraio 2012 invia alla sua “padrona” questo sorprendente email dal suo account ufficiale: “Vedi l’ultimo punto – AQ (Al Qaida) è dalla nostra parte in Siria[12]. Altrimenti, le cose si sono svolte secondo le previsioni”. Quale era questo “ultimo punto”? Un dispaccio dell’agenzia Reuters: “Il capo di Al Qaida, Al Zawahiri, ha rivolto un appello ai musulmani della Turchia e del Medio Oriente ad aiutare le forze ribelli nella loro lotta contro i partigiani del presidente siriano…”[13]. Evviva, Osama è vivo e lotta insieme a noi!

La Turchia garantisce il transito indisturbato di migliaia di aspiranti jihadisti/combattenti stranieri attraverso la sua frontiera, ma non si limita certo a questo. 


La società turca Delta Petrol di Mehmet Habbab, un abile uomo d’affari libanese con passaporto turco, possiede una solida struttura di stoccaggio di prodotti petroliferi a Dõrtyol, porto della Turchia meridionale, terminal di un oleodotto che proviene da Kirkuk, Kurdistan Iracheno. La società francese d’investimento Rubis acquista nel luglio 2011 il 50% di Delta Petrol, che diviene Delta Rubis Petrol. Il governo kurdo, in mano di fatto a due famiglie-clan, Barzani e Talabani, dirottano a loro personale vantaggio il petrolio kurdo, ufficialmente di proprietà del governo di Bagdad, e lo esportano illegalmente attraverso la Turchia utilizzando una società di trasporti, Powertrans, che ha l’esclusiva ed appartiene, guarda caso, al genero del signor Recep Erdogan. Così, quando lo Stato Islamico si impadronisce dei campi petroliferi kurdo/iracheni, il gioco è fatto! Il petrolio di ISIS/Daesh viene caricato su centinaia di camion-cisterna e avviato verso Dôrtyol, dove viene poi spedito urbi et orbi a prezzi stracciati. Rubis alias Delta Petrol costruisce una gettata di ben 2,4 km di acciaio e cemento a partire dal luglio 2012 al fine evidente di favorire quantità crescenti di esportazioni petrolifere. Anche il terminal del porto turco di Ceyan ha un forte aumento di attività. Nel 2013 Daesh diventa il 43° “paese” produttore di petrolio![14] I clan Barzani e Talabani, rispettivamente nord e sud Kurdistan, diventano miliardari, Daesh incassa almeno 3 milioni di dollari al giorno, calcolo effettuato dai russi che contano 395 camion cisterna in attesa di scaricare il petrolio sui tankers sulla lunga gettata del porto.  La sorveglianza dei droni americani è triplicata, tutti sanno ciò che accade. Nel 2014 Joe Biden, vicepresidente di Obama, dichiara alla Harvard Kennedy School che i nostri/loro alleati arabi erano determinati ad abbattere il regime di al Assad e hanno concesso centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a chi voleva combatterlo. Gli alleati in questione sono il Qatar, la Turchia, gli UAE, l’Arabia Saudita.[15] Il petrolio dello Stato Islamico arriva ai porti di Askelon e Haifa[16] in Israele, in Italia probabilmente alla Saras[17]. In un articolo contraddistinto da una roboante scritta: ESCLUSIVO, l’agenzia Reuters pubblica il 15 maggio 2014 delle informazioni verificate ed esclusive: “Israele e gli Stati Uniti importano il petrolio “illegale” del Kurdistan iracheno”.[18] Cioè, il petrolio di Daesh. Non basta.

Il 21 agosto 2013 un mortale attacco con gas sarin viene scatenato su un sobborgo di Damasco, Ghouta, controllato dalle opposizioni al regime siriano, provocando un numero altissimo di morti. Immediatamente la responsabilità viene attribuita a Bashar al-Assad, che detiene un arsenale di armi chimiche, il cui uso è (ufficialmente) proibito da trattati internazionali. Il Presidente USA Obama aveva dichiarato ai quattro venti che l’uso di armi chimiche avrebbe costituito una “linea rossa” che il regime siriano non avrebbe mai dovuto oltrepassare, pena l’intervento (bombardamento) degli Stati Uniti. Ci si stupì quando il preconizzato intervento non si concretizzò, Obama non fece nulla, o meglio bloccò l’intervento già pronto meno di due giorni prima dell’inizio. Perché? Perché fortunatamente i servizi segreti britannici erano riusciti ad avere un campione del gas utilizzato nell’attacco e lo avevano confrontato con il tipo di prodotto che si conosceva in possesso del regime siriano: il campione era diverso. Emerse che il Fronte islamista Al-Nursa, uno dei pilastri del fronte dei ribelli, possedeva armi chimiche. L’inchiesta dettagliata portava la firma di un eroe del giornalismo investigativo degli Stati Uniti, Seymour M. Hersh[19]. In italiano ho trovato questo riferimento[20]. Salvataggio in corner di un attacco che avrebbe dato ulteriore fuoco alle polveri.

Il 29 settembre 2015, poco prima del terribile attentato del 13 novembre al Bataclan di Parigi, l’ex Primo ministro francese Alain Juppé è invitato alla Scuola militare di Parigi dall’ IHEDN[21]e nel suo discorso afferma: “Non mi stupirei se, nel serbatoio delle vostre automobili, ci fosse il petrolio proveniente dai pozzi petroliferi di Daesh.”[22]  E “I ministri degli Esteri inglese e francese hanno fatto di tutto per far sì che il Consiglio degli Affari Esteri della UE adottasse due decisioni di rilievo a favore degli islamisti”[23]. La prima, del 22 aprile 2013 n. 186 toglie l’embargo sul petrolio siriano per aiutare le forze rivoluzionarie ad avere fondi, e la seconda, del 27 maggio dello stesso anno n. 3241, toglie l’embargo sulle armi.

Senza il terminal di Rubis che permetteva di esportare il petrolio Daesh non avrebbe potuto finanziare il suo Califfato, scrive Marc Eichinger, né gli attentati di quegli anni, si può aggiungere, senza la tela di ragno intessuta dai tanti ragni criminali summenzionati neppure, concludiamo noi, e il tiranno siriano forse non sarebbe ancora al potere. L’autore del libro-inchiesta afferma che tutti i documenti menzionati fanno parte di una procedura giudiziaria in corso. Aspettiamo l’esito.

 * Tutte le foto sono di burattini e marionette in mostra la primavera scorsa (2024) a Reggio Emilia, Mostra: Marionette e avanguardia, salvo il funambolo.


[1] Samar Yazbek, Les Portes du néant, 2015, trad. Ed. Stock, 2016, pag. 23 (Le porte del nulla).

"Diana avait été touchée à la moelle épinière, la balle avait engendré une paralysie permanente. Elle était allongée dans le lit, figée, paniquée, comme un lapin pris dans la lumière des phares. C’était un miracle que son petit corps fragile n’ait pas explosé sous l’impact. La fillette traversait la rue, un matin, pour aller s’acheter un gâteau, un sniper lui avait tiré dans le dos. Mais à quoi pouvait-il penser, bon sang, en pointant son arme sur l’enfant ?"

[2] Ibid, pag. 283. Samar Yazbek scrive nel 2014, al culmine dell’espansione dello Stato islamico, ben prima della caduta di Mosul e della sconfitta dell’ISIS in quanto entità territoriale.

[3] Al Jazeera, 9 luglio 2024.

[4] https://www.monde-diplomatique.fr/1991/01/KLARE/43225

[5] Jeux de Guerre, pag. 63/ 67

[6] Il corsivo è mio, anche nelle battute che seguono

[7] https://carnegie-production-assets.s3.amazonaws.com/static/files/new_middle_east_final1.pdf

[8] Esercito libero siriano, ASL acronimo francese

[9] Jeux de Guerre, pag. 74

[10] N. documento 14 L 0552/DIA/289/ 12 agosto 2012, pag. 75/77

[11] Ibid., pag 77/78

[12] Corsivo mio

[13] Ibid., pag 80

[14] Ibid., pag. 160

[15] Ibid., pag. 126

[16] Ibid., pag 139

[17] Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2020

[18] Jeux de Guerre, pag. 138

[19] https://www.lrb.co.uk/the-paper/v36/n08/seymour-m.-hersh/the-red-line-and-the-rat-line

[20] https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Siria-furono-i-ribelli-ad-usare-il-gas-per-convincere-gli-Usa-ad-attaccare-2518df17-898d-4f14-96f3-d7e01057c74c.html

[21] Istituto di studi superiori della Difesa Nazionale

[22] Ibid., pag 140

[23] Ibid.,pag. 144