Translate

Visualizzazione post con etichetta colera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta colera. Mostra tutti i post

giovedì 24 dicembre 2020

WALDEMAR HAFFKINE, IL SALVATORE DELL' UMANITA' MISCONOSCIUTO

 

Waldemar Haffkine: pioniere dei vaccini, dimenticato dal mondo

Liberamente tradotto e adattato da: Joel Gunter and Vikas Pandey
BBC News
, 11 dicembre 2020

https://www.bbc.com/news/world-asia-india-55050012 

Waldemar Haffkine (foto W.H. Trust)

 

Lavorando tra Parigi e l’India tra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, Waldemar Haffkine creò i primi vaccini contro il colera e la peste. Uno sfortunato incidente del quale non era responsabile causò l’avvelenamento di alcuni dei suoi vaccinati e gli sconvolse la vita, rovinando la sua reputazione. La piena riabilitazione fu tardiva.

Nel marzo del 1893 era arrivato appena trentatreenne nell’India settentrionale. In valigia aveva quello che sperava potesse essere un vaccino anticolera, e nei mesi successivi al suo arrivo cercò di perfezionarlo attraverso numerosi test. Si era scontrato tuttavia con la diffidenza e lo scetticismo sia dei colleghi inglesi che dei suoi interlocutori indiani. Innanzitutto non era un medico ma uno zoologo, e inoltre era un ebreo russo che aveva studiato ad Odessa per poi specializzarsi a Parigi. Non dimentichiamo che in Francia proprio nel 1894 scoppiò il caso Dreyfus, clamoroso esempio di antisemitismo preconcetto; anche tra gli inglesi il pregiudizio antisemita era diffuso.

Istituto Pasteur



Nel nord dell’India aveva incontrato difficoltà pratiche: in quell’anno, nella zona dove aveva con fatica vaccinato 23.000 persone con due successive dosi separate da una settimana di intervallo, rischiando di non riuscire a rintracciarli tutti per la seconda iniezione, l’epidemia non si era diffusa, per cui era difficile dimostrare l’efficacia del vaccino.

Nella primavera del 1894 Haffkine si trasferiva a Calcutta, stato indiano del Bengala, invitato da un funzionario del team medico britannico che desiderava lo aiutasse ad identificare eventuali bacilli di colera nel serbatoio d’acqua di uno dei basti[1] della città dove si sviluppavano periodicamente episodi di colera. Il quartiere era dotato di quell’unica fonte di approvvigionamento idrico collettivo. Haffkine capì che quello era l’ambiente ideale per sperimentare il suo vaccino; le persone vivevano in circostanze simili, avrebbe avuto a disposizione sia un nutrito gruppo sperimentale (vaccinato) sia un parallelo gruppo di controllo (non vaccinato) per poterne ricavare conclusioni statisticamente significative.

Il dott. Haffkine mentre vaccina in un quartiere di Calcutta

Alla fine di marzo nel basti Kattan Bagan due persone morirono di colera. Haffkine arrivò subito e vaccinò 116 persone su 200, dopo di che ne morirono altre dieci, ma solo tra coloro che non avevano ricevuto il vaccino. Questi risultati incoraggianti convinsero il team britannico a finanziare un trial clinico più ampio. Non era facile trovare volontari, poiché anni e anni di programmi sanitari calati dall’alto non avevano incoraggiato gli indiani a fidarsi di quanto arrivava dagli inglesi, e in più il concetto di vaccino era nuovo. Haffkine sormontò l’ostacolo scegliendo di lavorare con un team solo indiano, e per dissipare la residua diffidenza si iniettò pubblicamente il vaccino per dimostrarne l’innocuità. Fu così che in poco tempo cominciarono a formarsi lunghe file in attesa del vaccino, dal mattino fino alle tarde ore della sera, quando Haffkine lavorava ancora alla luce di una lampada a olio nei quartieri poveri di Calcutta. 

Villaggio a Calcutta

Questo suo lavoro lo metteva alla pari con gli antesignani della moderna medicina (Snow Jenner, Pasteur, Salk), basata sul concetto di sanità pubblica. Ma il suo contributo è stato misconosciuto e il suo nome non è famoso come gli altri. Perché?

Sin dagli esordi la sua carriera scientifica era stata disseminata di ostacoli: dopo la laurea in zoologia ad Odessa gli era stata preclusa una cattedra in quell’Università in quanto era ebreo. Aveva persino rischiato di incorrere in un pogrom, per cui nel 1888 aveva preferito lasciare la Russia per la Svizzera per poi trasferirsi a Parigi, dove aveva trovato lavoro come assistente bibliotecario all’Istituto Pasteur, allora famoso centro della ricerca batteriologica. Nel laboratorio dell’Istituto iniziò a fare i suoi esperimenti scoprendo che, attenuando e poi rafforzando una cultura di bacilli di colera facendola passare attraverso la cavità peritoneale di cavie, si ottenevano due distinte soluzioni che iniettate successivamente nelle cavie le proteggevano dal soccombere alla malattia.

Pratiche magiche contro la peste

Era un cambiamento di paradigma. Fino a quel momento si pensava alla causa del colera in termini di miasmi malefici, non di agenti eziologici. Haffkine replicò il successo sperimentando il vaccino su conigli e piccioni con buoni risultati. Ora aveva bisogno di cavie umane, e si iniettò la soluzione per primo. Era il 18 luglio 1892. Dopo alcuni giorni di febbre si ristabilì e vaccinò tre amici russi e alcuni altri volontari, che non ebbero disturbi. A questo punto si convinse di avercela fatta: aveva un vaccino pronto per una sperimentazione a tappeto. Ma dove? Aveva bisogno di un luogo dove il colera fosse endemico. Fu Lord Frederick Dufferin, ambasciatore britannico a Parigi ed ex viceré dell’india, a suggerirgli di andare in India.

Dopo Calcutta Haffkine si recò in Assam invitato dai proprietari di enormi piantagioni di the dove vaccinò migliaia di coolies[2]. Dopo una parentesi in Inghilterra per ristabilirsi da un accesso di malaria, ritornò in India nel 1896 dove notò che se il suo vaccino contro il colera riduceva il numero dei malati, non riduceva il tasso di letalità in chi si ammalava.


Ma intanto un altro flagello incombeva su Bombay. Sorta nello Yunnan in Cina nel 1894, la terza pandemia mondiale di peste[3] aveva interessato la Hong Kong britannica e da lì con il traffico navale era arrivata a Bombay, dove il primo caso fu scoperto nel settembre del 1896 nel quartiere del porto. Il governo britannico all’inizio minimizzò la gravità dei casi per non danneggiare il traffico commerciale, ma la densità abitativa dei quartieri di Bombay e la letalità della peste, doppia rispetto a quella del colera, resero impellente un cambio di marcia e il governatore si rivolse a Haffkine.

Haffkine immediatamente si trasferì a Bombay, dove in una stanzetta, con l’unico appoggio di un segretario e di tre assistenti inesperti cominciò a lavorare indefessamente per creare il primo vaccino contro la peste. Vi si applicò per tutto l’inverno. Seguì lo stesso procedimento che aveva usato per il vaccino contro il colera, mixando i bacilli con i prodotti tossii che essi stessi producevano per arrivare ad una soluzione da iniettare. Nel dicembre 1896 riuscì a sperimentare il nuovo vaccino su dei conigli che rischiavano di morire di peste, e quando constatò che i vaccinati non si ammalavano più capì che aveva creato un vaccino efficace. 

Madre che assiste bambino malato in ospedale

Anche questa volta lo sperimentò su se stesso nel gennaio 1897, iniettandosene una dose tripla. Ebbe un forte accesso di febbre ma guarì in pochi giorni e a questo punto fu pronto a vaccinare su larga scala, usando la dose regolare. I suoi primi clienti furono dei carcerati in quanto la peste si stava diffondendo nella loro prigione (Byculla House of Correction di Bombay): ne vaccinò 147 e ne tralasciò 172. Nel gruppo di controllo ne morirono sei, mentre nessuno dei vaccinati morì. Dopo questo primo successo si cominciò la produzione di vaccino antipeste su scala industriale e lo stesso Aga Khan volle essere vaccinato. Centinaia di persone iniziarono a richiedere il vaccino, Haffkine fu insignito del titolo di cavaliere dalla Regina Vittoria e infine nel 1901 divenne direttore di un laboratorio di ricerca sulla peste a Bombay con uno staff di 53 assistenti. 

 

Cerchi su una casa a Bombay che mostrano il numero dei casi di peste

Ma era destino che Haffkine dovesse sempre remare controcorrente.

Nel marzo del 1902 19 persone morirono di tetano dopo aver ricevuto l’iniezione con il vaccino in un villaggio del Punjab, mentre altri 88 vaccinati non ebbero conseguenze. Si individuò una sola bottiglia contaminata che proveniva dal laboratorio di Haffkine, dove la procedura di sterilizzazione era stata mutata per accelerare la produzione, e il direttore del laboratorio apparve l’unico responsabile. Haffkine fu immediatamente licenziato e sospeso dall’Indian Civil Service. Caduto in disgrazia e professionalmente sconfessato, il ricercatore tornò a Londra dove trascorse due anni durissimi, mentre la peste mieteva in India 1.143.993 persone, un’ecatombe. L’unico rimedio sarebbe stato il vaccino, ma il suo creatore lottava in Inghilterra per salvare la sua reputazione, perché il rapporto finale, redatto sulla base della lunga inchiesta svolta dal governo indiano, nel 1906 lo sentenziava colpevole.

Finché…finché il professor WJ Simpson del King’s College di Londra non scrisse una lettera al British Medical Journal sostenendo la tesi che tutte le circostanze facevano invece pensare ad una contaminazione accidentale della bottiglia incriminata non nel laboratorio ma sul teatro stesso della vaccinazione, il villaggio del Punjab. L’assistente infine confessò che maneggiando quella bottiglia aveva lasciato cadere le pinze prima di usarle per estrarne il tappo e non le aveva sterilizzate accuratamente. Era chiaro che Haffkine era stato accusato ingiustamente, questa l’inevitabile conclusione. Il premio Nobel Ronald Ross prese appassionatamente le difese di Haffkine e accusò gli inglesi di “disprezzo per la scienza”: se non si fosse pienamente riabilitato chi aveva in pochi anni salvato centinaia di migliaia di persone da morte certa, il governo indiano si sarebbe macchiato di un’infamia contro il suo benefattore. Inoltre si sarebbe minata la fiducia in un vaccino efficace, proprio quando in India cinquantamila persone morivano di peste ogni settimana.

La questione finì in Parlamento e finalmente Haffkine ebbe la possibilità di ritornare in India come direttore del laboratorio biologico di Calcutta, ma gli fu concesso di perseguire solo la ricerca teorica, non di continuare i trial sul campo. In una lettera a Ronald Ross  il biologo avvilito scrisse: “In ogni occasione, sia per iscritto che oralmente, mi si ripete che io sono stato e sono il responsabile dell’incidente del Punjab”.

Tra il 1897 e il 1925, 26 milioni di dosi del suo vaccino contro la peste furono prodotte dal laboratorio di Bombay. La sua efficacia nel limitare la mortalità oscillava tra il 50% e l’85%; un numero enorme di vittime fu evitato. Haffkine non si sposò mai e finì i suoi giorni a Losanna, in Svizzera, nel 1930, a 70 anni. Lord Lister, il grande batteriologo inglese, chiamò Haffkine semplicemente, “il salvatore dell’umanità”. Il laboratorio di Bombay dove egli lavorò ora si chiama The Haffkine Institute. Ma il suo nome ancora non è conosciuto come sarebbe naturale: nei testi di epidemiologia sui quali ho studiato il suo nome non ricorre mai.

Annuncio mortuario: il Dott Haffkine muore, aveva sconfitto il colera

 



[1] Villaggi di catapecchie ai bordi della città, esistenti a tutt’oggi, con un deposito o serbatoio d’acqua nel mezzo, abitati dalla parte più povera degli abitanti.

[2] Lavoratore o servitore di basso livello nei paesi asiatici.

[3] La peste è una malattia infettiva di origine batterica causata dal bacillo Yersinia pestis. È una zoonosi, il cui bacino è costituito da varie specie di roditori e il cui unico vettore è la pulce dei ratti (Xenopsylla cheopis), che può essere trasmessa anche da uomo a uomo (wikipedia).

sabato 18 aprile 2020

I CANI DI BISSAU (2)

AVVOLTOI A COLAZIONE E CANI A CENA

Settembre volgeva al termine e l'ONG che pagava l'albergo avrebbe cessato di farlo a fine mese. Urgeva trovare una casa in affitto, ammobiliata per giunta, perché mai avrei avuto il tempo di occuparmi dell'acquisto di elettrodomestici e suppellettili. Cadde come manna dal cielo un annuncio di ricerca di affittuario per una casetta indipendente abbastanza centrale con possibilità di acquisto congiunto del mobilio completo. Fu affare fatto senza andare per il sottile. Ricordo che mi sembrò  esoso il prezzo del ferro da stiro,.
Trasloco emozionante il 1 ottobre. Pazienza per il cancelletto d'accesso ballerino, il giardino ingombro d'erbacce, i gradini sgretolati e l'interno buio a mezzogiorno, tutto in perfetta sintonia con l'atmosfera della città. Ereditai anche l'empregada, cioè la signora delle pulizie e l'indispensabile guardiano notturno, che fu licenziato dopo poche settimane in quanto probabilmente in combutta con un tristo figuro che fece capolino in sala alle tre di notte e, spaventato sorprendentemente dalle mie vive rimostranze (mi ero alzata casualmente per bere), scappò a gambe levate con la mia cartella di lavoro piena di documenti preziosi, inservibili per lui. Infatti la ritrovai in un fosso a poca distanza il mattino successivo all'incursione, che tuttavia mi agitò alquanto. Fortunatamente avevo avuto a che fare con un dilettante, pure fifone.

Mi chiesi se rientrando stremata la sera precedente dall'ufficio non avessi lasciato io stessa le chiavi nella serratura esterna del portoncino, poiché non vidi segno di effrazione. Chiaro che il guardiano dormisse o avesse lasciato fare sperando di guadagnarci qualcosa anche lui.

Altra disavventura mi accadde poco dopo, e l'unica responsabile fui io in tal caso.
Una sera mi accorsi di avere dimenticato una bottiglia di birra sul bancone del negozio vicino e decisi di andare a reclamarla. Uscii di fretta a piedi e mentre mi sbattevo dietro la porta sentii il tintinnio delle chiavi appese all'interno... Mi si gelo' il sangue. Le finestre erano tutte al pian terreno ma avevano sbarre. L'accesso al retro del giardinetto era sbarrato e vi si poteva giungere soltanto passando dal retro della cucina. Così non solo non trovai la birra ma rischiai di dare fuoco alla casa perché, come spesso accadeva, quella sera mancava la corrente ed io avevo acceso le solite candele. Scoppiò un temporale; dal marciapiede guardavo una fiammella alla finestra contorcersi ma non spegnersi al vento e maledicevo la birra e me stessa. 
La mattina seguente alle 7, quando finalmente rientrai in casa dopo una notte di incubi trascorsa come rifugiata su un divano nella casa di un collega medico del Follerau e grazie alla puntualità  dell'empregada, vidi che dei fogli pericolosamente vicini ad una candela ormai spenta erano bruciacchiati. Nella malasorte ebbi una bella fortuna: la pioggia che mi aveva infradiciata aveva anche salvato non solo la casetta ma anche il mio incarico e la mia reputazione professionale.

A prescindere da questi spiacevoli incidenti di percorso stavo cominciando a carburare ed entrare nel mío ruolo; ero più disinvolta nel ricevere visitatori e colleghi di altri progetti e nel coordinare i miei collaboratori.
Peccato che nell'aprire la porta ogni mattina verso le 8 il primo colpo d'occhio includesse un gran frullar d'ali nere come la pece sopra i ventri gonfi di enormi cassonetti simili a vasche, traboccanti di rifiuti d'ogni genere: erano volenterosi avvoltoi, che in Africa suppliscono insieme ai maiali (assenti nei paesi musulmani come la Guinea Bissau) alla carenza dei servizi dei netturbini. Orribili crani pelati curvi sul pasto e un vago fetore di marciume non erano un augurio di buongiorno gradito.
Si era inoltre in pieno sbocciare di casi di colera. 

Tuttavia quando telefonai dall'ufficio all'agenzia comunale responsabile per la raccolta rifiuti la mia sentita protesta fu accolta  e zittita da una lapidaria replica: signora, dispongo di un solo camioncino per tutta la città. Faccio quel che posso. Mi scusai e riappendendo il ricevitore mi augurai che l'appetito dei rapaci aumentasse. Non so se ciò si verificò ma certamente ricevettero un valido aiuto dalle gang di famelici cani randagi che al calar della notte iniziavano scorribande indiavolate davanti a casa e si contendevano i brandelli alimentari che attorniavano i cassonetti. Li sentivo ululare su e giù per la strada padroni incontrastati del territorio fino a tarda ora. Dopo cena li sorvegliavo dalle fessure delle persiane, nel timore che potessero sconfinare nel giardinetto. E poi mi abituai al loro concerto serale che si sovrapponeva alla musica che sgorgava salvifica dal Sony.
Ma quel che contava di più era che ormai intravedevo il cammino da percorrere per sviluppare la strategia per la seconda fase del progetto. Mi fu preziosa l'esperienza della mia militanza politica e il lavoro pedagogico in quanto  ex-insegnante di adolescenti. Alcuni contatti li ereditai dal mio predecessore: un'assistente sociale che aveva seguito e offerto supporto ad un gruppo di prostitute, un soldato in gamba rispettato e stimato dai commilitoni, e qualche "fanadore", cioè quegli uomini incaricati dei riti di iniziazione per i ragazzi al passaggio della pubertà, che tra le varie cerimonie e sessioni di formazione in vista della maturità sessuale comportava anche la circoncisione con strumenti spesso non sterilizzati e usati su vari individui. Con ovvio pericolo di infezioni, setticemie e non solo, di eventuale trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili (MST) e forse dell' HIV. In seguito il rischio di questo meccanismo di trasmissione per l’ HIV si rivelò pressoché vicino a zero. Il grosso delle seroconversioni dipendeva da rapporti eterosessuali, date le abitudini assai permissive sia maschili che femminili. Accantonai  per il momento la questione omosessualità, che non sarebbe stata facilmente affrontata. C'era già abbastanza carne al fuoco. Per quanto riguardava i riti di iniziazione delle ragazze, purtroppo questi culminavano con l'escissione più o meno  radicale del clitoride. Chi eseguiva l'operazione con coltelli "consacrati dalla tradizione" passati da madre a figlia erano le "fanadoras", donne anziane che godevano di reverenziale rispetto. Grazie all'assistente sociale riuscii a conoscerne una che abitava in un quartiere dela città (molte volte abitano nei villaggi), ad entrare nelle sue grazie e ottenerne la fiducia. Chi mi aiuto' nel comunicare con lei fu la cara Manuela, segretaria tuttofare, perché ancora non capivo bene il crioulo , una mistura di portoghese e lingue locali. In Guinea Bissau, che ha una superficie di sole 36.000 km2, ci sono almeno una decina di gruppi etnici con relativa lingua e cultura, l'una distinta dalle altre.

Nel frattempo cercavamo contatti con giovani nei quartieri e preparavamo una pubblicazione da distribuire nelle scuole, nella quale il piatto forte era la penosissima foto in bianco e nero di un uomo malato di AIDS terminale, scheletrico, che era stata fatta all'Ospedale del Raoul Follerau, in quanto ancora gran parte della popolazione non credeva all'esistenza di una malattia chiamata AIDS e trasmissibile principalmente per via sessuale. Le tesi cospirazioniste abbondavano.. Non so quanto quell'immagine fosse convincente. dato l'alto tasso di mortalità di TBC nella popolazione, ma la cosa era stata decisa prima del mio arrivo.

Sarebbe lungo elencare il repertorio di "credenze" negazioniste diffuse per spiegare la prevalenza delle MST: ricordo solo l'enjambent cioè lo scavalcare qualcosa di impuro a terra, come un rivolo  di urina animale ad esempio. " Ecco perché ho la gonorrea!" Frequentissimo sentire discorsi del genere a detta dei miei informatori.. Le MST provocano lesioni che facilitano la trasmissione delll'HIV.
Concludo la parentesi epidemiologica  spiegando che l'HIV2, diffuso in Guinea Bissau e in Africa occidentale, differisce dall'HIV1 (presente in Europa USA  Africa australe e centro-orientale e Asia) in quanto è meno aggressivo, ha un periodo di latenza più lungo e una minore efficienza nel contagio, anche perinatale.

Ormai il 1 dicembre, giorno dedicato all' AIDS, si avvicinava e molte delle ONG e perfino la Commissione per la lotta all'AIDS del Ministero della Sanità propendevano per cancellare le celebrazioni previste a causa dell' epidemia di colera. Noi del CECOMES, questo il nome del nostro progetto, ci eravamo spesi a preparare manifesti, volantini educativi, cartelloni e soprattutto avevamo già pagato un team di teatro di strada perché preparasse e rapprentasse una piece centrata sulle terribili conseguenze che la leggerezza di costumi può irmplicare. Avevamo già pubblicizzato l'avvenimento andando a Bafata, a circa 100 km da Bissau, tra la popolazione, nel cui centro culturale si dovevano svolgere le celebrazioni e la rappresentazione.Mi opposi fermamente quindi ad annullare il tutto. Temevamo fortemente tuttavia un clamoroso flop.

Il 30 novembre ci recammo con la sgangherata Land Rover a Bafata con tutto ill
materiale e un megafono, percorrendo la città reclamizzando l'evento con codazzo di ragazzini eccitati e urlanti. La sera andammo ad attaccare i manifesti in giro per la città e finalmente attendemmo  che accadesse ciò che doveva accadere.
Fu un insperato trionfo. Perfino il Primo Ministro arrivò e lodò l'iniziativa.
Unico neo nella mia giornata di gloria: oberata di lavoro avevo pregato l'amico Jorge funzionario OMS di far stampare lui i bigliettini d'imvito da spedire alle varie rappresentanze ufficiali e al governo. Il furbastro aveva  ottemperato "dimenticando" di sottolineare  il nostro essenziale contributo come progetto UE. Questo mi fu più tardi gentilmente rimproverato dallo stesso Delegato: tacqui, troppo lungo spiegare.
Ma fu una grande soddisfazione che mi fece superare a cuor leggero le ultime amenità guineennes: numerose invasioni serali su gran parte del pavimento di casa di giganteschi grilli neri (mi sembrarono grilli) da sterminare imprecando con gli zoccoli Scholls  prima di pensare alla cena, e per ultimo regalo il taglio della luce per errore della società elettrica effettuato opportunanemente un venerdì sera per tutto un fine settimana.

Partii da Bissau poco prima di Natale e giurai a me stessa che sarei si tornata a lavorarci ma non certo come capo progetto. Ed infatti nel 1995 e nel 1996/7 mi occupai della parte socio- antropologica e della componente di educazione sanitaria. Peccato che in occasione della Pasqua del 1995 vissi l’emozionante esperienza di una rapina in casa a mano armata. Ma questa è un’altra storia.

giovedì 2 aprile 2020

I CANI DI BISSAU

1994: A BISSAU TRA HIV E COLERA*

Era la fine di agosto e dopo un anno di disoccupazione angosciante attendevo la telefonata di una ONG specializzata in interventi sanitari che mi desse il via libera per partire per la Guinea Bissau, dove era già in piedi un loro intervento di educazione sanitaria a livello nazionale per la prevenzione dell'infezione da HIV, pericolosamente diffusa in ampi strati della popolazione soprattutto urbana. Avevo passato tutta l'estate a studiare a tempo pieno per prepararmi all'incarico di capo progetto in un campo per me nuovo, specifico ma anche complesso, di natura non solo sanitaria ma anche sociale e antropologica, e a compiti di gestione e amministrazione.
Credo fosse il 30 di agosto, quando la maggior parte dei rientri dalle ferie si esauriva, che infine misi le valigie sul treno per Roma e poi sull'aereo per Bissau: incarico  provvisorio di tre mesi in vista di rinnovo per successivi tre anni una volta che fosse stata approvata la seconda fase del progetto.

Bissau! Avevo visto capitali africane malconce, villaggi di case in banco (terra impastata con paglia e spesso sterco di vacca), discariche urbane a montagne russe chiamate parchi giochi infantili da un ironico collega per sdrammatizzare, carreggiate e piste butterate, ma una capitale così triste e cadente no, non l'avevo ancora vista. Una tristezza di impronta tutta lusitana, sulla quale sembrava alitare l'eco dei fados, quelle melodie lamentose cariche di una saudade (nostalgia in portoghese) di non si sa cosa. Il fronte del porto, con facciate dilavate da anni di pioggia e fiorite di muffa che contemplavano cieche sfasciumi arrugginiti di scafi da tempo destinati alla marcescenza erano un pugno nello stomaco, una piaga per l'occhio. E per il resto l'oceano era invisibile, una città di mare senza mare, dove soltanto lontano, in periferia, si intravedeva  qualcosa di simile a una superficie acquea ingombra di mangrovie e di fango.

Rivedo la strada che dall"aeroporto arrivava dritta in centro, piena di buche, l'albergo dove trascorsi il primo mese del mio soggiorno, mi rivedo arrivare con  l'autista più scheletrico  e silenzioso che abbia mai avuto in una vecchia  Land Rover a due posti, scomodissima, nello spiazzo dell'Ospedale Raoul Follerau  (dove avevamo l'ufficio) per malati di TBC e di AIDS. Era presente anche l'ONG  Raoul Follerau che svolgeva un intervento clinico. Praticamente tutti i tubercolotici erano malati di AIDS conclamato. E condannati.
Chi ben comincia... mi fu piuttosto difficile mantenere alto il morale e imprimere un abbrivio ottimistico ai miei collaboratori, tutti uomini i tecnici e anche il partner  principale, il cosiddetto omologo, il trait-d'union con la Commissione del Ministero della Sanità per la lotta all'AIDS.
Avevamo una stamperia per produrre manifesti con serigrafia, computer, telefono e fax, ciclostile, carta di vario formato, non male. Il mio predecessore, più tecnologico di me, in pochi giorni,prima di rientrare in Italia, mi dette una grossolana infarinatura su tutto ciò che aveva fatto in tre anni mettendo a dura prova la mia capacità di assorbire rapidamente una montagna di informazioni dati nomi strutture burocratiche nazionali e internazionali compresi gli arcani rapporti con il nostro donatore, la Commissione Europea, incarnata localmente dalla Delegazione e soprattutto dal Delegato, rapporto da coltivare con la massima cura e scaltrezza. Ogni sera avevo mal di testa. Infine l'ex capo progetto parti' e mi trovai "sola al comando". Con l'aiuto, per fortuna, di una volenterosa ed efficiente segretaria, moglie del capo della Federazione sindacale dei lavoratori della Guinea, ufficialmente socialista e quindi con una unica Federazione, la cui conoscenza mi fu preziosa per i contatti con la classe operaia, Cara Manuela, dove sei adesso?

Il mattino alle 7 scendevo a far colazione e il mio sorriso di bom dia si spegneva entrando nella sala dove lo splendore del sole già caldo si affiocava alle luci smunte di pesanti lampadari accesi perché polverosi tendaggi di velluto cremisi  perversamente provvedevano ad occultare ogni raggio esterno.  Stessa luce smorta la sera sulla parca cena. Ma anche il sole esitava spesso a mostrarsi e la stagione delle piogge quell'anno fu particolarmente prodiga tra temporali acquazzoni e rovesci pervicaci che scavavano sempre più le buche dell'asse principale della città, il mio percorso mattina e sera. Ormai guidavo io e per molti giorni fui tormentata dalle richieste pecuniarie della polizia stradale che cercava pretesti assurdi per spillarmi quattrini, finché non sbottai indignata e da allora mi ignorarono.

Su tale sfondo, mentre mi arrabattavo per far fronte sia a incombenze quotidiane e incontri ufficiali che per capire quale strategia proporre per la fase due del progetto alla Commissione e alla ONG, digerendo contemporaneamente faldoni su faldoni di documenti e studi, cominciarono a serpeggiare  quelli che furono inizialmente liquidati come "boatos", voci ingannevoli, rumours in inglese, di un aumento di casi di colera, colera che è endemico in quasi tutti i paesi africani ma che di tanto in tanto,  principalmente nella stagione delle piogge, diviene epidemico. Intanto gli studi epidemiologici che divoravo a decine concordavano nel valutare minacciosa l'estensione dell'infezione da HIV2 (spiegherò brevemente la differenza tra HIV1 e 2  nella seconda parte del post) in Guinea Bissau, al 10% nella popolazione generale e molto più alta tra i nostri (del progetto) gruppi target: prostitute, militari e giovani celibi sotto i 25 anni. E i boatos si tradussero presto in numeri sulle pagine dei giornali e nelle riunioni al Ministero della Sanità.

* Data la difficoltà di inserire molte foto nel testo e predisporre una impaginazione decente usando la ridotta superficie di un cellulare, ho deciso di rimandare il resoconto del mio viaggio in Ecuador, e rivangare ricordi di altri momenti difficili, ben più difficili dell'attuale personalmente, della mia lunga carriera di cooperante internazionale. E qui rievoco forse "il più peggiore".