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giovedì 4 aprile 2019

IL SERPENTE DEL PACIFICO: IL CILE (1° puntata)


IL SERPENTE DEL PACIFICO

VIAGGIO IN CILE DALL’ATACAMA ALLO STRETTO DI MAGELLANO

Introduzione
 
Scorcio di Santiago (foto mia)

“Antofagasta sta nel Cile”: era un appunto che scrissi nel quaderno di geografia durante una lezione particolarmente noiosa, a 10 o 11 anni. Invece di accendere l’immaginazione infantile evocando terre lontane, la voce monotona dell’insegnante enumerava, citava il libro di testo, era soporifera, per cui trovavo più interessante misurare le distanza sulle cartine dei vari continenti tra una città e l’altra, usando un righello e moltiplicando a seconda della scala, snidando i nomi più evocatori. E “Antofagasta” aveva un suono così esotico che volevo imprimermi nella memoria dove si trovasse. Così forse è nato in me il desiderio di vederla, questa città dal nome affascinante. Due altri elementi hanno più tardi agito come attrattori potenti: la memoria indelebile dell’11 settembre 1973 e di quello che ha significato per chi allora seguiva appassionatamente l’avventura cilena di Allende e per le sinistra tutta, e l’amore per la poesia di Neruda, ucciso dai medici-macellai del golpe di Pinochet. 
Il Cile era per me una meta molto speciale e vi sono arrivata carica di aspettative.
Vetrina libreria a Santiago

Mai avrei immaginato di snobbare quella città dal nome fantastico, molti decenni dopo, evitando di fermarmici: è rimasta un’immagine fuggitiva poco attraente, una città mineraria (e universitaria) brulicante di businessmen con un porto dall’attività febbrile, a detta di tutti tra le più care di un paese che ha prezzi di non molto inferiori a quelli medi europei, circondata da un paesaggio che chiamare brullo è dir poco.

Nei tre mesi del viaggio cileno molti altri luoghi mi hanno risarcito della piccola delusione legata ai ricordi d’infanzia, ma devo ammettere che trovo difficoltà a riordinare e coordinare nella scrittura le impressioni complesse e contraddittorie che quella scorribanda di migliaia di chilometri mi ha lasciato. Difficoltà legata a disagio.
Patagonia neridionale (foto mia)

L’oceano, il deserto, la selva, le spiagge, le Ande cui non sono riuscita ad avvicinarmi quanto avrei desiderato, mi hanno catturato l’immaginazione e lo spirito, ma dopo qualche settimana tale fascino ha incrociato sensazioni spiacevoli, suscitate dalla percezione di un’aura militarista che aleggia nelle città e traspare dalla onnipresenza dei carabineros, dalla frequenza di strade intitolate a generali e di piazze con al centro statue di eroi dell’indipendenza e/o conquistadores, dalla constatazione di un nazionalismo serpeggiante che ancora si vanta della vittoria contro Bolivia e Perù nella Guerra del Pacifico (1879/84), e di un potere oligarchico intento ad estrarre e sfruttare intensivamente le molte risorse minerarie, forestali, ittiche, energetiche[1].
E ciò a costo di condurre una vera e propria guerra contro l’unico popolo autoctono che ancora esiste e resiste (da secoli!) al furto di terra e acqua della regione da loro abitata, l’Araucania[2]: i Mapuche, e di danneggiare irrimediabilmente risorse non rinnovabili come spiegherò più avanti.

Mentre preparavo il materiale per questo articolo ricercando anche in rete, mi è capitato di leggere la testimonianza di un professore espatriato, che dopo un soggiorno di qualche anno addirittura parla di un “Cile truffa”[3]. Si sentiva deluso come se fosse caduto in una trappola accettando l’incarico d’insegnamento universitario e confessava “questo paese mi rende triste” … affermando che “è il profitto che controlla ogni cosa”. 
Manifestazione insegnanti (foto mia)

Quanto a me, che vi sono rimasta non quattro anni ma tre mesi, ogni viaggio mi arricchisce e mi nutre lo spirito, apre nuovi orizzonti mettendomi di fronte a problematiche impreviste ma, ahimè spesso, a nuovi oltraggi all’umano. Così in Cile il piacere del viaggiare, scoprire, camminare su spiagge a perdita d’occhio, chiacchierare in autobus o al mercato trovando frutta o piante (o alghe!) sconosciute, fare escursioni nell’Atacama o salire erte ripide nella selva valdiviana, unica al mondo, è stato adombrato da quanto venivo conoscendo sul tessuto economico-sociale del paese e sul tallone di ferro inestricabilmente connessi a tale bellezza, sugli assassinî che per preservarli venivano commessi quasi in contemporanea - Camilo Catrillanca, militante contadino mapuche, 24 anni, un nome che leggevo nei graffiti di molte città, era stato ucciso poche settimane prima del mio arrivo, a fine novembre 2018, ultimo di una lunga lista di nomi.
Museo arte precolombiana a Santiago

Questo valga come introduzione, questa l’ambivalenza che è stata la cifra del mio viaggio cileno; ancor più lo percepisco ora mentre cerco di narrarlo. E i due piani, il fascino natura-cultura e la constatazione della predazione capitalista e del suo prezzo umano si intersecheranno in queste pagine.

Vista del centro di Santiago dal Cerro di S.Lucia (foto mia)
Amministrativamente il paese, lunghissimo e sottile, è suddiviso in sedici Regioni [4] (per seguire la narrazione d’ora in poi temo sia imprescindibile tenere presente la carta geografica), una delle quali, la sedicesima, è quella metropolitana di Santiago, la capitale. Le ho toccate tutte e ne parlerò in successione dal nord al sud, a partire dal centro, Santiago. Da qui ho preferito dirigermi a nord fino ad Arica, per poi scendere, in parte ripercorrendo alcune tappe, fino a Punta Arenas: mezzo di trasporto principale gli autobus a lunga percorrenza, poi in Patagonia essenziali i traghetti, e infine l’aereo da Punta Arenas a Santiago. Ma comincerò il resoconto dalla prima tappa, dove l’aereo ti deposita se arrivi dall’Europa.

Foto da Wikipedia
Quello di Santiago mi è parso un bel centro urbano, l’unica parte che ho visitato pur assai parzialmente: quartieri monumentali e facciate ottocentesche convivono con enclaves art- nouveau e con grattacieli ultimo grido, creando insiemi visivi che a volte rammentano certi scorci di Chicago, con campanili affusolati disegnati contro pareti di vetro e acciaio. Il fiume Mapocho era un rivolo fangosissimo in piena estate, con un lungofiume molto piacevole, ombreggiato da enormi platani e punteggiato di panchine. Ma a disturbare la placida passeggiata ecco comparire ai lati dell’alveo quasi asciutto scritte e murales: “Han matado a la negra”, allusione all’uccisione di Macarena Valdés, militante ambientale “suicidata” per la sua battaglia contro un’impresa idroelettrica che avrebbe sottratto acqua e terra al territorio mapuche[5]. Leggo oggi che dopo due anni ancora il marito si batte per far riconoscere la perizia che attesta l’omicidio, istruire il processo e smascherare la montatura poliziesca del suicidio per impiccagione.

Operai ballano e scioperano
I panorami urbani dal Cerro S. Lucia, una bella macchia di verde nel traffico e, dall’altro lato del fiume, dal Cerro S. Cristóbal, sono molto scenografici: quel lunedì di novembre la funicolare del Cerro S. Cristóbal era bloccata da uno sciopero, ma solo fino alle 5 di sera, per cui ho pazientato leggendo all’ombra e osservando operai e operaie che dietro a cartelli che proclamavano la chiusura si intrattenevano ascoltando musica e ballando. Vedendomi interessata alla protesta mi hanno invitato ad entrare oltre la rete e spiegato che la ragione principale del “paro” era la stagionalità dei contratti, sempre precari, con conseguente mancanza di diritti. Tutto il mondo è paese.

La visita al Museo Nacional de Bellas Artes, grandiosa costruzione che ricorda il Museo d’Orsay a Parigi, mi ha fatto scoprire un artista cileno che sin da giovanissimo è vissuto all’estero e dopo il golpe di Pinochet fino alla fine della dittatura ha risieduto a lungo in Italia, dove è morto novantenne (a Civitavecchia): Roberto Sebastian Matta, l’ultimo surrealista.
Museo de Bellas Artes (forto mia)

Molto interessante il centro Culturale Gabriela Mistral (GAM); aperto al pubblico giornalmente, contiene un Auditorium, offre workshops della più varia natura, organizza mostre, ha un ufficio informazioni anche rivolto ai turisti e soprattutto dà a molti giovani la possibilità di utilizzarlo giornalmente come vogliono: quando ci sono passata, nel vasto atrio vari gruppi danzavano, facevano ginnastica, c’erano capannelli, regnava una piacevole animazione.


Ma ciò che più mi ha affascinato è stato il Museo di arte precolombiana: visitato il giorno stesso del mio arrivo in Cile, mi è servito da introduzione ad alcune delle più belle espressioni artistiche del paese e alle culture principali delle molte popolazioni native. In particolare, stupefacente l’esposizione di mummie Chinchorros, che hanno costituito una delle scoperte più entusiasmanti (e toccanti) di questo viaggio. Sono le più antiche del mondo in quanto le prime, dette momias negras, risalgono a 7000 anni fa, ben prima di quelle egiziane.  

I Chinchorro vissero nel periodo arcaico (a partire da circa 8000 anni fa) in una vasta zona che comprendeva il sud del Perù a partire da Ilo, l’altipiano boliviano e il nord del Cile fino ad Antofagasta[6]. Addossati alla costa, erano abilissimi pescatori, raccoglitori di molluschi, raccoglitrici di frutti selvatici, artigiani/e, ma si distinguevano da altre popolazioni coeve in quanto unici nello sviluppare tecniche sofisticate di imbalsamazione come espressione di amore e rispetto per i morti che concepivano come ancora parte del loro presente. Ma le più belle e numerose mummie Chinchorro sono conservate nel Museo dell'Università di Tarapacà, a San Miguel de Azapa, nella XV regione al confine con il Perù, e quindi ne parlerò più diffusamente nella prossima puntata che descriverà il viaggio vero e proprio a partire dal nord.


Quadro  dell'artista Roberto Sabastian Matta al Museo de Bellas Artes

Bahia Inglesa













[1] Si veda, in uno spagnolo facilmente comprensibile, l’articolo sul giornale online El Mostrador “Chile la Oligarquia Familiar”, 18 de mayo 2015.
[2] E’ il nome spagnolo (che i Mapuche non usano mai) del Wallmapu cileno, il territorio ancestrale dei Mapuche a sud del fiume Biobio che si estende fino alla Patagonia, di qua e di là della Cordigliera delle Ande.
[3] https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/24-07-2014/il-cile-un-paese-truffa/
[6] La cultura Chinchorro, di Bernardo Arriaza y Vicki Cassman, Università del Nevada, https://www.uta.cl/masma/patri_edu/chinchorro.htm

venerdì 15 marzo 2019

IL MESTIERE DI COOPERANTE


IL MESTIERE DI COOPERANTE

Considerazioni in margine alla tragedia dell’aereo di Ethiopian Airlines (10/03/2919)


Domenica scorsa, 10 marzo, alle 8.44 ora locale, il volo ET 302 è uscito dai radar della torre di controllo dell’aeroporto di Addis Abeba e ha finito la sua brevissima traiettoria di volo sprofondando in fiamme a sei minuti dal decollo. Nessun superstite tra le 157 persone a bordo tra personale e passeggeri. Mentre ancora si indaga sulle cause del disastro che sempre più pesantemente puntano ad un software del  nuovo modello del Boeing 737 che non permette la correzione del pilota, e quindi a pesanti responsabilità della stessa Boeing, la presenza tra le vittime di 8 italiani, tra donne e uomini impegnati in veste diversa nella cooperazione internazionale, ha dato la stura sui quotidiani del giorno successivo a un coro di compianti viziati da una visione che ritengo assai distorta, sia della cooperazione che dei paesi africani presi “tout court”. 

Un inno ad eroi campioni di bontà che aiutavano paesi in preda alla fame, che si dedicavano agli ultimi (La Repubblica dell’11 marzo, pag 4): il titolo dell’articolo di Concita de Gregorio è “Il sacrificio dei buoni”; in un altro articolo a pag. 5 si parla delle “grida d’aiuto di un intero continente”. La Stampa proclama: “Otto eroi del paese dei giusti”, Il Giornale: “Strage della bontà”, il Corriere: “Il volto buono del nostro paese”. Fa eco sia pure con toni e taglio un po’ diverso Il Manifesto di martedì 12 marzo: “Bentornata Bontà”, che almeno fa notare la diversità degli accenti usati da alcuni degli stessi giornali pochi mesi prima, quando si trattava di accogliere i migranti salvati dalle rare ONG rimaste a pescarli dalle onde mortifere del Mediterraneo.

A prescindere dal fatto che proprio l’Etiopia è protagonista attualmente di una crescita che marcia attorno al’8% (https://www.africanews.com/2018/09/27/imf-projects-ethiopian-economic-growth-rising-to-85-pct-in-201819/), da tali articoli e titoli emerge da un lato una persistente visione miserabilista dell’Africa in blocco, che non distingue tra paesi in preda alla guerra civile come il Sud Sudan, sgovernato da una classe che non oserei chiamare dirigente, ignobile e criminale, e paesi emergenti come ad esempio la Costa d’Avorio o il Kenya o il Rwanda,oltre all’Etiopia, dove esiste tutta un’altra dinamica sociale ed economica[1], o paesi che sono arretrati negli ultimi dieci anni come il Mali e il Burkina-Faso grazie alle guerre jihadiste alimentate dall’invasione della Libia, guarda caso originata in Europa. O paesi potenzialmente ricchissimi depredati da decenni come la Repubblica Democratica del Congo,[2] con cricche di potere legate a doppio filo al grande business globalizzato. 
Da quegli articoli emerge un’Italia che poco e male si occupa di politica extra-europea o extra-atlantica e che continua a trattare le ondate migratorie che marginalmente la coinvolgono come “emergenze” e non realtà strutturali di un pianeta sempre più meticcio. E accanto a tale specchio deformante di un’Africa fantasmatica si celebrano come eroi che si sacrificano persone che fanno semplicemente il proprio mestiere; c’era chi lo iniziava e chi ormai in pensione continuava ad esercitarlo altrove, certo con passione e professionalità. Persone che non avevano scelto di “sacrificarsi” bensì di vivere realizzandosi come esseri umani in un orizzonte mondializzato.

Ho cominciato a lavorare nella cooperazione internazionale nel 1978 e ho smesso tra il 2015/16, non senza amarezza di fronte alle trasformazioni che questo àmbito aveva subito e nel quale mi ritrovavo ormai a disagio, e da parecchi anni. Certo, anche in ragione dell’età, avanti le nuove leve. Ma in tutti questi decenni, quando in Italia mi si chiedeva che mestiere facessi, non ricordo una, una singola persona che capisse di primo acchito cosa fosse questa misteriosa “cooperazione internazionale” e dovevo sempre spiegare, parlare di progetti specifici, di lavoro in “paesi poveri”, nemmeno in via di sviluppo, troppo complicato[3]. Era veramente frustrante, mi sentivo negata nella mia professionalità. 
E questo anche dopo che le emergenze create da rivolgimenti politici come il crollo del regime di Enver Hoxha nel 1990 e l’arrivo dei primi profughi albanesi, o la disastrosa guerra nei Balcani, avrebbero dovuto accendere qualche lampadina, poiché all’inizio furono le stesse ONG che si occupavano di cooperazione internazionale a coinvolgersi nelle missioni di solidarietà sull’altra sponda dell’Adriatico. E disgraziatamente si avviò la stagione degli “aiuti umanitari” e dei progetti di emergenza che hanno da allora progressivamente e durevolmente stravolto il panorama precedente, mutando logiche e attori degli interventi sul terreno.  Orizzonte sviluppo sostituito da supporto emergenziale grazie al susseguirsi dei conflitti e delle guerre post-1989, semine e raccolti mancati, lavoro inesistente, e quindi carestie e “aiuti umanitari” a catena. Il concetto stesso di cooperazione come scambio tra attori di eguale statura e dignità è stato sempre più spesso messo da parte a vantaggio di un rapporto sbilanciato, tra chi “aiuta” e chi riceve, un rapporto passivizzante. Si sono moltiplicate le ONG in funzione dei fondi pubblici disponibili per l’emergenza. Data l’urgenza, molti progetti si allestiscono in fretta, i contratti vengono rinnovati di sei mesi in sei mesi a volte per… anni. Colpa dei donatori, anche. Emergenza perpetua, come ho constatato nel 2007 lavorando in Ciad. Un libro del 2002 di Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari: indagine critica sul terzo settore analizza con cognizione di causa gli aspetti meno limpidi di questa sfera di attività. Non tutte le ONG vanno in paradiso. A volte ti mettono i bastoni tra le ruote, e mi sono imbattuta in colleghi, pochi fortunatamente, che erano dei veri bastardi. 

In Italia la cooperazione internazionale non è mai entrata a fare parte del ritratto della nazione, né ad essere una costola a pieno titolo della politica estera, come recitava la legge 49 del 1987, che fu salutata da noi cooperanti come una porta finalmente aperta, un’innovazione salutare nella concezione ancora improntata al volontarismo e al fai da te che allignava tra le prime ONG impegnate nella cooperazione allo sviluppo, poche decine tra gli anni ’70 e ’80, tipicamente divise in due campi tuttora esistenti: da un lato le organizzazioni nate e cresciute in aerea cattolica, e dall’altro quelle laiche e nate sulla spinta dell’impegno socio-politico post-sessantotto. E’ sempre rimasta relegata in un canto per addetti ai lavori, poco compresa e poco pubblicizzata, dibattuta nei convegni. Oppure coltivata con micro-interventi in migliaia di parrocchie. 

Quella del cooperante è una carriera professionale complessa, che riesce a sposare impegno professionale e impegno sociale e politico, e tale è stata per me. Svolgendo il mio lavoro, posso dire con passione, sempre diverso e sempre da reinventare (studiando) a seconda dei progetti e dei paesi, sono riuscita a colmare il vuoto enorme che la fine della plausibilità dell’impegno puramente politico aveva lasciato. Ma mai, mai e poi mai, ho pensato di essere “buona” perché lavoravo sul terreno in Guinea, in Angola, in Libano, in Pakistan o in Sri Lanka, tanto meno eroica, anche se è vero che si rischia probabilmente la pelle lavorandoci più che non a Milano o a Bologna. Non tanto l’aereo, i pericoli maggiori sono la malaria o altre infezioni, le aggressioni e soprattutto gli incidenti stradali in piste e strade dove non ci sono regole, dove enormi camion stracarichi vagolano di notte con un solo fanale se va bene. Ma è pura retorica di accatto parlare di questo lavoro in termini quasi epici, prova di cattiva e falsa coscienza. O di pura incomprensione di quello che cooperazione significa. Ancora, dopo tanti anni, i cooperanti sono strani animali in un recinto a parte, elogiati come “buoni” quando si crepa, ma per lo più ignorati, oppure infidi e con doppi fini quando si va in mare per salvare qualcuno che affoga.


[1] Ovviamente ciò non vuol dire che non ci siano sacche più o meno importanti di povertà e squilibri, o problemi con le classi dirigenti o più seriamente con i termini di scambio commerciali. Ci vorrebbero fiumi di inchiostro per parlarne.
[2] Il presidente Mobutu, grande predatore, si è installato al potere grazie al Belgio e agli Stati Uniti nel 1965 e vi è rimasto fino al 1997. Le cose non sono andate certo meglio con Kabila padre né con Kabila figlio.
[3] A proposito di sviluppo: provare a tradurre e soprattutto spiegare cosa può significare concretamente per chi ne dovrebbe approfittare può essere una sfida notevole: Ricordo un episodio stupendo: in un villaggio maliano in cui lavoravo con un’équipe di animatori locali stavamo facendo un’assemblea serale intorno a una delle centinaia di pompe d’acqua potabile installate dal nostro progetto. L’animatore parlando in bambara cercava appunto di spiegare che l’acqua era una componente essenziale per le prospettive di sviluppo della zona e non trovando un corrispettivo linguistico bambara usava continuamente la parola francese “développement”. Dopo almeno 20 minuti, giustamente irritata, una vecchia lo interruppe: “Développement? I nhe mu nhe?” (Sviluppo? Che cos’è?). Il ragazzo ammutolì, io sapevo ben poche parole di bambara, ed era tardi: chiudemmo la riunione in quattro e quattr’otto. Non credo che un super esperto se la sarebbe cavata meglio.