CICALE ALLA RISCOSSA
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| Cicala bianca |
Luglio: faceva un gran caldo da giorni in tutta la regione, pur di mezza montagna. Solo scendendo nel folto bosco di frassini e pini si respirava aria fresca a pieni polmoni. E fu nel bosco che ebbe origine l’incredibile fenomeno di quell’estate il cui ricordo rimase scolpito a lungo nella memoria di chi la visse, e che contribuì a sfatare la cattiva reputazione delle cicale, basata su falsità tramandate per millenni. Come dice Shakespeare per bocca di Cassio nell’Otello[1]: la reputazione è la parte immortale dell’uomo (e come si vedrà, anche degli animali a volte).
In un affocato pomeriggio di quel luglio, un mamma premurosa pensò bene di condurre le sue due bambine nel bosco non lontano da casa e di intrattenerle leggendo loro qualche favola tradizionale. Prese una raccolta di fiabe dallo scaffale consacrato alla letteratura per l’infanzia, scartando i fratelli Grimm (alcune storie erano cupe) e una vecchia edizione del Tom Sawyer che era appartenuta a lei stessa bambina, erano ancora troppo piccole per apprezzarlo: “Ecco, la Fontaine va bene”, ed uscirono con cappelli di paglia e scarponcini. Eccole sedute su una panchina di legno, sopra di loro un sonoro frinire di cicale incuriosisce le bambine. “Mamma, perché le cicale cantano così forte?”. “Poi ve lo spiegherò, intanto ascoltate questa favola che parla appunto di cicale”. E cominciò a leggere la vecchia storia che la Fontaine rielaborò dalla favola che la tradizione attribuisce al greco Esopo. Si trattava della storia delle operose formiche e delle scioperate cicale, usata nei secoli come lezioncina per stimolare nei pargoli ingenui l’amore per l’applicazione agli studi prima e per un sudato lavoro poi, e rifuggire come la peste le tentazioni dell’ozio, dello svago e di ogni sterile trastullo. Insomma, una favola a tesi propinata sin dalla tenera età per far filare dritto la futura forza lavoro. Zitto e sgobba (o zitta).
Accadde che mentre la mamma leggeva diligentemente dal libro aperto sulle ginocchia, una cicala più sveglia delle altre che aveva imparato a capire il linguaggio umano carpì la parola “cicala” e si insospettì; “che cosa dicono di noi?” si chiese. E tese le orecchie. Già, a modo loro anche le cicale hanno una specie di orecchie. E quando la mamma lesse la conclusione della favola, con le cicale scornate che rabbrividiscono e muoiono di fame nel freddo invernale mentre le laboriose formiche banchettano sottoterra con le provviste accumulate faticosamente durante l’estate, quando le cicale cantavano beatamente (ma la favola non dice che i maschi soltanto cantano per attirare le femmine e fare l’amore a tutto spiano, per carità, tutto asettico), la cicala inorridì. “Ma gli umani che concepirono questa storia non sapevano e non capivano niente di noi! E ci insultano, ci calunniano da chissà quanto tempo per i loro loschi fini! Noi in inverno andiamo in letargo, alcune di noi nel Nord America addirittura vivono fino a 17 anni! Sottoterra ci nutriamo con la linfa delle radici degli alberi! E se moriamo, come femmine abbiamo già depositato le uova che si schiuderanno a tempo debito. Gli umani raccontano queste bugie ai bambini per farli rigare dritto! E’ un’indecenza, dobbiamo fare qualcosa in modo che si smetta di continuare a ingiuriarci con fandonie, dare lezioni sbagliate ai bambini, e questo dopo che il nostro canto generoso li allieta e li culla per tutta l’estate!”
Detto fatto, si diede da fare per diffondere l’informazione acquisita e discutere sul modo più adatto a suscitare un’azione di contrasto, risoluta e più vasta possibile. Di cicala in cicala l’indignazione circolò in tutto il continente, arrivando fin dove cicale esistevano, e si convenne che una protesta collettiva era urgente e necessaria. Ne andava del loro buon nome. Fu indetto sui due piedi un convegno che vide la partecipazione di centinaia di migliaia di cicale da ogni dove, e si organizzò una rete che poteva far circolare in men che non si dica le notizie in tutto il continente, oltrepassando i confini nazionali. Si decise che uno sciopero da indire al più presto fosse un buon inizio per scuotere l’opinione pubblica, e si rimandò la discussione su come far capire agli umani la ragione della loro protesta. Il coinvolgimento di emeriti entomologi sarebbe stato vitale. Forse, nonostante la loro stupida cecità, qualche umano avrebbe pensato a chiamarli in causa.
Fu così che verso la fine di luglio, con un solleone eccezionale, in tutta la vasta area interessata dalla protesta, calò un silenzio tombale su piagge e prode, su colline e monti, su rive e fiumi, appena interrotto talvolta dagli stridii delle rondini e da qualche cinguettio isolato. Folle sbigottite si chiesero: ma dove sono finite le cicale? E loro zitte, sogghignavano su alberi e siepi, facendo violenza con la forza di volontà alla loro natura canterina, obbligandosi all’astinenza più rigorosa. Disciplina ci vuole nelle lotte!
Lo sciopero fu un successone. Se ne discusse ovunque, sui giornali, sui rotocalchi, su riviste specializzate, comparirono e circolarono ipotesi strampalate, ci furono animati dibattiti alla televisione, un regista scritturò uno sceneggiatore in vista di un film, pensando a “Gli Uccelli” di Hitchcock. Ma infine il silenzio delle cicale perdurava, e non si riusciva a venirne a capo, almeno formulando una spiegazione convincente.
Finalmente si identificarono un etologo e un entomologo entrambi esperti in particolare di cicale. L’entomologo aveva sviluppato un linguaggio speciale con cui riusciva a comunicare con loro, l’uno colmava eventuali lacune nell’altro. Furono chiamati in causa entrambi per cercare di stabilire un canale di comunicazione con le cicale in sciopero, e si pensò di concentrarsi sulla zona boschiva dove si era verificato il primo giorno di silenzio assoluto nel bosco. L’ipotesi era che un qualcosa dovesse essere accaduto là. Così alla mamma che aveva letto la favola di la Fontaine venne in mente il fatidico pomeriggio in cui aveva portato le sue bambine nel bosco quando ancora l’aria vibrava del frinire delle cicale, che era cessato pochi giorni dopo. Raccontò il fatto ai due scienziati che si recarono immantinente nello stesso bosco e con opportuni richiami convocarono le cicale che avevano lanciato l’allarme. In pochi giorni si chiarì l’enigma: si trattava di una azione di rivendicazione e una rappresaglia. Bisognava quindi iniziare una contro-narrazione che ristabilisse la verità e correggesse le storture di una tradizione di falsità e calunnie.
La cosa è arrivata al mio orecchio e mi sono ripromessa di contribuire modestamente alla nuova buona reputazione delle cicale molto volentieri, in quanto le amo e il loro canto ritmato mi innamora da sempre.



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