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giovedì 6 aprile 2017

KONTAN WÉ ZOT: APPUNTI DI VIAGGIO TRA MARTINICA E GUADALUPA





 Carnevale a Point-à-Pitre, Guadalupa

Kontan wé zot: contenti di vedervi, equivale a "benvenuti" in creolo. Se si sfogliano i materiali informativi forniti da qualunque agenzia di viaggi sembra che “Martinica e Guadalupa” equivalgano a spiagge assolate fornite di palme adeguatamente curve e intingoli piccanti innaffiati di rhum, non a esperienza culturale.


Indubbiamente appena arrivati si rimane incantati dalle bellezze naturali, ancora non (troppo) intaccate dalla speculazione immobiliare favorita dalla domanda crescente da parte di nutriti contingenti di pensionati e di professionisti stressati. Turisti soprattutto francesi, che giocano in casa. Infatti chi ha seguito le vicende recenti della protesta scoppiata nella Guaiana francese (Caienna) avrà presente che i cosiddetti DOM-TOM - domini e territori dell’oltremare di cui sia la Guaiana che le Piccole Antille, Martinica e Guadalupa comprese, fanno parte - sono Dipartimenti francesi, parte integrante dell’Esagono da ogni punto di vista, amministrativo, militare e politico. Sono ex-colonie incorporate nella metropoli, realtà sociali ambivalenti, ibride, che si fatica a definire. Sono un’altra sfaccettatura della realtà poliedrica della cosiddetta “post-colonia” teorizzata da Achille Mbembe[2] per l’Africa già negli anni ‘90, concetto valido anche per le Antille poiché il sostrato storico della schiavitù è comune.


Ho viaggiato sei settimane in Martinica e Guadalupa – in Guadalupa solo una settimana – ma mi è bastato per intravvedere un mondo culturale a sé, meticcio eppure ancora marchiato dall’eredità di un passato dicotomico di padroni e di schiavi, un miscuglio inedito di Africa e di Sudamerica che prende corpo nelle facce della gente, nella lingua creola, nelle sgargianti stoffe “Madras”, nei tamburi del Carnevale come negli scorci della selva che ricordano la foresta dell’Angola e nella produzione letteraria dei numerosi intellettuali (ben due premi Nobel[3] per la poesia). Su tutto aleggia la memoria della schiavitù che si prolunga nella persistenza a tutt’oggi di dinamiche di potere ereditate dagli antichi planteurs, i cui discendenti, i cosiddetti békés[4], hanno ancora in mano le redini dell’economia e della finanza: la Francia detta metropolitana è lontana e vicina. E “Planteur” si chiama uno dei cocktail più rinomati e diffusi in Martinica.



Salgo sull’autobus il mattino per andare a nuotare: alloggio a due passi da una magnifica spiaggia, a Le Diamant, ma l’oceano e il vento consigliano a chi non sia un aficionado del surf di non avventurarsi tra le onde e quindi opto per un’ora di trasporto pubblico verso una spiaggia dalle acque tranquille. In alto sopra l’abitacolo dell’autista c’è il riquadro elettronico con data e ora. Noto con sorpresa che sono le 15.00 passate: ohibò. Sono le dieci di mattina! Già, ma in Francia sono le tre. Tutti gli autobus recano l’imprinting della metropoli! Non credo sia difficile cambiare l’ora, perché non lo si fa? La sorpresa di questa dislocazione oraria è stata la prima avvisaglia di uno stato di cose in qualche modo anomalo, ambiguo, un ossimoro temporale che riflette un ossimoro culturale…esistenziale? L’unghia del dominio che perdura, lunga ottomila chilometri.
E’ Claudine, una signora creola[5] che ha lavorato in Francia a lungo ed ora vive con il marito in una bellissima villa a picco sul mare, che mi parla per prima dei békés. Stiamo facendo una passeggiata nei pressi di Grand Rivière, villaggio dell’estremo nord dell’isola affacciato sull’oceano, un tripudio di fiori che sembrano sculture di porcellana e foreste, terra di manguste, pellicani e colibrì. Il sentiero passa attraverso una residenza in stile coloniale abbinata a una grande piantagione di canna da zucchero dove è in corso la raccolta: più avanti, sul lato opposto del sentiero, un camion sale col cassone vuoto e scende stracarico. Claudine mi indica i padroni della tenuta che ci salutano da lontano, appunto dei békés, abbreviazione di bianchi creoli.
E come si fa a non evocare il concetto di post-colonia a proposito della Martinica quando si apprende che sono loro, i békés, l’1% della popolazione, che ancora detengono il 30 % delle imprese di più di 20 dipendenti, il 52% delle terre agricole, il 40% della grande distribuzione e il 90% dell’industria agro-alimentare[6] dell’isola. 


 Rovine di una antica hacienda che produceva cacao vicino a Grand Rivière

Visitando il Museo della Pagérie, la dimora signorile dove nacque e visse fino a 16 anni la più celebre béké della Martinica, colei che dal 1804 al 1809 fu “l’Imperatrice dei Francesi”, Joséphine de Beauharnais, prima moglie di Napoleone, la guida ci dice che ancora oggi un béké che sposa una donna creola viene cacciato via dal suo gruppo di appartenenza: l’esogamia viene vissuta come un “tradimento”. Nel giardino del museo mi fermo davanti a un pilastro annerito alto un po’ più di un metro, di pietra grezza: che cos’è? Semplicemente uno delle migliaia di pilastri simili a questo che i coloni disseminavano nella foresta e nella savana tutt’intorno alle loro proprietà per rallentare e impedire la fuga degli schiavi, che nella notte non potevano scorgere questi ostacoli e vi sbattevano contro, ferendosi.


I fuggiaschi che riuscivano nella loro impresa, i “marrons”, si rifugiavano sulle “mornes”, le selvagge e ripide colline difese dalla fitta vegetazione e davano vita a minuscole colonie basate su economie di sussistenza. Ci sono tuttora molti toponimi con questo vocabolo creolo: Morne Rouge, Morne Vert, Gros Morne, ecc. Mi viene in mente la “morna” la malinconica musica creola di Capo Verde resa celebre da Cesària Evora: che ci sia un legame semantico tra i due lessemi? Ascoltate “Sodade”[7], che sta per “saudade”, cioè nostalgia, in portoghese.

Le memoria della schiavitù pesa come un macigno in Martinica e Guadalupa, anche se la bellezza dei luoghi, la lucentezza del mare e del cielo, il verde splendente che ti circonda quasi ovunque tendono a fartelo dimenticare; è un passato infame da cui è nata una popolazione meticcia la cui gentilezza, disponibilità, apertura all’altro non cessano di stupirmi. La facilità con la quale si intavola conversazione per strada, la prontezza nel venirti incontro se hai difficoltà, darti indicazioni e un passaggio in auto, farti la telefonata locale che tu non puoi fare senza roaming o wi-fi, sono straordinarie e ti fanno innamorare di queste isole al di là del loro pregio naturalistico e culturale.
A ricordartela, la schiavitù, non ci sono soltanto le riproduzioni delle sagome delle navi negriere o le pesantissime catene e gli anelli di ferro conservati nelle capanne della Savane des Esclaves, riproduzione di un villaggio tradizionale di schiavi fuggiaschi o emancipati dopo il 1848, ricreato su una di queste “mornes” vicino al borgo di Trois Ilêts dal lavoro indefesso di un solo uomo, Gilbert Larose, che ha disboscato a forza di braccia due ettari di foresta per farne uno dei luoghi più visitati della Martinica. Lo status attuale dei DOM-TOM, nei giorni in cui scrivo messo pesantemente in discussione dalla rivolta in Guaiana, territorio particolarmente difficile dove il turismo non arriva a fare da ammortizzatore di tensioni e rivendicazioni di tipo economico e sociale, è di per sé ambiguo e fatalmente inestricabile dal retaggio coloniale. Mi colpisce che la mia padrona di casa, parlando delle sue visite in Francia, non dica semplicemente: “Je vais à Paris” ma “Je vais à la métropole”. Se la Francia è ancora la metropoli, le Antille sono la periferia? E ancora: il calendario scolastico locale è identico a quello francese, quindi inizio delle lezioni a settembre e termine delle stesse a giugno, quando settembre e ottobre sono non solo mesi caldissimi ma anche stagione di piogge torrenziali e cicloni. Perché non adottare un calendario più adatto al clima locale?

Passeggiando nel parco de La Savane a Fort de France (Martinica) non c’è solo la statua decapitata di Joséphine de Beauharnais a significare un rapporto tormentato con il passato, ma anche la targa che ricorda le vittime della rivolta del 1959. Nella capitale della Guadalupa, a Point-à-Pitre, un drammatico murale vicino alla darsena commemora le vittime (numero tuttora imprecisato) dell’insurrezione del giugno 1967. Sono varie le rivolte che hanno punteggiato il periodo post-1946, anno nel quale Martinica, Guadalupa, Guaiana e Réunion[8] acquistano lo status di dipartimenti francesi. Da notare che il Rapporto della Commissione Stora, istituita per indagare su queste rivolte ma anche sull’incidente aereo del 1962 in Guadalupa che costò la vita a più di cento persone è stato reso…nel novembre del 2016, pochi mesi fa![9] Il sigillo del segreto di Stato sulle conclusioni del Rapporto ufficiale sull’incidente aereo è stato levato nel 2012.




Non c’è soltanto la natura favolosamente bella a distogliere il pensiero da queste considerazioni inquietanti: c’è anche il Carnevale, che è vissuto nelle Antille come la migliore occasione per esprimere tutta la vitalità, la sensualità e l’amore per la danza e la musica di cui la popolazione è capace. Le gioiose parate di uomini e donne, maschere e tamburi, ti avvolgono in spire esaltanti e contagiose scoppiettanti di gioia di vivere. In Guadalupa per qualche giorno si è fermato tutto: chiusi molti negozi, non funzionavano gli autobus (il che è un problema per chi come me viaggia a piedi). Ma con l’autostop ho evitato il rischio di perdermi la parata: un gentilissimo proprietario di Toyota non solo mi ha accompagnato a Point-à-Pitre fino alla strada sbarrata per l’arrivo del corteo, ma mi ha dato appuntamento per riaccompagnarmi a casa dopo due ore. La mattina, un’infermiera mi aveva aiutato a trovare un negozio aperto egualmente accompagnandomi con la sua automobile. Mi chiedo se mi sarebbe capitato in Italia.

“E’ un corpo senza testa, la nostra storia, a somiglianza della statua di Joséphine I.O.F. (Imperatrice dei francesi e non, da notare, della Francia) che degli intrepidi in cerca di storia e che a buon diritto avevano del rancore verso la Storia hanno decapitato in uno di questi viali della Savane di Fort de France…” dice Edouard Glissant nella prima pagina di uno dei suoi romanzi[10]. E Martin Bernal, autore dell’Atene Nera che nel 1987 fece infuriare tanti grecisti ortodossi e fu accusato di essere “anti-europeo”, ribadisce: “Il mio nemico non è l’Europa, ma la purezza, l’idea che la purezza possa esistere o che, se mai esiste, è in qualche modo più creativa, dal punto di vista culturale, delle mescolanze. Credo che la cultura greca sia così affascinante proprio perché è fatta di mescolanze[11]”. 

Parafrasandolo, si può dire che la cultura e l’atmosfera delle Antille è così attraente e coinvolgente a causa del suo essere meticcia.

 






[1] Achille Mbembe. De la postcolonie. Essai sur l’imagination politique dans l’Afrique contemporaine. Karthala, 2000.

[2] Saint-John Perse (nato in Guadalupa) e Derek Walcott (nato a Santa Lucia). Ma anche Frantz Fanon, il grande psichiatra rivoluzionario che scrisse un libro epocale come “I dannati della terra” è nativo della Martinica, come il poeta e leader politico Aimé Césaire.

[3] Blancs créoles. Si veda : « Les derniers maîtres de la Martinique »


[4] Quando si dice «creola» si implica «di colore».

[5] Martin Bolzinger, réportage Les derniers Maîtres de la Martinique, diffuso da Canal+ il 6 febbraio 2009 (https://www.youtube.com/watch?v=4N0OS2f4xVg)

[6] https://www.youtube.com/watch?v=dk1rRaZWLvs

[7] Situata però nell’Oceano Indiano.

[8] http://la1ere.francetvinfo.fr/commission-stora-evenements-1959-martinique-1962-guadeloupe-guyane-1967-guadeloupe-remis-son-rapport-419137.html

[9] Edouard Glissant. Tout-Monde. Gallimard, 1993.


[10] Martin Bernal, ‘Black Athena’ Scholar, Dies at 76, Paul Vitello, New York Times (http://www.nytimes.com/2013/06/23/arts/martin-bernal-black-athena-scholar-dies-at-76.html)



venerdì 3 febbraio 2017

LA PAROLA RAZZA



METAMORFOSI DELLA PAROLA RAZZA: DALLE STELLE ALLE STALLE

 Cavallo arabo
 
Che razza di mascalzone! Razza padrona. Razze di cavalli da sella. Scrittore di razza. Uso figurato e non, locuzioni correnti, innocue, spregiative o elogiative, sulle quali credo che l’Accademia della Crusca non avrebbe nulla da obiettare. Ma quando si tratta di “razza” abbiamo a che fare con una parola speciale, carica di storia, una parola che ha provocato stragi immani e che continua ad uccidere. Rispunta più caparbiamente che mai nell’Europa contemporanea come sostrato sul quale germogliano locuzioni apparentemente più pudiche che istigano comportamenti criminali. Al di là dell’Atlantico non si è mai smesso di usare il termine “race” nel mondo accademico: i “racial studies” costituiscono un filone ufficiale in molte facoltà umanistiche. Ma lasciamo da parte Stati Uniti, Brasile o altri stati americani, perché costituiscono un capitolo a parte.

Quello che stupisce è la vitalità di un concetto la cui inconsistenza scientifica e la cui fallacia è stata dimostrata sulla base di rigorose ricerche già negli anni ’40 del 900, proprio quando in Europa imperversavano il nazismo e le leggi razziali fasciste. Per rendersene conto basta leggere il bel libro di M.F. Ashley Montagu (a fianco a sinistra) La Razza: Analisi di un Mito, la cui prima edizione apparve negli Stati Uniti nel 1942 (data della prefazione), tradotto in Italia per i tipi di Einaudi nel 1966, nel quale lo scienziato demolisce la attendibilità del concetto “razza” sotto ogni punto di vista. Più recentemente, con lo sviluppo degli studi di genetica ed epigenetica e in particolare sulla base del lavoro del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza e della sua équipe di scienziati, risulta anche più chiaro che le razze umane semplicemente non esistono: tra l’altro, …“vi è una grande eterogeneità tra gli individui qualunque sia la popolazione di origine”[1] e paradossalmente la variazione intra-gruppi, siano questi ultimi città, villaggi o regioni, addirittura continenti, è maggiore della variazione inter-gruppi, riferita alle stesse entità (Cavalli Sforza, ibid., pag. 33).
Eppure il razzismo – questa ameba dai tratti cangianti inscindibile dal concetto di razza - uccide ancora, anche in Italia. Parafrasando il titolo di un libro di un altro famoso linguista e filosofo del linguaggio, John Austin, si potrebbe dire che è un esempio lampante di come si possa uccidere con le parole[2]. Per menzionare un fatto recente di cronaca nera italiana, spia eloquente di un atteggiamento diffuso e banalizzato, si pensi all’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo l’estate scorsa, avvenuto in seguito ad un commento ingiurioso nei confronti della moglie della vittima (qui sotto, Emmanuel con la moglie). E il rifiuto da parte di tanti comuni italiani di accogliere migranti non è solo motivato dalla povertà in aumento e dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma anche da pregiudizi e stereotipi che se non razzisti possiamo definire legati a paure irrazionali di contaminazione culturale. Infatti il concetto di “razza” è associato a tutta una gamma di altre entità cognitive, a un vasto campo semantico che sarebbe indispensabile esplorare più da vicino per scoprirne le ramificazioni attraverso la storia, a partire dalla sua etimologia, che rivela un’origine insospettabile.
Il grande linguista e critico letterario austriaco Leo Spitzer (qui sotto a destra), in un saggio scritto tra il 1933 e il 1941, ricostruisce l’etimologia di “razza” e le trasformazioni subite dal termine e dai termini linguisticamente attigui legati all’etimo originario. Contestando ipotesi precedenti[3], dimostra “con argomenti fonetici e semantici”, che il latino ratio in forma dotta sta alla base delle nostre espressioni moderne per razza, “cioè, più specificamente, alla base dell’italiano razza, che le altre lingue, a quanto pare, avrebbero preso in prestito”. Il punto di partenza è un passo di Cicerone citato dal Georges: “dissuerunt de generibus et rationum civitatum,….[4]ove dissuerunt sta per “discussero” e rationum (genitivo plurale di ratio) è interpretato dal Georges come: “relazione, proprietà, natura, modo e maniera, disposizione”. Origine stupefacente di una parola che, negli anni in cui Spitzer scriveva il saggio, designava una realtà biologica, quasi zoologica, inchiodata ad una essenzialità immutabile attraverso le generazioni. Lo studioso sottolinea il suo “piacere pieno di malizia” nel presentare alla Germania l’origine altamente spirituale di un termine all’epoca usato in contrapposizione a “spirito”.

Quindi ciò che oggi è una parola basata su una fallacia cognitiva clamorosa, sul naufragio della ragione, scaturisce dal latino ratio, che in italiano accostiamo spontaneamente a “ragione”. Ma come è stata possibile tale deriva?
Dall’epoca ciceroniana si sviluppa una specie di epopea del termine che è un viaggio attraverso due millenni di storia religiosa e sociale. Religiosa perché Spitzer rintraccia l’uso di rationes in Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica: rationes sta per “tipi” e sviluppa il concetto platonico delle idee preesistenti alle cose. Dio “in quanto è la Idea dell’universo, contiene in sé tutte le idee delle cose” (ibid., p. 231). Quindi rationes rende il concetto di “idea” e si evolve fino a significare tutti i “tipi” delle cose che esistono riassunti nel contenitore divino. Puro platonismo. Di fatto Tommaso non fa che riecheggiare S. Agostino, secondo il quale tutte le rationes rerum, tutti i tipi di esseri/cose, sono contenute nella mente divina. La traduzione francese della Summa Theologica (Lachat, 1880) interpreta rationes rerum come “leurs types immuables et permanents”. In particolare, Lachat più avanti traduce rationes come “natures particulières”, ove chiaramente affiora la vicinanza semantica al significato novecentesco della parola razza. Ma addirittura il Lachat si dilunga sul concetto di rationes rerum accostandolo attraverso il senso già assodato di “idea platonica” al logos greco, e al nous, cioè il pensiero puro, spirito e verbo: “Queste parole significano ciò attraverso cui l’intelligenza ragiona (funziona) o parla a se stessa” (Lachat, citato a p. 234, trad. mia). Non manca Aristotele: in un testo francese come la traduzione di Oresme (sec. XIV) dell’Etica di Aristotele (troviamo) “raisons et espèces” collegate, a testimonianza della deriva semantica di “ratio” verso “species”, quindi anche razze nel senso zootecnico.

E’ chiaro  che, se rationes può assumere il significato di “tipi”, il passaggio a “razze” è presto fatto. Ma ci sono ancora secoli tra queste elucubrazioni dei Padri della Chiesa e l’oggi. E’ interessante notare un uso in inglese della parola “race”, chiaramente coniata su “razza” come il “race” francese, “raça” portoghese e “raza” spagnolo[5], in un contesto alquanto inconsueto; il dottor Johnson, scrittore e dotto inglese del ‘700, scrive nel 1783: “I hope (her disease) is not of the cephalic race”, cioè, traduce Spitzer: “Spero che la sua malattia non sia di razza cefalica”.
Il significato spregiativo di “razza” è rintracciato da Spitzer nei testi biblici: egli cita il Vangelo di Matteo nel quale Giovanni Battista chiama i Farisei “progenie di vipere”, che le traduzioni francesi rendono con “race de vipères”. Ed effettivamente, rincara il linguista, l’insulto “espèce d’idiot!” è assai più forte di” idiot!”: “specie di” accenna “ad una sfumatura animalesca”.
L’ultimo tassello per arrivare alle teorie razziste del Terzo Reich e al loro attuale nefasto risorgere in Europa si trova nel positivismo evoluzionista del Taine, che sotto l’influenza di Darwin applica “il concetto di razze animali allo svolgimento della storia umana” (ibid. pag. 238). E così L. F. Clauss (1935) può candidamente asserire nel periodico Rasse che la razza è una “legge di struttura ereditaria che agisce in qualsiasi proprietà possa l’individuo mai possedere e le conferisce uno stile (sic!)” e E. Glässer (1939) afferma a sua volta:” Il fondamento biologico del concetto di razza implica che la razza mantenga nel suo evolversi le proprie qualità specifiche”. Siamo agli antipodi della moderna scienza genetica che mostra come il gradiente di differenziazione genica inter e intra gruppi anche ristretti sia difficile da determinare e funzione di molte variabil,i tra le quali la distanza geografica, l’influenza dell’ambiente esterno e le mutazioni casuali. A proposito della classificazione dei gruppi umani il Cavalli Sforza conclude: “Mi sembra più saggio rinunciare a una classificazione impossibile o totalmente arbitraria” (op.cit. p. 58). Meglio allora parlare solo di razze bovine o equine. Appunto, dalle stelle platoniche e tomistiche, dalla mente divina, alle stalle degli allevatori.

Accennavo prima alla vastità di un campo semantico nel quale il termine “razza” può collocarsi al centro, dal quale si dipanano concetti diversi ma con un certo grado di affinità con esso e che egualmente servono bene lo scopo di discriminare, classificare e gerarchizzare secondo scale di valori arbitrarie gruppi umani e individui ad essi appartenenti. Pensiamo a termini come etnia, cultura, civiltà, e alla famosa quanto fumosa “guerra di civiltà” di Huntington, al persistente sentimento di superiorità più o meno confessato nei confronti di persone “di colore”. Negli anni ’90 si è cominciato a discettare di “etnie” anche per quanto riguardava l’Italia, attribuendo al termine una realtà statica, biologica e non di costume, immune alle aleatorietà dei percorsi storici, degli incontri di popolazioni e fluttuazioni migratorie, delle idiosincrasie individuali o di gruppo. Le velleità secessioniste della Lega Nord italiana si reggevano su fantasiose ricostruzioni di ascendenze celtiche delle popolazioni del Nord-est. Tanto più ridicola la pretesa se si conosce la storia della nostra penisola, terreno di innumerevoli invasioni, occupazioni e scorrerie dei popoli più diversi da millenni. 
 La costruzione truffaldina di fantomatiche “etnie” ha rivelato soprattutto in Africa la sua venefica potenzialità assassina. Il caso del Burundi è una illustrazione di scuola delle conseguenze nefaste delle etichette inventate e apposte ad arte dal colonizzatore per dividere la popolazione colonizzata e meglio imporre il proprio dominio. Nel Burundi precoloniale le due “etnie” oggi presentate come in perpetua contrapposizione non esistevano: la popolazione constava di quattro categorie sociali: Bahutu, Batutsi, Baganwa e Batwa, che obbedivano a un unico mwami (re), immerse in una cultura omogenea e parlanti una stessa lingua[6]. Il colonialismo belga cominciò a favoleggiare di ascendenze Egiziane e Etiopi dei Batutsi, in generale alti e slanciati, dai lineamenti più fini, mentre la maggioranza dei Bahutu aveva caratteristiche fisiche più rispondenti all’idea classica dell’africano Bantu: erano tarchiati e dai lineamenti marcati, labbra spesse, naso schiacciato, statura più bassa. A delle caratteristiche fisiche si apposero poi doti morali o al contrario difetti: i Batutsi furono esaltati come più intelligenti, affidabili e seri, e furono privilegiati nella scolarizzazione e negli impieghi statali, mentre i Bahutu venivano designati come pigri, sfuggenti, incostanti, per cui furono relegati nei bassi ranghi sociali. I Batwa (pigmei) erano dipinti come nati per servire, come classe sottomessa da sempre, dei paria. I Baganwa, originariamente una aristocrazia dinastica e principi di sangue, furono assimilati ai Batutsi. 


In pochi decenni il colonialismo belga riuscì a creare una fasulla cristallizzazione etnica e a porre così le premesse delle sanguinose guerre civili che scoppiarono appena poco dopo l’indipendenza (nel 1965 e nel 1972) le cui conseguenze sono ancora vive oggigiorno. Il Rwanda non ebbe sorte migliore anche se le proporzioni delle due “etnie” principali erano rovesciate, e l’odio che scaturì dalla rivalità etnica sfociò nel genocidio del 1994.
Di ogni discriminazione, di ogni classificazione, di ogni etichetta che prescinda dall’individuo in carne ed ossa nella sua unicità si può dire ciò che Max Müller, citato da Spitzer, diceva nel 1888:” Per me, un etnologo che parli di razza ariana, di sangue ariano, di occhi e capelli ariani, è un criminale non meno grande di un linguista che parli di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala” (Spitzer, ibid., pag. 325). Forse nelle scuole, alla televisione, nei giornali e riviste i governi di questa Europa sempre più minata alle fondamenta dovrebbero insistere molto di più sulle implicazioni di questo passato che protende la sua ombra cupa sul presente, e astenersi dallo stringere patti col diavolo per tentare di arginare un’ondata migratoria impossibile da fermare: la storia non si blocca ma può deflagrare.







[1] Luigi Luca Cavalli Sforza. Geni, Popoli e Lingue. Adelphi, 1996.
[2] John L. Austin. How to do things with words. 1962.
[3] Salvioni e Meyer-Lübke.
[4] Leo Spitzer. Critica stilistica e semantica storica. Laterza, 1966, p.230.
[5] Il tedesco ha invece, oltre a “Rasse”,” Art”, usato nei composti artfremd= estraneo alla razza, arthaft= consentaneo alla razza, arteigen= proprio alla razza, ecc. Si noti: die Arten der Tieren= le specie di animali, ove il connotato zoologico emerge in pieno (esempi tratti da L. Spitzer, op.cit.).
[6]Joseph Gahama e Augustin Myuyekure. » Jeu ethnique, idéologie missionaire et politique coloniale. Le cas du Burundi », in J.P. Chrétien et G. Prunier. Les ethnies ont une histoire. Karthala-ACCT, 1989.