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venerdì 30 luglio 2021

LA VERA STORIA DEL GRUPPO DIONISO IN SARDEGNA ovvero

L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE E

LA CENA DI SISINNIO


L’immagine mostra non il primo, come si legge in qualche website, ma uno dei murales che  dipingemmo sui muri di Orgosolo in quell’estate indimenticabile del 1969. Oggi ce ne sono a decine e costituiscono un documento sociale, culturale e umano emblematico, imitato in molti paesi dell’isola (https://pinterest.it). E mai allora lo avremmo immaginato.


Il Gruppo teatrale Dioniso, autore dei primi murales orgolesi, era composto da poche persone. Ci eravamo conosciuti in primavera a Milano alla Casa dello Studente e del Lavoratore, ex Hotel Commercio occupato da studenti e lavoratori senza casa, che era diventato un centro di organizzazione e discussione per la sinistra extraparlamentare locale. L’iniziatore era Giancarlo Celli, uomo di teatro da anni, regista e ribelle, anti borghese e dichiarato anarchico. Io propendevo più per un approccio marxista ma le sottigliezze ideologiche non ci interessavano troppo. Il teatro di strada si, un teatro mobilitante, di presa di coscienza di nuove realtà o della propria, quello ci interessava e univa. Avevamo in mente le imprese del Living Theater e Giancarlo era un patito di Jerzy Grotowski. Iniziammo con la lotta per lo sciopero degli affitti troppo alti e contro gli sfratti delle famiglie che lo praticavano da parte di squadre di poliziotti. Anche gli affitti delle case popolari, oggi un lontano ricordo per molti, erano eccessivi per operai o peggio disoccupati. Così mettemmo in piedi un intervento a Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano.

Manifestazione a Pratobello, Orgosolo, 1969

In giugno i pastori di Orgosolo insorsero contro l’occupazione dei loro  pascoli a Pratobello da parte dell’esercito per farne un poligono di tiro per l’estate (www.infoaut.org). Tutta la popolazione fu solidale e il poligono non si fece. Questo fatto di cronaca ampiamente riportato dai giornali ci fece intravedere un orizzonte di intervento diverso e più eccitante di Milano. L’alone di esotismo che circondava la Sardegna, il ribellismo dei banditi sardi, la leggenda di Graziano Mesina (che oggi pare sia di nuovo latitante a 78 anni), nell’atmosfera bollente della contestazione sociale di allora furono tutti fattori che ci spinsero a decidere di partire per la Sardegna e ideare un tipo di intervento con varie componenti che favorisse la prosecuzione della lotta antimilitarista. In poco tempo tra compagni, amici, conoscenti, parenti e simpatizzanti facemmo una colletta per sostenere le spese di viaggio e soggiorno, contando su futuri contributi locali e sulla buona sorte e sbarcammo a piccoli scaglioni nei primi giorni di luglio a Golfo Aranci. 

Nuraghe vicino a Orgosolo

Ricordo la prima impressione della Sardegna nel viaggio tra la Gallura e Siniscola fino a Sa Caletta, un minuscolo gruppo di case su una spiaggia incantevole dove si era installato  l’accampamento delle nostre canadesi e “la cucina”. I compagni arrivati nei giorni precedenti avevano già solidarizzato con gli abitanti, quasi tutti pescatori, e nella capace Ford di Giancarlo (arrivata per prima con tutto il nostro armamentario professionale e logistico) c’era qualcuno che mi disse, accennando alla fittissima macchia verde cupo su entrambi i lati del nastro d’asfalto che percorrevamo: “ Se entri qui e fai qualche metro, non ne esci più”. Fu la stessa impressione che provai poi in Messico nel 1984 guardando la giungla intorno all’autobus  sulla strada da Cancun a Cozumel. Impenetrable. Una muraglia profumata. Oggi non ce n’è più traccia.

Nelle poche settimane, forse due  o tre, preparammo la nostra piece teatrale militante che finiva in un coro, un inno alla ribellione, con l’allora famoso “Contessa” di Pietrangeli (https://youtu.be/QcNhFggo8).

Mamutones, Mamoiada

L”incontro con la Sardegna di allora fu per me un violento shock culturale, un antipasto della mia futura carriera di “straniera professionale”, ovvero di cooperazione internazionale. La vita dei pastori su negli ovili, il cibo, la durezza delle loro condizioni di vita, quelle donne intabarrate nelle loro lunghe gonne nere con la testa coperta da uno scialle, la lingua incomprensibile e l’asprezza del paesaggio - ricordo Monte Albo dove partecipammo a uno “spuntino” a base di montone bollito, vino e carta e’ musica, il pane karasau che oggi si trova nei supermercati -  erano lontano anni luce dalla vita di studentessa che avevo appena concluso con la laurea ad aprile. Già passare dall’esegesi dell’Ulysses di Joyce a Lenin e Marcuse era stato un bel salto, ma la Sardegna era terra incognita totale, nonostante le mie letture affrettate nella biblioteca Sormani a Milano. E non ero la sola a provare quel profondo senso di spaesamento. Ma il teatro, il dialogo maieutico, l’osservazione che poi saprò si chiama partecipante, soprattutto l’onestà intellettuale e la solidarietà umana furono le leve che usammo e funzionarono almeno in parte. Anche se fu dura, non tanto a Sa Caletta, che fu un prologo, ma quando iniziammo a presentarci come gruppo teatrale e ad agire, a Mamoiada. 

Intanto il nostro gruppetto iniziale era cresciuto con arrivi di compagni e compagne, quasi tutti e tutte dell’Accademia di Brera, il che facilito’ l’uso dei murales come strumento di discussione e coscientizzazione, termine caro a Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano. A Mamoiada  avemmo il piacere di ricevere una visita notturna di fascisti che scesero da Sassari con mazze e spranghe per assalirci di notte nel nostro accampamento di tende canadesi, attentato sventato fortunosamente dall’udito finissimo del mio compagno che uscì dalla tenda mezzo nudo e fermò la prima mazzata. Dopo di che da buoni coscientizzatori cercammo il dialogo per entrare in contatto umano, con successo; il massimo fu l’offerta di compresse per il mal di testa a un fascista che si lamentava di emicrania. Ringraziamenti, catarsi  e ritirata. Il fatto fini’ sui giornali e ci procurò solidarietà e amicizie. 

Mamutones, Mamoiada

Potente fu l’impressione della danza dei Mamuthones in piazza (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Mam); tutto mi riusciva di difficile decrittazione, così come le monotone melodie degli scacciapensieri che duravano …interminabilmente. Ho ascoltato qualcosa di simile molti anni dopo in un villaggio del Mali, nel Beledougou.

Dopo la nostra rappresentazione teatrale, che non so quanto fu compresa ma destò curiosità, procedemmo verso il vero obiettivo della nostra spedizione: Orgosolo, la terra dei ribelli. Che però, scoprimmo, era non solo popolata da servi pastori e reietti ma dai padroni delle greggi che rivoluzionari non erano affatto. E da donne che apparivano sfingi distanti, diffidenti e indecifrabili. Vestite sempre di nero o marrone.

Dipinto: un angolo di Orgosolo, data?

L’abitato era molto più ridotto di oggi, composto di casette basse e piccole tanche; ci stabilimmo su un campo di patate, vicino a una fonte da cui scendeva un filo d’acqua supposta potabile, sopra il paese.

E cominciammo il nostro intervento in tutte le sue componenti: un dottor Satutto (chiaramente il capocomico Giancarlo) dalla macchina in piazza rispondeva “a tutte le domande”, volantinaggi con discussioni, sedute al bar con giro classico di inviti reciproci la cui tariffa convenzionale minima era di trenta lire, e infine, prima dell’intervento teatrale, dipingemmo il primo murale. Che ricordo benissimo ma non c’è più.

Si era ad agosto e l’impressione lasciata dalla passeggiata di Armstrong sulla luna che tutti avevano visto in televisione almeno al bar era profonda. Cosa c’era di meglio per sottolineare l’abissale distanza tra le condizioni durissime di vita negli ovili dei pastori, la povertà e la disoccupazione della Barbagia e la tecnologia miliardaria del capitalismo americano che guardava al cielo e non sulla terra e alle sue miserie? Quindi scegliemmo la liscia parete di una volta a destra del corso principale - fu demolita non so quando - e vi dipingemmo al centro un’astronave ritta sulla scabra superficie lunare, con a destra Armstrong nella sua tuta con scafandro e a sinistra un servo pastore, forse con pecore o forse no, non ricordo. Ci avevano detto che un servo pastore era stato pagato per il suo lavoro di un anno con “un cappotto “. Il murale è stato riprodotto altrove, ma non è l’originale.

La contraddizione e la denuncia sociale furono chiare a tutti e mentre si abbozzava il disegno e procedeva la nascita della scena moltissimi si fermavano a parlare, chiedere e commentare, e anche ad aiutare con qualche pennellata. Ma la direzione era dei compagni di Brera e di Giancarlo. Io ho la mano infelice e fui reclutata per il colore campito, in basso. E dopo questo exploit fioccarono richieste di negozianti che volevano insegne e qualche murale relativo al loro commercio, per cui ottemperammo questa volta dietro un piccolo compenso dato che le nostre finanze erano al lumicino. Ci furono vicini soprattutto i compagni del Circolo Culturale di Orgosolo, del quale faceva parte Francesco del Casino, l’insegnante che poi continuò il nostro lavoro politico attraverso questo linguaggio visivo riscoperto, così duttile e potente. In piccole riunioni chiedevamo che cosa si voleva che rappresentassimo, quali erano i problemi più scottanti. Ormai ci chiamavano “sos maoistas”, anche se Mao Tze Tung mai lo nominammo ne’ era un nostro riferimento ideologico. Erano stati influenzati dagli articoli non benevoli della stampa locale.


Credo che la soddisfazione più grande che purtroppo i compagni morti, e soprattutto il visionario Giancarlo, non hanno potuto provare, sia stata per me scoprire molti anni dopo come un intervento puntuale di un’estate impegnata si sia trasformato in una potente propaganda della forza della coscienza critica e in strumento di una trasformazione sociale auspicata, e non solo ad Orgosolo ma in molti paesi dell’isola. Cui in tanti hanno partecipato dando il loro contributo iconico nei cinquanta anni successivi. Anche se l’onda d’urto non è mai sfociata nella rivoluzione che avevamo sognato, neanche su scala regionale.

Verso la fine d’agosto, ormai quasi di casa, ci fu l’invito che testimoniò eloquentemente la sostanziale accettazione se non forse un’approvazione totale della nostra presenza e del nostro indirizzo politico. Il barista Sisinnio, grande cacciatore - aveva a casa trofei di teste di cinghiale su ogni parete e forse anche di mufloni - invitò a cena gli uomini del nostro gruppo. Invito rigorosamente rivolto ai soli maschi del Dioniso. Ormai molti studenti e operai erano partiti ed eravamo di nuovo ridotti al nucleo milanese iniziale: gli uomini erano solo quattro, come noi ragazze. La cucina nel campo di patate e la cassa comune semivuota non ci permettevano lauti pasti, per cui l’aspettativa dei quattro fortunati prescelti era elettrica. Carne! Formaggio! Vino a volontà!  E la nostra invidia era tanta. La sera fatidica attendevamo con ansia il resoconto della pantagruelica cena di Sisinnio. E il resoconto fu così esilarante che ancora scoppio a ridere quando mi torna in mente.

Al centro della tavola troneggiava una montagna semisferica di rosea carne brunita. Sisinnio, un omone  in giacca di velluto, aveva preso a tagliare con un coltellaccio fette di carne sottilissime e profumate che poi fece circolare. Tre super ingordi si servirono abbondantemente mentre un quarto, più prudente, si limitò a due modeste fettine adducendo un problema di denti. E fece bene. La conversazione cominciò a languire mentre i tre malcapitati cercavano di masticare e deglutire una carne inaspettatamente coriacea. Insospettabile. Era una mammella enorme di vacca! Come può una tenera mammella trasformarsi in pietra? Questo mistero non mi è mai stato chiarito. Mastica mastica la soluzione fu inghiottire e sperare nel proprio robusto stomaco. Segui’ il famoso pecorino stagionato con i vermi, la squisitezza che ogni proprietario di gregge sardo si fa e custodisce come bene prezioso da offrire ai suoi ospiti di riguardo. La barba di Sisinnio era tutta una contorsione di minuscoli vermetti  bianchi. Impossibile rifiutare: sarebbe stata un’offesa grave. Ci si sfogò con pane, vino di Oliena e vernaccia. Al ritorno i quattro compagni  sembravano sopravvissuti ad una battaglia campale.

In settembre rimanemmo in due, il mio compagno ed io, e l’ultimo intervento “pittorico” fu una smagliante scritta che sormontava l’entrata del bar di Sisinnio: BAR SISINNIO, situato a destra all’entrata del paese. Ma oggi il bar non c’è più e quando tornai ad Orgosolo nel 2014 per le celebrazioni di “Flores in su Granito” organizzate delle compagne del gruppo Viche Viche scoprii che Sisinnio era morto da poco. Mi dispiacque molto, sarebbe stata una gioia rievocare la sua munifica cena.. e l’estate del 1969 con lui. L’estate dell’inizio della rivoluzione mancata.


 









domenica 13 giugno 2021

DALLE MUMMIE DEL TARIM AI PRIMI FANTASTICI VIAGGI TRANSCONTINENTALI DEI CINESI

 

LA MUMMIA BIONDA DI LOULAN E I VIAGGI DI ZHANG QIAN E ZHENG HE**

 

La bella di Loulan

A volte se il presente è troppo grigio o duro da sopportare restando indenni, vale la pena di ricrearsi in un passato che sarà pur stato funestato da fuoco, ferro e fiamme, ma ha un grande vantaggio: i rigori di quel ferro e di quelle fiamme non fanno più male dopo millenni. Così è dolce ritemprarsi con racconti di scavi archeologici, reperti, e scoprire viaggi insospettati che duravano anni, di fantasmi che risorgono davanti alla mente. E comincio con delle mummie.

Le mummie mi affascinano: non tanto e solo quelle più famose, come le egiziane, viste di fuga al Museo del Cairo mentre ero in Egitto per lavoro e non per fare la turista, ma quelle meno famose che ho visto poi in viaggi di conoscenza vagabondando qua e là. Le prime (dopo le egiziane), viste con tutta la calma e il tempo concesso dall’orario di apertura, nel Museo di Sogamoso, regione di Boyacà, in Colombia[1]. Mummie povere, in teche verticali, quasi tutte in posizione fetale, alcune con smorfie e contorsioni facciali che facevano pensare agli incubi di Poe di sepolture precoci di esseri ancora vivi. Altre mummie notevoli sono quelle conservate a Salta, nel nord dell’Argentina, al Museo di Archeologia dell’alta montagna[2], che stupisce e sconcerta con le sue mummie bambine Inca, seppellite mentre erano ubriache di chicha[3] dopo un percorso di centinaia di chilometri e cerimonie solenni, in quanto si credeva che quei bambini (maschi e femmine) selezionati per la loro bellezza, fossero esseri perfetti, prescelti quindi per essere inviati come messaggeri agli antenati della stirpe[4].

Feto imbalsamato Chinchorro, foto mia

Ma forse le mummie che più mi sono rimaste impresse nella memoria sono quelle cilene viste al Museo de San Miguel de Azapa, estremo nord del Cile[5]: le mummie Chichorro, alcune delle quali sono anche esposte al Museo archeologico di Santiago. La cultura Chinchorro si sviluppò tra il 7000 e il 1500 a.C. per cui queste mummie, conservate straordinariamente bene, sono le più antiche del mondo. Mi colpì la descrizione accurata del processo di mummificazione e la sua ingegnosità, oltre alla tenera cura usata per mummificare persino i feti per affidarli a una precaria eternità. Il freddo glaciale delle Ande ha conservato perfettamente le mummie bambine di Salta, e altrettanto efficace è stato nei millenni il caldo secco del deserto dell’Atacama, dove ho riscontrato un 3% di umidità: biancheria lavata e asciugata in un attimo!

Mummia chinchorro, foto mia

Se queste mummie cui ho accennato le ho viste con i miei occhi, forse sarà più difficile vedere esposta nel Museo dello Xinjang la Bella di Loulan, la mummia che mi ha recentemente colpito l’immaginazione: come osserva Harald Haarmann nel suo Culture Dimenticate (sottotitolo venticinque sentieri smarriti dell’umanità), Bollati Boringhieri 2020, “Gli archeologi hanno l’abitudine di dare un nome personale alle mummie ritrovate in ottimo stato di conservazione”[6]. La bella mummia è una delle tante ritrovate a partire dagli anni 1970 nel bacino del Tarim, anche chiamato deserto del Taklaman, nell’estremo nord-occidentale della Cina, oggi divenuta la tanto discussa regione dello Xinjang abitata dagli Uiguri, di cultura musulmana e turcofoni (lingua turcica,,) che il potere di Pechino vuole a tutti i costi assimilare.

Mummia del Tarim

La cosiddetta Bella di Loulan è particolarmente avvenente: il clima desertico l’ha conservata perfettamente, ha lunghi capelli biondo-rossicci, lineamenti fini e un’età alla morte di circa 45 anni, cui sommare i quasi quattromila di sonno post-mortem. Le mummie del Tarim si sono mummificate naturalmente nel clima desertico, come i bambini di Salta a seimila metri di altezza, non sono corpi svuotati e ricomposti come quelli dei Chinchorro. Quando si effettuarono le prime analisi del loro DNA si scoprì che queste persone erano di origine indo-europea: un pool genico europoide che non aveva niente a che vedere con la popolazione uigura, arrivata in loco molti secoli dopo, e tanto meno con i cinesi.

Deserto del Taklaman

 Haarmann ci dice che gli antenati di queste mummie erano “pastori nomadi che nel IV millennio a. C. si stabilirono alle propaggini dei monti Altai, nella Siberia meridionale, e diedero vita a una cultura locale, la civiltà di Afanasevo”. Nel corso del millennio successivo i migranti si stabilirono sia sul margine settentrionale del bacino del Tarim che su quello meridionale; infatti i siti dell’inumazione delle mummie coincidono più o meno con il tracciato nord di quella che sarà in epoca storica la Via della Seta, mentre a sud coincidono con il ramo sud della stessa Via, che si biforcava a Dunhuang, per ricongiungersi poi a Qashgar. Si può ipotizzare che il percorso della Via della Seta ricalcasse più antichi tracciati di rotte commerciali già collaudate da secoli.

La Bella di Loulan, secondo l’analisi del suo DNA, aveva un’ascendenza paterna europea ma asiatica da parte della madre[7]. Era stata seppellita avvolta in una coperta di lana, con stivali di pelle e aveva accanto una cesta riempita di spighe di grano.

Una successiva ondata migratoria di popolazioni Tocare relazionate anche loro alla cultura Afanasevo, cui accenna Haarmann mi ha incuriosito e stimolato a saperne di più. Chi erano questi Tocari? 

Famiglia reale di Kucha, murale in una grotta a Kizil

Innanzitutto pare che il nome derivi da una errata identificazione di queste popolazioni, che si installarono anche loro ai bordi del Tarim e si mescolarono con i congeneri già in loco, con i Tókharoi, così denominati dai Greci, che abitavano nella antica Battriana (Afghanistan) nel 2° secolo a. C. Anche dopo la scoperta dell’equivoco il nome rimase.[8] I Tocari parlavano una lingua di origine indoeuropea e durante il III sec. a.C. gli insediamenti evolvettero in città-stato, la principale delle quali era Kucha. Un’immagine molto bella mostra la famiglia reale e i due principini. Nel documento citato di wikimedia si mostra anche un esemplare di scrittura che fu decifrato grazie alla sua somiglianza con l’alfabeto Brahmi[9].

Esemplare di scrittura tocara

 Nell’area del Tarim fu rinvenuto un gran numero di documenti che rimandano ad un’epoca compresa tra il 400 e il 1200 d.C., espressi in due varianti linguistiche, Tocaro A e Tocaro B, così come furono classificate le scritture Lineare A, a Creta, e Lineare B a Micene.

Molte iscrizioni Tocare sono ispirate a testi monacali buddisti il che fa dedurre che i Tocari abbiano abbracciato il Buddismo. Ha colori delicati la pittura murale trovata in una grotta a Kizil[10], oggi Xinjang, che mostra un principe in lutto per la cremazione di Buddha che si incide la fronte con un coltello, un'automutilazione diffusa anche tra gli Sciti. Il che si riallaccia al fatto che Strabone chiamasse Tocari i componenti di una tribù degli Sciti che abitavano oltre l’Amu Daria (documento in nota 7).

Principe tocaro in lutto per la cremazione di Buddha

Intanto con la dinastia Han sin dal II secolo a.C. era iniziata l’espansione dell’impero cinese verso ovest e mal si tolleravano città-stato indipendenti ai confini, al fine di aprire e controllare le rotte commerciali verso ovest. A tal fine l’Imperatore Wu inviò ripetutamente in missioni successive uno straordinario diplomatico-etnografo ante litteram: Zhang Qian[11], il cui compito era prima di tutto quello di descrivere e far conoscere quelle terre lontane, sondare il terreno e prepararlo ad una penetrazione cinese. Mi hanno incantato i viaggi faticosi e le peripezie di questa eroica avanguardia, la cui prima perlustrazione a occidente fu ben irta di ostacoli. Si trattò del primo arduo tentativo di globalizzazione! Le cronache di questi viaggi chiamate Shiji sono state redatte dal padre della storiografia cinese, Sima Qian[12].


 L’ obiettivo iniziale era quello di cercare un’alleanza con gli  Yuezhi (abitanti dell’odierno Tagikistan), pacifici agricoltori, contro le più irrequiete tribù nomadi che vivevano nell’attuale Mongolia centrale, gli Xiongnu, che avevano insediamenti anche più a oriente. Zhang Qian aveva una certa familiarità con gli Xiognu e fu quindi prescelto dall’imperatore. Egli partì dalla capitale Chang’an, attuale Xi’an, tra il 140 e il 134 a.C. con al seguito come guida Ganfu, un prigioniero di guerra Xiongnu, che avrebbe dovuto facilitare i contatti con le sue genti potenzialmente ostili, e altri 99 componenti della carovana. Ma per giungere presso i presunti futuri alleati Yuezhi era giocoforza transitare in territorio nemico. La guida non funzionò come ammortizzatore e il diplomatico fu arrestato e reso schiavo per ben 13 anni, durante i quali sposò una donna Xiongnu ed ebbe un figlio.

 

Partenza di Zhang Qian, 130 a.C.

 Con la sua abilità tuttavia Zhang riuscì a ingraziarsi il capo Xiongnu ed infine con moglie, figlio e guida trovò il modo di fuggire e riprendere il cammino ad ovest (non si sa che fine fecero gli altri 99 accompagnatori,) fino ad arrivare nel territorio Yuezhi. Qui sostò un anno dedicandosi a descrivere i loro usi, costumi e condizioni economiche, recandosi anche nella adiacente Battriana, finché decise di prendere la via del ritorno. Ma di nuovo, arrivando in territorio Xiongnu, fu fermato e fatto di nuovo prigioniero (era un vizio!). Di fronte alla morte il suo contegno dignitoso colpì il re che lo risparmiò, permettendogli di vivere tra di loro. Passati due anni il re morì e approfittando del caos Zhang e Ganfu fuggirono e finalmente fecero ritorno a Chang’an, unici sopravvissuti della numerosa carovana (non si fa menzione della sorte di moglie e figlio). Era il 125 a.C.

I viaggi di Zhang Qian

Il viaggiatore-diplomatico-etnografo fu ricompensato con la nomina a consigliere di Palazzo ma fu inviato successivamente “all’estero” date le novità allettanti riportate di regni e territori aperti all’acquisto di mercanzie cinesi e desiderosi di venirne in possesso. La Via della Seta iniziava ad essere tracciata. La seconda missione prevedeva l’apertura di una rotta commerciale verso l’India del nord attraverso Sichuan, ma i vari tentativi fallirono. La terza missione mirava ad accattivarsi i favori dei Wusun, un popolo che viveva nei territori delle attuali province cinesi settentrionali del Gansu e del Qinghai. Infine Zhang viaggiò fino alla Battriana e Dayuan nella Fergana, descrivendo i famosi cavalli che “sudano sangue” di quest’ultima regione, che però rifiutò di offrirne degli esemplari all’imperatore cinese Wu, il quale, piccato  gli inviò contro una spedizione punitiva. Zhang Qian non riuscì a recarsi in India, che chiamò Shendu dal suo nome in sanscrito, ma ne descrisse condizioni di vita e abitudini:

Statua di Zhang Qian al museo di Shin

 “A sud-est della Battriana si trova il regno di Shendu…Shendu, mi dicono, è ubicato a parecchie migliaia di li[13]. La gente coltiva la terra e vive in maniera molto simile a quella della Battriana. Si dice che la regione sia umida e calda. I suoi abitanti cavalcano elefanti quando vanno in battaglia. Il regno costeggia un grande fiume (l’Indo).”[14] E descrisse anche, raccogliendo informazioni e verosimilmente verificandole con più interlocutori, molte altre aree anche più lontane: l’impero dei Parti, l’impero Seleucide in Mesopotamia, i territori delle steppe del Caucaso e dei più vicinii Yuezhi insediati ai bordi del bacino del Tarim. E torniamo al Tarim da cui siamo partiti: tuttavia la documentazione non consente di collegare con certezza gli Yuezhi ai Tocari.

Imperatore Han in adorazione di Buddha

 Dopo Zhang, dalla fine del II secolo a. C. in poi, molti altri ambasciatori con folto seguito, anche centinaia di dignitari, viaggiarono fino all’Asia centrale e occidentale, consolidando i percorsi della Via della Seta per i secoli a venire.

Finché…nella prima metà del 1400 della nostra epoca un altro dignitario di corte cinese chiuse, fino ad epoche relativamente recenti in pieno tripudio di conquiste coloniali europee e di occidentalizzazione forzata, quel cammino transcontinentale aperto da Zhang Qian. 


Non essendo ferrata di storia cinese, lo scoprii inaspettatamente visitando una mostra in un piccolo centro della costa Swahili a nord di Mombasa nel 2009, non ricordo dove, e la mostra mi è tornata in mente scrivendo questo articolo. Non rammentavo neppure il nome del grande diplomatico-esploratore oggetto dell’esposizione, ma ricordavo che era colui che aveva chiuso il ciclo delle grandi spedizioni cinesi per il mondo e che il nome finiva per “Ho”. Era stato l’ultimo dignitario incaricato dall’imperatore cinese di viaggiare in terre sconosciute per stabilire nuovi rapporti diplomatici e commerciali prima della chiusura ermetica della Cina. Con queste informazioni è stato facile rintracciarlo in rete[15].

 

Zgeng He

In quel micro-museo del Kenya erano esibite riproduzioni affascinanti di incisioni cinesi, ritratti e larghi pannelli che mostravano i percorsi per terra e per mare di Zheng He, (1371-1433), un gigante alto 1,96 mt nato nello Yunnan in una famiglia musulmana e chiamato Ma Ho. Il territorio era allora dominio mongolo. Ma Ho fu fatto prigioniero dai guerrieri cinesi durante una guerra di riconquista e in quanto prigioniero fu castrato a 10 anni e reclutato nelle forze armate del principe conquistatore, che poi divenne l’imperatore Yongle, della dinastia Ming.

Esempio di giunca cinese del 1400

L’imperatore notò subito il talento e l’intelligenza dell’ex prigioniero che rapidamente entrò nella cerchia dei suoi favoriti con il nuovo nome di Zheng He, romanizzato in Chang Ho (il nome citato nella mostra che ricordavo vagamente). 

Nel 1405 Zheng He, divenuto ammiraglio della flotta imperiale, fu incaricato dall’imperatore di partire alla volta di paesi che potessero divenire tributari dell’impero in piena espansione dopo la sconfitta dei Mongoli e intrecciare nuovi interessanti rapporti diplomatici. La flotta del primo viaggio di Zheng He comprendeva 317 navi, grandi giunche che un altro straodinario viaggiatore, Ibn Battuta[16] aveva descritto mezzo secolo prima in questi termini:

“Le grandi navi hanno un massimo di dodici vele e un minimo di tre, vele fatte di canne di bambù intrecciate (plaited) come stuoie… Una nave ha capacità per imbarcare mille uomini…è dotata di quattro ponti e stanze, cuccette e grandi sale per i mercanti” (citato da Brinkley, 170)[17].  Oltre a essere equipaggiate con ogni strumento che potesse facilitare la navigazione, ogni nave aveva grandi scorte di cibo ed acqua, aveva compartimenti stagni e recava merci preziose come porcellana, seta, pergamene dipinte e oggetti d’oro e d’argento da offrire ai regnanti dei paesi da attirare nella sfera d’influenza cinese. E naturalmente viaggiava con esperti di ogni branca della scienza dell'epoca.

Mappa dei sette viaggi di Zheng He ( sette come quelli di Sindbad)

Nei suoi sette viaggi Zheng ebbe innumerevoli avventure, si imbatté in pirati, catturò il re dello Sri Lanka che si era mostrato ostile, si spinse ben oltre il sud-est asiatico allungando sempre più il raggio delle sue peregrinazioni fino a toccare la costa africana swahili, Mogadiscio, il Golfo Persico, l’Arabia, e tornò con a bordo giraffe, leoni, leopardi, cammelli, ostriche e ogni sorta di medicine e spezie per la meraviglia dell’imperatore e del suo seguito. Morì durante il suo settimo viaggio a Calcutta, e il suo corpo fu trasportato in Cina per la sepoltura.

Queste le sue parole incise in una epigrafe che egli stesso lasciò a Fujian (Cina) nel 1432, un anno prima della sua morte:

“Abbiamo attraversato più di centomila li (27.000 miglia nautiche) di immensi spazi d’acqua e abbiamo visto onde smisurate alte come montagne ergersi fino al cielo, abbiamo visto regioni barbare lontanissime nascoste nella trasparenza azzurrina di tenui vapori, mentre le nostre vele orgogliosamente spiegate come nubi di notte e di giorno continuavano la loro rotta rapide come stelle, percorrendo quelle selvagge onde come se passeggiassero su una pubblica piazza…” (citata in von Sivers, 406)[18].

Dopo la morte di Zheng He la Cina, con l’imperatore Xuande, ritornò alla politica isolazionista precedente Yongle e l’impero di mezzo, l’auto-proclamato centro del mondo, si chiuse a riccio, mentre un altro orizzonte all’estremo occidente si schiudeva, ma questa volta non si trattò di pacifici contatti diplomatici e commerci ma del saccheggio di un continente. Il che fa riflettere sulla differenza dell'approccio cinese ed europeo a culture altre da sé.

Possiamo fantasticare su queste straordinarie esplorazioni intraprendendo le nostre divagazioni fisiche tra treni, aerei, automobili, bus, intervallate da deambulazioni di qualche chilometro su percorsi battuti e super-collaudati, e pensare di nuovo alla nozione di viaggio come avventura unica e perigliosa, o almeno cercare di aprire più gli occhi su ciò che ci sembra noto e arcinoto e scoprirne aspetti nuovi, inaspettati, cercare l’ignoto e il diverso in itinerari che appaiono scontati.

 

 ** Tutte le foto non mie sono fotografie di immagini trovate nelle fonti documentarie citate nelle note a piè di pagina

 

 

 

 

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[1] https://museosuamox.wordpress.com/

[2] https://www.culturasalta.gov.ar/organismos/museo-de-arqueologia-de-alta-montania-maam/14

[3] Liquore ricavato dalla fermentazione del mais, usato in molte cerimonie tradizionali dagli Inca

[4] Ne ho scritto nel 2015: https://www.lacroceelorsa.com/2015/05/

[5] https://es.wikipedia.org/wiki/Museo_Arqueol%C3%B3gico_San_Miguel_de_Azapa

[6] Ibid, p.114

[7] https://simple.wikipedia.org/wiki/Beauty_of_Loulan

[8] https://en.wikipedia.org/wiki/Tocharians

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Alfabeto_Brahmi

[10] https://en.wikipedia.org/wiki/Kizil_Caves, Vi sono moltissime grotte nella zona, che racchiudono anche templi buddisti.

[11] https://en.wikipedia.org/wiki/Zhang_Qian

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Sima_Qian

[13] Unità di lunghezza cinese parii a circa 1/3 di miglio inglese La misura è variata nel tempo. Era considerata la lunghezza standard di un villaggio. Oggi equivale a mezzo chilometro

[14] Cronache di Sima Qian, Shiji,, 123, citazione di Zhang Qian, tradotto in inglese da Burton Watson, traduzione in italiano mia

[15] https://www.worldhistory.org/article/1334/the-seven-voyages-of-zheng-he/

[16] Gli straordinari viaggi di Ibn Battuta, di Ross E. Dunn, Garzanti, 1998, libro stupendo. Rimasi molto emozionata quando, sempre per caso, attraversando un volto a Tangeri, vidi che aveva una lapide: era la tomba di Ibn Battuta!

[17] https://www.worldhistory.org/article/1334/the-seven-voyages-of-zheng-he/

[18] Ibid, vedi nota precedente