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lunedì 15 aprile 2019

IL SERPENTE DEL PACIFICO:IL CILE (2° PUNTATA)


IL SERPENTE DEL PACIFICO 2

 Viaggio dall'Atacama allo Stretto di Magellano

“Norte Grande ” e “Norte Chico”

Gigante di Tarapaca', Atacama (foto mia)

E’ convenzione cilena suddividere il territorio geofisico nazionale in cinque grandi aree: da nord a sud  Grande Nord, Piccolo Nord, poi il centro agricolo e vinicolo, e dal fiume Biobío in giù, Sur Chico (piccolo sud) e Sur Grande, quest’ultimo comprendente Patagonia e Terra del Fuoco, con le ghirlande di tutte le innumerevoli isole circostanti fino al parallelo 55°59’ latitudine sud; l’estrema punta rocciosa dell’isoletta di Cabo de Hornos, il famoso Cape Horn. Cape Horn non è però il limite estremo di un continente terragno, bensì un puntino nell’oceano sotto l’isola Navarino, quasi invisibile sulla carta. Ma cominciamo da 4300 km più a nord al confine con il Perù, dalla Regione di Arica y Parinacota, ovviamente Norte Grande.

 Arrivando ad Arica da Iquique il panorama dalla Panamericana (ora Ruta 5)
Atacama, punto imprecisato foto mia)
abbraccia speroni di roccia, vallate scabre e scarpate color ocra per centinaia di km: è l’Atacama, il deserto più arido del mondo, che inizia 1000 km più a sud. A volte compaiono rare macchie di paja brava, ispidissime barbe vegetali di colore indefinito e cactus un po’ rachitici. Su un declivio di terra rosata sul lato sinistro della strada in direzione nord appare la visione del Gigante di Tarapacá, un imponente geoglifo antropomorfo[1]lungo 115 mt che raffigura una sagoma umana attorniata da intricati disegni geometrici e antropomorfi. Datato intorno al 1000 d.C., un sito cileno suggerisce che raffiguri una divinità mitica in viaggio dal lago Titicaca all’oceano[2], Lonely Planet, invece, suggerisce un guerriero.
Leggo strabiliata che tre turisti-vandali si sono addentrati in situ il 6 gennaio di quest’anno con la loro automobile, calpestando poi anche a piedi i geoglifi intatti da più di dieci secoli. Processati, sono state emesse condanne ridicolmente indulgenti, dato che si afferma che il danno è “irreparabile”[3]. Ho ammirato l’insieme ancora intatto dall’autobus, grazie all’autista comprensivo che si è quasi fermato per darmi modo di fotografarlo.

Tamarugos vicino a Pica (foto mia)
La monotonia del viaggio nel deserto è spezzata a volte inaspettatamente: filari di alberi anche maestosi, algarrobo o boschetti di tamarugo prosopis fioriti, seguiti da coltivazioni e orti, oasi che possono diventare delle città fiorenti, come Vallenar, o piccole enclaves deliziose come Pica, con le sue acque termali e gli alberi da frutto. I miracoli delle nappe freatiche nel deserto, nutrite da acquiferi profondi e giacimenti di acqua fossile sono stupefacenti, ma riposano su equilibri delicatissimi che lo sfruttamento dissennato dei giacimenti di litio contenuto nelle distese di sale dell’Atacama possono far scomparire come miraggi in una bolla di sapone. I cosiddetti salares[4], sterminate distese di croste salate che si estendono sull’altipiano nel triangolo Cile-Bolivia-Argentina, relitto geologico di un mare primigenio, racchiudono infatti le maggiori riserve di litio al mondo, minerale diventato negli ultimi 10-15 anni imprescindibile soprattutto nell’elettronica, ma anche nel nucleare, in campo bellico e persino in medicina. Facendo escursioni in paesaggi incantati nei dintorni di San Pedro de Atacama, per esempio al Geyser di El Tatio, al Salar de Atacama o alle Lagunas Escondidas - specchi d’acqua azzurrissimi circondate da distese saline di bianchezza abbagliante - sapevo di percorrere un ecosistema antichissimo, fragile come porcellana di Sèvres e ben più prezioso. 
Lagunas escondidas, San Pedro de Atacama
 

Si ricevono istruzioni essenziali di comportamento, a volte purtroppo, come ho constatato, non osservate. Ma non immaginavo, né le agenzie turistiche ne fanno cenno, l’impatto negativo che questo ambiente unico al mondo[5]sta già soffrendo a causa del prelievo di litio dalla massa salmastra (che viene pompata all’esterno dalle profondità del salar e lasciata evaporare in grandi mucchi fino a renderla lavorabile) dalle due principali imprese concessionarie: la cilena SQM -  il proprietario miliardario, Julio Ponce Lerou, è l’ex genero del generale Pinochet - e la Albemarle, nordamericana. 
Juan Ponce Lerou (www.google.com)

Le due imprese si accusano a vicenda di superare le quote di estrazione stabilite nei loro contratti con l’Agenzia statale cilena CORFO, mettendo così a repentaglio non solo le riserve di litio, ma soprattutto sottraendo con il sale anche l’acqua che rende possibile la vita delle oasi e l’economia indigena dell’area. 
Nel 2013 gli ispettori della CORFO arrivarono alle installazioni della SQM e si avvidero che 23 algarrobo, alberi che sopravvivono protendendo le loro radici in profondità fino a raggiungere l’acquifero, perdevano foglie e stavano morendo[6]. Erano alberi sentinella che la SQM si era impegnata a monitorare: da allora, altri alberi sono morti. Insomma, un altro possibile ecocidio è in vista se le autorità cilene non riusciranno a tenere a bada l’avidità dei saccheggiatori. Del che si può dubitare: un articolo del 2018 reperibile in rete denuncia l’ultimo rinnovo contrattuale del Governo con la SQM (fino al 2032!), secondo i termini del quale la quota di estrazione potrà essere quintuplicata[7].

Mummia "negra" Chinchorro (foto mia)

Il Museo di San Miguel de Azapa, 10km a nord di Arica, è ben lontano da questo tumulto di interessi: là dormono il loro sonno millenario le più straordinarie mummie che si possano immaginare: straordinarie per la loro antichità – 5000 anni a.C. - , per le tecniche ingegnose architettate per la loro confezione, e infine per il fatto che il popolo Chinchorro che le creò era allo stadio arcaico vivendo di caccia, pesca e raccolta di frutti selvatici, e non praticava l’agricoltura o il commercio come l’egizio. Inoltre, mentre le mummie egiziane erano di re, nobili, sacerdoti, i Chinchorro mummificavano democraticamente tutti, persino i feti e i nati morti. E questo aspetto è forse il più commovente. 
 Le più antiche mummie sono “las negras” e la loro confezione era la più complessa: i corpi
Feto mummificato (foto mia)
venivano delicatamente scuoiati e la pelle messa da parte, poi le interiora e il cervello erano estratti, le carni eliminate, le ossa smontate. Lo scheletro ripulito era rimontato con l’aiuto di stecche e rivestito con materiale vegetale secco modellandolo per simulare i muscoli, si usava la pelle conservata per ricoprirli, usando anche pelle di leoni marini [8]per sanare i vuoti, e infine la sagoma ricostruita era ricoperta di una pasta di cenere e spennellata con una vernice di polvere di manganese (appunto, nera). Le mummie più recenti, le rosse, furono preparate meno accuratamente e ricoperte di una pasta di ocra rosso vivo. A volte si ornavano le teste con parrucche di capelli veri. I lineamenti erano infine modellati minuziosamente[9]
Mummia "roja" con parrucca (foto mia)

Sono rimasta letteralmente affascinata da questo immenso amore e rispetto per i trapassati, per questo legame così solido che abbracciava i viventi e i morti nella cornice di un unico mondo culturale, in un presente comune prolungato. Il clima secco e intriso di salinità ha fatto sì che queste creazioni artistiche singolari siano giunte intatte sino a noi. Ed ora, dopo avere attraversato i millenni, le mummie di San Miguel de Azapa rischiano di deperire a causa delle modifiche climatiche: dei batteri prodotti dall’aumento dell’umidità e della temperatura le stanno attaccando provocando lesioni. Per fortuna già si studia il modo di arrestare il deterioramento e trasferirle in un unico museo attrezzato adeguatamente nel 2020[10]. Intanto c’è pronto un dossier per chiedere per loro all’Unesco il crisma di patrimonio dell’umanità.
Balisier al Santuario del Picaflor, San Miguel de Azapa (foto mia)

Vicino a San Miguel ho visitato il “Santuario del picaflor”, cioè del colibrì: segnalato malissimo e quindi difficile da raggiungere soprattutto a piedi, è stato deludente: mi aspettavo un frullare frenetico di minuscole ali, e in un’ora e mezzo ho avvistato un solo esemplare, mentre pochi giorni dopo, a Taltal, ho quasi sbattuto il naso contro un colibrì indisciplinato che mi ha tagliato la strada davanti all’albergo. Bella però la vegetazione rigogliosa dell’oasi: ci sono i balisiers, già ammirati nel clima tropicale della Martinica.
Spiaggia urbana a Iquique (foto mia)















Più a sud, Iquique è oggi una mezza metropoli, con una lunga e bella spiaggia e un mare con onde temibili da surf, preda di un evidente appetito immobiliare stimolato dall’afflusso turistico crescente. Vi ho passato Natale e Capodanno, ma non consiglierei a nessuno di trovarvisi per le feste senza sapere in anticipo che né le sere del 24 e del 25 dicembre, né il 31 dicembre o peggio il 1° gennaio sarà possibile trovare un ristorante decente aperto. Il 24 dicembre ho festeggiato con un panino al formaggio e una bottiglietta di vino trovata per miracolo in uno spaccio caritatevolmente aperto, in compagnia di un tassista in vena di confidenze su pene d’amore coniugale. Comunque la sfida di trovare di che cenare si rinnova ogni domenica sera, a meno di non essere a Santiago o a Valparaíso. 

Un’osservazione ecologica: appollaiati sulle palme che costeggiano la spiaggia di Iquique o sugli scogli, colpisce il numero di cormorani neri, chiamati patos yecos (pron. gecos), che si stanno moltiplicando e invadono sempre di più gli spazi urbani, tanto da generare aspre polemiche tra chi sostiene le ragioni degli animali e chi li vorrebbe eliminare. A me sono sembrati pittoreschi e simpatici.

Ho accennato al prelievo odierno del litio dal salar, ma l’Atacama aveva già vissuto una altro periodo di sfruttamento intensivo dei suoi tesori minerali con l’industria del salnitro, che contribuì a creare una prima borghesia cilena tra Antofagasta e Iquique, madre (o nonna) di una buona parte della attuale oligarchia. Il salnitro si trova sulla superficie delle rocce in Atacama. Dopo che uno scienziato tedesco scoprì come sfruttarlo, nella seconda metà del 1800 nacquero i primi centri di estrazione e trasformazione del minerale. Prima del 1879 la regione di Antofagasta apparteneva alla Bolivia, mentre le regioni di Tarapacá e Arica appartenevamo al Perù. 

Il Cile 1879 (dal web)
Fu precisamente un aumento dell’imposta che le imprese cilene ad Antofagasta pagavano alla Bolivia per il trasporto del salnitro a far scoppiare la Guerra del Pacifico (1879/84), al termine della quale il Cile aveva conquistato tutti i territori boliviani e peruviani a nord di Taltal fino oltre Arica, impadronendosi di tutte le fabbriche di salnitro, sviluppandole con capitali soprattutto inglesi e americani. Dopo la crisi del 1929 e la produzione del nitrato di potassio sintetico l’industria declinò e un esercito di operai cileni, boliviani e peruviani dovettero riciclarsi emigrando nelle bidonvilles di Santiago o di Lima. Oggi la città morta di Humberstone (dal nome di un impresario inglese), già centro dell’industria del salnitro, è meta di escursioni turistiche. 
Ho ricordato questo capitolo di storia cilena perché al Museo Regionale di Iquique, oltre a reperti d’arte precolombiana e a mummie, sono esposte le fotografie scattate prima e dopo un feroce eccidio di operai che lavoravano nelle miniere di salnitro e vivevano in condizioni miserande nel deserto con le loro famiglie, pagati non in denaro bensì in gettoni solamente utilizzabili entro il recinto della “salitrera”, nei magazzini del padrone, esposti al sole infuocato di giorno e a temperature intono allo zero di notte. 
Lavoratori d una miniera di salnitro 1876 (wikipedia)

Il 21 dicembre 1907, in seguito a un lungo sciopero per ottenere un migliore salario e più decenti condizioni di vita, si asserragliarono con donne e bambini in molte migliaia dentro e intorno alla scuola Santa Maria di Iquique. Fu loro ingiunto di sciogliere l’adunata e tornare al lavoro entro un’ora, e al rifiuto degli operai di cedere fu aperto il fuoco con mitragliatrici. Migliaia di persone, mai si seppe quante, furono falciate: chi governava aveva legami stretti con gli industriali e interessi personali nell’industria del salnitro. “Los dueños de Chile somos nosotros, los dueños del capital y del suelo…”; non aveva peli sulla lingua Eduardo Matte Perez (1847-1902), liberale, deputato, senatore e ministro, bisnonno di uno degli oligarchi attuali. I padroni siamo noi e vogliamo restarlo[11]. E si sono moltiplicati e perpetuati tali.
Singolare addobbo a Taltal, terrazza albergo



















Vale la pena menzionare un aspetto che in Sudamerica ho osservato solo in Cile: quasi in ogni città ci sono orde nutrite di cani randagi unici per discrezione e savoir faire: non disturbano minimamente i passanti, sono anche piuttosto puliti dato che non mi è capitato spesso di vedere tracce spiacevoli di deiezioni. Dormono placidi al sole, attraversano la strada ai semafori al verde. A Taltal, altra città mineraria a sud di Antofagasta, dotata di una gradevole ancorché corta spiaggia con simpatico salvavidas, mi ero allarmata una sera, memore di una pessima esperienza in Albania, vedendomi davanti una torma di 14 esemplari (contati). Sembrava una riunione operativa, erano vicino a un giardino; dopo un conciliabolo apparente, si sono allontanati al trotto, ignorandomi. Autonomia canina.

Per concludere il capitolo miniere, ho voluto visitare la più grande miniera al mondo di rame a cielo aperto a Chuquicamata, vicino Calama, dove risiede la Società che gestisce l’estrazione di questo minerale in tutto il Cile, la CODELCO, nazionalizzata da Salvador Allende nel 1971. Anche qui i padroni privati precedenti avevano eretto una città abitata da migliaia di operai e tecnici con relative famiglie, dotata di teatro, hotel, stadio, scuole, giardini e ovviamente negozi, il tutto proprietà della nordamericana Anaconda Mining Company. L’insediamento fu abbandonato non molti anni fa per la pericolosità della vicinanza alla miniera, ma date le visite turistiche guidate organizzate dalla Codelco è ancora mantenuta in ordine, deserta e pulita, come imbalsamata.
 
Chuquicamata città morta (foto mia)


Non lontano dalla ex città andiamo in gruppo a vedere la voragine immensa della miniera vera e propria che fumiga, quindi non si riesce a intravedere il fondo: si segue con lo sguardo l’arrancare lentissimo dei camion giganteschi che incessantemente salgono a spirale le pareti della cavità carichi di massi grigiastri e una volta scaricate le tonnellate di minerale ridiscendono la china, così per ore, un girone infernale. Sembra un gigantesco formicaio. Dietro alla città fantasma si scorge una montagna di materiale inerte da cui è stato estratto il rame: non ho idea di come (o se) verrà smaltito. Tutt’intorno complicate installazioni per l’estrazione e la raffinazione del rame. 

Chuquicamata, la miniera (foto mia)


















Valparaíso è una città marinara incantevole, unica con i suoi murales, i suoi cerros (colli scoscesi) che possono essere raffinati o malfamati, sempre caratteristici, popolati da un miscuglio di classi sociali ma in pericolo di gentrificazione, e poi i suoi scorci coloratissimi, il porto accogliente e sempre affollato, le scalinatelle infinite. E la vita culturale è vivace: centri per incontrarsi e socializzare, negozietti di arte e di artigiani, ristoranti di ottimo pesce, caffè all’aperto traboccanti di gente, giardini e piazze. Solo il quartiere dietro il porto non sembra invitante, cadente e poco raccomandabile di notte.
La casa di Neruda (una delle sue numerose dimore), la Sebastiana, concepita come la prora di un bastimento e volta verso il mare, si raggiunge arrampicandosi da Cerro Alegre e proseguendo in cresta per vari km, ma ripaga la camminata perché è un vero museo, inconfondibilmente intriso di un’atmosfera raccolta e denso di una vita vissuta rincorrendo la bellezza. Purtroppo non si possono fare foto all’interno.
Notte a Valparaiso (foto mia

Vicino a Valparaíso c’è Viña del mar, raggiungibile con un trenino urbano, che vanta un imperdibile museo quasi interamente dedicato all’Isola di Pasqua. Un grande Moai si trova di fronte all’ingresso. Nel 1888 il Cile si annesse l’isola che oggi vive soprattutto di turismo, ma dopo quasi tre secoli di storia coloniale travagliatissima gli isolani si ribellano al destino di diventare un resort di lusso per la borghesia cilena e danarosi stranieri, e minacciano di denunciare il trattato del 1888 e adire all’indipendenza[12]. Bello anche il piccolo museo archeologico di Los Andes, pieno di informazioni su culture e popoli minori, tralasciati da altri musei di maggiori proporzioni. Da Los Andes tento di raggiungere la Cordigliera, ma l’autista dell’autobus, visto che sono l’unica passeggera, mi pianta in asso a metà strada, in un paesetto abbastanza insignificante, Rio Blanco, dove i cani non sono gentili come a Taltal e le montagne verso Mendoza lontane.
Bimbi a La Serena, Norte Chico (foto mia)
 

Geyser El Tatio, Atacama (foto mia)


Sfida tra un leone marino e un cane a Iquique (foto mia)



Festa religiosa a Calama davanti alla Cattedrale, dicembre 2018 (foto mia)

Murale a Valparaiso






[1] Disegni antropomorfi, di animali o geometrici tracciati sul terreno sia in rilievo, con pietre e ciottoli, o in negativo, rimuovendo la terra. Sono numerosi in Atacama, specialmente vicino ad Arica.
[2] http://www.esascosas.com/el-gigante-de-tarapaca-atacama/
[3] https://www.biobiochile.cl/noticias/nacional/region-de-tarapaca/2019/03/04/condenan-a-turistas-que-danaron-irreparablemente-el-monumento-arqueologico-gigante-de-tarapaca.shtml
[4] http://www.metallirari.com/piu-grandi-riserve-litio-mondo/
[5] Nel salar di Uyuni in Bolivia, anche più esteso di quello di Atacama e anch’esso immensa riserva di litio, le brame delle multinazionali sembra siano state per ora tenute a bada, chissà per quanto?
[6] https://www.reuters.com/article/us-chile-lithium-insight/a-water-fight-in-chiles-atacama-raises-questions-over-lithium-mining-idUSKCN1MS1L8?feedType=RSS&feedName=topNews
[7] https://es.mongabay.com/2018/10/explotacion-de-litio-en-chile-estado-renueva-contrato-a-empresa-infractora-ambiental/
[8] Sono chiamati in spagnolo lobos marinos, lupi marini.
[9] “Making the dead beautiful: mummies as art”, https://archive.archaeology.org/online/features/chinchorro/

[10] “Las momias mas antiguas del mundo no se derriten en Chile”, http://www.mnhn.gob.cl/613/w3-article-72599.html?_noredirect=1


[11] https://aquevedo.wordpress.com/2009/05/09/los-duenos-de-chile-somos-nosotros-el-poder-de-los-grupos-economicos/

[12] https://criterio.hn/2017/10/05/isla-pascua-chile-quiere-independizarse/

giovedì 4 aprile 2019

IL SERPENTE DEL PACIFICO: IL CILE (1° puntata)


IL SERPENTE DEL PACIFICO

VIAGGIO IN CILE DALL’ATACAMA ALLO STRETTO DI MAGELLANO

Introduzione
 
Scorcio di Santiago (foto mia)

“Antofagasta sta nel Cile”: era un appunto che scrissi nel quaderno di geografia durante una lezione particolarmente noiosa, a 10 o 11 anni. Invece di accendere l’immaginazione infantile evocando terre lontane, la voce monotona dell’insegnante enumerava, citava il libro di testo, era soporifera, per cui trovavo più interessante misurare le distanza sulle cartine dei vari continenti tra una città e l’altra, usando un righello e moltiplicando a seconda della scala, snidando i nomi più evocatori. E “Antofagasta” aveva un suono così esotico che volevo imprimermi nella memoria dove si trovasse. Così forse è nato in me il desiderio di vederla, questa città dal nome affascinante. Due altri elementi hanno più tardi agito come attrattori potenti: la memoria indelebile dell’11 settembre 1973 e di quello che ha significato per chi allora seguiva appassionatamente l’avventura cilena di Allende e per le sinistra tutta, e l’amore per la poesia di Neruda, ucciso dai medici-macellai del golpe di Pinochet. 
Il Cile era per me una meta molto speciale e vi sono arrivata carica di aspettative.
Vetrina libreria a Santiago

Mai avrei immaginato di snobbare quella città dal nome fantastico, molti decenni dopo, evitando di fermarmici: è rimasta un’immagine fuggitiva poco attraente, una città mineraria (e universitaria) brulicante di businessmen con un porto dall’attività febbrile, a detta di tutti tra le più care di un paese che ha prezzi di non molto inferiori a quelli medi europei, circondata da un paesaggio che chiamare brullo è dir poco.

Nei tre mesi del viaggio cileno molti altri luoghi mi hanno risarcito della piccola delusione legata ai ricordi d’infanzia, ma devo ammettere che trovo difficoltà a riordinare e coordinare nella scrittura le impressioni complesse e contraddittorie che quella scorribanda di migliaia di chilometri mi ha lasciato. Difficoltà legata a disagio.
Patagonia neridionale (foto mia)

L’oceano, il deserto, la selva, le spiagge, le Ande cui non sono riuscita ad avvicinarmi quanto avrei desiderato, mi hanno catturato l’immaginazione e lo spirito, ma dopo qualche settimana tale fascino ha incrociato sensazioni spiacevoli, suscitate dalla percezione di un’aura militarista che aleggia nelle città e traspare dalla onnipresenza dei carabineros, dalla frequenza di strade intitolate a generali e di piazze con al centro statue di eroi dell’indipendenza e/o conquistadores, dalla constatazione di un nazionalismo serpeggiante che ancora si vanta della vittoria contro Bolivia e Perù nella Guerra del Pacifico (1879/84), e di un potere oligarchico intento ad estrarre e sfruttare intensivamente le molte risorse minerarie, forestali, ittiche, energetiche[1].
E ciò a costo di condurre una vera e propria guerra contro l’unico popolo autoctono che ancora esiste e resiste (da secoli!) al furto di terra e acqua della regione da loro abitata, l’Araucania[2]: i Mapuche, e di danneggiare irrimediabilmente risorse non rinnovabili come spiegherò più avanti.

Mentre preparavo il materiale per questo articolo ricercando anche in rete, mi è capitato di leggere la testimonianza di un professore espatriato, che dopo un soggiorno di qualche anno addirittura parla di un “Cile truffa”[3]. Si sentiva deluso come se fosse caduto in una trappola accettando l’incarico d’insegnamento universitario e confessava “questo paese mi rende triste” … affermando che “è il profitto che controlla ogni cosa”. 
Manifestazione insegnanti (foto mia)

Quanto a me, che vi sono rimasta non quattro anni ma tre mesi, ogni viaggio mi arricchisce e mi nutre lo spirito, apre nuovi orizzonti mettendomi di fronte a problematiche impreviste ma, ahimè spesso, a nuovi oltraggi all’umano. Così in Cile il piacere del viaggiare, scoprire, camminare su spiagge a perdita d’occhio, chiacchierare in autobus o al mercato trovando frutta o piante (o alghe!) sconosciute, fare escursioni nell’Atacama o salire erte ripide nella selva valdiviana, unica al mondo, è stato adombrato da quanto venivo conoscendo sul tessuto economico-sociale del paese e sul tallone di ferro inestricabilmente connessi a tale bellezza, sugli assassinî che per preservarli venivano commessi quasi in contemporanea - Camilo Catrillanca, militante contadino mapuche, 24 anni, un nome che leggevo nei graffiti di molte città, era stato ucciso poche settimane prima del mio arrivo, a fine novembre 2018, ultimo di una lunga lista di nomi.
Museo arte precolombiana a Santiago

Questo valga come introduzione, questa l’ambivalenza che è stata la cifra del mio viaggio cileno; ancor più lo percepisco ora mentre cerco di narrarlo. E i due piani, il fascino natura-cultura e la constatazione della predazione capitalista e del suo prezzo umano si intersecheranno in queste pagine.

Vista del centro di Santiago dal Cerro di S.Lucia (foto mia)
Amministrativamente il paese, lunghissimo e sottile, è suddiviso in sedici Regioni [4] (per seguire la narrazione d’ora in poi temo sia imprescindibile tenere presente la carta geografica), una delle quali, la sedicesima, è quella metropolitana di Santiago, la capitale. Le ho toccate tutte e ne parlerò in successione dal nord al sud, a partire dal centro, Santiago. Da qui ho preferito dirigermi a nord fino ad Arica, per poi scendere, in parte ripercorrendo alcune tappe, fino a Punta Arenas: mezzo di trasporto principale gli autobus a lunga percorrenza, poi in Patagonia essenziali i traghetti, e infine l’aereo da Punta Arenas a Santiago. Ma comincerò il resoconto dalla prima tappa, dove l’aereo ti deposita se arrivi dall’Europa.

Foto da Wikipedia
Quello di Santiago mi è parso un bel centro urbano, l’unica parte che ho visitato pur assai parzialmente: quartieri monumentali e facciate ottocentesche convivono con enclaves art- nouveau e con grattacieli ultimo grido, creando insiemi visivi che a volte rammentano certi scorci di Chicago, con campanili affusolati disegnati contro pareti di vetro e acciaio. Il fiume Mapocho era un rivolo fangosissimo in piena estate, con un lungofiume molto piacevole, ombreggiato da enormi platani e punteggiato di panchine. Ma a disturbare la placida passeggiata ecco comparire ai lati dell’alveo quasi asciutto scritte e murales: “Han matado a la negra”, allusione all’uccisione di Macarena Valdés, militante ambientale “suicidata” per la sua battaglia contro un’impresa idroelettrica che avrebbe sottratto acqua e terra al territorio mapuche[5]. Leggo oggi che dopo due anni ancora il marito si batte per far riconoscere la perizia che attesta l’omicidio, istruire il processo e smascherare la montatura poliziesca del suicidio per impiccagione.

Operai ballano e scioperano
I panorami urbani dal Cerro S. Lucia, una bella macchia di verde nel traffico e, dall’altro lato del fiume, dal Cerro S. Cristóbal, sono molto scenografici: quel lunedì di novembre la funicolare del Cerro S. Cristóbal era bloccata da uno sciopero, ma solo fino alle 5 di sera, per cui ho pazientato leggendo all’ombra e osservando operai e operaie che dietro a cartelli che proclamavano la chiusura si intrattenevano ascoltando musica e ballando. Vedendomi interessata alla protesta mi hanno invitato ad entrare oltre la rete e spiegato che la ragione principale del “paro” era la stagionalità dei contratti, sempre precari, con conseguente mancanza di diritti. Tutto il mondo è paese.

La visita al Museo Nacional de Bellas Artes, grandiosa costruzione che ricorda il Museo d’Orsay a Parigi, mi ha fatto scoprire un artista cileno che sin da giovanissimo è vissuto all’estero e dopo il golpe di Pinochet fino alla fine della dittatura ha risieduto a lungo in Italia, dove è morto novantenne (a Civitavecchia): Roberto Sebastian Matta, l’ultimo surrealista.
Museo de Bellas Artes (forto mia)

Molto interessante il centro Culturale Gabriela Mistral (GAM); aperto al pubblico giornalmente, contiene un Auditorium, offre workshops della più varia natura, organizza mostre, ha un ufficio informazioni anche rivolto ai turisti e soprattutto dà a molti giovani la possibilità di utilizzarlo giornalmente come vogliono: quando ci sono passata, nel vasto atrio vari gruppi danzavano, facevano ginnastica, c’erano capannelli, regnava una piacevole animazione.


Ma ciò che più mi ha affascinato è stato il Museo di arte precolombiana: visitato il giorno stesso del mio arrivo in Cile, mi è servito da introduzione ad alcune delle più belle espressioni artistiche del paese e alle culture principali delle molte popolazioni native. In particolare, stupefacente l’esposizione di mummie Chinchorros, che hanno costituito una delle scoperte più entusiasmanti (e toccanti) di questo viaggio. Sono le più antiche del mondo in quanto le prime, dette momias negras, risalgono a 7000 anni fa, ben prima di quelle egiziane.  

I Chinchorro vissero nel periodo arcaico (a partire da circa 8000 anni fa) in una vasta zona che comprendeva il sud del Perù a partire da Ilo, l’altipiano boliviano e il nord del Cile fino ad Antofagasta[6]. Addossati alla costa, erano abilissimi pescatori, raccoglitori di molluschi, raccoglitrici di frutti selvatici, artigiani/e, ma si distinguevano da altre popolazioni coeve in quanto unici nello sviluppare tecniche sofisticate di imbalsamazione come espressione di amore e rispetto per i morti che concepivano come ancora parte del loro presente. Ma le più belle e numerose mummie Chinchorro sono conservate nel Museo dell'Università di Tarapacà, a San Miguel de Azapa, nella XV regione al confine con il Perù, e quindi ne parlerò più diffusamente nella prossima puntata che descriverà il viaggio vero e proprio a partire dal nord.


Quadro  dell'artista Roberto Sabastian Matta al Museo de Bellas Artes

Bahia Inglesa













[1] Si veda, in uno spagnolo facilmente comprensibile, l’articolo sul giornale online El Mostrador “Chile la Oligarquia Familiar”, 18 de mayo 2015.
[2] E’ il nome spagnolo (che i Mapuche non usano mai) del Wallmapu cileno, il territorio ancestrale dei Mapuche a sud del fiume Biobio che si estende fino alla Patagonia, di qua e di là della Cordigliera delle Ande.
[3] https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/24-07-2014/il-cile-un-paese-truffa/
[6] La cultura Chinchorro, di Bernardo Arriaza y Vicki Cassman, Università del Nevada, https://www.uta.cl/masma/patri_edu/chinchorro.htm