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mercoledì 19 aprile 2017

IL PATTO CON IL DIAVOLO U.E.- OMAR EL BASHIR


"PER CONTO DELL’EUROPA" 
FERMARE L’IMMIGRAZIONE FINANZIANDO MILIZIE CRIMINALI?




Unione Europea e Italia pronte a tutto pur di bloccare le rotte dei migranti (e respingerli nel caso questi riescano ad arrivarci, in Europa), e tutto vuol dire passare sopra i grandi principi; diritti umani e libertà civili si piegano in funzione delle circostanze. Addirittura l'Italia si inventa un diritto amputato per i richiedenti asilo[1]. Lo sappiamo, lo sapevamo, ma constatare che si può arrivare a finanziare aguzzini con i soldi dei contribuenti europei, con la garanzia di un capo di stato dichiarato criminale di guerra con tanto di mandato d’arresto del Tribunale Penale Internazionale, è il colmo dell’infamia.
Il rapporto dell’organizzazione internazionale Enough.org, dal titolo eloquente: Border control from hell: how the EU’s migration partnership legitimizes Sudan’s militia state[2] del Prof. Suliman Baldo (Controllo delle frontiere dall’inferno: come l’intesa sulle migrazioni della UE legittima il Sudan, uno stato che si regge su milizie) presenta un quadro esauriente della situazione eslege di questo immenso stato, retto sin dal 1989 da un dittatore, Omar el Bashir, accusato di crimini contro l’umanità e indiziato di genocidio per le stragi nel Darfur, con il quale l’Unione Europea sta collaborando e cui sta elargendo contributi di milioni di euro.
Queste le tappe principali per comprendere la turpitudine del patto e cercare di ostacolarlo a partire da Strasburgo, dal Parlamento Europeo.

Il conflitto nel Darfur ha origine nel 2003 da una ribellione di militanti appartenenti a etnie come i Fur, i Zaghawa e i Marsalit, discriminate e oppresse dal regime di Khartoum nel Sudan occidentale, che accusa le popolazioni della regione di appoggiarli e inizia una guerra senza quartiere bombardando, incendiando e terrorizzando migliaia di villaggi. Iniziano l’eccidio e il conseguente esodo che a tutt’oggi ha raggiunto cifre che superano i 2 milioni di rifugiati e sfollati interni. Molti si rifugiano in Ciad dove si trovano ancora nei campi che dovevano essere provvisori, finanziati dalla UNHCR e gestiti da decine di ONG. Migliaia di donne sono stuprate e ridotte in schiavitù: ne ho conosciute alcune quando ho lavorato in Ciad a Goz Beida in uno di questi campi. Sono morte almeno 300.000 persone. Chi compiva queste atrocità –lo Stato Sudanese - usava sul terreno delle bande composte principalmente da una tribù arabofona, i Rizeigat Abbala, di origine nomade, allevatori di cammelli e razziatori di bestiame, denominati janjaweed (i diavoli a cavallo) dalle loro vittime, appoggiati dal cielo dalle forze armate ufficiali (S.A.F. – forze armate sudanesi) con bombardamenti a tappeto. Le donne che ho conosciuto mi avevano raccontato che erano riuscite a scappare con i soli abiti che avevano indosso.

Dal 2004 campagne di informazione, mobilitazione di attivisti dei diritti umani, articoli e reportage rendono questa guerra atroce di pubblico dominio; in tutto il mondo, si organizzano gli aiuti internazionali, piovono condanne. Si discute per anni se definire genocidio ciò che avviene, che continua ad avvenire e non si riesce a fermare. Testimonial famosi come George Clooney si recano in loco, si danno da fare. Poi pian piano il clamore si acquieta e il dittatore Omar el Bashir continua a fare il Presidente, riesce a essere rieletto ben due volte. A prezzo di repressioni sanguinose: nel 2013 circa 200 morti in tumulti di piazza a Khartoum, mentre le razzie e le stragi continuano in Darfur. A nulla valgono le accuse formali del Tribunale Penale Internazionale e i mandati d’arresto del 2009 e del 2010 contro di lui, i mandati d’arresto contro i suoi più stretti collaboratori (Harun, Ali Kushayb, Hussein), tutti indiziati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità: fino ad oggi  Omar el Bashir è riuscito a farla franca e le razzie e le stragi continuano, come documentato puntualmente non solo da Enough.org e dal suo direttore John Prendergast ma anche dall’organizzazione sudanreeves.org, che fa capo al Prof. Eric Reeves, dello Smith College di Northampton, Massachusetts, o da Radio Dabanga, dal cuore del Sudan (dabangasudan.org).
Eppure questo mare di sangue versato sembra non pesare sulla bilancia sbilenca dell’Unione Europea quando si tratta di ergere delle barriere per fermare i sacrosanti movimenti migratori, in questo caso quelli provenienti dal Corno d’Africa e dall’Africa centrale, che attraversano Sudan, Niger e Ciad per sfociare in Libia e puntare al Mediterraneo.

Per quanto concerne la Libia, la delega è affidata all’Italia: in febbraio il nostro governo ha stretto un accordo triennale con il governo traballante del premier Sarraj per rafforzare il controllo a partire dalle coste libiche, naturalmente per fermare il contrabbando e il traffico di esseri umani, foglia di fico verbale per significare che si rischia di finanziare poliziotti alleati ai trafficanti per estorcere denaro ai malcapitati, pena torture anche letali in totale impunità, come documentato da decine di libri e reportage e da testimonianze degli stessi migranti sfuggiti all’inferno dei campi di detenzione libici. Ma il Governo Italiano non ne sa nulla: il 2 aprile altri titoli trionfanti di apertura sui giornali inneggiano alla saggezza di chi favorisce “la pace tra le tribù” del Fezzan, regione di 700.000 km2 del sud della Libia, milizie assoldate per chiudere i transiti dal Niger e dal Ciad. Si pretende di ignorare anche in questo caso che le “tribù” arabofone libiche sono in linea di massima (ci saranno lodevoli eccezioni) le peggiori nemiche dei sub-sahariani, disprezzati come bestie; si può essere sicuri che i migranti catturati saranno trattati con il massimo rispetto. Pochi giorni fa la stessa Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (I.O.M.) ha denunciato che i migranti vengono venduti al mercato come schiavi per poche centinaia di dollari[3].il 16 aprile MSF ha segnalato su RFI la testimonianza sconvolgente di un senegalese che è stato testimone di pratiche schiavistiche nelle piantagioni libiche[4].

Ancora non basta: i migranti affluiscono in Libia dal Corno d’Africa, dal Sudan, dall’Africa Centrale e vanno fermati anche là. Non importa che in marzo l’ONU abbia dichiarato che è in corso una delle peggiori crisi umanitarie dal 1945 ad oggi proprio in Somalia, nel Sud-Sudan e nel nord-est Nigeria (oltre che in Yemen), crisi dovuta alle guerre che vi imperversano oltre e prima che alla siccità. La situazione è terribile anche intorno al Lago Chad, dove le stragi di Boko Haram hanno causato centinaia di migliaia di rifugiati, distrutto tutte le reti di scambio commerciale e reso impossibile l’agricoltura. I bambini marasmatici ridotti agli estremi mostrati in TV servono a fare affluire i fondi (pochissimi finora) ma se i loro padri cercano di arrivare in Europa per cercare lavoro vanno bloccati. Logica impeccabile. La cooperazione che l’Unione Europea ha rafforzato a partire dal 2014 con il governo del Sudan rischia non solo di non prendere in considerazione tutto ciò, in stridente contrasto con l’allarme umanitario dell’ONU, ma va oltre perché fa da puntello a un governo criminale.
 
Si chiama “Processo di Khartoum”[5] l’accordo firmato nel 2014 tra la UE e il Governo del Sudan, quindi con il criminale di guerra indiziato di genocidio Omar el Bashir, al fine precipuo di “bloccare il traffico di esseri umani nei paesi di origine, transito e destinazione”. Tale cooperazione è stata ulteriormente rafforzata e rifinanziata con 100 milioni di euro nel 2016 allo scopo dichiarato di affrontare le cause alla base dei movimenti di popolazione nel Sudan orientale, in Darfur, e negli stati del South Kordofan e Blue Nile, dove imperversa la guerra con gruppi ribelli legati al Sud Sudan. Questo pacchetto era destinato alle popolazioni vulnerabili in zone di conflitto per migliorare i servizi sanitari, educativi e la sicurezza alimentare. Ma 15 milioni in particolare finanziavano “un rafforzamento delle capacità delle autorità locali”. Inoltre attraverso il Trust Fund for Africa dell’UE si attribuivano altri 40 milioni di euro sotto l’etichetta Better Migration Management per un programma di rafforzamento delle capacità dei governi regionali di controllo delle frontiere, programma tuttora controverso, che rischia di ingrassare anche le cosiddette Rapid Support Forces del Sudan (RSF), ex milizie paramilitari ma ora parte integrante dell’esercito sudanese, che non sono altri che le bande dei vecchi janjaweed promosse per i loro buoni servigi e la loro efficacia mortifera. Il rapporto di Enough.org segnala che di questi 40 milioni, almeno 5 destinati al controllo di polizia e al settore giudiziario possono andare proprio alle RSF.
Create nel 2013 con compiti specificamente sporchi e repressivi, le RSF sono state denunciate da numerose organizzazioni internazionali per i loro crimini. Per tutta risposta, il governo di Omar el Bashir le ha ripulite integrandole nel gennaio del 2017, nelle forze armate regolari.
Per capire meglio l’atmosfera legalista che spira tra le forze armate, basti dire che quando nel 2013 il ministro della difesa si lamentava durante una seduta del Parlamento che i bassi salari dei soldati fomentavano le diserzioni, il segretario generale del Partito islamista sudanese, partito di governo, “raccomandò che il bottino di guerra fosse aggiunto come supplemento salariale”[6].
Il 5 aprile scorso usciva su The Guardian un lungo articolo a firma Phil Cox che rendeva conto del suo calvario in questa oasi dei diritti umani che è il Sudan di Bashir: il giornalista vi si era infiltrato illegalmente dal Ciad per raggiungere le zone del Darfur sigillate all’informazione internazionale al fine di documentare ciò che vi accade. Identificato dai servizi di sicurezza, con il suo aiutante e traduttore è stato detenuto, torturato, gettato in galera e ne è uscito dopo 70 giorni di incubo grazie al prodigarsi dell’ambasciata del Regno Unito a Khartoum, dopo essere stato obbligato a sottoscrivere di non tentare mai più di tornare clandestinamente in Sudan[7].
Forse siamo in tempo per fermare questo patto con il diavolo dell’UE se riusciamo a informare e coinvolgere una platea più vasta di quella ristretta di chi si occupa professionalmente di tali questioni.




[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/12/migranti-camera-vota-la-fiducia-al-decreto-minniti-via-libera-definitivo/3517714/
[2] http://www.enoughproject.org/content/border-control-hell
[3] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/migranti-schiavi-libia
[4] www.rfi.fr/afrique/20170416-esclavage-migrants-temoignage-jeune-senegalais-retour-libye
[5] http://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process

[6] Citato dal rapporto di enough.org: Ibrahim Hummoda, “The War of Spoils in Sudan,” Almshaheer, in Arabic, April 24, 2013,  www.almshaheer.com/article-159133.
[7] Phil Cox, Kidnapped, tortured and thrown in jail:my 70 days in Sudan. The Guardian, 5 April 2017.
https://www.theguardian.com/world/2017/apr/05/captured-in-darfur-south-sudan

lunedì 15 giugno 2015

OMAR BASHIR PRESIDENTE CRIMINALE

Kaltouma e le altre


Ieri sera ho ascoltato alla radio una buona notizia: in Sud Africa é stato fermato il presidente sudanese Omar Bashir, sul cui capo dal 2009 pende un' accusa di crimini di guerra e genocidio in seguito a denunce da ogni lato alla Corte Penale Internazionale. Soltanto. 
Finora era riuscito a farla franca. Speriamo che sia la volta buona. E' responsabile di un numero infinito di morti, distruzioni, violazioni di ogni parvenza di diritto, bombardamenti su popolazioni inermi, dal 2003, in Darfur soprattutto.

Nel 2007 lavoravo in Ciad in un campo profughi sudanesi e con sfollati ciadiani, a Goz Beida. Qui sotto un articolo che scrissi allora per Il Manifesto. temo sempre attuale.



Da Goz Beida,  Distretto di Dar Sila, Ciad Orientale, campo di rifugiati  sudanesi di Djabal, 2007


Gli occhi di Kaltouma brillano di soddisfazione mentre stringe tra le dita il biglietto da 10.000 FCFA, circa 15 Euro, che rappresenta una ricompensa simbolica per il tempo che lei e le altre 10 donne della « concession » [1]dedicano due volte alla settimana  alla discussione sulla prevenzione e la « riduzione del danno » rispetto alle violenze di genere di cui sono bersaglio molte donne come loro in questa zona. Stupri in brousse ma anche picchiaggi domestici  brutali, matrimoni forzati a 12 anni (o anche meno) di età,  mutilazione degli organi genitali, pratica « tradizionale » molto diffusa .. Kaltouma, come le altre donne quasi tutte giovani  sedute intorno a me sulla stuoia,  sono rifugiate del Darfur, il loro villaggio si chiama (o chiamava), Ouroum. Molte di loro sono state sequestrate dai Djandjaweed  all’inizio del conflitto e tenute  prigioniere, utilizzate come pastore il giorno, schiave sessuali di notte,, cuoche e domestiche, finché sono riuscite a fuggire, hanno attraversato la frontiera con il Ciad e sono state prese in carico da HCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU.
Da  quasi 4 annii abitano in questo campo  nell’Est del Ciad, dove lavoro da 3 mesi per una Organizzazione Umanitaria. Vi sono arrivate dopo  incredibili peripezie . Alcune, come Maryoma, una bella ragazza di forse 20 anni con un  velo azzurro sgargiante, hanno perso tutta la famiglia. Il campo che le ospita ha una popolazione di 15.302 persone, ( dati  HCR del giugno 2007), e  di rifugiati ce ne sono altre decine e decine di migliaia sparsi in una ghirlanda di insediamenti sovrapopolati  lungo  tutta la frontiera con il Sudan.  Decine di Organizzationi Umanitarie e ONG si occupano di ogni aspetto essenziale della vita comunitaria, e hanno cambiato i ritmi e l’aspetto almeno esteriore del  paesaggio umano di questo angolo remoto di Ciad , alzando i prezzi alle stelle, attirato  folle di giovani disoccupati che cercano a tutti i costi un lavoro con « l’umanitario ».
 Ma se il termine « Darfur » é ormai sinonimo di « rifugiati » e almeno vagamente la grande maggioranza del  pubblico  dei Telegiornali di tutto il modo ne ha sentito  parlare, poco si parla  o si conosce degli sfollati Ciadiani, della guerra  tracimata  dal Darfur in Ciad attraverso i gruppi di guerriglia e di ribellione anti-governativa.  Quella che con orribile termine si chiama in gergo « umanitario » la popolazione bersaglio degli sfollati (nel caso particolare l’ironia involontaria é  amara),  per il nostro progetto focalizzato sulle vittime di violenze sessuali e sessiste  e solo in questa zona del Distretto di Dar Sila, é di 69.414, di cui circa 54% donne (Fonte, HCR, giugno  2007).
La situazione materiale di rifugiati e sfollati non é molto diversa. Anche gli sfollati sono stati cacciati dai loro villaggi da bande armate, dagli « arabes »  termine onnicomprensivo che é difficile specificare (la nozione di banditi, nomadi, guerriglieri, razziatori, ribelli si sovrappongono). Villaggi bruciati, uccisioni di massa, donne e bambine stuprate. Ma mentre i campi dei rifugiati sono organizzati fisicamente in quadrilateri, chiamati bloc e in settori, alla militare,, gli sfollati si sono raggruppati secondo l’abitato dei loro villaggi di origine.  Inoltre il tasso di alfabetizzazione é molto alto tra I sudanesi, anche tra le donne, mentre é basso tra i ciadiani e ancor più tra le ciadiane.
Oggi lavoro con Kaltouma e le sue amiche sudanesi sui possibili accorgimenti per proteggersi dagli stupri collettivi quando si va in cerca di legna.  Dicono quali sono le misure di prudenza che adottano, parlano senza esitazioni, raccontano aneddoti. Ridono dicendo che delle bambine hanno abbandonato i loro animali al pascolo e sono fuggite di fronte a dei nomadi che hanno scambiato per djandjaweed. I genitori sono dovuti andare a recuperare le bestie e il tutto é finito in ilarità. Una vecchia aggiunge che lei ha paura ormai dei cavalli (i djandjaweed sono in genere sempre a cavallo o a dorso di cammello).  Sono contenta dell’atmosfera di fiducia e confidenza che si é creata.
In luglio, quando le ho incontrate per la prima volta,  eravamo tutte imbarazzate. Mi avevano detto : attenzione, non si puo’ parlare apertamente di stupri, anche se tutti sanno cosa é avvenuto, se ne parli direttamente rischi di compromettere poi il lavoro di sensibilizzazione e educazione, « ti bruci ». Quindi cercavo di prenderla alla larga, ma con una certa sorpresa  mi sono resa conto che queste donne erano pronte a parlare subito di cio’ che era loro successo. Ma come ?  Allora ho capito che non so quanti  operatori umanitari o quanti giornalisti e giornaliste le avevano già intervistate per i loro articoli o per le loro statistiche. Parlando, ognuna di loro tirava spesso un lembo del velo (che non copre mai la faccia ma solo i capelli) verso le labbra, meccanicamente, sembravano spersonalizzate, parlavano delle atrocità che erano loro successe  con un tono neutro e l’occhio fisso davanti, raramente con esitazioni, senza mimica facciale  Ripetevano cio’ che sapevano  che « gli occidentali » vogliono sapere, gli occidentali che prendono appunti, fanno domande, forse lasciano qualche spicciolo agli uomini di casa che hanno facilitato l’incontro, e se ne vanno. Mi sono sentita orribilmente disumana, e ho allora cambiato le carte in tavola : dopo i loro racconti,  ho deciso di condividere con loro un’esperienza che  avevo vissuto in un altro paese africano, un tentativo di stupro fortunatamente fallito durante una rapina a mano armata.  L’atteggiamento e l’espressione dei loro visi é cambiata.  Mi hanno ringraziato commosse,  hanno sorriso, hanno detto che non avevano mai vissuto una condivisione del genere con delle « bianche ».
Da allora abbiamo iniziato degli incontri sulla prevenzione, sull’allerta precoce, come la chiamiamo, e sulle malaugurate conseguenze del silenzio  dovuto alla « honte », alla vergogna, vergogna che viene gettata loro addosso dalla famiglia, dall’entourage tutto, dalle autorità, e che viene introiettata . Nel loro caso non si tratta degli stupri in brousse che minacciano  tutte le donne anche locali che vanno quotidianamente alla ricerca del « fagot », del fastello di legna per cucinare ma anche e soprattutto da vendere. Crimini questi  da « tempo di pace », anche se non so di che pace  si possa parlare in questo contesto, data l’instabilità  politica cronica del Ciad e il timore di incursioni di ribelli, di nomadi e arabi, assimilati appunto ai Djandjaweed.  Nel caso di « Kaltouma e le altre » si tratta di  crimini di guerra , di crimini contro l’umanità, di genocidio, anche se probabimente loro di genocidio non hanno mai sentito parlare.
« Ero tornata a Oroum dopo un viaggio. Sono arrivati a dorso di cammello ma anche con gli aerei,  Sono fuggita verso la collina, ho perso mio marito, ho perso I miei bambini, e ne ho poi ritrovato soltanto uno. Sono rimasta  2 mesi nascosta sulla collina (con altri). Ma i djandjaweed sono tornati (ci hanno trovato), hanno selezionato le donne  (più giovani), e ci hanno tenuto per 3 mesi.  (Ero incinta), ho partorito, loro  hanno ucciso il bambino (il traduttore dice « égorgé », sgozzato, ).  Ci siamo ancora spostati, sono andata con loro. Sono rimasta ancora incinta, dopo due mesi mi hanno lasciato partire e (sono arrivata) in un villaggio di cui non so il nome. Qui ho abortito.  Dopo questo, ho lasciato il villaggio e sono  arrivata alla frontiera.  Ora sono con mio marito (ritrovato). Parla un’altra donna:
« Siamo tutte dello stesso villaggio. Sono arrivati la notte, dicevano che venivano da Nord, allora siamo tutti andati (a rifugiarci) verso il wadi (corso d’acqua  della stagione delle piogge). Ma loro hanno cambiato direzione. C’erano morti dappertutto. Io non sono stata stuprata, mi hanno provocato, mi  hanno fatto male. Siamo riusciti a seppellire i morti in una fossa comune”. Un’altra donna descrive la sua marcia forzata quando é riuscita a fuggire dal campo dei djandjaweed  dopo 33 giorni: « Abbiamo  camminato per 8 giorni, abbiamo  trovato solo villaggi bruciati, abbiamo trovato dei campi di arachidi e abbiamo mangiato quello. A Modeina  (villaggio alla frontiera) ho incontrato mia madre, mi ha detto che  il papà era stato ucciso. » Aggiunge che « nessuno la chiede in sposa ». Uno psicologo camerunese con cui ho parlato diceva che molte di queste ragazze  che tutti sanno sono state catturate dai djandjaweed non riescono più a farsi una famiglia loro e sono praticamente costrette a trasformarsi in prostitute. “Le si ignora il giorno, si domandano loro servizi sessuali la notte ».
La nostra sessione  di formazione é finita, il sole scalda e i bambini (impossibile vedere una donna africana di qualsiasi età seduta senza  bambini addosso) si fanno impazienti,  sono stati fin troppo  buoni.   A venerdi’ ? A venerdi’.  Usciamo dal campo lentamente, ci sono sempre persone che chiedono un passaggio.. Penso alle centinaia di Kaltouma che queste fila di capanne contengono, alle centinaia di migliaia di Kaltouma sparse per il Ciad e nel Darfur.  Le prospettive di pace in Darfur peggiorano di giorno in giorno in vista dei colloqui di Tripoli, in Libia, afferma Libération di questa mattina, 11 ottobre. La forza di pace « ibrida «  internazionale promessa da mesi non ha ancora i finanziamenti. Quante Kaltouma ci saranno ancora ? E a chi importa ?



[1] La concession é lo spazio abitato dove sorgono le varie capanne, dove abitano i membri di un a famiglia allargata, e generalmente é circondato da cannucciato e paglia. In una concession possono abitare anche 50 persone (compresi i numerosi bambini).

domenica 9 novembre 2014

IN SUD SUDAN, L'IMMAGINAZIONE E' AL POTERE!

SUD SUDAN: L'IMMAGINAZIONE AL POTERE

 
Un accampamento per rifugiati a Malakal, Sud Sudan, Agosto 2014


A fine ottobre, mi ha colpito il titolo di un articolo di Le Monde: “Au Soudan du  Sud, une guerre non-fumeur”( https://www.google.it/#q=Au+Sudan+du+Sud+une+guerre+non-fumeur).

. Dal 15 dicembre del 2013 il Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, nato nel luglio del 2011 da una scissione sancita da referendum dal Sudan, è lacerato da una guerra intestina tra governo e opposizione che ha provocato qualcosa come un milione e mezzo  (o più a seconda delle stime) tra sfollati e rifugiati nei paesi confinanti, decine di migliaia di morti e la distruzione delle città più vicine ai ricchi giacimenti di petrolio del nord: Malakal, Bor e Bentiu.  Una crisi umanitaria di proporzioni bibliche è stata finora evitata con massicci flussi di aiuti internazionali, ma una carestia simile a quella dell’Etiopia del 1984 è dietro l’angolo. Almeno centomila persone hanno trovato rifugio nei campi della Missione delle Nazioni Unite per il Sud Sudan, UNMISS, dove le condizioni di sopravvivenza sono spesso miserabili al di là dell’immaginabile, tra fango senza fine (stagione piovosa che dura da aprile a novembre) e scarsità di tutto: cibo, servizi igienici, tende e acqua. Una guerra non fumatori?? 

Ebbene si: il Ministro dell’Ambiente, dalla capitale Juba, ha emesso un decreto per cui dal 7 ottobre 2014 è “formalmente proibito  fumare nei luoghi pubblici”. L’articolista ne deduce che, essendo anche i campi di battaglia tali, chi oserà fumare negli intervalli tra una mattanza e l’altra avrà l’amara sorpresa di essere multato  per la bella sommetta di 500 lire sudanesi, corrispondenti a circa 80 euro.  Il decreto è tanto più sorprendente in quanto l’ignoto estensore del decreto, probabilmente  influenzato da letture surrealiste e non contraddetto dal distratto ministro, si lancia in una enumerazione fantastica ma dettagliata di tali “luoghi pubblici”, menzionando “porti marittimi, sale di cinema e teatri”.  Trascurando  un piccolo particolare: il Sud Sudan è perfettamente inchiavardato da ogni lato da migliaia di chilometri di terraferma. Inoltre non esistono sale di cinema e ancor meno teatri, a meno di non considerare tali claustrofobici anfratti dove si proiettano DVD clonati varie volte, che mi pare di avere intravisto già nel 2008 o nel 2009, quando sono stata qualche giorno a Juba, una delle più orrende città che abbia mai visto in Africa, cui non credo che la guerra abbia giovato.

 
Stati del Sud Sudan
 
 E, stante il contesto, ancora più surreale l’obiettivo perseguito dalla nuova norma:”creare un ambiente favorevole alla salute in tutto il paese”.  
Appunto, il contesto, eccolo qua, illustrato da un articolo pubblicato su Africa Confidential  il 7 marzo 2014 (http://www.africa-confidential.com/article/id/5294/Shooting_in_Juba,_talking_in_Addis), che fa il punto sulla situazione dei colloqui di pace in Etiopia tra i due principali contendenti, il presidente Sud Sudanese Salva Kiir, di etnia Dinka (la maggiore del paese), e l’ex-vice-presidente che capeggia la ribellione, Riek Machar, di etnia Nuer, atavica rivale dei Dinka: “E’ stata spezzata la tradizione secondo la quale esiste il rispetto per le proprietà della Chiesa. Adulti e bambini sono stati massacrati dentro le chiese, donne (sono state) stuprate e rapite. C’è stato chi, telefonando a casa di familiari per avere notizie, si è sentito rispondere: “Ho appena ucciso il tuo parente” (I just killed your relative)”. Un ambientino favorevole alla salute, fisica e mentale. 

E’ una guerra quasi ignorata dai quotidiani e canali televisivi italiani. Uno dei migliori siti per informarsi è curato da un  professore universitario del Massachusetts, Eric Reeves, che ha anche scritto diffusamente sulle radici del conflitto odierno: www.sudanreeves.org

Nel prossimo dicembre, alla fine della stagione delle piogge, c’è il rischio molto concreto che i combattimenti e le stragi, che hanno dovuto subire una battuta d’arresto perché la pluviometria impedisce gli spostamenti in gran parte del paese, riprendano: l’ultimo “ Conflict Alert”  del 30 ottobre di International Crisis Group segnala che il governo di Juba ha speso decine di milioni di dollari in nuovi armamenti durante la “pausa piogge”, e che un comandante dell’opposizione dichiarava  “risolveremo questa storia con la guerra”. Nove mesi di discussioni ad Addis Abeba non sono serviti a molto. Non mi stupisce più di tanto: ho passato quasi un anno nel Sud Sudan e nonostante abbia lavorato in molti paesi africani, compresa la Somalia, mi sembra di non essermi mai imbattuta in una popolazione più attaccabrighe, più aggressiva e violenta di quella Dinka. Ma non si può dire che altri gruppi etnici non siano alla loro altezza.  E d’altra parte la maggioranza della popolazione, ovviamente giovane, non ha conosciuto altro che guerra (la guerra tra Nord e Sud  è durata dal 1983 fino al 2002), le condizioni in cui i bambini ancora oggi vengono allevati  nelle zone rurali sono durissime; chi sopravvive è un vincitore che se vuole continuare a prevalere non può andare per il sottile. I conflitti tra i clan e le razzie di bestiame sono il pane quotidiano. Non ho mai avuto il coraggio di entrare in un “cattle camp”, cioè gli accampamenti nella boscaglia dove sin dai 5-6 anni i ragazzi convivono con le mandrie per mesi, da soli, bastando a se stessi e governando  centinaia di capi. Bestie con corna lunghe quasi mezzo metro.  
Ed è a questi giovani dei cattle camps  che pare si sia rivolto Salva Kiir per farne delle milizie che affianchino l’esercito regolare di Juba, il Sudan People Liberation Army –J (SPLA-J), decimato da diserzioni a favore dei ribelli, a loro volta supportati dal cosiddetto “White Army”, un’altra milizia che spalleggia i ribelli, i Nuer.  In più, l’Uganda  e un altro gruppo di guerriglia presente in Sud Kordofan e nel Blue Nile, stati che appartengono al Sudan, appoggiano militarmente il Governo di Juba. Così si moltiplicano la milizie e le bande armate. Secondo l’ICG, in Sud Sudan oggi ce ne sono addirittura  due dozzine. 

"La causa alla radice del conflitto in Sud Sudan è la dura lotta di potere dentro la leadership dello SPLM (Sudan People Liberation Movement)[1] ....Sfortunatamente, questi conflitti tra individui tendono a contagiare la popolazione, in quanto questi leader rappresentano gruppi diversi dentro il paese" (Nikolai Hegertun, Project Coordinator dell’Oslo Center on Peace and Human Rights, marzo 2014 (http://www.oslocenter.no/en/). Sono antiche malattie africane, il tribalismo e la rivalità tra i clan, soprattutto forti nelle società pastorali che devono lottare sempre di più per l’accesso alle vitali risorse di pozzi e pascoli, oltre che per la libertà di movimento. Il rimedio prescritto è semplice da enunciare ma assai più arduo da raggiungere, soprattutto quando è in gioco la posta degli stati petroliferi: “Più di ogni cosa, il Sud Sudan deve lottare per raggiungere l’inclusione e la riconciliazione”, coinvolgendo tutti gli attori e non solo i leader, come ha fatto finora il principale organo di mediazione cui l’Unione Africana ha demandato il compito di paciere, l’IGAD (Intergovernmental Authority on Development), a partire dal gennaio 2014, con i buoni auspici di Kenya, Uganda e Etiopia. 

Ma non sembra che i responsabili dello sgretolamento della compagine statuale del Sud Sudan abbiano per ora intenzioni pacifiche. Nel suo website, Eric Reeves pubblicava il 2 novembre un inquietante comunicato del SPLA/iO, l’ esercito dei ribelli, nel quale si minaccia di abbattere gli elicotteri cargo delle Nazioni Unite in missione umanitaria, accusandoli di trasportarvi truppe dell’esercito di Juba. Stranamente oggi 9 novembre 2014 il testo del 2 novembre è scomparso. Minacce ricevute?? Riproduco qua sotto l’intestazione dell’articolo del 2 novembre a riprova di quanto affermato:

“SPLA/in Opposition” Issue an Ominous “Press Release” Concerning UN Helicopters, 2 November 2014
2 November 2014 | Top News | Author: ereeves | 1320 words"

Ed ecco invece la pagina di apertura del website di oggi, 9 novembre:

“Eric Reeves, 28 September 2014
“Khartoum Offers Strategic Military Support to Rebels in South Sudan (SPLA-in-Opposition)” (Part Three of “Looking Directly into the Heart of Darkness”)”
 
Mi sembra molto strano.
Ad ogni buon conto, il titolo del 28 settembre evoca  il  timore che il Sudan (il governo del tagliagole Omar Al-Bashir, che il Tribunale Penale Internazionale ha accusato di crimini di guerra nel 2009, emettendo un mandato di arresto internazionale che non si riesce a rendere esecutivo) stia appoggiando i ribelli di Riek Machar, che hanno le loro basi principali nei due stati petroliferi di Unity e Upper Nile, al confine settentrionale, per impadronirsi di questi territori, installando magari Machar come governatore fantoccio in una futura zona cuscinetto, in modo da assicurarsi di nuovo la sovranità sulle fonti di approvvigionamento energetiche vitali per la sua economia dissanguata dai debiti e dalla guerra in Darfur.

L’unica buona notizia viene dalla zona di Yei, 200 km a sud di Juba, per la penna del Reverendo Bernard Oliya Suwa ( http://www.sudantribune.com/spip.php?article52956), che in una vivace   “township” quasi al confine con l’ Uganda e la RDC, ha miracolosamente trovato una  “Small London”, una enclave coordinata dalla chiesa locale dove convergono giovani provenienti da tutti gli stati del Sud Sudan, e quindi appartenenti a decine di gruppi etnici diversi.  Al Reverendo pare di sognare: ciascuno racconta storie personali orrende  sulla propria esperienza del conflitto attuale e si piange insieme (“they shared horrendous personal testimonies from the recent conflict together – and they cried together”).

Come fare perché questo piccolo e meraviglioso esempio si allarghi a tutto il paese?



[1] Il SPLM è il partito che ha condotto la lotta di liberazione contro il Sudan del Nord e che dal 2011 è al governo.