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sabato 10 dicembre 2016

EHI DELLA GONDOLA QUAL NOVITA'? IL MORBO INFURIA IL PAN CI MANCA...(**)



WHAT’S THE NEWS? HABARI NZURI? MA HIYA L-AHBAR?[1]


Io non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si combatterà con pietre e bastoni (Albert Einstein)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/guerra-e-pace/frase-10542

Per molti anni ho avuto, e ancora soffro di recidive, la maledetta abitudine non solo di ritagliare articoli di giornale che ritenevo degni di nota e di essere riletti o citati in qualche scritto ma anche di accatastare in pile più o meno ordinate numeri interi di quotidiani, rassegne settimanali, riviste. Abitudine rovinosa vorace di spazio, soprattutto se si hanno a disposizione meno di 50 mq di appartamento. E forse anche abitudine insana per la quantità immane di polvere che si deposita sulle pagine sempre più gialle. Però serve, e lo noto con compiacimento quando tento, quasi sempre senza esiti decisivi, di disfarmi delle pile oscenamente velate di sporcizia. Infatti mi soffermo a rileggere almeno i titoli, spesso gli articoli sottostanti, e constato che i problemi e gli interrogativi variano molto meno di quanto si possa sospettare, grattando mentalmente sotto i nomi e la cronaca più immediata. Quindi spesso ricompongo la pila solo un po’ più bassa.

Ieri sera in particolare cercavo disperatamente un libro, finalmente localizzato, e ho avuto occasione, ancora una volta compagni (si diceva spesso davanti alle fabbriche nel 1968 dopo le rappresaglie dei padroni), che la terra gira e non gira, e non c’è bisogno di scomodare gli storici della Roma antica. Ecco una rassegna di vecchi-nuovi scenari spigolati dalla mia emeroteca. Non vado molto addietro; quella prima pila disfatta e in parte ricomposta risale al massimo al 1999.
 
Apro Solidarietà Internazionale (rivista) del settembre-ottobre 2001. In una delle pagine centrali c’è un articolo di Riccardo Petrella, economista politico, già professore all’Università di Lovanio, autore di innumerevoli libri e articoli, collaboratore storico di Le Monde Diplomatique. Titolo: “E lo chiamano sviluppo”: in tre colonne dipinge un quadro sconfortante dell’aumento impressionante delle diseguaglianze globali non solo in termini di ricchezza ma “in tutti i campi” tra il 1950 e il 1999, sia tra paesi ricchi e poveri, sia al loro interno tra classi sociali agiate e deprivate. In questi 49 anni,” il divario tra il quinto più ricco della popolazione mondiale e quello più povero è saltato da 30 a 72 punti, e la crescita (del divario) è stata più forte a partire dagli anni ’80.”[2] Più avanti, tocca un altro punto dolente: le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale (ormai, tutto globale!!).  Leggo: “la stragrande maggioranza degli scienziati ha ammesso che per combattere efficacemente i processi di riscaldamento globale dell’atmosfera nei prossimi cinquanta anni è necessario ridurre nei prossimi venti anni (corsivo mio) le emissioni di gas che intaccano lo strato di ozono del 60% rispetto al livello delle emissioni del 1992”. Ma dopo il debolissimo accordo di Kyoto del 1997 e il successivo rigetto dello stesso da parte del geniale George W. Bush appena eletto, “un nuovo accordo redatto a Bonn nel novembre 2000 ha stipulato un aumento…delle emissioni dello 0,3% nei prossimi 15 anni”. Gli allora prossimi quindici anni ci portano dritti alla storica COP 21 del dicembre 2015 a Parigi e alla più recente COP 22 di Marrakech, che non ha costituito un gran progresso rispetto al consenso di Parigi. 

Se in un articolo del 2001 si affermava che era necessario tagliare le emissioni del 60% rispetto al 1992, quindi dal 2000 al 2020 (i prossimi venti anni di allora dei quali sedici sono ormai alle nostre spalle), e a Marrakech ci si è accordati per stabilire le regole per l’applicazione dell’accordo COP 21 entro il 2018, che possiamo pensare? Che ciò che era urgente più di tre lustri fa non sia più urgente oggi, quando l’Artico si scioglie come burro? Il sito del 10 dicembre 2016 di Repubblica, sezione Ambiente, titola: “Orsi polari, ridotti di un terzo in 35 anni"..Inoltre notiamo che dal 1992 ad oggi le emissioni sono aumentate del 48%, (http://www.alessandrobratti.it/blog-ambiente/2066-l-accordo-di-parigi-in-10-punti-analisi-e-commento-del-testo.html), altro che diminuire, e l’accordo di Parigi diventerà operativo a partire dal 2020. Prendiamocela comoda e speriamo nei miracoli per le future generazioni. E se i più rigorosi si augurano che sia possibile raggiungere il picco delle emissioni nel 2020, (http://www.greenreport.it/news/clima/riscaldamento-globale-iea-raggiungere-il-picco-delle-emissioni-entro-il-2020-e-possibile/), constatiamo che non esistono vincoli; non oltre il 2030, in ogni caso, suggerisce soave la Cina, che ovviamente non ha problemi di inquinamento atmosferico. Da qui all’eternità. 

Quanto alle “diseguaglianze globali”, ci si può sbizzarrire tra le migliaia di fonti multilingue che attestano che, se si erano accentuate a partire dal 1980, dopo il 2000 hanno preso la rincorsa e sono schizzate a freccia. Non è facile districarsi tra differenze di reddito, di ricchezza, di livelli educativi o di aspettative di vita, all’interno dei singoli paesi o per aree regionali, tra i vari indici usati per misurare le disparità, tra misure relative o assolute. In uno dei websites scorsi (http://inequality.org/global-inequality/) si riporta un grafico a barre abbastanza eloquente che si riferisce agli scarti tra percentuali di popolazione mondiale e percentuali di ricchezza posseduta, che riporto qui sotto:

 Popolazione globale adulta e percentuale di ricchezza globale per gruppo omogeneo di reddito
(in blu la popolazione, in rosa la ricchezza)

 Jason Hickel, citando le statistiche di Oxfam, ci ricorda su The Guardian dell’8 aprile 2016 che “le disuguaglianze globali potrebbero essere molto peggiori di quanto pensiamo”, poiché i dati citati dalla ONG inglese non includono le immani ricchezze occulte sottratte alla scure della tassazione e a occhi indiscreti nei paradisi fiscali che nessun governo disturberà né oggi né nel prevedibile futuro, e forse oltre[3].
In passato molte proposte di tassare le transazioni finanziari realizzate “alla velocità della luce”[4] (Tobin tax, Spahn tax, imposte di solidarietà per finanziare lo sviluppo, e altre) sono naufragate e nel 2008 il salvataggio del sistema finanziario negli USA è costato 700 miliardi di dollari (www.patriziatoia.info). Nel 2012 il Parlamento Europeo ha approvato l’introduzione per il 2014 di una tassa di 0,1% su obbligazioni e azioni e di 0,01% sui derivati, dalla quale sono esenti i fondi pensione. 
Dobbiamo ancora vederne i benefici, mi pare; le accuse di evasione fiscale di colossi come Google e Amazon sono recenti. Povertà delle casse pubbliche, opulenza privata. Il New York Times di oggi 10 dicembre 2016: “Come il Twinkie ha reso i super-ricchi anche più ricchi” (http://www.nytimes.com/2016/12/10/business/dealbook/how-the-twinkie-made-the-super-rich-even-richer.html). Pare che il twinkie sia un dolcetto confezionato.
Per l’Italia il rapporto Istat 2016 ci dice che dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è caduto di più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, mentre gli introiti del 20% più ricco passano da 4,6 a 4,9 volte quelli del quintile più povero (Il Manifesto, 7 dicembre 2016).

 Groznyj prima della ricostruzione

Scuoto la polvere da un altro giornale: un editoriale di Le Monde citato dal Guardian Weekly del 2-9 gennaio 2002 titola: “Turning a blind eye to Russia’s terrorist acts in Chechnya” (Si chiudono gli occhi sugli atti di terrorismo della Russia in Cecenia”). L’editoriale sottolinea il tempismo e l’opportunismo dell’inossidabile Putin, il primo a esprimere solidarietà e appoggio a Bush subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001; il neozar ne ricavò un via libera alla repressione e al terrorismo di stato contro gli oppositori ceceni fino alla “vittoria” nel 2009, quando fu dichiarata la fine delle operazioni militari russe e la Cecenia fu lasciata nelle mani di un democratico come Kadyrov, il probabile mandante dell’assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaya e di parecchi altri seccatori che lo accusavano di torture e abusi.[5] La mente di chi legge tali righe oggi non può non correre immediatamente alle immagini delle macerie di Aleppo, e non solo Aleppo, ai bombardamenti russi e del regime di Damasco su quartieri abitati da civili, su ospedali e scuole, ai bombardamenti targati US di comitive dirette a matrimoni o agli stessi festeggiamenti di sponsali in Afghanistan, Pakistan, Yemen, alle vittime per sbaglio che ammontano a migliaia ormai, alle stragi in Darfur e in Nubia di cui non si occupa quasi nessuno.  Atti di terrorismo di stati sovrani con licenza di uccidere ovunque impunemente. Basta che lo facciano con discrezione e furbizia. Annientare Groznyj ieri e oggi Aleppo, cancellare la vita,  il vissuto e la storia nella carne degli abitanti e nei monumenti per fare posto a un’altra storia. I villaggi poi non compaiono né sulle carte geografiche né su Google maps. Post-storia?? 

Concludo con tre brevi cenni ad altrettanti bubboni ancora attualissimi.
1.       Una pagina del Manifesto del 2 febbraio 2002 ha questo titolo: “Enron-gate, il capitalismo texano”. L’articolo di Marco d’Eramo illustrava uno dei tornanti più significativi della recente epopea ingloriosa del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino in uno splendido libro del 2011.  Quello della Enron fu il fallimento colossale di una balena finanziaria cresciuta con la deregulation del mercato dell’energia favorita (comprata?) all’ombra di Bush figlio. Gonfia di capitali e crediti virtuali, i famosi futures[6], nel dicembre 2001 dichiarò bancarotta, lasciando sul lastrico 4000 dipendenti, mentre per tutto il 2001 i dirigenti, consapevoli dell’inizio della fine, si erano premurati di vendere il vendibile e mettere in salvo centinaia di milioni di dollari. Tutto ciò non ha insegnato molto, vista la crisi dei subprime del 2007, il salvataggio statale delle entità troppo grandi per fallire e l’assenza a tutt’oggi di regolamentazione dei mercati finanziari, con il risultato di un’altra crisi attuale delle banche a livello internazionale, e in particolare italiane: banche che traballano per le speculazioni finanziarie e i crediti inesigibili. Senza fare nomi.

2.       Titolo di un articolo di spalla del Weekly Guardian del 20 dicembre 2001: “Arafat plea answered by killing of militant” (L’appello di Arafat ha per risposta l’uccisione di un militante). Molte volte nell’ultimo scorcio degli anni ’90 questa fu la risposta di Israele alle timide avances dell’Autorità Palestinese ancora incarnata da Arafat: una tregua negli scontri che lasciava sperare in un progresso nelle trattative era rotta da aggressioni cruente del potere israeliano. Ricordo bene quello che fu l’ultimo discorso al mondo di Arafat dal suo rifugio assediato della Mukata, un discorso accorato, così conciliante che mi sembrò servile, esageratamente umile nei confronti di uno Sharon arrogante e implacabile. Ero a Peshawar, nord-est del Pakistan, seduta sul tappeto di una camera d’albergo, soddisfatta di avere convinto il cameriere a servirmi della birra in camera la sera con la cena, birra che arrivava ben occultata avvolta in un ampio tovagliolo. Quell’appello era stato seguito non solo dall’assassinio (termine usato dal giornale) di un militante di Hamas, ma anche dall’uccisione di un ragazzo palestinese di 12 anni e di un poliziotto, dell’ANP. Guardare oggi alla Palestina, a Israele e alla situazione del Medio Oriente dà allo stomaco.

3.       Sulla copertina di Internazionale del 26 aprile-2 maggio 2002 campeggia il profilo di un uomo attempato con le labbra dischiuse e il sottogola strozzato dal colletto bianco rigido. Scritta a caratteri cubitali: “PAURA DI LE PEN” Titolo gridato che molto probabilmente echeggerà nella prossima primavera 2017. 

Come concludere? Con l’Ecclesiaste del niente di nuovo sotto il sole?  Che banalità. Però…forse potremo pretendere che invece di guardare sempre e (quasi) soltanto alle prossime “scadenze” politiche elettorali pensando alla loro rielezione, ai prossimi vertici inconcludenti, alle conferenze internazionali, ai G7 o G20, a risoluzioni che valgono come carta straccia, eccetera, gli eletti e i nominati dei vari Governi e istanze internazionali si occupino più seriamente di affrontare almeno alcuni dei problemi di fondo dell’umanità che abita quest’orbe terraqueo.





(**) L0ltima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato, 1849. Venezia è assediata dagli austriaci.
https://it.wikisource.org/wiki/L%27ultima_ora_di_Venezia#pagename128

[1] “Che novità” in inglese, in kiswahili e in arabo. In kiswahili la frase che ricordo suona: buone notizie? Si noti la radice araba della parole "notizie” in kiswhili.
[2] Solidarietà Internazionale, sett.-ottobre 2001, p.25.
[3] https://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2016/apr/08/global-inequality-may-be-much-worse-than-we-think
[4] Inserto “Science et Medicine” di Le Monde, 27 maggio 2015
 [5] Luke Harding “Russia ends anti-terrorism operations in Chechnya”, The Guardian 16 aprile 2009
[6] I  Futures  sono contratti finanziari che obbligano il compratore a comprare una data merce o attività (o il venditore a venderla) ad un dato prezzo prefissato ad una determinata scadenza futura.

lunedì 24 febbraio 2014

LINGOTTI E IPHONES



LINGOTTI E IPHONES: LE MINIERE DELL’AFRICA



Miniera in Sudafrica

E’ notizia di mercoledì 5 febbraio. Durante una conferenza  sulle risorse minerarie in corso a Città del Capo, mentre perdurava la ricerca di nove minatori seppelliti a 1700 metri di profondità nella miniera di Harmony  Gold Dornkoop vicina a Johannesburg, la Banca Mondiale annuncia l’iniziativa di sviluppare, nei prossimi cinque anni, una cartografia aggiornata delle risorse minerarie dell’Africa, che comporterebbe un finanziamento finale di un miliardo di dollari. Molto interesse da parte degli investitori. Intanto la metà delle miniere di platino sudafricane sono ferme per uno sciopero dei minatori che chiedono salari migliori e condizioni di sicurezza decenti. Richieste insostenibili, rispondono i padroni delle miniere, Amplats, Implats e Lonmin (les Echos, 5 febbraio 2014).
Si sa, il sottosuolo africano, quasi dappertutto, trabocca di tesori  che invece di essere una benedizione per le popolazioni si trasformano in maledizione perché aguzzano solo gli appetiti dei maxi pescecani delle multinazionali e dei mini pescecani (relativamente) locali, fomentando guerre e traffici illeciti. Intanto la fame di terre rare e metalli strategici aumenta esponenzialmente, e anche l’Unione Europea  punta a sviluppare nuove fonti di approvvigionamento  in Sudafrica, Malawi, Madgascar, Mozambico (François Misser, Africa miniera strategica, Nigrizia, gennaio 2014). Nella introduzione al Report on African Resources 2013, Kofi Annan parla di “commodity super-cycle”, quindi richiesta boom  di materie prime. Questa vera e propria escalation fa rabbrividire se si va a guardare il rapporto storico  tra ricchezza di risorse minerarie in Africa e guerre, senza  che i proventi di tali risorse  giovino alle popolazioni.

Lasciando da parte i casi più conosciuti dei diamanti  della Sierra Leone che hanno anche loro alimentato una  guerra sanguinosissima, andiamo a guardare le “ricadute” sul tessuto sociale dei profitti miliardari derivanti dall’export dei metalli preziosi in qualche paese africano di cui si parla di meno. A chi e a che servono nuove prospezioni  ultra sofisticate (e quindi costose) per scovare nuovi tesori sepolti?

Guinea

Il paese dispone dei 2/3 delle riserve mondiali di bauxite, giacimenti di ferro stimati a 9 miliardi di tonnellate, tra i monti Nimba e, a sud, l’appetibile Simandou il cui concessionario è Simfer. S.A., di proprietà di Rio Tinto (50,35%), Chalco (44,65%) e di tale IFC.  La Repubblica di Guinea avrà il diritto di assumere una partecipazione di un massimo del 35% in Simfer S.A. (miniera) e del 50,35% nella infrastruttura del progetto.  Bene: è di due giorni fa la notizia data da Radio France International di proteste di strada in un quartiere all’entrata della capitale Conakry per la continua mancanza di elettricità negli ultimi due mesi, che si sono concluse con due morti E tutti gli indicatori sociali sono arretrati negli ultimi 10 anni, anche a causa della disastrosa crisi politica. L’aspettativa di vita è di 54 anni (stima 2011), ogni donna  ha in media 5 figli (media assai alta), e la prevalenza delle mutilazioni genitali femminili è del 98% (Unicef 2013). Le stime del reddito pro capite 2011-2012 variano tra 400 e 500 USD/anno. Sono tornata da poco da un soggiorno in questo paese: la famiglia dei vicini, con più di 10 persone, faceva la spesa quotidiana con 15.000 franchi locali, un euro equivaleva a 9250 franchi. E si poteva considerare di fascia medio- bassa, non “povera”.
Ma presto si potranno esplorare meglio altre risorse come diamanti, petrolio, gas, nickel, cobalto, zinco, piombo….

Guinea Equatoriale 

Grandi riserve di petrolio sono scoperte nel 1996. Nel 2004, il paese produce 360.000 barili al giorno.  E’ il terzo paese africano produttore di petrolio e gas  dopo Nigeria e Angola. Nello stesso anno, un’ inchiesta condotta dal Senato degli Stati Uniti rivela che una banca americana (Riggs Bank) riceve la maggior parte dei proventi del petrolio. Secondo questo rapporto, almeno 35 milioni di USD sono stati dirottati negli USA da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, Presidente della Repubblica e famiglia (più altri famigli). Il presidente ovviamente smentisce le basse insinuazioni. Nel 2012, il primo ministro annuncia che la produzione ha raggiunto i 520.000 barili al giorno. Ma, sorpresa! Ci sono solamente  700 km di strade asfaltate (che sono pochini anche per 28.051 kmq), l’elettricità è disponibile nelle principali città ma con frequenti interruzioni, l’acqua corrente si può trovare nelle città ma non nelle zone rurali e le pompe sono in genere di proprietà privata (quindi l’acqua si paga cara).

Sao Tomé e Principe

Altro piccolo paese poco conosciuto, un arcipelago sull’Equatore, poco più di 1000 kmq. Anche qua sono stati  scoperti recentemente  giacimenti di petrolio che diventeranno produttivi nel 2016. Il Governo sin da ora promette che metterà in vigore dispositivi di controllo per impedire malversazioni e utilizzo perverso della manna petrolifera modellandosi sulle esperienze di Botswana e Timor Est. Ma a questo proposito il richiamo immediato è al caso del Ciad.

Ciad

  Donne in un villaggio del Ciad

Ad  Addis Abeba, il 27 settembre 2013,  il ministro delle finanze ciadiano Atteib  Doutoum afferma, secondo Bloomberg, “ Puntiamo a diventare il fulcro del business dell’Africa Centrale francofona”. E’ un paese immenso (1.284.000 kmq),  il decimo produttore di petrolio africano. Le riserve (stima: 1 miliardo e mezzo di barili) sono state scoperte negli anni 1990, e la Banca Mondiale, che finanziava parzialmente il progetto infrastrutturale, impose una clausola che sembrò una garanzia a chi seguiva le cose africane: un contratto tra il consorzio  promotore e lo stato stabiliva che una data percentuale dei proventi del petrolio andasse ai settori prioritari sociali: la sanità, l’educazione, lo sviluppo rurale. Accordo approvato dal Consiglio d’Amministrazione della BM il 6 giugno 2000. (Pétrole et dette : le cas du Tchad, 2005). La produzione cominciò nel 2003. Dopo più di dieci anni, che ne é stato di quell’accordo ? il Ciad è al 184esimo posto nella graduatoria dello Sviluppo Umano su 187 paesi (statistiche  UNDP 2012). Il petrolio ha fruttato 7,5 miliardi di euro in 10 anni, ma  Delphine Djiraibe, una dirigente di una coalizione di associazioni di piccoli produttori (CSAPR) creata nel 2002, protesta: ”I prezzi del petrolio sono alti, non dovremmo essere ancora vittime della povertà in questo modo!” e aggiunge: “La frustrazione è maggiore perché i guadagni del petrolio arricchiscono soprattutto una élite” (Le Monde, 13 maggio 2013). Strade asfaltate: 2000 km!

Angola

Consiglio di leggere almeno l’Executive Summary  di un rapporto del 2013 intitolato: Deception in high places, redatto da Corruption Watch UK and Associação Mãos Livres  in cui si analizza l’incredibile farsa che vede coinvolta in un’inchiesta internazionale esponenti altissimi del governo angolano, compreso il presidente Dos Santos, la società angolana Sonangol, il governo russo, le banche svizzere, i tribunali israeliani, dei conti correnti a Cipro, eccetera, e vede protagonisti improbabili procacciatori d’affari -mediatori. Una vicenda durante la quale un debito angolano di 5 miliardi di USD nei confronti dell’URSS  (ormai Russia), cresciuto durante gli anni della guerra civile, si è ridotto per magia finanziaria prima a 1 miliardo e mezzo e poi si è quasi volatilizzato, fruttando però ai procacciatori d’affari (che si sono riservati le fette più grosse), agli alti papaveri angolani e presumibilmente ai russi ed altri “mediatori” la bella cifra di 386.000 milioni di USD. A scapito del fisco russo e angolano, e alla faccia delle rispettive popolazioni. Intanto il governo angolano prevede un aumento dello sfruttamento di petrolio fino a due milioni di barili al giorno (dagli attuali 1,6) che proverranno dai nuovi giacimenti che cominceranno a rendere nel corso del 2014 (Ministro per il Petrolio José Botelho de Vasconcelos al Jornal de Angola , giornale di proprietà governativa,  nel 2012).
Il petrolio ancora rappresenta  in Angola il 95% delle esportazioni e fornisce il 79,5% delle entrate fiscali.  L’Angola è anche il terzo produttore di diamanti africano (7,5 milioni di carati), dietro Botswana e Sudafrica. Contemporaneamente possiamo apprendere che il 68% della popolazione è al di sotto del livello di povertà (da 1,5 a 2 USD/giorno) e il 15% delle famiglie vive in condizioni di povertà estrema. Nelle campagne il 94% delle famiglie è classificata come povera. Il 38% della gente non ha accesso all’acqua potabile, il 30% soltanto ha accesso all’assistenza sanitaria statale, l’aspettativa di vita è di 47 anni (stima 2010) e soltanto il 54% di bambini completano il ciclo elementare. L’analfabetismo femminile nelle zone rurali è del 73,6% (maschile: 34,6%) e quasi un capofamiglia su quattro è una donna.
E’ per raggiungere questi risultati, quindici anni dopo la fine della guerra civile, che si è battuto l’MPLA? Dove sono finiti gli ideali di Agostinho Neto, il predecessore dell’attuale Presidente Dos Santos (al potere dal 1975 e uno degli uomini più ricchi d’Africa), della lotta per il socialismo, per questo sono caduti innumerevoli combattenti cubani?
 Porto di Luanda

Repubblica Democratica del Congo

Uno dei più grandi e tormentati  paesi d’Africa (2. 345.409 kmq),  nato nel 1960 sul sangue  di uno dei più combattivi e lucidi eroi delle indipendenze africane, Patrice Lumumba, assassinato dai rivali in combutta con l’ex potenza coloniale belga, ha un sottosuolo che trabocca di ricchezze che si stima ammontino a 24 trilioni di USD (equivalenti al PIL di Stati Uniti più Europa intera): possiede le maggiori riserve al mondo di cobalto, e poi diamanti, oro, rame.
Ma per ora l’estrazione  dei minerali  è realizzata soprattutto attraverso piccole imprese artigianali  e spesso in modo illegale, nutrendo conflitti  interminabili che hanno contribuito a fomentare quella che è stata definita la Guerra Mondiale Africana, dal 1998 al 2003, e che hanno da allora continuato senza sosta a destabilizzare larga parte dell’est del paese,coinvolgendo  Rwanda e Uganda con pesanti complicità.
L’ illegal mining  è diffuso un po’ dappertutto e non solo in Africa: il numero di febbraio 2014 di Nigrizia riporta una vicenda oggetto di una inchiesta internazionale  che comincia in Ituri, una regione orientale della RDC che da 20 anni è scenario di guerre, razzie  e di stupri di massa e finisce in Svizzera, nei caveaux delle banche elvetiche. Secondo le accuse di TRIAL (Track Impunity Always), una società di Mendrisio, la Argot-Heraeus, che si occupa d raffinazione e trasformazione dell’oro dal 1973 ed é controllata da UBS (attenzione, anche nel rapporto già menzionato sull’Angola spunta  l’UBS!) “avrebbe trasformato in lingotti l’oro congolese pur sapendo della provenienza illecita del metallo e questo la renderebbe complice di un traffico internazionale.” I fatti risalgono al 2004-2005, quando Kinshasa, non potendo controllare l’est del paese, vendeva concessioni a chi si occupava di sfruttare le miniere d’oro, in questo caso, la Anglo Gold Ashanti sudafricana, che a sua volta le subappaltava a milizie locali che sfruttavano i ragazzini, che riescono a infiltrarsi negli stretti pertugi fangosi ( e pericolosissimi) delle miniere artigianali.
Inoltre, in queste miniere artigianali, per estrarre l’oro dal resto dell’amalgama  si utilizza il mercurio, che è altamente tossico anche se solo sfiorato o inalato. Secondo l’OMS il mercurio è tossico per il sistema nervoso centrale e periferico. L’inalazione di vapori di mercurio può produrre effetti dannosi sul sistema  non solo nervoso ma anche digestivo e immunitario, sui reni e sui polmoni e può  essere letale.
E però la produzione artigianale d’oro  a livello mondiale rappresenta il 15% della produzione totale annuale.

L’elenco sarebbe ancora lungo: a proposito della Repubblica Centrafricana, attualmente sconvolta dalla guerra, un rapporto dell’International Crisis Group del dicembre 2010, intitolato “De dangereuses petites pierres- les diamants en République Centrafricaine” chiariva che “l’estrazione artigianale fornisce lavoro a un totale che varia da 80.000 a 100.000 minatori in tutto il paese, che riescono a mantenere circa 600.000 persone. Un impatto non trascurabile in un paese di 4,8 milioni d’abitanti”. Il presidente deposto con il colpo di stato della famigerata Seleka a inizio 2013, Bozizé, arrivando al potere nel 2003 aveva introdotto regole apparentemente severe per regolamentare l’estrazione delle pietre preziose, ma l’effetto era stato perverso, come si legge nello stesso rapporto: “ Il livello elevato della tassazione incoraggia il contrabbando che le autorità  del settore sono troppo deboli per fermare. L’effetto congiunto di uno stato parassitario, della criminalità e dell’estrema povertà incita le fazioni rivali a combattersi creando condizioni propizie per meglio approfittare del commercio di diamanti”…. E non ci sono solo diamanti, ma rame, oro, grafite, ferro, caolino… Naturalmente la maggioranza della popolazione vive di « subsistence farming », agricoltura di sopravvivenza.

Diamanti del Centrafrica

Io credo che una  - dico una e non certo l’unica - delle ragioni endogene che rode alla radice di questi (ed altri) casi africani sia la questione irrisolta dello Stato. O meglio, risolta malissimo.

La questione della costruzione nell’Africa postcoloniale di una struttura statuale diversa, della liberazione dal sistema complessivo del colonialismo, non solo dal punto di vista  economico, ma dei rapporti sociali che tale sistema implicava, dalla subordinazione culturale, linguistica, psicologica che vi era sottesa e che fu denunciata così bene da Frantz Fanon, era al cuore del dibattito degli anni 1960 e ‘70 nei circoli progressisti e del marxismo africano. In Tanzania, e poi in Mozambico, a Capo Verde, in Guinea Bissau, sembrava che la ricerca teorico-pratica avanzasse e si facesse terreno di lotta e di confronto. Anche il Senegal pur con le sue ambiguità aveva delle chances, l’Algeria con la lotta dell’FNL, la Guinea con Sekou Touré che cercava di smarcarsi dalle grinfie dell’ex-potenza coloniale.

Oggi possiamo dire che lo Stato patrimoniale, la politica del ventre alleata e subalterna ai grandissimi gruppi estrattivi, imprenditoriali e industriali ha vinto dappertutto, persino in Sudafrica che pure era una giovane speranza fino a 15 anni fa: decapitati i ribelli, a cominciare dal menzionato Lumumba in Congo a Amilcar Cabral in Guinea Bissau, a Eduardo Mondlane e Samora Machel  in Mozambico e Thomas Sankara in Burkina Faso, anneghiamo nel variegato panorama di burosauri novantenni come Mugabe o più giovani figli di papà come Eyadema o Bongo juniors. “L’essor de l’Afrique”, lo sbocciare dell’Africa, come pomposamente intitola UNDP il suo ultimo rapporto sulla sviluppo umano, ha ben poco di umano. E di lotta di classe in senso stretto si può parlare solo in Sudafrica, che ha una struttura industriale e una storia di lotte sociali e politiche. Nella grande maggioranza degli altri paesi la povertà e l’analfabetismo,  la dispersione su grandi estensioni , la mancanza di punti di riferimento non solo impediscono che i focolai di insubordinazione, di lotta per i diritti economici, sociali e anche civili (vedi Uganda nel caso dei gay, vedi il Burkina Faso) si trasformino e si fondano in qualcosa che possa mutare i rapporti di forza. Ma molto più minacciosamente e pericolosamente, la lotta di classe ha preso delle “tournures” pseudo religiose farneticanti con AQMI, Boku Haram e le altre schegge islamiste, o esplode in odi etnici come in Sud Sudan e Centrafrica. O in rivalità inter-statuali. O in genocidi come in Rwanda. O in perdenti lotte nazionaliste come in Mali. E nel Sahel si allunga l’ombra dell’ islam politico.
Dalla maledetta Guerra del Golfo del 1991 si è inventato un altro satana quando il satana sovietico era ormai defunto. Si è fabbricato un nuovo nemico, un bau-bau artificiale che è diventato un mostro altrettanto reale del nemico di classe che si voleva sgominare. Un  mostro di Frankestein che dilaga e prolifera con  una folla di figli deformi.  E noi continuiamo a comperare Iphones e Ipads sempre più sofisticati, tra poco gli smart watches  anche se sappiamo che là dentro, con il coltan, c’è il sangue dei minatori illegali africani. Viva le nuove prospezioni. Viva le banche svizzere.

Aggiornamento del 10 marzo, copia e incolla dal website di Nigrizia, la Rivista dei Comboniani Italiani:
Dall'articolo "Il gioco del petrolio" di Riccardo Barlaam:

"La cosa più assurda di tutta questa storia è che il Sud Sudan, nonostante la ricchezza sulla quale è seduto, in questi tre anni di indipendenza ha fatto funzionare i suoi fragili apparati statali e assistito la sua popolazione non con gli introiti petroliferi ma grazie soprattutto alle centinaia di milioni di dollari di aiuti internazionali che arrivano da stati Uniti, Europa e Cina. E un fiume di risorse pubbliche è stato dilapidato. Nel nome della pace si sopporta tutto. Salva Kir ha ammesso che dei funzionari governativi hanno rubato dalle casse dello stato qualcosa come 4 miliardi di dollari. Il costo della corruzione. Lo sviluppo per il giovane stato resta ancora una parola senza significato."