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martedì 1 novembre 2022

LE DONNE IN FUGA DAI JIHADISTI IN BURKINA FASO NON POSSONO TWITTARE "ME TOO"

 

SAHEL IN GUERRA (** fonti dell’articolo)

Mariam Ouédraogo, giornalista burkinabé

 

La giornalista burkinabé Mariam Ouedraogo ha vinto il premio Bayeux Calvados-Normandie per corrispondenti di guerra (8/10/2022) con un reportage sulle angherie inflitte alle donne che, quasi tutte con i loro piccoli sulla schiena, fuggivano dai villaggi del Burkina Faso, assaliti e spesso incendiati dai gruppi jihadisti, villaggi anche dilaniati da conflitti inter-comunitari sanguinosi, sorti e aggravati dall’insicurezza totale e dalla penuria. Centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, violenza e crudeltà selvagge, terre coltivate abbandonate. Quasi ovunque nel Sahel dal 2012infuria una vera e propria guerra con focolai innumerevoli.

Folla a Kaya mentre passano le truppe francesi che lasciano Il Burkina

Il Burkina Faso è parte di quella vastissima fascia di savana (6 milioni di km2), il Sahel, che va dal Gambia e Senegal a ovest fino all’Eritrea a est; era questa la “riva”[1] che le carovane medioevali salutavano a sud come una benedizione dopo la terribile traversata del Sahara. Alberi e ombra, acqua, riposo, cibo, e le accoglienti città di Timbuctu, Agades, Gao.  Per secoli non molto è cambiato, fino all’arrivo della colonialismo europeo alla fine del 1800 e la trasformazione dell’agricoltura di sussistenza in agricoltura commerciale da esportazione[2], che ha impoverito la terra e l’ha resa dipendente dai concimi chimici importati. A partire dal 1960 la vegetazione si è sempre più rarefatta a causa di siccità ricorrenti e più frequenti, le piogge dell’hivernage (così nel Sahel è chiamata la stagione piovosa) mancano sempre più spesso all’appello o si trasformano in inondazioni devastanti che rapiscono l’humus e inaridiscono i campi coltivati, l’esodo rurale aumenta e la vita nei villaggi si fa sempre più dura. Si veda il grafico qui sotto, tratto da un articolo del Monde Diplo del dicembre 2004 a firma Edgard Pisani.

Il grafico rosso in discesa designa l'Africa: la produzione alimentare scende dal 1960 in poi

L’ultima tappa letale di questo declino che già sembrava difficilmente arrestabile, poiché si innestava su un cambiamento climatico spietato, è iniziata dopo la sciagurata cacciata di quell’aborrito e temuto Gheddafi che era sì dittatore ma pur sempre l’unico che era riuscito a fare di tribù guerriere sparse su un territorio di quasi 1.300.000 km2, di comunità acefale autonome, uno Stato senza radici, inventato, ma con servizi, ospedali, scuole e università, istituzioni funzionanti. Reprimendo e stroncando qualunque opposizione nascente, ma non molto diversamente da altri capi di stato vicini anche peggiori, indisturbati o vezzeggiati dalle stesse potenze che hanno fatto della Libia un bubbone ingovernabile dal 2012 con la presunta “liberazione”. Un bubbone dal quale si sono riversati fiumi di armi, armamenti e islamisti agguerriti che sono dilagati a sud verso il Sahel, a cominciare dal nord del Mali, dove hanno incontrato un terreno favorevole incrociando e fondendosi con la storica ribellione Tuareg, che dal 1991 aveva avuto un risveglio, con rivendicazioni vecchie di decenni: più servizi, presenza dello Stato, no alla discriminazione etnica negli impieghi, riconoscimento della propria lingua e cultura, autonomia amministrativa. Dopo essersi impadroniti di una bella fetta di territorio e avere espugnato Timbuctu, saccheggiando e distruggendo un patrimonio culturale secolare e avere creato migliaia di profughi, gli islamisti hanno cominciato la loro discesa a sud. All’ inizio del 2013 stavano per raggiungere Segou (centro-sud del Mali). Fu allora che l’allora presidente francese François Hollande decise in quattro e quattr’otto di inviare una spedizione militare per fermarli prima che arrivassero alla capitale Bamako. La Francia è la potenza europea ex colonialista in Africa Occidentale che ha conservato nei decenni una fortissima influenza economica e culturale nell’area. Fu l’inizio dell’intervento esterno nel Sahel, prima solo francese con l’operazione chiamata Serval, che poi divenne, consolidandosi e moltiplicando il numero delle truppe e degli armamenti, l’operazione tutta francese Barkhane. L’intervento militare francese fu coadiuvato successivamente da altri interventi militari internazionali: G5, che coinvolgeva cinque Stati della regione, MINUSMA, a responsabilità onusiana, infine Takuba, una task force europea con comando francese. Sin dall’inizio era chiaro che le forze islamiste avevano fagocitato progressivamente li malcontento locale, le rivendicazioni di migliaia di giovani e meno giovani, una ribellione latente contro l’assenza di servizi essenziali soprattutto nelle aree rurali, contro il malgoverno, il malaffare, l’indifferenza dei potenti verso le sofferenze del popolo, la corruzione onnipresente. Il tutto inasprito dalla scarsità crescente delle risorse naturali e dalla predazione del sottosuolo.  Si formarono milizie locali per la difesa dei civili, con complicazioni ulteriori tra comunità diverse. Tutti gli esperti dell’area avevano messo in guardia contro l’approccio prevalentemente se non unicamente militare di questi interventi internazionali costosi che fra l’altro comportavano spesso gravi abusi, uccisioni ingiustificate ed errori intollerabili da parte sia delle forze militari locali che straniere. Il risultato disastroso è stato il dilagare in dieci anni dei gruppi armati islamisti dal Mali al Burkina, al Niger e al Ciad, ultimamente nel nord del Benin, con azioni armate sanguinose e assalti anche in Costa d’Avorio e una ostilità crescente verso le truppe francesi. Si sono rafforzate e moltiplicate le formazioni jihadiste[3] che hanno provocato migliaia di morti e milioni di profughi interni. Sia in Mali che in Burkina Faso rispettivamente si sono succeduti 2 colpi di stato militari, la Guinea Conakry (ancora fortunatamente non toccata dagli attacchi jihadisti) e il Ciad hanno avuto ciascuno un colpo di stato, tutto il Sahel è sconvolto e all’orizzonte non si scorge ancora un mutamento di rotta in chi detiene il potere rispetto all’approccio militare. La missione Barkhane è stata cacciata via sia dal Mali che dal Burkina a forza di manifestazioni ostili contro i francesi, e ora ha il suo quartier generale in Niger, che pare meno esposto agli assalti islamisti. Sia in Mali che in Burkina si sono aperte le porte ai mercenari russi del gruppo Wagner, già accusati di efferatezze nella repubblica Centrafricana; in Mali hanno sostituito i francesi e già l’International Crisis Group[4] ha documentato loro atti criminali. Questo sommario e lacunoso riassunto è solo una necessaria premessa per inquadrare in un contesto di vera e propria guerra il coraggioso reportage della giornalista burkinabé Mariam Ouedraogo sulle donne rurali in fuga dai villaggi del Burkina F. messi a ferro e a fuoco, di cui traduco ampi brani qui di seguito.

Ritiro della missione Barkhane dal Burkina

ASSE DABLO-KAYA : LA VIA DELL’INFERNO DELLE DONNE PROFUGHE INTERNE

Di Mariam Ouedraogo, edizioni JK Sidwaya

Dopo numerose incursioni a Dablo, una delle 11 circoscrizioni della provincia di Sanmantenga, nel centro nord del Burkina Faso all’inizio di novembre 2021, individui armati hanno imposto un ultimatum alle popolazioni affinché abbandonassero la zona. Ne sono seguite partenze in massa verso Barsalgho e Kaya[5]. Durante la fuga donne e ragazze, punite a colpi di frusta (10/25 frustate ciascuna) sono state derubate di tutti i loro beni dai terroristi, addirittura private dei sandali che indossavano. La loro colpa era l’avere indugiato nei villaggi dopo la scadenza dell’ultimatum. Nella loro zona inoltre erano presenti i volontari per la difesa della patria (VDP)[6], uomini che combattono appoggiando le forze regolari statali (FDS), e questa presenza si è ritorta contro di loro. Incontrate nel dicembre 2021 a Kaya, a 85 km da Dablo, dove si sono rifugiate, queste donne sequestrate, picchiate e violentate raccontano l’inferno che hanno vissuto sulla via della fuga verso la salvezza. I nomi sono inventati.

La prima donna del gruppo riceve le frustate(i disegni sono nel reportage)

La prima azione dei terroristi a Dablo risale al 12 maggio 2019. Il primo obiettivo colpito è la chiesa cattolica. Il bilancio è di sei morti. Da allora, le incursioni terroriste si sono moltiplicate nella zona, causando numerosi morti e movimenti di popolazioni verso Kaya. Dablo cade nelle mani dei terroristi dopo il ritiro della guarnigione della gendarmeria, il 22 novembre 2021. Dopo tre giorni se ne vanno anche i volontari per la difesa della patria. Sentendosi ormai alla mercé dei terroristi, a loro volta gli abitanti decidono di arrangiarsi da soli e fuggire, chi verso Barsalgho, chi verso Kaya. Alcuni, prevedendo la mala parata, erano già partiti …(ed erano stati) accolti nello stadio regionale del Centro-Nord, nel settore di Kaya.

 Dopo un viaggio di quasi 85 km … queste profughe, donne mature[7] e ragazze con i loro piccoli in fuga dalla morte hanno dovuto affrontare la crudeltà di altri carnefici identici a coloro che le avevano cacciate dei loro villaggi, che esse designano come “gli uomini della boscaglia” (brousse in francese). Sono state derubate di tutto: viveri, bestiame, abiti, utensili da cucina, documenti d’identità e cellulari. Le carrette e gli asini che servivano a trasportare i bambini e le persone più anziane sono state trafugate. Alcune donne sono state persino private dei sandali che proteggevano i piedi dalla polvere rovente della strada e dalle spine[8]. Come se ciò non bastasse, le donne e le ragazze hanno anche subito punizioni corporali, cioè da 10 a 25 frustate. Quel giorno del 25 dicembre 2021, Natale, l’emozione era al colmo quando abbiamo incontrato una ventina di loro a Kaya. Alcune di loro avevano lasciato Dablo la sera del 2 novembre. Alcune erano arrivate a Barsalgho dopo l’ incontro nefasto sulla strada.

Rainatou col suo bebé

“Dopo aver camminato quasi 9 km abbiamo incrociato sette uomini armati che ci hanno preso i bagagli e messo da parte i bambini. Ci hanno riunito su un lato, intanto aspettavano istruzioni dai loro capi”, racconta Oumou che ha 37 anni e sei figli. Spiega che oltre le armi avevano “dei grossi telefoni con antenna” (certo dei satellitari). “Nel nostro gruppo c’era una donna che capiva la loro lingua che li ha supplicati di lasciarci partire con i nostri averi”, continua. Ma quando (i banditi) hanno capito che erano ascoltati e compresi, hanno cominciato a sussurrare …Dopo un po’ uno di loro è arrivato con la sentenza: le donne saranno frustate a turno. Dato che allattava, Rainatu ha ricevuto 15 frustate (soltanto!). Oumou è stata la prima a ricevere i colpi. “Mi ha detto che avrei ricevuto 17 frustate. Mi sono sdraiata davanti a lui mentre mi frustava, un altro contava i colpi”, dice lei mostrando la schiena zebrata di cicatrici nere. “Dato che ero la prima, mi colpiva con tutta la sua forza. Man mano che le altre donne venivano frustate, i colpi erano meno vigorosi, era stanco”. Il dolore era così forte che il giorno seguente Oumou ha dovuto ricorrere alle cure del Centro sanitario e promozione sociale di Barsalgho. L’infermiere ha diagnosticato un trauma causato da colpi e ferite al dorso. Anche Awa, 33 anni e madre di 6 bambini ha ricevuto 22 colpi, Rainatou, 25 anni con 3 figli se l’è cavata con un numero inferiore di frustate grazie al suo lattante di 17 mesi. “Dopo le frustate mi ha detto di riposarmi per potere allattare il bambino”. Le ragazzine del gruppo, Angèle di 10 anni e Françoise di 17 anni sono state risparmiate. Ma la loro cuginetta Thérèse, egualmente di 17 anni, ha preso 10 frustate perché era più alta. Clémentine, di 40 anni, con 5 figli, è stata punita più delle altre. “Prima mi hanno dato 20 frustate, ma quando hanno scoperto che avevo nascosto due cellulari sotto i miei pagnes[9] mi hanno colpito altre 5 volte”, dice. Un altro gruppo di donne ha vissuto lo stesso calvario.

I 50 anni di Christine, 7 figli, non l’hanno salvata: ha subìto 19 colpi, Solange, 7 figli, 20 frustate. Solo due vecchie trasportate sulle carrette sono state risparmiate. “Hanno preso le due capre di mia suocera. Una capra aveva appena partorito. Quando le due vecchie li hanno supplicati di lasciar loro almeno gli animali, uno di loro ha restituito il capretto, ironizzando che lo avrebbero nutrito con il biberon. La loro crudeltà era infinita. “Se gridi di dolore la frustata non conta, se ti tocchi la ferita riprendo il conto da zero”. In più ci filmavano ridendo, dice Solange. Un’altra aggiunge: “Bisognava assolutamente astenersi dal lamentarsi per non far ripetere le frustate”….Queste punizioni, secondo i terroristi, sono dovuti non solo al fatto di aver fatto scadere l’ultimatum della partenza da Dablo, ma anche di essere le mogli di Koglwéogo (uomini di gruppi di autodifesa) e dei VDP ( volontari della difesa) che collaborano con l’esercito burkinabé (FDS). “Voi collaborate con le FDS ma oggi siete in nostro potere. Chiamatele chiedendo che vengano a salvarvi”, gridavano alle donne con sarcasmo. “Alla fine della “punizione” un gruppo di uomini ha portato via verso la boscaglia tutti i nostri bagagli”. Un altro gruppo, fucili in spalla, le ha scortate fino alle porte di Barsalgho, per assicurarsi che non tornassero indietro.


 

Alcune donne non hanno voluto proseguire senza nessuna provvista e a piedi nudi, e sono tornate indietro per cercare di trovare qualche cosa al villaggio abbandonato. Disgraziatamente, sulla via del ritorno, hanno incontrato di nuovo i terroristi….

Anche se la strada dell’esilio è stata particolarmente traumatizzante per le donne di Dablo, bisogna riconoscere che già nel villaggio avevano vissuto l’inferno …”Durante la raccolta delle arachidi eravamo 17 nel campo; (dei terroristi) ci hanno colpito con dei rami”, dice Rainatou. Céline aveva ricevuto 16 colpi con un cavo metallico… Bintou, cinque figli, confida:” Siamo scese nel nostro campo senza i lattanti. (I terroristi) ci hanno picchiato e portato al villaggio di Roffi, lontano da Dablo. Siamo scappate e tornate dai nostri bambini. Oltre ai colpi ricevuti, alcune sono state ripetutamente violentate. “Mi hanno violentato e bastonato più volte, prima che riuscissi a scappare. La stessa cosa è successa alle mie vicine”, dice una di loro. A forza di stupri e bastonate, le donne e le ragazze si lamentano di dolori e di uno stress permanente. …. Oggi queste donne sono costrette a curarsi per dolori alla schiena, alle gambe, insonnia e disturbi del sonno. Così è per Rosalie, 16 anni, 15 frustate, Blandine, 12 anni, 15 frustate, Cathérine, 16 anni, tutte gravemente traumatizzate dopo i colpi ricevuti. … Quanto a Françoise, grida durante la notte. “Ogni volta urla durante il sonno e quando si sveglia racconta che è inseguita da uomini armati. Per sfuggire loro si getta in un pozzo”, dicono le sue cugine. Tutto ciò non è stato mai confidato ai genitori, e anche meno agli infermieri o al centro sociale. Esse restano murate nel loro silenzio soffrendone.

Ogni commento sarebbe fuori luogo. Posso solo aggiungere che quando ho lavorato in Ciad nel 2007 con donne rifugiate sudanesi che venivano dal Darfur, ho ascoltato racconti quasi analoghi. La radio francese Radio France International ha diverse edizioni al giorno su quanto accade in Africa, soprattutto francofona, ma non solo (www.rfi.fr)

(**) Fonti principali:

1.   Marco Aime, Andrea de Giorgio. Il grande gioco del Sahel. Bollati Boringhieri, 2021

2.   Reportage:  Mariam Ouédraogo. Axe Dablo-Kaya: la route del l’enfer des femmes deplacées internes, https://www.sidwaya.info/blog/axe-dablo-kaya-la-route-de-lenfer-des-femmes-deplacees-internes/

3.   Joseph Borrel, The terrorist threat is expanding in the Sahel, https://www.eeas.europa.eu/eeas/terrorist-threat-expanding-sahel_en

4.   ISE, Violent extremism in the Saher, Febr. https://blogs.lse.ac.uk/africaatlse/2022/02/15/violent-extremism-in-the-sahel-strengthening-grip-west-africa-mali-burkina-faso-niger-jihadi/

5.   I.C.G. A course correction for the Sahel stabilization strategy, 1/02/2021, https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/299-course-correction-sahel-stabilisation-strategy

 

 

 

 

 

 

 



[1] Sahil in arabo significa appunto riva, da cui Sahel.

[2] Come il cotone e le arachidi, le care “noccioline” da aperitivo.

[3] I gruppi maggiori attualmente sono lo Stato Islamico nel Grande Sahara e il Gruppo di appoggio all’Islam e ai Musulmani (JNIM).

[4] L’I.C.G. è una organizzazione internazionale di ricerca e documentazione sulle varie crisi a livello mondiale.

[5] Kaya è uno dei maggiori centri della regione, sulla strada che va verso la frontiera con il Niger.

[6] Una delle milizie di civili di cui si parlava sorte un po’ dappertutto data l’assenza della difesa di polizia e militari.

[7] Nel Sahel, una donna matura può avere solo 30 anni o poco più.

[8] E dovevano camminare per 85 km!

[9] I pagnes (in francese) sono le fasce di tessuto stampato a colori vivaci che le donne rurali in Africa annodano in vita, che vengono usate anche per appendere e fasciare i bambini piccoli sulla schiena, difendersi dal freddo, stendersi a terra, ecc. Hanno nomi diversi a seconda dei paesi.

lunedì 20 novembre 2017

ACCADE NEL SAHEL



CONFLITTI GLOCALI E JIHAD MUTANTI NEL SAHEL[1]


Disegno tratto dal libro del geografo Charles Seignobos "Des Mondes Oubliés"

Il G-5, l’ennesima missione militare mirata a contrastare il terrorismo e i traffici illegali nella fascia sahelo-sahariana, ha fatto il suo debutto sul terreno a fine ottobre in una zona all’incrocio delle frontiere tra Mali, Burkina e Niger con qualche centinaio di uomini che diventeranno 5000 nel marzo 218. Vi contribuiscono cinque paesi: Mauritania, Mali, Burkina-Faso, Niger e Ciad, sia in termini di effettivi che finanziariamente, anche se la maggior parte dei fondi, ancora latitanti, sarà sborsata da paesi europei e da Stati Uniti. Dovrà coordinarsi con le missioni già da anni in azione nella stessa immensa fascia di savana tra Senegal e Somalia: la forza francese Barkhane (circa 4000 uomini), la Minusma (forza multidimensionale dell’ONU in Mali, circa 13.000 uomini), e la Forza multinazionale mista di lotta contro Boko Haram, FMM, in teoria composta da più di ottomila uomini, posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad[2], che non si sa che cosa faccia. A migliaia di km più a est è presente dal 2007 l’AMISOM, la missione dell’Unione Africana in Somalia, cui partecipano cinque paesi limitrofi con le loro truppe (22.000 soldati). In più sono presenti forze speciali non dichiarate di Francia e USA.

Imponente schieramento, ma quanto efficace? E soprattutto: è la risposta militare e securitaria, finora privilegiata e promossa in coro da leader africani, europei, onusiani e statunitensi, la più adatta a raggiungere l’obiettivo dichiarato di sconfiggere le cangianti insorgenze islamiste diffuse in un’area di milioni di km2, se non è accompagnata da tutta un’altra serie di misure di tipo sociale, politico, economico e culturale? Gli scacchi subiti finora in Mali non suggeriscono nulla?

La risposta negativa di eminenti ricercatori, esperti e think-tanks è piuttosto netta, sulla base di ricerche, analisi e conoscenze nutrite di inchieste e studi di anni sul terreno. Il “no” è espresso concretamente, nei fatti e nei comportamenti, dalle popolazioni interessate che sono le prime vittime designate ma anche le protagoniste delle insorgenze e degli attentati, dei sequestri e dei roghi di case e beni. La ragione è semplice. Da un lato le decine di gruppi islamisti o apparentemente tali hanno saputo individuare e insinuarsi nelle crepe dei conflitti irrisolti specifici delle varie comunità e arruolare adepti atteggiandosi a vindici delle loro frustrazioni e difficoltà, mentre dall’altro hanno trovato terreno fertile nel sentimento, generalizzato, in zone rurali e lontane dai centri del potere, di alienazione e distanza dallo Stato e dai suoi rappresentanti, percepiti come estranei, corrotti e dunque nemici. E in ogni paese le circostanze, la conformazione geografica del territorio, i gruppi etnici e quindi i modi e i tempi di infiltrazione dei proteiformi gruppi jihadisti sono diversi e diversi dovrebbero essere gli approcci e i rimedi. 

Qualche anno fa, ai tempi del Labour di Tony Blair, andava di moda una frase in ambiente anglosassone riferita alla guerra di occupazione in Iraq: “conquistare la mente e il cuore (degli occupati)”. Ciò che non è riuscito in Iraq sembra essere riuscito a molti dei gruppi islamisti; i predicatori colonizzano “the hearts and minds” di contadini e pastori saheliani, acquisendoli non tanto e solo a una causa religiosa o ideologica, ma alla ribellione e al saccheggio, al sabotaggio e all’attacco di gruppi rivali, antichi o recenti, o addirittura affermandosi come unici attori in grado di fornire servizi e assicurare ordine, fermo restando che banditismo, criminalità comune e vendette personali entrano in gioco. Chi non aderisce fugge e si lascia dietro tutto. Il risultato è il sovvertimento e la distruzione dei legami comunitari, delle reti commerciali preesistenti, del tessuto socio-economico, delle istituzioni educative e della convivenza civile; si installa la diffidenza e la paura, si è costretti all’abbandono di campi e pascoli per cercare rifugio in squallidi accampamenti dove si dipende dall’aiuto umanitario. Per chi rimane, la rovinosa chiusura delle frontiere rende l’approvvigionamento in beni essenziali un’odissea quotidiana.
Le truppe francesi, dell’ONU o dell’Unione Africana sono spesso percepite, più che come baluardo contro gli assalitori, come forze d’occupazione, e contribuiscono così a rinfocolare il sentimento di ostilità e alienazione verso le autorità statali che le utilizzano; e questo a parte il rischio di incidenti ed errori catastrofici. Ad esempio, sembra molto probabile che nella notte tra il 23 e il 24 ottobre scorsi la forza francese Barkhane abbia ucciso 11 soldati maliani ostaggio dal Gruppo di appoggio all’Islam e ai musulmani (JSIM acronimo arabo) durante un’azione contro una base jihadista[3]. In Niger, il 4 ottobre erano morti tre soldati statunitensi delle forze speciali insieme a cinque nigerini per mancanza di informazioni adeguate sui pericoli della zona e di supporto logistico immediato. Ecco alcuni esempi di situazioni che le armi soltanto non risolvono.

BACINO DEL LAGO CIAD

La mia fonte principale è un lungo estratto del libro del geografo Christian Seignobos Des mondes oubliés (Carnets d’Afrique, IRD/Parenthèse, 2017) apparso su Afrique Contemporaine e pubblicato con lievi modifiche da Le Monde Afrique nel luglio 2016[4]. Lo studioso ha passato tutta la vita nella stessa zona, prima come cooperante poi come ricercatore, professore universitario, e appassionato del terreno. Conosce tutti i segreti di questo lago cangiante, immenso ma sempre diverso a seconda delle stagioni, delle piene, degli anni, sul quale si affacciano quattro stati: oltre alla Nigeria, il Niger, il Camerun e soprattutto il Ciad, che ha la sovranità su più della metà della sua superficie. 

A partire dal gennaio 2015, Boko Haram[5] fa irruzione sulle rive meridionali del lago e incendia un villaggio dello stato nigeriano del Borno, Baga Kawa, facendo centinaia di morti. Più che la Nigeria, impegnata nella corsa alle elezioni presidenziali, reagisce il Ciad: il lago è il “suo” lago, dice Seignobos, e non si tocca. Ma le forze ciadiane, reputate per le loro doti di combattenti, si scontrano contro la geografia reticolare della zona: i terroristi locali, aiutati dalla manovalanza di ragazzini di strada, che vanno in moto, conoscono i meandri palustri e si perdono nel nulla. 

Boko Haram ha dalla sua parte la demografia: recluta adepti tra gli sterminati ranghi dei ragazzini e degli adolescenti, degli scioperati che penzolano senza arte né parte tra le moschee, le stazioni degli autobus e taxi-brousse, i mercati e le agenzie di viaggio, pronti a seguire chi li arringa e dà loro qualche soldo. Se si proibisce l’uso delle moto, dopo che i motociclisti sono bollati e temuti come possibili attentatori, si usano i cavalli, e allora si proibiscono anche i cavalli, in una rincorsa grottesca. Oltre alle moto, i terroristi possono contare sulle veloci piroghe che i pescatori Buduma -Yedina pilotano nel labirinto dei canali che soltanto loro conoscono, da un santuario di Boko Haram all’altro: sono loro la carta vincente, i soli conoscitori dei segreti e dei nascondigli lacustri. Come possono delle truppe straniere essere d’aiuto in questo labirinto acqueo?

Ma perché i pescatori Buduma-Yedina si sono alleati con Boko Haram? Per capirlo bisogna conoscere gli antecedenti che risalgono agli anni 1970/1980 e al boom demografico che trasforma le rive meridionali del lago. Dopo la grande siccità del 1973 e la sua replica nel 1984, il “grande lago” diventa il “piccolo lago”, e cambia l’economia della zona. I pescatori locali (Yedina, Kanuri, Kanemba) si trasformano anche in coltivatori e in commercianti a seconda delle stagioni, le frontiere sono aperte e fluide, c’è prosperità e circolazione di derrate tra tutti i paesi che si affacciano sul lago.
Un’abbondanza che attira frotte di grandi commercianti Haussa dall’entroterra, sempre più numerosi: questi hanno capitali, annusano la possibilità di lauti affari a partire dalle opportunità che offre la nuova dinamica della zona e si moltiplicano, fino ad avere in mano il monopolio del commercio di carburante adulterato, del natron (carbonato sodico idrato) e del legno. Così Baga Kawa diventa nei primi anni 2000 una borgata Haussa e i piccoli commercianti-pescatori autoctoni Kanuri, Yedina e Buduma sono emarginati. Gli Haussa rappresentavano il 5% della popolazione nel 1976; dopo 30 anni sono la stragrande maggioranza. Si capisce quindi come le popolazioni autoctone, sentendosi espropriate, abbiano intravisto in Boko Haram il mezzo per vendicarsi e riprendersi il controllo economico del loro territorio. L’attacco a Baga Kawa è stato preceduto da una campagna contro i commercianti usurai Haussa, ricattati, sequestrati e a volte uccisi. Questa campagna è valsa a Boko Haram la riconoscenza delle comunità locali dei pescatori e la penetrazione nelle loro file. 
 
Seignobos sottolinea come siano falsi alcuni luoghi comuni applicati senza conoscenza di causa: a volte non sono le zone più povere a soccombere alle lusinghe dei jihadisti: la zona del lago era assai ricca. Ora non più: milioni di persone sono state costrette a fuggire, le frontiere chiuse rendono difficili gli scambi, i prezzi sono alle stelle e i commerci languono.  Ed è tutto il bacino del lago ad essere in crisi, nel sud-est del Niger e nel nord del Camerun. Quest’ultima regione ha la forma di un lungo fumaiolo piegato verso ovest, incuneato tra Ciad a est e Nigeria a ovest, e si trova a cavallo del lago Ciad o meglio di quel che ne resta a nord. Prima dell’arrivo di Boko Haram era già la più povera del paese: il 74% della popolazione era sotto il livello di povertà mentre la percentuale nazionale scende a poco più del 37%[6]. Dopo l’arrivo di Boko Haram tutta la rete commerciale abituale con la Nigeria è saltata. I grandi commercianti vanno ad approvvigionarsi nelle città del sud, a Yaoundé o Douala, mentre i piccoli rischiano la pelle andando in moto in Nigeria passando più a nord, allungando il viaggio di 100 o più km e i prezzi salgono di conseguenza. La solidarietà e l’aiuto umanitario arginano il disastro: le ONG presenti danno lavoro a decine di locali e i contadini sfollati possono usufruire di appezzamenti concessi loro gratuitamente; 220.000 persone in fuga dall’estremo nord sono accolte da famiglie solidali in zone più sicure[7]. Il nord del Camerun era una zona turistica grazie alle sue bellezze naturali: ovviamente è stata disertata dopo i primi attentati.

 Rhumsiki, Nord Camerun

BURKINA FASO: LA ZONA DEL SOUM[8]

Nell’ottobre del 2014 il Presidente del Burkina, Blaise Compaoré[9] è destituito da un sollevamento popolare, e nel 2015 comincia ad addensarsi la minaccia jihadista sul nord del paese. La diagnosi più facile è quella di un travaso delle azioni jihadiste dal Mali, in guerra già dal 2012 contro la rivolta Tuareg scoppiata nel nord che ha innescato micce di contenziosi inter-comunitari sfruttati dagli islamisti nel centro del paese. 
Ma non si tratta solo di questo: c’è un focolaio endogeno nel nord-est burkinabé, nella provincia del Soum, dove da anni sono bene accolte e molto seguite le prediche di un oratore della regione, certo Malam Ibrahim Dicko, che crea un suo gruppo chiamato Ansarul Islam (notare come la parola araba Ansar, “ausiliari”, viene piegata alla pronuncia locale). Malam comincia a predicare nel 2009 ed ha subito successo, si crea un suo seguito, reclutando soprattutto tra i Fulani (in francese, Peul) che rappresentano l’etnia maggioritaria nella zona ma sono stratificati socialmente tra l’élite dei nobili e i Rimaibé, gli antichi schiavi. I Peul sono arrivati nell’area tra il XV e il XVIII secolo ed hanno spodestato gli autoctoni agricoltori, per lo più animisti, diffondendo la loro fede musulmana. La stratificazione sociale e le divisioni si sono perpetuate fino ad oggi, ed ecco che la predicazione di Malam coglie nel segno, arruolando soprattutto i Rimaibé (ma non solo). I toni sono quelli del fustigatore delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali: attacca le famiglie altolocate dei marabout (santoni) che si trasmettono le prerogative di casta proprie degli imam e strumentalizzano la loro autorità religiosa, estorcendo soldi ai fedeli. Malam è arrestato nel 2013 dai francesi in Mali, e nelle prigioni maliane il suo mentore sarà Hamadou Koufa, che fa parte di un gruppo armato, Il Fronte di Liberazione del Macina, implicato in vari attentati in Mali.
Provincia del Soum, Burkina, in rosso

Rientrato in patria, Malam organizza la prima azione armata nel dicembre 2016 con un attacco a un posto militare a Nassoumbou e ufficializza l’ingresso di Ansarul Islam nella galassia jihadista. Poi si dà alla macchia e pare sia stato ucciso, ma quello che ha seminato non si estingue con lui; il suo discorso di tribuno che si scaglia contro i privilegi dei potenti ha fatto presa e riecheggia in un’area che è tra le meno povere del paese (ancora a smentire che sia solo la povertà a nutrire il jihad), ma che si sente trascurata e non riesce ad approfittare delle ricchezze che pure sarebbero a portata di mano. Il Burkina ha miniere d’oro[10], terre agricole fertili e armenti numerosi: la frustrazione nasce dalla mancanza di mezzi e infrastrutture per sfruttare le risorse esistenti. Anche qui lo stato è assente e sordo alle esigenze locali; i funzionari che arrivano da sud non parlano il fulfulde, la lingua più diffusa localmente, i pastori Peul si lamentano perché non riescono a farsi consegnare i documenti o a ottenere aiuto per recuperare il bestiame rubato e li accusano di essere insensibili, infidi e corrotti.

 
Mandrie a Goulukum, Senegal

Se Ansarul Islam non è (ancora?) riuscita a generalizzare la violenza come nel nord-est della Nigeria o intorno al Lago Ciad, le condizioni di scontento sociale sono un brodo di coltura pericoloso.  Le autorità del Burkina hanno compreso finalmente che una risposta non militare era urgente e all’inizio del 2017 hanno lanciato un programma di sviluppo locale. Ma quel che l’International Crisis Group raccomanda come corollario agli investimenti è la ricerca di un avvicinamento tra funzionari e popolazione e la mobilitazione di attori locali che possano instaurare un dialogo tra gruppi e interessi diversi. Chi lo farà? 
 
Il 17 novembre scorso si è verificato l’ennesimo attentato in un villaggio nel Soum che ha provocato sei morti. Gli attentatori si sono rifugiati nelle loro retrovie in Mali. Se si consolida e ripete il trapasso di forze tra insorgenze islamiste attraverso le due frontiere sarà sempre più difficile fermarle[11], tanto più che la guerra si diffonde nelle zone centrali del Mali dove l’etnia Peul è maggioritaria.

Nel Niger, la violenza jihadista nella zona di confine con il Mali la cui responsabilità viene attribuita al gruppo denominato Stato Islamico nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara) incrocia i conflitti inter-comunitari tra nomadi Peul e i loro rivali Tuareg e Doosak. Un rapporto dell’ICG del 5 ottobre scorso spiega questo intreccio perverso e le ragioni  della penetrazione opportunista jihadista soprattutto tra i giovani pastori Peul[12]

Nella Somalia centrale e meridionale gli Al Shabaab che sembravano quasi sconfitti due anni fa hanno ripreso forza nel 2016, giocando anche loro sulle variabili degli interessi dei vari clan rivali[13], nonostante sia stato eletto un nuovo Presidente, Mohamed Abdulahi Mohamed, che gode di un certo consenso popolare. Tuttavia pare che gli Al Shabaab non siano i responsabili dell’attentato gravissimo di Mogadiscio del 14 ottobre scorso che ha provocato almeno 300 morti e più di 200 feriti, non rivendicato: sembra che si possa trattare di una conseguenza dello scontro in atto tra Arabia Saudita e gli Emirati da un lato e Qatar e Turchia dall’altro[14], poiché la Somalia è vicina al Qatar che ha anche finanziato le elezioni.
Se Mao fosse ancora vivo, forse ritratterebbe il suo famoso detto: “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.


Villaggio disegnato da Charles Seigobos


[1] Parola araba che significa «bordo, riva» rispetto al mare di sabbia del Sahara
[2] Institute for Security Studies, La Force multinationale de lutte contre Boko Haram : quel bilan ?, 31 agosto 2016
[3] http://www.france24.com/fr/20171108-operation-barkhane-mali-soupcon-bavure-armee-francaise-lors-raid

[4] Lac Tchad : tout comprendre de la stratégie des terroristes de Boko Haram, Le Monde Afrique, 11/07/2016

[5] Movimento jihadista tra i più crudeli e distruttivi, nato nei primi anni 2000 nello stato del Borno, Nigeria del nord-est e dilagato grazie anche alla repressione brutale e indiscriminata dell’esercito nigeriano e alla negligenza e corruzione del governo nazionale e locale negli stati vicini. Secondo un articolo di Marco Cochi del 31 ottobre 2017 apparso su Nigrizia, "Metamorfosi Boko Haram", il gruppo si starebbe trasformando sempre più in una gang criminale dedita al traffico di droga e armi.
[6] Rapporto International Crisis Group (ICG), 25 ottobre 2017
[7] Rapporto ICG, 25 ottobre 2017
[8] https://www.crisisgroup.org/fr/africa/west-africa/burkina-faso/254-social-roots-jihadist-violence-burkina-fasos-north
[9] Circolano varie voci su patteggiamenti tra il suo regime e i gruppi jihadisti. Lo stesso Compaoré è intervenuto dal suo esilio in Costa d’Avorio per smentirle (https://www.voaafrique.com/a/compaore-sort-de-son-silence-pour-dementir-tout-lien-avec-des-terroristes/4120381.html)
[10] http://www.liberation.fr/apps/2015/08/orpaillage-burkina/
[11] Notiziario RFI ore 8.00 a.m.

[12] Niger Clash Kills U.S. and Nigerien Troops, 5 ottobre 2017

[13] http://blog.crisisgroup.org/africa/somalia/2016/02/11/somalia-why-is-al-shabaab-still-a-potent-threat/
[14] http://www.fides.org/it/news/63073-AFRICA_SOMALIA_Lo_scontro_tra_Qatar_e_Arabia_Saudita_dietro_l_attentato_di_Mogadiscio#.WhGaIXlrzIU