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venerdì 28 gennaio 2022

CRONACA DI UN NON-VIAGGIO A CAPO VERDE

 

 CAPO VERDE: VENI NON VIDI NON VICI

Cidade Velha dal balcone della mia camera
 

Se Lewis Carroli insegna che ci sono i non-compleanni[1], io ho scoperto lo scorso dicembre che si possono fare dei non-viaggi, completamente diversi dai viaggi no, che probabilmente sono più frequenti. Qual’ è la differenza?

I viaggi no sono, mi pare, quelle malaventure prepagate in cui ci si intruppa in charter affollati, con ruolino di marcia dettagliato distribuito alla partenza, durata massima tre settimane, si promettono lussuosi soggiorni in hotel incoronati di stelline a semi-corolla, i dépliant esibiscono maliarde stese a rosolarsi su lettini in spiagge color avorio, e se li giri vedi una tavola ammantata di aragoste a fianco di chefs i cui sorrisi sornioni dicono: qua si gode. Nei viaggi no tipicamente il charter parte con ore di ritardo e dopo un volo o magari due voli senza coincidenza si arriva stremati e frastornati dal jet-lag in alberghetti modesti. Le stanze sono anguste senza la promessa vista mare, di notte non si riesce a dormire o perché le zanzariere sono bucate e i condizionatori d’aria in avaria o i letti sono scomodi, invece di aragoste camerieri sbadati servono tranci di pesce congelato, e magari l’oceano piatto come una tavola delle immagini della réclame pre-viaggio è in realtà in piena attività motoria in quella stagione. Qualche volta si finisce in tribunale, qualche volta soltanto sui giornali locali.

Vista dalla terrazza dell'hotel

Invece il mio non-viaggio, rigorosamente individuale, ha un’impronta tutta sua, anche se una buona parte della responsabilità del fallimento ricade effettivamente su un agente esterno, in questo caso la compagnia aerea Transportes Aéreos de Portugal, TAP. Mi ero ripromessa di non salire mai più su un loro aereo da quando mi avevano rotto la maniglia della Sansonite nel 2010; la valigia era rimasta a Johannesburg durante un transito verso Maputo e non mi avevano mai risarcito il danno di almeno duecento euro nonostante ripetute promesse, sia di persona all’aeroporto sia per email. Mai più TAP, mi ero ripromessa. Ironia della sorte: anche la missione di cooperazione internazionale in Mozambico per una nota società di consulenza non mi era stata pagata per dissensi circa il contenuto del rapporto finale. Una missione no!

Aerobica nel centro di Praia

Ma, complice il Covid, l’unica compagnia aerea straniera abilitata ad atterrare a Capo Verde dal 2020 era la compagnia di bandiera portoghese (Portogallo ex potenza coloniale). Ci tenevo a tornare in quel paese perché c’ero stata per lavoro nel 1997 e mi era piaciuto molto, sia dal punto di vista professionale (livello di competenze, rigore, puntualità, organizzazione, risultati progettuali) sia come paesaggio. Le strade di Praia, la capitale dell’isola più grande, Santiago, erano tutte calcetadas, cioè lastricate con sanpietrini piccoli, tutti eguali, a cubetti serrati (anche in Portogallo, nelle città che ho visto, ho notato questa caratteristica, ben diversa dal nostro asfalto cittadino spesso sfondato). C’erano trasporti pubblici tra città e traghetti con orari affidabili e un’isola in particolare, la più a nord, Santo Antão (Antonio), che mi aveva affascinato. Dalla spiaggetta dove si arrivava con il traghetto si saliva in poco tempo su una strada ripidissima a circa mille mt di altezza, con un flora lussureggiante, quasi da giungla, salvo che apparivano anche conifere, e le scimmie saltavano sui rami. Naturalmente ero lì per lavorare e avevo il tempo ritmato da incontri e interviste, quindi non riuscivo a visitare i luoghi, né lì né altrove, ma quel verde e quel mare (per la prima volta avevo visto i pesci volanti durante le traversate) mi erano sempre rimasti scolpiti in mente, oltre ripeto ai buoni rapporti umani e professionali. Capo Verde è noto negli ambienti della cooperazione internazionale per essere il beniamino dei donatori: è un paese stabile e affidabile politicamente e quanto a rendicontazioni, esecuzione dei programmi e onestà, piuttosto unico in Africa. Per tutte queste ragioni mi ero ripromessa di ritornarvi con calma e girare tra le isole sia del gruppo a sud che a nord, tentando di rintracciare le persone che avevo incontrato allora. In particolare volevo vedere l’isola del vulcano, giustamente chiamata Fogo e soggiornare a Santo Antão. Fallimento completo. Invece di tre mesi sono rimasta a Capo Verde dieci giorni.

Strada tra hotel e Cidade Velha

Le cose sono andate storte sin dalla partenza. Il mio itinerario prevedeva volo Bologna-Roma Fiumicino (sosta e cambio di aereo) – Lisbona, notte a Lisbona, e volo Lisbona-Praia (capitale di C.V.) all’alba della mattina seguente.

Arrivata all’aeroporto di Bologna di buon mattino, avendo trascorso la notte a Bologna per non rischiare di perdere il volo per guasto treno, vedo sulla tabella delle partenze che il mio volo non c’è. Stupita mi rivolgo allo sportello informazioni e mi sento dire: il suo volo non esiste. Non esiste? Credevo che scherzasse. Invece no, non c’era proprio mentre io avevo nero su bianco stampato sul biglietto: TAP Flight no. XY, “operated by Air-rail”, con arrivo previsto a Fiumicino alle ore yz. Effettivamente non avevo mai sentito nominare tale compagnia, ma ce ne sono tante minori, avevo pensato. Chiedo ad un’altra funzionaria e lei mi dice: deve essere un treno, vede che c’è scritto “rail”? A questo punto sono rimasta attonita. Un bello scherzo della perversa TAP? Raccattati i bagagli cerco di nuovo il terminal del Marconi Express, torno alla stazione ferroviaria e dopo aver chiesto chiarimenti a diversi addetti FS ne trovo uno in gamba che mi chiede l’email, cerca sul computer e sentenzia che ho una prenotazione  da parte della TAP sul treno AV per Taranto che passa a Bologna all’ora menzionata sul biglietto e non arriva a Fiumicino ma transita e Termini. Bagagli sul groppone scendo fino al recondito binario sotterraneo e mentre attendo con il numero di posto e  codice prenotazione scarabocchiato dal funzionario sul cartoncino bianco di un non-biglietto inveisco silenziosamente contro la malefica TAP che ha colpito ancora. Replay a Termini: ricerca di anima pietosa che mi faccia subito un biglietto sul Leonardo Express per Fiumicino in tempo per il check-in, evitando la fila. 

Cactus in un giardino di Praia

 

Con un inizio di questo tipo l’umore non è dei migliori, tenendo conto che la TAP è la compagnia aerea più taccagna mai sperimentata. Nonostante le tariffe non siano certo quelle scontate di Ryanair, la politica nutrizionale a bordo è la stessa: oltre all’acqua potabile reclamata come diritto umano fondamentale non si degnano di darti un biscotto che sia incluso nel costo del biglietto, neppure sul volo da Lisbona a Praia che dura più di 4 ore. Per cui sono arrivata il giorno dopo a Praia stanchissima, affamata e disgustata. L’hotel notturno aveva la stessa politica TAP, niente cena disponibile, colazione fornita premendo bottoni da una macchinetta.

Altra sorpresa a destinazione: non avevo pensato che l’arcipelago di Capo Verde è compreso nella fascia di latitudine saheliana, e nel Sahel, durante il periodo che va da dicembre a fine febbraio domina l’harmattan, un vento che porta nuvolaglie e spesso nebbia, se va bene un cielo opaco e triste. In Mali lo detestavo, sembrava di essere in Val Padana. Infatti il sole è smorto: questo tempo dura fino a febbraio, dice il tassista. Inoltre l’albergo che ho prenotato, attirata dal nome romantico: Espaço pôr do sol (spazio tramonto) e dalla posizione sul mare, non si trova vicino al città vecchia di Praia come credevo, ma vicino (a 3 km) a Cidade Velha, un’altra città a 20 km da Praia. E’ il luogo dove sono sbarcati i portoghesi nel 1461[2], mi pare fosse questa la data incisa sulla targa commemorativa nell’unica piazza, dove ci sono un Bancomat, una farmacia e una bottega/bar, oltre a un banchetto che vende un po’ di frutta e verdura. Più avanti un posto di polizia, e all’altro capo un dispensario. In cima ad una collina semi-rocciosa (è tutto molto arido, la pluviometria a Capo Verde è minima) troneggia un enorme forte coloniale portoghese, São Felipe. Stop, non c’è altro. 

Forte di San Felipe sopra Cidade Velha

Quando l’indomani ingenuamente mi rivolgo al posto di polizia per avere il prolungamento del visto, dato che Capo Verde concede di default solo 30 gg di soggiorno per turismo (mentre in genere il visto turistico dura tre mesi), mi dicono: non qui, deve andare a Praia, all’Ufficio centrale, nel quartiere ZX. Non ci sono autobus, solo taxi che non sono tanto cari, ma nemmeno a buon mercato. Unica alternativa gli aluguer (affitto in portoghese), comunemente chiamati in Africa taxi-brousse con nomi che variano a seconda del paese: matatu in Kenya, baxi in Mali, chapa in Mozambico. Ma la seconda volta che prendo un aluguer (furgoncino Toyota) credo di soffocare: il conducente continua a caricare persone e ci schiaccia insieme in modo impossibile. In più corre allegramente a 80 km/h in curva quando i cartelli intimano: 40 km/h max. In tempi Covid, l’ideale, anche se per fortuna i casi all’inizio di dicembre a Capo Verde erano pochi. Nessuna traccia o menzione degli autobus pubblici del 1997.

Strumento musicale al Museo archeologico

Nell’hotel, grazioso e panoramico, il proprietario è assente e ne fa le veci il cuoco, coadiuvato da due aiutanti piuttosto indolenti ma simpatiche che spazzano trasognate tra i tavoli all’aperto e più spesso riposano in cucina. Io sono l’unica ospite. Il mio piano sarebbe quello di partire al più presto per fare il giro delle isole, ma presentatami alla centrale di polizia con passaporto mi si richiede una serie di documenti, tra i quali “la prova che ho fondi sufficienti per mantenermi fino a marzo”. Non mi è mai successo prima: mi domando se abbiano esperienza di turisti laceri che chiedono l’elemosina per pagarsi un biglietto di ritorno in patria. Ritorno il giorno successivo con 2 foto, biglietti di ritorno, moduli compilati, e stampa della pagina del mio saldo del conto corrente sulla app della banca postale che ho sul telefono. Apriti cielo: “questa foto non va bene perché non si vedono le orecchie” !! Superata la difficoltà mostrando quasi identica foto sul passaporto, i moduli non vanno bene, me li fanno riscrivere 3 volte; infine, la pagina stampata con il saldo non reca il mio nome. Certo, c’è solo il mio numero di c.c., dato che è sul mio telefono. No, ci vuole un estratto di conto corrente cartaceo emesso dalla sua banca. Dalle Poste?? A Capo Verde? Il balletto dura varie ore comprese le assenze del funzionario per confabulare con i superiori. Verso le 4 del pomeriggio riprendo tutto il mio dossier e decido di mandarli al diavolo: starò a Capo Verde un mese e poi andrò da qualche altra parte.

Inizio del festino domenicale all'hotel

Senonché dopo  i vari strapazzi e tensioni, al primo bagno nella spiaggetta sotto l’hotel prendo un raffreddore che immediatamente degenera in laringite e poi in una bronchite che mi costringe a letto con antibiotici; il proprietario dell’hotel arriva e si rivela un vecchio tirchio assetato di contanti in nero: una mattina mi tira fuori dal letto per portarmi al Bancomat di Cidade Velha perché ha assolutamente bisogno di soldi subito; le cene di pesce prima abbondanti seppure monotone diventano frugali con la gestione del proprietario, sempre più insopportabile. Resisto perché spero di guarire presto e andarmene. 

Suonatore e ballerina in attesa

Ma durante una domenica di festa con musica e danze (anche simpatiche, cui ovviamente non posso partecipare) l’allegra compagnia brinda e divora tutte le provviste (forse non laute) in dispensa. Così il lunedì in cui il cuoco è a riposo (meritato) e il proprietario sparisce riesco solo ad accaparrare l’ultima bottiglia d’acqua minerale (acqua di rubinetto imbevibile), ma non c’è più neanche un biscotto né un pezzo di pane. Nel pomeriggio, dopo messaggi ripetuti e proteste, il gestore mi recapita in camera biscotti e yoghurt. 


Decido di cambiare hotel anche se sono ancora ammaccata, rimpiangendo la vista mare: prenoto una camera in un hotel nel centro di Praia, chiamo il taxi e con armi e bagagli trasloco. La camera, più cara, è minuscola, con vista sul cortile, letto singolo e in bagno c’è solo acqua fredda. Protesto e il direttore si scusa (poco) adducendo un’avaria ai pannelli solari appena installati. Per cui mi lavo usando un secchio d’acqua calda il mattino seguente. Cercando gli orari per evadere in isole vicine, mi rendo conto, anche chiedendo ad altri[3], che gli orari dei traghetti sono quanto di meno certo ci sia al mondo. Per esempio, la barca per l’isola di Maio può partire alle 6 o alle 7 di mattina, ma senza avviso il capitano può decidere di partire alle 7 di sera. Una signora mi assicura di avere un contatto diretto con il capitano e quindi mi può avvertire dell’orario “sicuro”. Guardo gli orari (TAP!!) degli aerei e a parte i prezzi esosi, la musica è identica: orari da verificare con la compagnia. Intanto il tassista mi dice che i casi di Covid sono in lento aumento. 

 La conclusione è ormai inevitabile: meglio andarsene prima possibile. Una signora francese che sta nello stesso hotel sta andando a fare un test Covid antigenico perché ha il volo per Lisbona l’indomani all’una del pomeriggio. Mi associo a lei e faccio anche io il test, decidendo all’istante di cambiare la data dei miei voli, annullando il volo Roma Fiumicino-Bologna, chiaro. Detto e fatto nel pomeriggio al modico costo di 342 euro, TAP ladra fino in fondo. Così trascorro una convalescenza natalizia piacevole in Portogallo, tra Lisbona e Setúbal, per rimettere insieme le stanche ossa prima del ritorno nell’odiato inverno cui volevo sfuggire. 

Centro di Lisbona


 
Murale nella Baixa di Lisbona

 

Ponte sul Tago

 



[1]  Lewis Carrol. The Annotated Alice,Through the looking glass, Humpty Dumpty p. 267, Penguin Books. Humpty Dumpty celebra il suo unbirthday, che ha il grande vantaggio di poter essere celebrato per 364 giorni all’anno.

[2] Wikipedia dice: “intorno al 1460”, un’altra fonte parla del 1456. Non fa molta differenza.

[3] Effettivamente anche la guida ne faceva cenno, ma speravo che la situazione fosse migliorata.

venerdì 26 novembre 2021

LIMITE E ILLIMITE: ULISSE, PROMETEO E...ELON MUSK

 

DOV’ERCULE SEGNO’ LI SUOI RIGUARDI

(Dante, Inferno, Canto XXVI, verso 109)

 

Antica mappa del mondo secondo Tolomeo, Sec.XV
 

Mi imbattei per la prima volta nel concetto di limite a scuola, studiando analisi matematica al liceo, e me ne innamorai. Cominciai a ideare integrali con variabili della vita quotidiana, per valori ipotetici, perdendoci dietro tempo invece di risolvere gli esercizi dei compiti. E al contempo mi affascinava l’idea della retta (o la curva) che tende all’infinito per un determinato valore della funzione (al limite). Anche l’infinito diventava un sinuoso simbolo matematico, un fantastico serpente, un doppio uroboro. E il bello era che i concetti di limite e infinito si coniugavano, l’uno rimandava all’altro.  Passando a studi letterari la sbornia del limite associato all’idea di infinito svaporò, ma rimase l’attrazione per l’idea di tensione ad quem, che ritrovai espressa nel bellissimo verbo tedesco streben, un verbo-leitmotiv che attraversa tutto il Faust di Goethe e spiega la salvezza dell’anima di Faust nonostante il suo patto con Mefistofele. Streben esprime lo slancio umano finalizzato non solo all’autorealizzazione ma verso la verità, il bene collettivo, l’inveramento del meglio di sé con l’altro[1]


E’ ancora lo streben che percorre la letteratura medievale francese nel tema della quête del cavaliere errante, che è ricerca ideale non solo in senso religioso ma esistenziale. Nel Parzival (Parsifal) di Wolfram von Eschenbach, che riprende la chanson de geste incompiuta di Chretien de Troyes, la ricerca del Graal riassume il compito sommo di tutta la vita. Creando la figura immortale di Don Chisciotte, la letteratura spagnola con Cervantes sancisce la fine di questo ciclo letterario facendo collassare il sublime nel ridicolo e viceversa.

Faust sulla copertina Oscar Mondadori

 Il limite come orizzonte di senso si ritrova nella filosofia classica greca, iscritto in una cornice politica ed etica e relazionato al concetto di misura, alla giusta misura dell’agire. La realtà però, essendo fatta di polarità, è mescolanza di limite e illimite, l’uno rimanda all’altro, e ciò crea un tutto armonico e ordinato, il cosmo contrapposto al caos[2]. Nell’agire umano tale equilibrio si ritrova nell’esercizio della temperanza, del rifiuto di accumulare ricchezze o di perseguire ambizioni smodate: “la virtù greca (areté)…va intesa come ciò per cui ogni cosa attua nel modo migliore la sua natura specifica: nel caso dell’uomo…si tratta di esplicare in modo ottimale la propria razionalità, coltivando la propria anima con ordine e misura, appunto con temperanza”[3].

Ulisse e le Sirene, decorazione su un vaso ateniese

L’eroe per antonomasia della tensione strenua verso e oltre un limite sancito dal comune intendimento dell’epoca come invalicabile è stato creato dalla fantasia poetica di Dante nel XXVI Canto dell’Inferno. Ulisse è relegato in una delle più profonde bolge infernali, prigioniero di una fiamma incessante che lo avvolge, insieme a Diomede, in quanto politico fraudolento che abusò dell’ingegno di cui era dotato per trarre altrui in inganno e nuocere. La riprovazione del moralista Dante si unisce all’ammirazione intellettuale per colui che il poeta immagina lanciato nel suo ultimo viaggio, quello che lo perderà ma lo renderà per sempre nella letteratura universale l’emblema della sete umana di conoscere e superare nuove mete. “Facendo ali al folle volo[4]” per “seguir virtute e canoscenza[5]” Ulisse, con la sua “compagna picciola[6]”, oltrepassa un limite che la ragione teologica di Dante giudica invalicabile, perché così ritenuto dalla concezione cosmologica di allora (tolemaica) e perché non illuminato dalla grazia divina. Infatti, oltrepassando le colonne d’Ercole e continuando la navigazione, di fronte alla nave si erge la montagna del Purgatorio, l’oltretomba precluso ai pagani, e il naufragio e la morte sono ineluttabili. 

Dante e Virgilio di fronte alla fiamma di Ulisse all'inferno

Primo Levi riprende in un indimenticabile capitolo di Se questo è un uomo i versi dell’ultimo viaggio di Ulisse del XXVI Canto dantesco: l’autore era uscito dal lager di Auschwitz con altri compagni per eseguire un lavoro pesante, e tornando al suo inferno cerca di ricordarli e li traduce al suo compagno di lager. Mentre camminano riaffermano la loro dignità di uomini pensanti, l’uno citando e l’altro chiedendo. Oltrepassato il cancello del lager, il mare si richiude anche su di loro[7].

L’altro eroe mitico del travalicamento del limite è il titano Prometeo, che, nella tragedia di Eschilo Il Prometeo Incatenato, impietosito per la miseria in cui versa la condizione umana, ruba una scintilla di fuoco per donarla agli uomini e migliorare così la loro vita, suscitando la collera di Zeus, che ordina al Potere e alla Forza di incatenarlo con l’aiuto di Efesto ad una rupe sulle montagne della Scizia. Prometeo confida al coro delle Oceanine, turbate dalle sue sofferenze inflitte da un dio a lui dio pur minore, che ha commesso il furto consapevole delle conseguenze che la sua azione avrebbe avuto, perché riteneva giusto farlo. E’ punito, si lamenta ormai avvinto alle rocce, perché troppo profondamente dall’alto/ebbi pietà della mortalità degli uomini. Ha varcato il limite che un dio più potente ma tiranno vietava di oltrepassare, per altruismo e non per tracotanza o per vantaggi personali. E’ un “travalicatore virtuoso” di frontiere ingiuste e ingiustificate, pronto a pagare di persona per il suo gesto di sfida.

Prometeo incatenato sul Caucaso

Stefano Levi della Torre riprende la figura di Prometeo nella bella raccolta di saggi Essere fuori Luogo[8], nel capitolo intitolato Mosé e Prometeo, con un brevissimo ed enigmatico racconto di F.Kafka che lui interpreta come “racconto alla rovescia” ed esempio di “inabissarsi di senso”, che riporto per la sua gelida perfezione:

 “Di Prometeo raccontano quattro leggende. Secondo la prima egli, avendo tradito gli dei in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso, e gli dei inviarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente. La seconda narra che Prometeo, per il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più alla roccia finché divenne una sola cosa con essa. Secondo la terza il suo tradimento venne dimenticato attraverso i millenni: gli dei, le aquile, egli stesso dimenticarono. Secondo la quarta, tutti si stancarono di colui che ormai non aveva più senso. Gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente. Rimase l’inesplicabile montagna di roccia. La leggenda tenta di spiegare l’inesplicabile. Poiché nasce da un fondo di verità, deve finire nell’inesplicabile”.

In epoca moderna (quasi contemporanea) ritroviamo in politica il concetto di limite con il famoso Rapporto I limiti dello sviluppo del 1972 commissionato al MIT[9] dal Club di Roma[10] (si noti che il titolo in inglese è The Limits to Growth, cioè I limiti allo sviluppo), il cui succo tuttora attualissimo era: attenzione, in un sistema finito le risorse non sono infinite e la crescita progressiva non commisurata a quanto effettivamente disponibile e passibile di rigenerazione conduce al declino e al collasso. Ne sono uscite riedizioni aggiornate dagli autori nel 1992 e nel 2004, basate su dati reali e nuove tecniche di calcolo più sofisticate. 

Figlia del concetto del limite necessario è la formulazione dell’idea di sostenibilità intesa come “… la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente”[11], che appare nel Rapporto Brundtland del 1987. La sostenibilità rischia oggi di divenire un mantra invocato a destra e a manca, svuotato di ogni sostanza in un’orgia di ipocrisia e impostura intellettuale al servizio di politiche improntate al saccheggio continuo delle risorse ambientali, economiche, culturali e dello sfruttamento sfrenato della forza lavoro a vantaggio di una accumulazione selvaggia di ricchezza. Sembra che neppure i Rapporti dell’IPCC(12), sempre più precisi, frutto del lavoro di centinaia di scienziati di tutto il mondo, che pullulano di scenari infausti come conseguenza di un innalzamento della temperatura media globale del pianeta oltre il limite di 1,5° C a causa dei gas presenti in atmosfera servano a flettere le politiche delle maggiori potenze industriali e politiche e a indirizzarle verso quella moderazione e quel senso della giusta misura così bene illustrati dalla filosofia classica greca e da Platone.

In questa frenetica e folle corsa verso un “sempre più” (più veloce, più ricco, più produttivo, più redditizio, più letale, più distruttivo, e via dicendo) si inseriscono non solo le politiche socio-economiche, la finanziarizzazione  dell’economia e la distruzione dello Stato Sociale, ma anche la corsa agli armamenti e la corsa verso la conquista dello “spazio”: Luna e Marte per ora, a parte il nugolo di satelliti che ruota sempre più numeroso intorno alla Terra e causa sempre più detriti pericolosi (space debris)[13]. La NASA ha aperto le danze e molti si sono lanciati al seguito, anche se gli Stati Uniti lottano strenuamente per mantenere la leadership nelle tecnologie di punta in ogni campo a suon di migliaia di miliardi, tallonati da Cina, Russia, India e ormai anche dalle potenze del Golfo. Ma non si trovano i miliardi per rimediare alle crepe terrestri e all’avanzare gagliardo di questo pianeta verso la sua rovina. 

Immaginarie astronavi su Marte

L’ antieroe emblematico di questa corsa allo spazio e allo sperpero planetario mi sembra oggi essere Elon Musk, un aspirante travalicatore di limiti agli antipodi delle figure mitiche prima ricordate, in quanto non animato né da amore della scienza e conoscenza né dal desiderio di giovare al benessere collettivo o di una qualche comunità. E’ un imprenditore dello spazio, e in quanto tale i suoi prodotti debbono generare profitto. Con Starship HLS[14], navicella spaziale con struttura di alto livello (questo significa HLS) per transitare un futuribile equipaggio da un’astronave (Orion) all’atterraggio sulla luna, la sua società Space X ha vinto una gara d’appalto (2,9 miliardi di dollari) della NASA nell’aprile scorso contro l’altro aspirante imprenditore spaziale, Jeff Bezos, CEO di Amazon e famigerato sfruttatore di forza lavoro a buon mercato, che gareggiava con il suo Blue Origin[15]. La NASA tranquillizza lo sconfitto: ci sarà spazio per tutti, spazio appunto, in futuro. E intanto ambedue cercano di attirare miliardari annoiati in cerca di brivido per un breve tuffetto nello spazio e ritorno per pagarsi almeno il caffè e la brioche del mattino. O magari, en attendant Godot, sulla Luna. E Mr Musk dichiara sprezzante: “Non vogliamo essere una di quelle specie che vivono soltanto su un pianeta; noi vogliamo essere una specie che vive su molti pianeti”[16]. Da non credere.

I due antieroi

In effetti, a Elon Musk la luna non interessava granché. La concezione della Starship originale di Space X nel 2010 era mirata alla colonizzazione di Marte, che secondo l’imprenditore celeste sarebbe raggiungibile a livello tecnico con un equipaggio nel 2026. Una volta mangiatasi la terra, succhiate fino al midollo le sue risorse, questi pseudo-visionari, nanetti assetati di soldi e potere, guardano al sistema solare, lasciando i torsoli rosicchiati ai circa otto miliardi o più di poveracci che non potranno scappare a cento milioni di km di distanza su un altro pianeta per distrarsi un po’ – pianeta che tra l’altro non appare molto attraente. Probabilmente assomiglia al futuro della Terra spolpata. Il titolo di un articolo letto per la preparazione di questo articolo recita “La nuova ambizione di Elon Musk potrebbe essere la più rischiosa impresa (quest = ricerca, analogo inglese della quête) mai intrapresa dagli umani”[17]. Ma il signor Elon non è un cavaliere errante che rischia in prima persona. “Molti scienziati, tuttavia, mettono in guardia sulle troppe domande senza risposta rispetto ai viaggi nelle profondità dello spazio (deep-space travel). “Musk ha ammesso di riconoscere i rischi: è dura scorrazzare lassù (it’s tough sledding over there)”[18]. La pelle non è la sua.

Razzo prototipo di navetta spaziale SN 10 di E. Musk

L’antieroe ha anche i piedi ben piantati a terra e ha fiutato da tempo un altro ottimo affare: la Tesla è la sua automobile elettrica e ha ora costruito un mega-impianto in Germania nei pressi di Berlino che sfornerà centinaia di migliaia di auto con batterie elettriche ricaricabili. Auto per la motorizzazione privata naturalmente, replicando l’errore fatale di molti decenni fa a discapito del trasporto pubblico, su rotaia, su gomma, via mare o fiumi, con il bel risultato attuale di aria irrespirabile e intasamento della circolazione urbana e extra-urbana. E centinaia di migliaia di morti da inquinamento. I gas di scarico dei veicoli privati costituiscono una percentuale consistente dell’inquinamento totale dell’aria che respiriamo[19]

Mega Stabilimento di Tesla nei pressi di Berlino

E peccato che le batterie elettriche necessitino di litio ad esempio, per cui si sta scatenando una corsa per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di questo minerale per la cui estrazione si consumano quantità immani di acqua. Le più grandi miniere di litio sono in territori fragilissimi e aridi: i salares, deserti di sale della Bolivia e del Cile. Ho visto il salar dell’Atacama nell’estremo nord del Cile, il deserto più arido del mondo, delicatissimo: non si poteva calpestare, c’erano sottili tracciati da percorrere. I villaggi sparsi attorno a San Pedro de Atacama potranno crepare di sete, gli acquiferi esaurirsi, ma ci saranno auto elettriche per tutti! E quando la Terra comincerà a bollire davvero e l’acqua a scarseggiare dappertutto e non solo nelle campagne africane riarse, tutti i miliardari si rifugeranno su Marte, grazie al benefattore visionario Elon Musk.

Space Debris, rottami di satelliti e affini nello spazio intorno alla terra

Specie multi-planetaria o specie estinta? Oggi i soli travalicatori virtuosi di limiti ingiusti sono i migranti.



[1] Nel momento culminante dell’opera di Goethe, appena prima di morire, Faust sta lavorando per sottrarre una palude all’acqua che la invade per riscattarla in “verdi campi fecondi” dove si potrà “In una terra libera fra un popolo libero esistere” e afferma “la libertà come la vita/si merita solo chi ogni giorno/ la dovrà conquistare”.  Raggiunge così il fine della sua vita, dice all’attimo il fatidico “Fermati dunque, sei così bello”, e muore. (Faust II, Atto quinto, pag. 1017/1019, Oscar Mondadori 2010, trad. di Franco Fortini). Mefistofele è sconfitto, l’anima di Faust è salva per il suo streben incessante, non più verso la pura conoscenza ma per azioni a vantaggio dell’umanità.

[2] Platone nel Gorgia

[3] https://www.economiaediritto.it/il-concetto-greco-di-limite-come-orizzonte-di-senso-per-una-vera-politica/

[4] Verso 125

[5] Verso 120: la dizione scelta da Natalino Sapegno è “canoscenza”, come più avanti compagna” (compagnia)

[6] Versi 101-102

[7] Capitolo “Il canto di Ulisse”.

[8] Stefano Levi della Torre, Mosé e Prometeo, Essere fuori luogo, Donzelli, 1995.

[9] Massachusetts Institute of Technology

[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo

[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0

[12] Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico

[13] https://en.wikipedia.org/wiki/Kessler_syndrome

[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Starship_HLS

[16] Published Fri, Apr 23 202111:10 AM EDTUpdated Fri, Apr 23 202111:43 AM EDT, Michael Sheetz@thesheetztweetz

[17] https://www.livemint.com/news/world/elon-musk-s-new-ambition-could-be-riskiest-ever-human-quest-11622008817799.html

[18] Ibid.

[19] Il settore dei trasporti è responsabile del 30% delle emissioni totali di CO2 in Europa; di questo 30%, il 72% è prodotto dal solo trasporto stradale (europarlamento.europa. eu, 18/04/2019)