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martedì 18 novembre 2025

FARE POLITICA E NON FARE GIUSTIZIA

 

LA FABBRICA DELL’ODIO

 

Deserto algerino, foto mia

Se nel 1945 a Norimberga le potenze vincitrici scelsero di fare giustizia affinché fosse possibile continuare a fare politica[1], nel 2025 in Palestina si sta scegliendo l’esatto contrario. Almeno fino ad oggi questo sembra il cammino intrapreso, e il discorso sarebbe lungo, perché se l’esempio più eclatante di cui voglio parlare è quello attuale della Palestina, da anni la politica internazionale ha mostrato di preferire il “lasciar cadere” invece di dirimere i casi più spinosi, dal Darfur del 2003 alle “extraordinary renditions” all’invasione truffaldina dell’Iraq e prima dell’Afghanistan, il cui resoconto più accorato e convincente si legge nel libro di Robert Fisk, The great war for civilisation[2], forse l’unico giornalista “not embedded[3]” presente sul terreno, a suo rischio e pericolo. L’unico giornalista capace di ritrovare una delle pallottole che avevano proditoriamente, senza alcun motivo, ucciso tutti i passeggeri civili di un’automobile, non ricordo se in Afghanistan o in Iraq, accertandosi della sua marca; aveva poi rintracciato i fabbricanti e la sede principale della ditta negli Stati Uniti, aveva attraversato l’Atlantico e si era recato dallo sbalordito AD accusandolo apertamente di omicidio. Quale giornalista oggi rifarebbe qualcosa di simile? Indimenticabile libro, indimenticabile Robert Fisk. Nel periodo post-1945 si tentò di costruire un’impalcatura giuridica che impedisse la ripetizione degli orrori delle due guerre mondiali, di genocidi (termine giuridico che fu creato allora) quali quello di ebrei, gitani e menomati, ma sembra che ancora una volta Thanatos abbia avuto la meglio sul dio alato Eros, come aveva ben visto Sigmund Freud nella conclusione del suo Il disagio nella civiltà. E clamorosamente. L’oscena impunità di cui ha sempre goduto lo Stato di Israele per i suoi crimini in Palestina tocca il suo apice, la complicità palese di Unione Europea e in particolare di alcuni Stati, tra i quali l’Italia, nel genocidio perpetrato a Gaza (e in maniera strisciante in Cisgiordania), riconosciuto come tale da una Commissione ONU, l’appoggio generoso soprattutto degli Stati Uniti, che pretende di recitare ora il ruolo di negoziatore quando è stato da sempre lo sponsor di Israele, sono una tragicissima pantomima che ha il fine di ribadire i rapporti di forza ante 7 ottobre 2023 e l’oppressione che dura dal 1948. In uno scenario di distruzione e di morte di indicibile sofferenza. Il finto cessate il fuoco che dura da più di un mese è una farsa: vero che i bombardamenti a tappeto sono cessati per diventare più rari, ma centinaia di palestinesi sono morti in queste settimane che avrebbero dovuto essere di quiete: l’11 novembre dopo un mese di “cessate ostilità” (da 10 ottobre al 10 novembre) un articolo di Aljazeera riportava che 242 Palestinesi erano stati uccisi e 622 feriti[4]. Israele ha inventato “una linea gialla” immaginaria oltre la quale i Gazawi non devono inoltrarsi, ma tale confine arbitrario non è segnalato e varie persone sono morte per averlo inconsciamente attraversato.  Il 53% circa della Striscia è tuttora occupata dall’ esercito israeliano. Nella Cisgiordania le incursioni dei coloni estremisti più feroci si sono fatte più frequenti e distruttive al fine evidente di rendere la vita un inferno tale ai residenti da provocarne l’espulsione, la “partenza volontaria”. E a proposito di espulsioni camuffate da partenze volontarie, è recente la rivelazione di alcuni voli di evacuazione di centinaia di Gazawi organizzati da un fantomatico “gruppo umanitario”, Al-Majid Europe”, legato ad Israele. Palestinesi misteriosamente atterrati in Sudafrica. Na’eem Jeenah, un accademico sudafricano, accusa Israele di avere messo i palestinesi sull’aereo senza dar loro visti di uscita e documenti, e senza rivelare loro la destinazione.[5] Ai palestinesi era stato chiesto di pagare una somma oscillante tra i 1500 e i 5000 USD in anticipo, in giugno, per lasciare Gaza. Disperati, erano stati adescati da un sito internet, e pensavano di andare in Indonesia o in Malesia. Alla partenza da un aeroporto denominato Tambo, avevano dovuto lasciare tutti i pochi averi che avevano con sé. Il tutto naturalmente coordinato dalle autorità israeliane. Il presidente del Sudafrica ha accolto tutti i rifugiati/espulsi, per ovvii motivi umanitari, a parte un piccolo numero che ha voluto proseguire il viaggio per altre destinazioni.

Qabbala

 Il cosiddetto “piano Trump” in 20 punti, analizzato dagli esperti dell’International Crisis Group (ICG) mostra tutta la sua vaghezza e ambiguità, tanto che Hamas dichiara di non accettare la supervisione del “Comitato di Pace” capeggiato da Trump stesso e in seguito all’approvazione del piano stesso dal Consiglio di Sicurezza ONU lo stesso Hamas ribadisce che la risoluzione non soddisfa le richieste/i bisogni politici e umanitari dei palestinesi.

In realtà, non sono affatto chiari il ruolo e i compiti della Forza di Stabilizzazione Internazionale, la loro composizione, il rapporto con l’entità palestinese in discussione al Cairo. La mancanza di un ritiro dell’esercito israeliano, il blocco dell’aiuto umanitario (mancano alloggi decenti per l’inverno, medicine, carburante), il ridotto numero dei camion per gli aiuti alimentari, che sarebbero dovuti essere 600 al giorno, il persistere di condizioni di sopravvivenza indecenti per i Gazawi, le incursioni assassine in Cisgiordania, fanno presagire soltanto una continuazione dell’occupazione e dell’apartheid. E naturalmente nessuno dei punti del piano di pace (sic) accenna minimamente a un redde rationem per gli autori di genocidio e di numerosissimi crimini efferati. Anzi, Trump ha avuto la faccia tosta di chiedere al Presidente israeliano Herzog di graziare l’imputato Netanyahu nel caso in cui venga condannato per corruzione. Il giornalista più conosciuto dell’unico giornale di sinistra di Israele, Haaretz, cioè Gideon Levy, sostiene che la maggioranza degli israeliani non si cura affatto delle sofferenze inflitte ai palestinesi, e coltiva una specie di complesso di superiorità, autocompiacendosi di essere “il popolo eletto”. E certo, le minoranze di opposizione all’occupazione e favorevoli ai diritti dei palestinesi dentro Israele, presenti da sempre e incontrate personalmente sin dal 1996, il primo anno in cui visitai la Palestina e Israele, non mi sembra siano aumentate molto, rimangono minoranze vocali importanti ma estremamente minoritarie. Il cosiddetto “campo della pace” moderato che dopo Oslo si era sensibilmente allargato si è drammaticamente ridotto dopo il 2001.E con i ripetuti governi Netanyahu è cresciuto il rifiuto del riconoscimento dei diritti dei palestinesi, che dopo il 7 ottobre 2023 ha permesso un imbarbarimento sfociato in comportamenti aberranti, di crudeltà psicotica in numerosi soldati e agenti carcerari. Si è di fronte ad una vera e propria fabbrica dell’odio, è l’unica conclusione cui è lecito arrivare dopo avere letto testimonianze quali quelle che seguono, tratte dalla traduzione di un articolo di Haaretz, scritto da uno psicologo israeliano, prof. Yoel Elizur[6]:” È come una droga… ti senti come se fossi tu la legge, sei tu a dettare le regole. Come se dal momento in cui lasci il luogo chiamato Israele ed entri nella Striscia di Gaza, tu fossi Dio”. E un altro soldato: “Mi sono sentito come, come un nazista… sembrava proprio che noi fossimo in realtà i nazisti e loro gli ebrei”. Ho già scritto altrove che ricordo bene un articolo del 2002 del compianto Uri Avnery, membro del parlamento e fondatore di Gush Shalom, il blocco della pace, in cui si riportava l’incitamento di un alto ufficiale dell’esercito israeliano ai suoi soldati impegnati in retate a Nablus a comportarsi come i nazisti nel ghetto di Varsavia, che mi aveva lasciato sbigottita nella sua spietata chiarezza. Ed era solo il 2002. 

Canoa, Equador, foto mia

Dallo stesso articolo del prof. Elizur cito un’altra testimonianza: “Un nuovo comandante è arrivato da noi. Siamo usciti con lui per la prima pattuglia alle sei del mattino. Si ferma. Per le strade non c’è anima viva, solo un bambino di 4 anni che gioca nella sabbia del suo cortile. Il comandante improvvisamente inizia a correre, afferra il bambino e gli rompe un braccio al gomito e una gamba qui. Gli calpesta la pancia tre volte e se ne va. Siamo rimasti tutti a bocca aperta. Lo guardavamo scioccati… Chiesi al comandante: ‘Qual è la sua storia?” Mi ha risposto: ‘Questi bambini devono essere uccisi dal giorno in cui nascono. Quando un comandante lo fa, diventa legittimo”.

Ancora un altro soldato: “Un arabo camminava per strada, aveva circa 25 anni, non aveva tirato una pietra, niente. Bang, un proiettile nello stomaco. Gli abbiamo sparato allo stomaco, e stava morendo sul marciapiede, e noi ce ne siamo andati con indifferenza”.

Lo psicologo precisa che alcuni di questi soldati sono stati condannati dai tribunali militari. Si sentivano amareggiati e traditi. Altri soldati hanno riportato danni morali, molti sono stati i suicidi di soldati congedati. Un Centro di “riparazione delle coscienze” è stato attivato

Con un clima del genere, cosa ci si può aspettare se un palestinese ha la disgrazia di finire in una prigione israeliana, specialmente nella terribile Sde Teiman? Molti dei cadaveri restituiti da Israele nel recente scambio di cadaveri dopo il cessate il fuoco avevano le mani legate dietro la schiena e segni di tortura sul corpo, anche amputazioni. Eppure, il codice dell’esercito è chiaro: “I soldati dell’IDF non useranno le loro armi o il loro potere per danneggiare civili e prigionieri non coinvolti” e ‘Il soldato si assicurerà di dare solo ordini legali e di non seguire ordini illegali’. Nella società israeliana serpeggia da sempre una psicosi di massa che viene rafforzata con una educazione militarista, come se ci si trovasse in permanenza in una fortezza accerchiata. Il 7 ottobre 2023, invece di provocare un esame di coscienza collettivo sulle cause di quella esplosione di crudeltà e di odio che era straripata da Gaza, si è solo parlato di pogrom e di “tentativo di genocidio” addirittura! Credo che da sempre la società israeliana sia gravemente malata, e se il male non si cura non può che peggiorare.

Qabbala

Tra gli anticorpi fortunatamente ancora esistenti nella società c’è una organizzazione che ho conosciuto a inizio anni 2000 chiamata New Profile, nuovo profilo. Perché tale nome? Perché il profilo che prevale, nell’educazione che i bambini ricevono sin da piccoli, si identifica con quello del (o della) soldato/soldatessa che deve innanzi tutto difendere la sua terra, Erez Israel, finalmente riconquistata. Quindi una società militarista e militarizzata. New Profile, organizzazione femminista, propugna un altro “ideale” di persona, quindi si oppone al militarismo. Lotta per creare un Israele che non sia più un esercito con uno Stato: “agiamo per diminuire l’influenza del militarismo nella vita quotidiana, per rendere la società israeliana più civile, tollerante, pacifica.[7]” E questo da 20 anni. Vi ho incontrato donne ammirevoli nella loro militanza e determinazione.

L’impunità di Israele sarebbe un colpo durissimo per tutta la nostra civiltà. Credo che si debba pervicacemente lottare affinché questo non accada.


 

 



[1] Norimberga, fare giustizia per fare politica, Luca Baldissare, luglio 2025, il Manifesto (1945, L’anno più grande).

[2] La grande guerra per la civiltà, 2020

[3] Cioè, non al seguito dell’esercito invasore e da questi protetto

[4] AJLabs, Ajazeera, 11 novembre 2025

[5] Agenzia turca Anadolu, 17 novembre 2025

[6] Editore di “La macchia di una nuvola leggera: Israeli soldiers, Army and Society in the Intifada”. 24 dicembre 2024, articolo apparso su Contropiano, gennaio 2025

[7] New Profile.org

lunedì 21 marzo 2022

GUERRA FA RIMA CON GAS DI SERRA

 

LA NAVE DEI FOLLI

 

A partire dai primi anni 2000 una immagine mi risorge sempre più spesso davanti agli occhi: il nostro pianeta, minuscolo granello nello spazio, veleggiante come la nave dei folli del dipinto rinascimentale di Hieronymus Bosch. Se il pittore fiammingo intendeva mostrare un carico di peccatori nella rotta verso la rovina dell’anima, nel nostro caso la rovina sarebbe planetaria, coinvolgendo una gran parte delle specie viventi e certamente la specie umana.

La pertinace cecità e sordità ai sempre più minacciosi dati (incontrovertibili) del gruppo di scienziati dell’International Panel on Climate Change (IPCC)[1], condite da più o meno inutili e costosi vertici nelle varie COP[2] che si sono succedute dopo quella di Rio de Janeiro del 1992 sono, oltre che motivo di costernazione, sorprendenti. Ma la follia di tali cecità e sordità mai prima d’ora era apparsa così evidente come in questi giorni in cui il dio Marte trionfa in Ucraina, nella “opulenta” Europa e non solo altrove, dopo un’orgia di dichiarazioni minacciose e ora di bombardamenti, di distruzioni e di morti, e, come reazione sconsiderata, di corse frenetiche alla moltiplicazione degli apparati bellici e di investimenti miliardari in nuovi armamenti. 

Mariupol, marzo 2022

Nazioni da decenni neutrali prendono in considerazione l’adesione alla NATO, l’Italia che secondo la sua Costituzione “ripudia la guerra” invia armi a una nazione belligerante e il suo Parlamento vota un aumento fino al 2% del budget per la Difesa, gli Stati Uniti e la UE rimpinzano l’Ucraina di armi, mercenari e ingenui volontari d’ogni dove accorrono a combattere in Ucraina. Il presidente ucraino si fa chef de guerre e arringa i parlamenti “occidentali” per arruolarli e parla di vittoria finale. Coscrizione obbligatoria in Ucraina, mentre sfilano davanti ai nostri occhi immagini di rovine fumanti, di ex città fantasma, di profughi in fuga, di cadaveri riversi nelle strade deserte e palazzi sventrati. Guerra e follia. La storia non insegna, questo è certo. Ma oggi c’è un esiziale elemento in più da prendere in considerazione e che rende il quadro anche più sinistro e le conseguenze di questo ulteriore conflitto anche più gravi.


Un tempismo perfetto: il 24 febbraio scorso la Russia ha pensato bene di iniziare la sua “operazione speciale” ovvero aggressione contro l’Ucraina[3] e il 28 febbraio è stata pubblicata la seconda parte del sesto Rapporto dell’IPCC, le cui migliaia di pagine possono essere sintetizzate in poche righe estremamente significative e perentorie che intimano: ultima chiamata per il volo di sopravvivenza del genere umano e di una biosfera ancora (parzialmente?) vivibile anche se durevolmente ammaccata. 

Costa del Bangladesh, foto K.H. Chowdhury
 

Nel documento intitolato 6 Big Findings from the IPCC 2022 Report on Climate Impacts, Adaptation and Vulnerability (Sei importanti risultati tratti dal Rapporto dell’IPCC sugli impatti del clima, adattamento e vulnerabilità) si chiariscono le tragiche conseguenze di una mancata immediata diminuzione delle emissioni di tutti i gas di serra e di un ritardo nell’allestimento di misure di adattamento agli inevitabili futuri sconvolgimenti climatici. “...il cambiamento climatico è già una realtà in ogni angolo della terra e molte conseguenze ben peggiori conseguiranno dal non riuscire a dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2030 e contemporaneamente affrettarsi ad adottare misure di adattamento ai cambiamenti[4]. I risultati dell’ultima COP 26 a Glasgow sono stati deludenti, i 100 miliardi da versare annualmente a partire dal 2009 da parte dei paesi più ricchi ai paesi con risorse insufficienti e più esposti ai pericoli dei cambiamenti climatici sono latitanti. Le cifre modeste versate poi ballano, sono opinabili e c’è chi dice gonfiate, tra prestiti da restituire e doni[5], con somme minime destinate all’adattamento piuttosto che alla mitigazione degli impatti per ragioni di rendicontazione più facile. Il Rapporto dell’IPCC sottolinea che all’adattamento, ormai una necessità impellente, vanno solo le briciole: “At the moment, adaptation accounts for just 4-8% of tracked climate finance, which totaled $579 billion in 2017-18”. (Attualmente all’adattamento va solo tra il 4%e l’8% del finanziamento confermato per il clima, che nel 2017/18 ammontava a 579 miliardi di $).


Una settimana dopo la pubblicazione di questa seconda parte del sesto Rapporto dell’IPCC, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha a sua volta rivelato che nel 2021 le emissioni di gas di serra non sono mai state così elevate[6]. Ed ora che un’altra guerra è scoppiata “nel cuore dell’Europa” è più che mai necessario denunciare e sottolineare qual è l’impatto dei conflitti e delle guerre sul deterioramento del clima e sull’aumento delle emissioni di gas di serra. 


E non solo sull’ambiente naturale ma anche sociale ed economico, poiché si mostra bene nel citato Rapporto IPCC l’interdipendenza tra queste sfere. Basti pensare, dopo meno di un mese di guerra in Ucraina, alle cupe previsioni di tagli sui rifornimenti di grano soprattutto in Africa settentrionale e occidentale, in Medio Oriente e all’aumento dei prezzi dei carburanti, quindi all’impoverimento e alla fame di milioni di persone. In Madagascar si parlava già di “carestia climatica”[7] nel gennaio scorso. In Yemen le Nazioni Unite hanno ricevuto meno di un terzo delle cifre richieste e si prevede una ulteriore diminuzione nelle importazioni di grano a causa delle guerra in Ucraina[8]. Povertà e fame generano ulteriori conflitti. La resuscitata corsa agli armamenti fa a pugni con la necessità impellente di finanziamenti alternativi tesi ad evitare il precipitare della crisi climatica planetaria, già accentuata in certe zone già fragilissime. Quindi: quante emissioni sono dovute alle guerre, alle sue implicazioni e alle sue conseguenze durature?

Lowell, Oregon, foto Markus Kaufmann

Ho trovato due articoli pertinenti sul sito Conflict and Environment Observatory[9] che prendono in esame sia gli impatti diretti delle guerre che quelli indiretti, durante e dopo il conflitto vero e proprio. Oltre alle sofferenze fisiche e mentali, ai lutti, alla fuga di profughi che diventano spesso rifugiati e sradicati a vita, ecco preziose aree agricole coltivate ora abbandonate, posti di lavoro perduti e scambi commerciali vitali azzerati, ecco la perdita di patrimoni culturali immensi, macerie che rimangono tali per anni, incendi di foreste e disboscamento sia per ragioni di sicurezza militare che per lucro, il ritorno di pratiche dannose e malsane (uso di carbone e carbonella), o addirittura cancellazione di foreste per l’uso di defolianti (Vietnam, Cambogia, Laos), incendi di infrastrutture come pozzi di petrolio (Iraq 1991), o anche flaring, cioè fuochi vaganti di gas infiammabili di petrolio(nel perpetuo conflitto del delta del Niger, in Nigeria), ce n’è per tutti i gusti. Durante la (seconda) guerra del Vietnam (1964/75) tra il 14% e il 44% delle foreste andò perduto e gli effetti del terribile Agente Arancio sui “nativi” sono una realtà misconosciuta ancora oggi in una sede giudiziaria “occidentale”[10]. Si stima che le emissioni dovute all’incendio dei pozzi di petrolio iracheni durante la prima guerra del Golfo nel 1991, che continuarono a bruciare per mesi, contribuirono per più del 2% delle emissioni di CO2 da combustibili fossili in quell’anno[11]

Iraq
Il documentario Lessons of Darkness (Lektionen in Finsternis), girato nel 1992 dal regista tedesco Werner Herzog su quella guerra, mostra in sequenze impressionanti il mare di fuoco scatenato dai bombardamenti USA e alleati[12]. Ancora: la logistica necessaria per i campi dei rifugiati produce molte emissioni addizionali, e la dipendenza dagli “aiuti umanitari” è letale, paralizzante. L’ho constatato personalmente nel mio lavoro in Somalia, in Ciad e in Sud Sudan. Centinaia di milioni di persone autosufficienti che curavano i loro territori diventano pesi morti, le loro terre inaridiscono.
Aleppo 2013, foto Bama FCO

Inoltre è la produzione stessa di armamenti, con le sue catene di approvvigionamento, che emette enormi quantità di Co2: nella UE le società di interesse pubblico sarebbero legalmente tenute a riportare i dati delle loro emissioni, ma le attuali norme sono “non vincolanti”[13]. L’aumento previsto di produzione di apparati bellici dopo i recenti annunci di aumento dei budget militari in vari paesi europei lascia presagire il peggio. In questo clima guerriero tristi nazionalismi e militarismo vengono aizzati. Gli apparati militari sono degli enormi produttori di emissioni di gas di serra[14], ed in guerra si moltiplicano i loro impatti distruttivi. La guerra oggi si fa soprattutto dal cielo, e l’aviazione militare rappresentava nel 2021 tra l’8% e il 15% della percentuale totale del 3,5%, il contributo globale dell’aviazione al riscaldamento del clima[15]. Le scie di fumo bianco (contrails in inglese) che vediamo fuoriuscire dai jet sono cariche di biossido di carbonio e  diossido  di azoto oltre a fuliggine e interagiscono con le nuvole, intercettando o creando cirri che intrappolano calore. 

Primo Ministro dell'arcipelago di Vanuatu parla da remoto alla COP 26

Ogni guerra che scoppia aumenta le cifre citate[16]. I danni materiali, le città polverizzate, gli ospedali distrutti, le scuole inagibili, le strade impraticabili, implicano costi immani aggiuntivi di riparazione, oltre ai costi immateriali: costi sociali, costi umani, compagini sociali disintegrate, bambini e adulti traumatizzati. Se infine prendiamo in esame i costi opportunità (opportunity costs) cioè i finanziamenti che saranno dirottati verso la spesa militare invece che a programmi sociali, alla riduzione delle ineguaglianze, alla spesa sanitaria pubblica, all’educazione, alle fonti di energia rinnovabili e all’adattamento, bisogna essere ottimisti incalliti per sperare di contenere il riscaldamento globale entro l’1,5 gradi Celsius rispetto all’era preindustriale. Limite che, avvertono gli scienziati dell’IPCC, “is not safe at all”, non è affatto sicuro[17].

Se immaginiamo il processo di riscaldamento climatico come un gigantesco ordigno esplosivo innescato da mani umane teleguidate dall’esecrata fame dell’oro di virgiliana memoria e dai demoni del potere, l’ultima pagina del romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, dipinge quel che potrà essere il destino di questo pianeta allo sbando se non riusciremo a contrastare questa corsa al disastro annunciato: “Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro delle terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”



 

 



[1] Gruppo internazionale di esperti sul cambiamento climatico, GIEC in francese

[2] Conferenza delle parti (interessate)

[3] Prescindo da ciò che ha preceduto l’invasione perchè non pertinente al nocciolo del mio ragionamento.

[4]6 Big Findings from the IPCC 2022 Report on Climate Impacts, Adaptation and Vulnerability

[6] https://www.rfi.fr/fr/environnement/20220309-climat-un-nouveau-record-d-%C3%A9missions-de-co2-en-2021

[7] https://www.nationalgeographic.fr/environnement/a-madagascar-la-premiere-famine-climatique-du-monde

[8] https://www.middleeasteye.net/news/russia-ukraine-war-yemen-braces-wheat-shortage

[10]https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/01/news/continentale_breakfast_lena_leading_european_newspaper_alliance_agente_arancio-315991355/?__vfz=medium%3Dsharebar

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Lessons_of_Darkness

[13] https://ceobs.org/the-militarys-contribution-to-climate-change/

[14] https://theconversation.com/us-military-is-a-bigger-polluter-than-as-many-as-140-countries-shrinking-this-war-machine-is-a-must-119269

[15] Vedi nota 11, ibid.

[16] Una utile immagine che raffigura le interazioni è su: https://www.carbonbrief.org/guest-post-calculating-the-true-climate-impact-of-aviation-emissions

[17] 6 Big findings…(nota 3)