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sabato 14 maggio 2022

KAMUINA NSAPU DAL CUORE DI TENEBRA DELL' AFRICA: IL CONGO (1)

 

KAMUINA NSAPU: LA MORTE DEL CAPO E L’INSURREZIONE

Il capo Kamuina Nsapu Jean Prince Mpandi circondato dai suoi fedeli *
 

“E’ la storia di una scintilla che diventa un incendio”. Con queste parole inizia il lungo webdoc in francese reperibile sul sito di Radio France Internationale (RFI)[1], frutto di un’inchiesta che ha coinvolto altre quattro agenzie giornalistiche (le Monde, Süddeutsche Zeitung, Foreign Policy e la TV svedese, sull’insurrezione nel Gran Kasai, provincia della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Congo-Kinshasa, tra il 2016 e il 2017. Questo articolo si basa soprattutto su questa fonte esaustiva, un documento lungo molte decine di pagine.

E di incendio si può ben parlare: l’ONU certificherà l’esistenza di almeno 42 fosse comuni, 3400 morti (circa) e un milione tra profughi, sfollati e rifugiati in Angola. Da quando ne ho letto mi è sembrata tra le più complesse e cupe tragedie di cui si abbia avuto contezza in Africa, e ora che un processo che definirei farsa si è concluso all’inizio di quest’anno credo valga la pena di ripercorrerla, per rendersi meglio conto delle difficoltà di comprendere e relazionarsi con certe realtà che pure fanno parte ormai del nostro presente storico globale. E di ciò che accade impunemente nonostante i tanti supposti guardiani internazionali.

Soldati della RDC

Kamuina Nsapu è il nome di una chefferie, cioè di un territorio legato a un lignaggio reale (tradizionale), ma è anche il nome del Capo della chefferie e del villaggio in cui egli e la sua famiglia allargata abita(va)no nel Kasai Central, parte della provincia del Grand Kasai (più di 95.000 km2), una delle 21 provincie della RDC. Una volta era una zona ricca per le sue miniere di diamanti: nel 2012 la società diamantifera MIBA è oberata di debiti e il Kasai Central è la provincia più povera del Grand Kasai. Da sempre è stata terra di opposizione al potere centrale di Kinshasa ed è la patria di un oppositore storico, Etienne Tshishekedi, nemico n. 1 prima di Mobutu e poi dei Kabila, padre e figlio, ambedue Presidenti, il primo assassinato. Quando inizia la vicenda qui narrata, nel 2016, Joseph Kabila figlio è ancora Presidente e al termine del suo secondo mandato, ma trova ogni scusa per prolungarlo oltre i termini. Riuscirà a trascinarsi fino al 2018, rimpiazzato proprio dal figlio dell’oppositore storico, deceduto nel frattempo. 

Jean Prince Mpandi
 Flash back. Nel 2012 il quarantaseienne Jean Prince Mpandi (JPM) diviene il 6° Kamuina Nsapu[2] (KN) dopo la morte in circostanze sospette del suo predecessore e quindi è lui il custode della Tshiota, il fuoco sacro che arde nella sua concession[3] dove si celebrano i “battesimi” degli iniziati /aderenti al suo circolo ristretto. Le chefferies sono riconosciute per legge dal 2015, e i capi percepiscono uno stipendio statale, ma anche prima erano trattate con ogni riguardo e Mobutu andava spesso a porgere loro i suoi omaggi. Ma nel Kasai Central il potere statale è da sempre odiato e odiata è la lingua parlata a Kinshasa, il lingala, mentre in Kasai si parla il ciluba. Chi parla lingala sono tunguluba, i nemici, “piccoli porci”, e JPM è a sua volta particolarmente malvisto a Kinshasa: lo si ritiene un avventuriero, un rivoltoso, mentre JPM definisce il governo centrale (di Kabila) “governo d’occupazione”. Queste le premesse della tragedia.

Nell’aprile del 2016 una missione del governo centrale arriva nella concession del Capo Kamuina Nsapu in sua assenza e la perquisisce, manomettendo anche oggetti personali ritenuti “sacri”. Un oltraggio. Questo suscita le proteste del Capo KN e la sua ira: egli comincia a tenere discorsi apertamente contestatari, moltiplica le celebrazioni dei “battesimi” con la pozione (di cui detiene il segreto) che dovrebbe rendere invulnerabili e moltiplica il numero degli iniziati a lui fedeli, litiga con gli altri capi tradizionali. A Kinshasa cominciano ad allarmarsi e a sorvegliarlo da vicino. Il presidente Kabila stesso arriva alla capitale del Kasai Central, Kananga, il 18 luglio per capire meglio la situazione.

Ragazzini tra le macerie della casa del capo Kamuina Nsapu

A inizio agosto i miliziani Kamuina Nsapu assaltano un posto di polizia e rubano un kalachnikov. Il clima è bollente. L’11 agosto una delegazione del Consiglio Nazionale di Sicurezza congiuntamente al Ministro degli Interni (nemico personale di JPM) gli trasmettono un ultimatum: ha 24 ore per arrendersi e consegnarsi alla polizia. Il capo KN li diffida e chiede la protezione della Missione ONU in Congo, la MONUSCO; dice che non si muoverà altrimenti. Che lo vengano a prendere. Il 12 agosto una colonna di polizia e militari arriva nel suo villaggio e assale la casa del capo KN. Jean Prince Mpandi va loro incontro e cade a terra crivellato di colpi. Il cadavere viene portato via e si dice vilipeso e maltrattato. La concession è devastata.

A questo punto il Kasai Central prende fuoco: decine e presto centinaia e migliaia di giovani e giovanissimi, molti quasi bambini, lanciano un’insurrezione che dilaga di villaggio in villaggio, alimentato da un odio atavico contro il potere statale e militare. Distruggono e incendiano tutti i simboli del potere con qualsiasi mezzo: bastoni, coltelli, armi giocattolo o fucili calibro 12 fabbricati in loco, pietre, machete, torce. Anche il Kasai occidentale e orientale insorgono, militari e polizia reagiscono con ferocia. Il Governo denigra i rivoltosi come sbandati e drogati, poi li bolla come terroristi. Ma i miliziani KN si moltiplicano a vista d’occhio, le bandane rosse intorno alla fronte sono il loro emblema; lanciano “attacchi mistici” con armi giocattolo pensando che saranno invincibili in quanto iniziati e si fanno massacrare a decine, a centinaia. Tutto il Grand Kasai, cinque provincie, insorge: alla base ci sono i soliti temi politici e sociali, il rifiuto della marginalità, della miseria, della disoccupazione e l’accusa contro il potere centrale di immischiarsi in questioni che riguardano solo l’autorità delle chefferies tradizionali: riti, battesimi, fuoco sacro sono intoccabili. I video girati dai militari mostrano corpi straziati di ragazzini e anche bambine accanto alle loro miserabili armi reputate magiche.

Miliziani Kamuina Nsapu durante un'azione

La ribellione dilaga in parallelo con la malattia e la morte dell’oppositore storico Etienne Tshisekedi, anche egli nativo del Kasai Central, regione che, pur tradizionalmente ostile al potere centrale, era conosciuta come “un’oasi di pace”. A Kinshasa cresce l’allarme: il 12 marzo 2017, nel pomeriggio, un nuovo ministro degli Interni arriva a Kananga per cercare di concludere un accordo con la famiglia del capo ucciso con la quale ha già preso contatto e calmare così le acque. In quello stesso giorno e quasi alla stessa ora, due esperti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, arrivati qualche giorno prima in Kasai per investigare le origini delle violenze e gli abusi evidenti della repressione dei militari e della polizia, vengono assassinati a un centinaio di km da Kananga. Ufficialmente, scompaiono. I loro cadaveri verranno scoperti solo il 27 marzo. Anche i loro accompagnatori e l’interprete mancano all’appello.

Foto di Sonia Rolley, una delle autrici del webdoc RFI

Intanto l’accordo tra governo centrale e la famiglia del capo KN viene raggiunto ma l’insurrezione non si calma: per i miliziani KN questi militari sono degli occupanti, degli stranieri, vengono dall’est e sono rwandofoni[4]. In effetti, molti dei capi militari della repressione sono famigerati comandanti ex ribelli, che hanno combattuto dalla fine anni 90’nei vari gruppi armati Mai Mai o M23[5]. Alcuni sono oriundi del Rwanda e molti sono sotto sanzioni ONU per crimini di guerra e innumerevoli violazioni dei diritti umani, come il Generale Eric Ruhorimbere, che ha partecipato ai massacri del Nord e Sud Kivu, o il Colonnello François Muhire, o il luogotenente Julle Mukamumbe, detto il “macellaio”. Criminali trasformati in alti graduati. Con questi “capi” al vertice della repressione, non c’è da stupirsi che dei contadini dicano che dal gennaio del 2017, se vedono camion militari girare di notte, al mattino dopo si scoprono fosse comuni. Nel maggio del 2017 l’Unione Europea adotta sanzioni contro 9 personalità della RDC e tra di essi figura il generale Ruhorimbere per le violenze commesse in Kasai. I timidi tentativi delle Nazioni Unite di condurre inchieste sulle origini dell’insurrezione e sulle esazioni commesse sono bloccati dal potere di Kinshasa; il personale della missione in loco dell’ONU, la MONUSCO, la più annosa e costosa delle missioni di peace-keeping ONU  (20.000 uomini e più di un miliardo di USD all’anno) sembra impotente. Da tempo i caschi blu in RDC non hanno buona fama: arrivano sempre troppo tardi sui luoghi dei massacri o degli assalti dei gruppi ribelli, non sono riusciti a impedire gli stupri di massa nel Sud Kivu, non si accorgono di ciò che succede a un km di distanza, come il 13 agosto 2016 a Rwangoma. Solo un giorno dopo l’uccisione del capo Kamuina Nsapu c’è il primo massacro, 51 morti, quasi sotto il naso della MONUSCO.

Il Generale Eric Ruhorimbere

A New York cominciano a preoccuparsi di ciò che accade in Kasai a fine agosto 2016; in novembre i dispacci della MONUSCO parlano di attacchi di miliziani KN anche all’aeroporto di Kananga, la capitale del Kasai Central. L’ONU ignora che il capo KN aveva chiesto la protezione della MONUSCO e che questa gli era stata rifiutata. La MONUSCO comincia a parlare della scoperta di fosse comuni e infine nel febbraio 2017 in un dispaccio dichiara di essere “preoccupata” per le atrocità commesse. L’Alto Commissariato per i Diritti Umani si sveglia: è tempo di agire, ma ci sono tensioni di vecchia data tra le varie istanze e corpi ONU. A sua volta la MONUSCO dovrebbe sia proteggere la popolazione e al contempo mantenere buoni rapporti con il governo congolese, che non vuole interferenze. Quadratura del cerchio. Tuttavia nel gennaio del 2017 la MONUSCO riesce a documentare ulteriori gravi violazioni nella repressione delle violenze da parte dei militari contro ragazzi armati di bastoni e armi giocattolo. La rivolta non si spegne, la repressione è spietata.

Colonnello François Muhire, accusatodi due massacri


All’inizio di marzo la situazione diventa insostenibile e l’Alto Commissario ai Diritti Umani chiede ufficialmente una missione d’inchiesta internazionale. Pur riuscendo ad accertare almeno 42 fosse comuni la MONUSCO è continuamente bloccata nelle sue azioni sul terreno. Quattro giorni dopo il discorso dell’Alto Commissario, due consulenti che fanno parte del gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza sono incaricati di una missione nel Kasai Central al fine di indagare sulle radici delle violenze, le caratteristiche del movimento dei miliziani KN e la repressione del governo congolese. Sono Michael Sharp, un cittadino USA e una svedese di origini cilene, Zaida Catalan. I due esperti fanno il loro lavoro e durante una missione ritenuta cruciale nel villaggio di Bunkonde, il 12 marzo, a due passi dal villaggio del capo KN ucciso nell’agosto precedente, spariscono. I loro cadaveri verranno trovati il 27 marzo. Zaida Catalan è stata anche decapitata. Come è potuto accadere? Finora a nessun civile ONU era stato torto un capello nella RDC.

Altra fossa comune, foto di Sonia Rolley



[2] La chefferie si trasmette di padre in figlio, o entro la ristretta cerchia parentale dell’ex capo.

[3] Nell’Africa dei villaggi la concession è il recinto entro il quale ci sono le varie case della famiglia allargata che può comprendere fino a 20 o più persone.

[4] Quindi non parlano ciluba, la loro lingua.

[5] Un comunicato dell’International Crisis Group del 13 maggio u.s. (ieri) parla di una “miriade di gruppi ribelli” nell’Est del DR Congo. Hold your fire! A Perilous free-for-all in the eastern DR Congo (https.//shows.acast.com>episodes

* Tutte le foto sono tratte dal webdoc di Radio France International

 

lunedì 21 marzo 2022

GUERRA FA RIMA CON GAS DI SERRA

 

LA NAVE DEI FOLLI

 

A partire dai primi anni 2000 una immagine mi risorge sempre più spesso davanti agli occhi: il nostro pianeta, minuscolo granello nello spazio, veleggiante come la nave dei folli del dipinto rinascimentale di Hieronymus Bosch. Se il pittore fiammingo intendeva mostrare un carico di peccatori nella rotta verso la rovina dell’anima, nel nostro caso la rovina sarebbe planetaria, coinvolgendo una gran parte delle specie viventi e certamente la specie umana.

La pertinace cecità e sordità ai sempre più minacciosi dati (incontrovertibili) del gruppo di scienziati dell’International Panel on Climate Change (IPCC)[1], condite da più o meno inutili e costosi vertici nelle varie COP[2] che si sono succedute dopo quella di Rio de Janeiro del 1992 sono, oltre che motivo di costernazione, sorprendenti. Ma la follia di tali cecità e sordità mai prima d’ora era apparsa così evidente come in questi giorni in cui il dio Marte trionfa in Ucraina, nella “opulenta” Europa e non solo altrove, dopo un’orgia di dichiarazioni minacciose e ora di bombardamenti, di distruzioni e di morti, e, come reazione sconsiderata, di corse frenetiche alla moltiplicazione degli apparati bellici e di investimenti miliardari in nuovi armamenti. 

Mariupol, marzo 2022

Nazioni da decenni neutrali prendono in considerazione l’adesione alla NATO, l’Italia che secondo la sua Costituzione “ripudia la guerra” invia armi a una nazione belligerante e il suo Parlamento vota un aumento fino al 2% del budget per la Difesa, gli Stati Uniti e la UE rimpinzano l’Ucraina di armi, mercenari e ingenui volontari d’ogni dove accorrono a combattere in Ucraina. Il presidente ucraino si fa chef de guerre e arringa i parlamenti “occidentali” per arruolarli e parla di vittoria finale. Coscrizione obbligatoria in Ucraina, mentre sfilano davanti ai nostri occhi immagini di rovine fumanti, di ex città fantasma, di profughi in fuga, di cadaveri riversi nelle strade deserte e palazzi sventrati. Guerra e follia. La storia non insegna, questo è certo. Ma oggi c’è un esiziale elemento in più da prendere in considerazione e che rende il quadro anche più sinistro e le conseguenze di questo ulteriore conflitto anche più gravi.


Un tempismo perfetto: il 24 febbraio scorso la Russia ha pensato bene di iniziare la sua “operazione speciale” ovvero aggressione contro l’Ucraina[3] e il 28 febbraio è stata pubblicata la seconda parte del sesto Rapporto dell’IPCC, le cui migliaia di pagine possono essere sintetizzate in poche righe estremamente significative e perentorie che intimano: ultima chiamata per il volo di sopravvivenza del genere umano e di una biosfera ancora (parzialmente?) vivibile anche se durevolmente ammaccata. 

Costa del Bangladesh, foto K.H. Chowdhury
 

Nel documento intitolato 6 Big Findings from the IPCC 2022 Report on Climate Impacts, Adaptation and Vulnerability (Sei importanti risultati tratti dal Rapporto dell’IPCC sugli impatti del clima, adattamento e vulnerabilità) si chiariscono le tragiche conseguenze di una mancata immediata diminuzione delle emissioni di tutti i gas di serra e di un ritardo nell’allestimento di misure di adattamento agli inevitabili futuri sconvolgimenti climatici. “...il cambiamento climatico è già una realtà in ogni angolo della terra e molte conseguenze ben peggiori conseguiranno dal non riuscire a dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2030 e contemporaneamente affrettarsi ad adottare misure di adattamento ai cambiamenti[4]. I risultati dell’ultima COP 26 a Glasgow sono stati deludenti, i 100 miliardi da versare annualmente a partire dal 2009 da parte dei paesi più ricchi ai paesi con risorse insufficienti e più esposti ai pericoli dei cambiamenti climatici sono latitanti. Le cifre modeste versate poi ballano, sono opinabili e c’è chi dice gonfiate, tra prestiti da restituire e doni[5], con somme minime destinate all’adattamento piuttosto che alla mitigazione degli impatti per ragioni di rendicontazione più facile. Il Rapporto dell’IPCC sottolinea che all’adattamento, ormai una necessità impellente, vanno solo le briciole: “At the moment, adaptation accounts for just 4-8% of tracked climate finance, which totaled $579 billion in 2017-18”. (Attualmente all’adattamento va solo tra il 4%e l’8% del finanziamento confermato per il clima, che nel 2017/18 ammontava a 579 miliardi di $).


Una settimana dopo la pubblicazione di questa seconda parte del sesto Rapporto dell’IPCC, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha a sua volta rivelato che nel 2021 le emissioni di gas di serra non sono mai state così elevate[6]. Ed ora che un’altra guerra è scoppiata “nel cuore dell’Europa” è più che mai necessario denunciare e sottolineare qual è l’impatto dei conflitti e delle guerre sul deterioramento del clima e sull’aumento delle emissioni di gas di serra. 


E non solo sull’ambiente naturale ma anche sociale ed economico, poiché si mostra bene nel citato Rapporto IPCC l’interdipendenza tra queste sfere. Basti pensare, dopo meno di un mese di guerra in Ucraina, alle cupe previsioni di tagli sui rifornimenti di grano soprattutto in Africa settentrionale e occidentale, in Medio Oriente e all’aumento dei prezzi dei carburanti, quindi all’impoverimento e alla fame di milioni di persone. In Madagascar si parlava già di “carestia climatica”[7] nel gennaio scorso. In Yemen le Nazioni Unite hanno ricevuto meno di un terzo delle cifre richieste e si prevede una ulteriore diminuzione nelle importazioni di grano a causa delle guerra in Ucraina[8]. Povertà e fame generano ulteriori conflitti. La resuscitata corsa agli armamenti fa a pugni con la necessità impellente di finanziamenti alternativi tesi ad evitare il precipitare della crisi climatica planetaria, già accentuata in certe zone già fragilissime. Quindi: quante emissioni sono dovute alle guerre, alle sue implicazioni e alle sue conseguenze durature?

Lowell, Oregon, foto Markus Kaufmann

Ho trovato due articoli pertinenti sul sito Conflict and Environment Observatory[9] che prendono in esame sia gli impatti diretti delle guerre che quelli indiretti, durante e dopo il conflitto vero e proprio. Oltre alle sofferenze fisiche e mentali, ai lutti, alla fuga di profughi che diventano spesso rifugiati e sradicati a vita, ecco preziose aree agricole coltivate ora abbandonate, posti di lavoro perduti e scambi commerciali vitali azzerati, ecco la perdita di patrimoni culturali immensi, macerie che rimangono tali per anni, incendi di foreste e disboscamento sia per ragioni di sicurezza militare che per lucro, il ritorno di pratiche dannose e malsane (uso di carbone e carbonella), o addirittura cancellazione di foreste per l’uso di defolianti (Vietnam, Cambogia, Laos), incendi di infrastrutture come pozzi di petrolio (Iraq 1991), o anche flaring, cioè fuochi vaganti di gas infiammabili di petrolio(nel perpetuo conflitto del delta del Niger, in Nigeria), ce n’è per tutti i gusti. Durante la (seconda) guerra del Vietnam (1964/75) tra il 14% e il 44% delle foreste andò perduto e gli effetti del terribile Agente Arancio sui “nativi” sono una realtà misconosciuta ancora oggi in una sede giudiziaria “occidentale”[10]. Si stima che le emissioni dovute all’incendio dei pozzi di petrolio iracheni durante la prima guerra del Golfo nel 1991, che continuarono a bruciare per mesi, contribuirono per più del 2% delle emissioni di CO2 da combustibili fossili in quell’anno[11]

Iraq
Il documentario Lessons of Darkness (Lektionen in Finsternis), girato nel 1992 dal regista tedesco Werner Herzog su quella guerra, mostra in sequenze impressionanti il mare di fuoco scatenato dai bombardamenti USA e alleati[12]. Ancora: la logistica necessaria per i campi dei rifugiati produce molte emissioni addizionali, e la dipendenza dagli “aiuti umanitari” è letale, paralizzante. L’ho constatato personalmente nel mio lavoro in Somalia, in Ciad e in Sud Sudan. Centinaia di milioni di persone autosufficienti che curavano i loro territori diventano pesi morti, le loro terre inaridiscono.
Aleppo 2013, foto Bama FCO

Inoltre è la produzione stessa di armamenti, con le sue catene di approvvigionamento, che emette enormi quantità di Co2: nella UE le società di interesse pubblico sarebbero legalmente tenute a riportare i dati delle loro emissioni, ma le attuali norme sono “non vincolanti”[13]. L’aumento previsto di produzione di apparati bellici dopo i recenti annunci di aumento dei budget militari in vari paesi europei lascia presagire il peggio. In questo clima guerriero tristi nazionalismi e militarismo vengono aizzati. Gli apparati militari sono degli enormi produttori di emissioni di gas di serra[14], ed in guerra si moltiplicano i loro impatti distruttivi. La guerra oggi si fa soprattutto dal cielo, e l’aviazione militare rappresentava nel 2021 tra l’8% e il 15% della percentuale totale del 3,5%, il contributo globale dell’aviazione al riscaldamento del clima[15]. Le scie di fumo bianco (contrails in inglese) che vediamo fuoriuscire dai jet sono cariche di biossido di carbonio e  diossido  di azoto oltre a fuliggine e interagiscono con le nuvole, intercettando o creando cirri che intrappolano calore. 

Primo Ministro dell'arcipelago di Vanuatu parla da remoto alla COP 26

Ogni guerra che scoppia aumenta le cifre citate[16]. I danni materiali, le città polverizzate, gli ospedali distrutti, le scuole inagibili, le strade impraticabili, implicano costi immani aggiuntivi di riparazione, oltre ai costi immateriali: costi sociali, costi umani, compagini sociali disintegrate, bambini e adulti traumatizzati. Se infine prendiamo in esame i costi opportunità (opportunity costs) cioè i finanziamenti che saranno dirottati verso la spesa militare invece che a programmi sociali, alla riduzione delle ineguaglianze, alla spesa sanitaria pubblica, all’educazione, alle fonti di energia rinnovabili e all’adattamento, bisogna essere ottimisti incalliti per sperare di contenere il riscaldamento globale entro l’1,5 gradi Celsius rispetto all’era preindustriale. Limite che, avvertono gli scienziati dell’IPCC, “is not safe at all”, non è affatto sicuro[17].

Se immaginiamo il processo di riscaldamento climatico come un gigantesco ordigno esplosivo innescato da mani umane teleguidate dall’esecrata fame dell’oro di virgiliana memoria e dai demoni del potere, l’ultima pagina del romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, dipinge quel che potrà essere il destino di questo pianeta allo sbando se non riusciremo a contrastare questa corsa al disastro annunciato: “Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro delle terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”



 

 



[1] Gruppo internazionale di esperti sul cambiamento climatico, GIEC in francese

[2] Conferenza delle parti (interessate)

[3] Prescindo da ciò che ha preceduto l’invasione perchè non pertinente al nocciolo del mio ragionamento.

[4]6 Big Findings from the IPCC 2022 Report on Climate Impacts, Adaptation and Vulnerability

[6] https://www.rfi.fr/fr/environnement/20220309-climat-un-nouveau-record-d-%C3%A9missions-de-co2-en-2021

[7] https://www.nationalgeographic.fr/environnement/a-madagascar-la-premiere-famine-climatique-du-monde

[8] https://www.middleeasteye.net/news/russia-ukraine-war-yemen-braces-wheat-shortage

[10]https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/01/news/continentale_breakfast_lena_leading_european_newspaper_alliance_agente_arancio-315991355/?__vfz=medium%3Dsharebar

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Lessons_of_Darkness

[13] https://ceobs.org/the-militarys-contribution-to-climate-change/

[14] https://theconversation.com/us-military-is-a-bigger-polluter-than-as-many-as-140-countries-shrinking-this-war-machine-is-a-must-119269

[15] Vedi nota 11, ibid.

[16] Una utile immagine che raffigura le interazioni è su: https://www.carbonbrief.org/guest-post-calculating-the-true-climate-impact-of-aviation-emissions

[17] 6 Big findings…(nota 3)