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mercoledì 19 aprile 2017

IL PATTO CON IL DIAVOLO U.E.- OMAR EL BASHIR


"PER CONTO DELL’EUROPA" 
FERMARE L’IMMIGRAZIONE FINANZIANDO MILIZIE CRIMINALI?




Unione Europea e Italia pronte a tutto pur di bloccare le rotte dei migranti (e respingerli nel caso questi riescano ad arrivarci, in Europa), e tutto vuol dire passare sopra i grandi principi; diritti umani e libertà civili si piegano in funzione delle circostanze. Addirittura l'Italia si inventa un diritto amputato per i richiedenti asilo[1]. Lo sappiamo, lo sapevamo, ma constatare che si può arrivare a finanziare aguzzini con i soldi dei contribuenti europei, con la garanzia di un capo di stato dichiarato criminale di guerra con tanto di mandato d’arresto del Tribunale Penale Internazionale, è il colmo dell’infamia.
Il rapporto dell’organizzazione internazionale Enough.org, dal titolo eloquente: Border control from hell: how the EU’s migration partnership legitimizes Sudan’s militia state[2] del Prof. Suliman Baldo (Controllo delle frontiere dall’inferno: come l’intesa sulle migrazioni della UE legittima il Sudan, uno stato che si regge su milizie) presenta un quadro esauriente della situazione eslege di questo immenso stato, retto sin dal 1989 da un dittatore, Omar el Bashir, accusato di crimini contro l’umanità e indiziato di genocidio per le stragi nel Darfur, con il quale l’Unione Europea sta collaborando e cui sta elargendo contributi di milioni di euro.
Queste le tappe principali per comprendere la turpitudine del patto e cercare di ostacolarlo a partire da Strasburgo, dal Parlamento Europeo.

Il conflitto nel Darfur ha origine nel 2003 da una ribellione di militanti appartenenti a etnie come i Fur, i Zaghawa e i Marsalit, discriminate e oppresse dal regime di Khartoum nel Sudan occidentale, che accusa le popolazioni della regione di appoggiarli e inizia una guerra senza quartiere bombardando, incendiando e terrorizzando migliaia di villaggi. Iniziano l’eccidio e il conseguente esodo che a tutt’oggi ha raggiunto cifre che superano i 2 milioni di rifugiati e sfollati interni. Molti si rifugiano in Ciad dove si trovano ancora nei campi che dovevano essere provvisori, finanziati dalla UNHCR e gestiti da decine di ONG. Migliaia di donne sono stuprate e ridotte in schiavitù: ne ho conosciute alcune quando ho lavorato in Ciad a Goz Beida in uno di questi campi. Sono morte almeno 300.000 persone. Chi compiva queste atrocità –lo Stato Sudanese - usava sul terreno delle bande composte principalmente da una tribù arabofona, i Rizeigat Abbala, di origine nomade, allevatori di cammelli e razziatori di bestiame, denominati janjaweed (i diavoli a cavallo) dalle loro vittime, appoggiati dal cielo dalle forze armate ufficiali (S.A.F. – forze armate sudanesi) con bombardamenti a tappeto. Le donne che ho conosciuto mi avevano raccontato che erano riuscite a scappare con i soli abiti che avevano indosso.

Dal 2004 campagne di informazione, mobilitazione di attivisti dei diritti umani, articoli e reportage rendono questa guerra atroce di pubblico dominio; in tutto il mondo, si organizzano gli aiuti internazionali, piovono condanne. Si discute per anni se definire genocidio ciò che avviene, che continua ad avvenire e non si riesce a fermare. Testimonial famosi come George Clooney si recano in loco, si danno da fare. Poi pian piano il clamore si acquieta e il dittatore Omar el Bashir continua a fare il Presidente, riesce a essere rieletto ben due volte. A prezzo di repressioni sanguinose: nel 2013 circa 200 morti in tumulti di piazza a Khartoum, mentre le razzie e le stragi continuano in Darfur. A nulla valgono le accuse formali del Tribunale Penale Internazionale e i mandati d’arresto del 2009 e del 2010 contro di lui, i mandati d’arresto contro i suoi più stretti collaboratori (Harun, Ali Kushayb, Hussein), tutti indiziati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità: fino ad oggi  Omar el Bashir è riuscito a farla franca e le razzie e le stragi continuano, come documentato puntualmente non solo da Enough.org e dal suo direttore John Prendergast ma anche dall’organizzazione sudanreeves.org, che fa capo al Prof. Eric Reeves, dello Smith College di Northampton, Massachusetts, o da Radio Dabanga, dal cuore del Sudan (dabangasudan.org).
Eppure questo mare di sangue versato sembra non pesare sulla bilancia sbilenca dell’Unione Europea quando si tratta di ergere delle barriere per fermare i sacrosanti movimenti migratori, in questo caso quelli provenienti dal Corno d’Africa e dall’Africa centrale, che attraversano Sudan, Niger e Ciad per sfociare in Libia e puntare al Mediterraneo.

Per quanto concerne la Libia, la delega è affidata all’Italia: in febbraio il nostro governo ha stretto un accordo triennale con il governo traballante del premier Sarraj per rafforzare il controllo a partire dalle coste libiche, naturalmente per fermare il contrabbando e il traffico di esseri umani, foglia di fico verbale per significare che si rischia di finanziare poliziotti alleati ai trafficanti per estorcere denaro ai malcapitati, pena torture anche letali in totale impunità, come documentato da decine di libri e reportage e da testimonianze degli stessi migranti sfuggiti all’inferno dei campi di detenzione libici. Ma il Governo Italiano non ne sa nulla: il 2 aprile altri titoli trionfanti di apertura sui giornali inneggiano alla saggezza di chi favorisce “la pace tra le tribù” del Fezzan, regione di 700.000 km2 del sud della Libia, milizie assoldate per chiudere i transiti dal Niger e dal Ciad. Si pretende di ignorare anche in questo caso che le “tribù” arabofone libiche sono in linea di massima (ci saranno lodevoli eccezioni) le peggiori nemiche dei sub-sahariani, disprezzati come bestie; si può essere sicuri che i migranti catturati saranno trattati con il massimo rispetto. Pochi giorni fa la stessa Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (I.O.M.) ha denunciato che i migranti vengono venduti al mercato come schiavi per poche centinaia di dollari[3].il 16 aprile MSF ha segnalato su RFI la testimonianza sconvolgente di un senegalese che è stato testimone di pratiche schiavistiche nelle piantagioni libiche[4].

Ancora non basta: i migranti affluiscono in Libia dal Corno d’Africa, dal Sudan, dall’Africa Centrale e vanno fermati anche là. Non importa che in marzo l’ONU abbia dichiarato che è in corso una delle peggiori crisi umanitarie dal 1945 ad oggi proprio in Somalia, nel Sud-Sudan e nel nord-est Nigeria (oltre che in Yemen), crisi dovuta alle guerre che vi imperversano oltre e prima che alla siccità. La situazione è terribile anche intorno al Lago Chad, dove le stragi di Boko Haram hanno causato centinaia di migliaia di rifugiati, distrutto tutte le reti di scambio commerciale e reso impossibile l’agricoltura. I bambini marasmatici ridotti agli estremi mostrati in TV servono a fare affluire i fondi (pochissimi finora) ma se i loro padri cercano di arrivare in Europa per cercare lavoro vanno bloccati. Logica impeccabile. La cooperazione che l’Unione Europea ha rafforzato a partire dal 2014 con il governo del Sudan rischia non solo di non prendere in considerazione tutto ciò, in stridente contrasto con l’allarme umanitario dell’ONU, ma va oltre perché fa da puntello a un governo criminale.
 
Si chiama “Processo di Khartoum”[5] l’accordo firmato nel 2014 tra la UE e il Governo del Sudan, quindi con il criminale di guerra indiziato di genocidio Omar el Bashir, al fine precipuo di “bloccare il traffico di esseri umani nei paesi di origine, transito e destinazione”. Tale cooperazione è stata ulteriormente rafforzata e rifinanziata con 100 milioni di euro nel 2016 allo scopo dichiarato di affrontare le cause alla base dei movimenti di popolazione nel Sudan orientale, in Darfur, e negli stati del South Kordofan e Blue Nile, dove imperversa la guerra con gruppi ribelli legati al Sud Sudan. Questo pacchetto era destinato alle popolazioni vulnerabili in zone di conflitto per migliorare i servizi sanitari, educativi e la sicurezza alimentare. Ma 15 milioni in particolare finanziavano “un rafforzamento delle capacità delle autorità locali”. Inoltre attraverso il Trust Fund for Africa dell’UE si attribuivano altri 40 milioni di euro sotto l’etichetta Better Migration Management per un programma di rafforzamento delle capacità dei governi regionali di controllo delle frontiere, programma tuttora controverso, che rischia di ingrassare anche le cosiddette Rapid Support Forces del Sudan (RSF), ex milizie paramilitari ma ora parte integrante dell’esercito sudanese, che non sono altri che le bande dei vecchi janjaweed promosse per i loro buoni servigi e la loro efficacia mortifera. Il rapporto di Enough.org segnala che di questi 40 milioni, almeno 5 destinati al controllo di polizia e al settore giudiziario possono andare proprio alle RSF.
Create nel 2013 con compiti specificamente sporchi e repressivi, le RSF sono state denunciate da numerose organizzazioni internazionali per i loro crimini. Per tutta risposta, il governo di Omar el Bashir le ha ripulite integrandole nel gennaio del 2017, nelle forze armate regolari.
Per capire meglio l’atmosfera legalista che spira tra le forze armate, basti dire che quando nel 2013 il ministro della difesa si lamentava durante una seduta del Parlamento che i bassi salari dei soldati fomentavano le diserzioni, il segretario generale del Partito islamista sudanese, partito di governo, “raccomandò che il bottino di guerra fosse aggiunto come supplemento salariale”[6].
Il 5 aprile scorso usciva su The Guardian un lungo articolo a firma Phil Cox che rendeva conto del suo calvario in questa oasi dei diritti umani che è il Sudan di Bashir: il giornalista vi si era infiltrato illegalmente dal Ciad per raggiungere le zone del Darfur sigillate all’informazione internazionale al fine di documentare ciò che vi accade. Identificato dai servizi di sicurezza, con il suo aiutante e traduttore è stato detenuto, torturato, gettato in galera e ne è uscito dopo 70 giorni di incubo grazie al prodigarsi dell’ambasciata del Regno Unito a Khartoum, dopo essere stato obbligato a sottoscrivere di non tentare mai più di tornare clandestinamente in Sudan[7].
Forse siamo in tempo per fermare questo patto con il diavolo dell’UE se riusciamo a informare e coinvolgere una platea più vasta di quella ristretta di chi si occupa professionalmente di tali questioni.




[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/12/migranti-camera-vota-la-fiducia-al-decreto-minniti-via-libera-definitivo/3517714/
[2] http://www.enoughproject.org/content/border-control-hell
[3] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/migranti-schiavi-libia
[4] www.rfi.fr/afrique/20170416-esclavage-migrants-temoignage-jeune-senegalais-retour-libye
[5] http://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process

[6] Citato dal rapporto di enough.org: Ibrahim Hummoda, “The War of Spoils in Sudan,” Almshaheer, in Arabic, April 24, 2013,  www.almshaheer.com/article-159133.
[7] Phil Cox, Kidnapped, tortured and thrown in jail:my 70 days in Sudan. The Guardian, 5 April 2017.
https://www.theguardian.com/world/2017/apr/05/captured-in-darfur-south-sudan

giovedì 6 aprile 2017

KONTAN WÉ ZOT: APPUNTI DI VIAGGIO TRA MARTINICA E GUADALUPA





 Carnevale a Point-à-Pitre, Guadalupa

Kontan wé zot: contenti di vedervi, equivale a "benvenuti" in creolo. Se si sfogliano i materiali informativi forniti da qualunque agenzia di viaggi sembra che “Martinica e Guadalupa” equivalgano a spiagge assolate fornite di palme adeguatamente curve e intingoli piccanti innaffiati di rhum, non a esperienza culturale.


Indubbiamente appena arrivati si rimane incantati dalle bellezze naturali, ancora non (troppo) intaccate dalla speculazione immobiliare favorita dalla domanda crescente da parte di nutriti contingenti di pensionati e di professionisti stressati. Turisti soprattutto francesi, che giocano in casa. Infatti chi ha seguito le vicende recenti della protesta scoppiata nella Guaiana francese (Caienna) avrà presente che i cosiddetti DOM-TOM - domini e territori dell’oltremare di cui sia la Guaiana che le Piccole Antille, Martinica e Guadalupa comprese, fanno parte - sono Dipartimenti francesi, parte integrante dell’Esagono da ogni punto di vista, amministrativo, militare e politico. Sono ex-colonie incorporate nella metropoli, realtà sociali ambivalenti, ibride, che si fatica a definire. Sono un’altra sfaccettatura della realtà poliedrica della cosiddetta “post-colonia” teorizzata da Achille Mbembe[2] per l’Africa già negli anni ‘90, concetto valido anche per le Antille poiché il sostrato storico della schiavitù è comune.


Ho viaggiato sei settimane in Martinica e Guadalupa – in Guadalupa solo una settimana – ma mi è bastato per intravvedere un mondo culturale a sé, meticcio eppure ancora marchiato dall’eredità di un passato dicotomico di padroni e di schiavi, un miscuglio inedito di Africa e di Sudamerica che prende corpo nelle facce della gente, nella lingua creola, nelle sgargianti stoffe “Madras”, nei tamburi del Carnevale come negli scorci della selva che ricordano la foresta dell’Angola e nella produzione letteraria dei numerosi intellettuali (ben due premi Nobel[3] per la poesia). Su tutto aleggia la memoria della schiavitù che si prolunga nella persistenza a tutt’oggi di dinamiche di potere ereditate dagli antichi planteurs, i cui discendenti, i cosiddetti békés[4], hanno ancora in mano le redini dell’economia e della finanza: la Francia detta metropolitana è lontana e vicina. E “Planteur” si chiama uno dei cocktail più rinomati e diffusi in Martinica.



Salgo sull’autobus il mattino per andare a nuotare: alloggio a due passi da una magnifica spiaggia, a Le Diamant, ma l’oceano e il vento consigliano a chi non sia un aficionado del surf di non avventurarsi tra le onde e quindi opto per un’ora di trasporto pubblico verso una spiaggia dalle acque tranquille. In alto sopra l’abitacolo dell’autista c’è il riquadro elettronico con data e ora. Noto con sorpresa che sono le 15.00 passate: ohibò. Sono le dieci di mattina! Già, ma in Francia sono le tre. Tutti gli autobus recano l’imprinting della metropoli! Non credo sia difficile cambiare l’ora, perché non lo si fa? La sorpresa di questa dislocazione oraria è stata la prima avvisaglia di uno stato di cose in qualche modo anomalo, ambiguo, un ossimoro temporale che riflette un ossimoro culturale…esistenziale? L’unghia del dominio che perdura, lunga ottomila chilometri.
E’ Claudine, una signora creola[5] che ha lavorato in Francia a lungo ed ora vive con il marito in una bellissima villa a picco sul mare, che mi parla per prima dei békés. Stiamo facendo una passeggiata nei pressi di Grand Rivière, villaggio dell’estremo nord dell’isola affacciato sull’oceano, un tripudio di fiori che sembrano sculture di porcellana e foreste, terra di manguste, pellicani e colibrì. Il sentiero passa attraverso una residenza in stile coloniale abbinata a una grande piantagione di canna da zucchero dove è in corso la raccolta: più avanti, sul lato opposto del sentiero, un camion sale col cassone vuoto e scende stracarico. Claudine mi indica i padroni della tenuta che ci salutano da lontano, appunto dei békés, abbreviazione di bianchi creoli.
E come si fa a non evocare il concetto di post-colonia a proposito della Martinica quando si apprende che sono loro, i békés, l’1% della popolazione, che ancora detengono il 30 % delle imprese di più di 20 dipendenti, il 52% delle terre agricole, il 40% della grande distribuzione e il 90% dell’industria agro-alimentare[6] dell’isola. 


 Rovine di una antica hacienda che produceva cacao vicino a Grand Rivière

Visitando il Museo della Pagérie, la dimora signorile dove nacque e visse fino a 16 anni la più celebre béké della Martinica, colei che dal 1804 al 1809 fu “l’Imperatrice dei Francesi”, Joséphine de Beauharnais, prima moglie di Napoleone, la guida ci dice che ancora oggi un béké che sposa una donna creola viene cacciato via dal suo gruppo di appartenenza: l’esogamia viene vissuta come un “tradimento”. Nel giardino del museo mi fermo davanti a un pilastro annerito alto un po’ più di un metro, di pietra grezza: che cos’è? Semplicemente uno delle migliaia di pilastri simili a questo che i coloni disseminavano nella foresta e nella savana tutt’intorno alle loro proprietà per rallentare e impedire la fuga degli schiavi, che nella notte non potevano scorgere questi ostacoli e vi sbattevano contro, ferendosi.


I fuggiaschi che riuscivano nella loro impresa, i “marrons”, si rifugiavano sulle “mornes”, le selvagge e ripide colline difese dalla fitta vegetazione e davano vita a minuscole colonie basate su economie di sussistenza. Ci sono tuttora molti toponimi con questo vocabolo creolo: Morne Rouge, Morne Vert, Gros Morne, ecc. Mi viene in mente la “morna” la malinconica musica creola di Capo Verde resa celebre da Cesària Evora: che ci sia un legame semantico tra i due lessemi? Ascoltate “Sodade”[7], che sta per “saudade”, cioè nostalgia, in portoghese.

Le memoria della schiavitù pesa come un macigno in Martinica e Guadalupa, anche se la bellezza dei luoghi, la lucentezza del mare e del cielo, il verde splendente che ti circonda quasi ovunque tendono a fartelo dimenticare; è un passato infame da cui è nata una popolazione meticcia la cui gentilezza, disponibilità, apertura all’altro non cessano di stupirmi. La facilità con la quale si intavola conversazione per strada, la prontezza nel venirti incontro se hai difficoltà, darti indicazioni e un passaggio in auto, farti la telefonata locale che tu non puoi fare senza roaming o wi-fi, sono straordinarie e ti fanno innamorare di queste isole al di là del loro pregio naturalistico e culturale.
A ricordartela, la schiavitù, non ci sono soltanto le riproduzioni delle sagome delle navi negriere o le pesantissime catene e gli anelli di ferro conservati nelle capanne della Savane des Esclaves, riproduzione di un villaggio tradizionale di schiavi fuggiaschi o emancipati dopo il 1848, ricreato su una di queste “mornes” vicino al borgo di Trois Ilêts dal lavoro indefesso di un solo uomo, Gilbert Larose, che ha disboscato a forza di braccia due ettari di foresta per farne uno dei luoghi più visitati della Martinica. Lo status attuale dei DOM-TOM, nei giorni in cui scrivo messo pesantemente in discussione dalla rivolta in Guaiana, territorio particolarmente difficile dove il turismo non arriva a fare da ammortizzatore di tensioni e rivendicazioni di tipo economico e sociale, è di per sé ambiguo e fatalmente inestricabile dal retaggio coloniale. Mi colpisce che la mia padrona di casa, parlando delle sue visite in Francia, non dica semplicemente: “Je vais à Paris” ma “Je vais à la métropole”. Se la Francia è ancora la metropoli, le Antille sono la periferia? E ancora: il calendario scolastico locale è identico a quello francese, quindi inizio delle lezioni a settembre e termine delle stesse a giugno, quando settembre e ottobre sono non solo mesi caldissimi ma anche stagione di piogge torrenziali e cicloni. Perché non adottare un calendario più adatto al clima locale?

Passeggiando nel parco de La Savane a Fort de France (Martinica) non c’è solo la statua decapitata di Joséphine de Beauharnais a significare un rapporto tormentato con il passato, ma anche la targa che ricorda le vittime della rivolta del 1959. Nella capitale della Guadalupa, a Point-à-Pitre, un drammatico murale vicino alla darsena commemora le vittime (numero tuttora imprecisato) dell’insurrezione del giugno 1967. Sono varie le rivolte che hanno punteggiato il periodo post-1946, anno nel quale Martinica, Guadalupa, Guaiana e Réunion[8] acquistano lo status di dipartimenti francesi. Da notare che il Rapporto della Commissione Stora, istituita per indagare su queste rivolte ma anche sull’incidente aereo del 1962 in Guadalupa che costò la vita a più di cento persone è stato reso…nel novembre del 2016, pochi mesi fa![9] Il sigillo del segreto di Stato sulle conclusioni del Rapporto ufficiale sull’incidente aereo è stato levato nel 2012.




Non c’è soltanto la natura favolosamente bella a distogliere il pensiero da queste considerazioni inquietanti: c’è anche il Carnevale, che è vissuto nelle Antille come la migliore occasione per esprimere tutta la vitalità, la sensualità e l’amore per la danza e la musica di cui la popolazione è capace. Le gioiose parate di uomini e donne, maschere e tamburi, ti avvolgono in spire esaltanti e contagiose scoppiettanti di gioia di vivere. In Guadalupa per qualche giorno si è fermato tutto: chiusi molti negozi, non funzionavano gli autobus (il che è un problema per chi come me viaggia a piedi). Ma con l’autostop ho evitato il rischio di perdermi la parata: un gentilissimo proprietario di Toyota non solo mi ha accompagnato a Point-à-Pitre fino alla strada sbarrata per l’arrivo del corteo, ma mi ha dato appuntamento per riaccompagnarmi a casa dopo due ore. La mattina, un’infermiera mi aveva aiutato a trovare un negozio aperto egualmente accompagnandomi con la sua automobile. Mi chiedo se mi sarebbe capitato in Italia.

“E’ un corpo senza testa, la nostra storia, a somiglianza della statua di Joséphine I.O.F. (Imperatrice dei francesi e non, da notare, della Francia) che degli intrepidi in cerca di storia e che a buon diritto avevano del rancore verso la Storia hanno decapitato in uno di questi viali della Savane di Fort de France…” dice Edouard Glissant nella prima pagina di uno dei suoi romanzi[10]. E Martin Bernal, autore dell’Atene Nera che nel 1987 fece infuriare tanti grecisti ortodossi e fu accusato di essere “anti-europeo”, ribadisce: “Il mio nemico non è l’Europa, ma la purezza, l’idea che la purezza possa esistere o che, se mai esiste, è in qualche modo più creativa, dal punto di vista culturale, delle mescolanze. Credo che la cultura greca sia così affascinante proprio perché è fatta di mescolanze[11]”. 

Parafrasandolo, si può dire che la cultura e l’atmosfera delle Antille è così attraente e coinvolgente a causa del suo essere meticcia.

 






[1] Achille Mbembe. De la postcolonie. Essai sur l’imagination politique dans l’Afrique contemporaine. Karthala, 2000.

[2] Saint-John Perse (nato in Guadalupa) e Derek Walcott (nato a Santa Lucia). Ma anche Frantz Fanon, il grande psichiatra rivoluzionario che scrisse un libro epocale come “I dannati della terra” è nativo della Martinica, come il poeta e leader politico Aimé Césaire.

[3] Blancs créoles. Si veda : « Les derniers maîtres de la Martinique »


[4] Quando si dice «creola» si implica «di colore».

[5] Martin Bolzinger, réportage Les derniers Maîtres de la Martinique, diffuso da Canal+ il 6 febbraio 2009 (https://www.youtube.com/watch?v=4N0OS2f4xVg)

[6] https://www.youtube.com/watch?v=dk1rRaZWLvs

[7] Situata però nell’Oceano Indiano.

[8] http://la1ere.francetvinfo.fr/commission-stora-evenements-1959-martinique-1962-guadeloupe-guyane-1967-guadeloupe-remis-son-rapport-419137.html

[9] Edouard Glissant. Tout-Monde. Gallimard, 1993.


[10] Martin Bernal, ‘Black Athena’ Scholar, Dies at 76, Paul Vitello, New York Times (http://www.nytimes.com/2013/06/23/arts/martin-bernal-black-athena-scholar-dies-at-76.html)