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sabato 29 marzo 2014

LA NUOVA FRONTIERA DEGLI AIUTI UMANITARI

AH, TU FAIS L’HUMANITAIRE!
RIFUGIATI SIRIANI

" Ah! Tu fais l'humanitaire!" La frase, pronunciata da un galante spagnolo francofono che mi aveva abbordato al ristorante accendendomi  il sigaro qualche anno fa, a Malaga, mi era suonata quasi offensiva. Che la cooperazione allo sviluppo in cui ero professionalmente e umanamente impegnata da molti anni potesse essere percepita e interpretata come “aiuto umanitario”, un tendere la mano compassionevole agli “sfortunati” del pianeta, mi appariva come un falso ideologico, una stortura. Il fine di una cooperazione sana con i paesi dell’Africa , del Sud-Est asiatico o dell’America del Sud  è la fine del bisogno dell’aiuto, e gli strumenti sono la formazione, l’incremento delle risorse autoctone, lo sviluppo delle potenzialità culturali ed economiche, e infine l’autonomia. Questo ho imparato e perseguito dalla fine degli anni ’70 in poi, e a questa impostazione del mio lavoro mi sono attenuta. Facevano eccezione i disastri naturali, durante i quali l’aiuto d’emergenza era d’obbligo, e le crisi belliche, che erano all’epoca abbastanza circoscritte e spesso conseguenza  di convulsioni post-coloniali (Congo, Biafra, Algeria tra le altre). Ma appunto si trattava di eccezioni.
 Il panorama ha cominciato a cambiare dall’inizio degli anni ’90 con la crisi Jugoslava, con il crollo del regime di Enver Hoxa in Albania e con la prima guerra del Golfo, che ha iniziato la demolizione sistematica dell’Irak, poi proseguita a partire dal 2003. I conflitti locali si sono moltiplicati e sono diventati quasi endemici:  l’eterna guerra in Palestina che sembrava in via di soluzione dopo Oslo si è riaperta più virulenta e sanguinosa che mai, eternizzando i compiti dell’Agenzia post-guerra mondiale UNRWA,  i Balcani dovevano risanare le proprie ferite recenti, la guerra in Sri Lanka si era riaccesa tra cingalesi e le Tigri Tamil, è cominciata la saga Afgana e quella Pakistana delle “aree tribali” del Waziristan, la Cecenia  si è infiammata e Grozny é stata rasa al suolo o quasi, e infine la Birmania della dittatura, la crisi nel sud delle Filippine a Mindanao (che pare risolta a partire da pochi giorni fa), la guerra in Somalia, il conflitto  Touareg  riesploso nel 1990, il genocidio Tutsi in Rwanda, la guerra in Burundi, la guerra in Costa d’Avorio, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Congo-Brazzaville, e mi fermo perché  la lista dà le vertigini.
 Per una guerra che finiva, come in  Mozambico prima e in Angola poi, cinque ne cominciavano. Questa tendenza ha provocato un brusco aumento dell’esborso finanziario dei donatori internazionali verso “l’emergenza”  a discapito dello “sviluppo”, e il nascere e crescere di ONG specializzate nella cosiddetta emergenza e nella captazione delle crescenti risorse finanziarie ad essa consacrate. E si è sviluppato un fiorente mercato di corsi, work-shops  e masters di conflict-resolution  presso Istituti che assumevano neo-esperti  che a malapena avevano messo i piedi nei paesi di cui discettavano.  Si è parallelamente sviluppata una neo-lingua per lo più anglosassone: diritto a proteggere (Right2Protect), acronimi come SGBV, sexual and gender-based violence, eccetera. Grande successo dei “diritti umani” quanto più essi erano calpestati.

Il numero dei rifugiati e dei cosiddetti “I.D.P.’s”, persone sfollate nel proprio paese che non possono neppure beneficiare dell’aiuto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, UNHCR, è aumentato spaventosamente, e parallelamente si è dilatata tutta un’industria  umanitaria, una macchina apparentemente indispensabile che è frutto di un gigantesco fallimento politico: quello delle Nazioni Unite e degli strumenti del Diritto Internazionale ad assicurare una soluzione non guerreggiata dei conflitti mondiali, inter-statali  e civili e quello nostro, dei popoli che non riescono a ribellarsi a guerre imposte per interessi di élites del potere.  Trionfo della stoltezza umana, e vittoria del commercio internazionale delle armi e di tutti i traffici loschi che prosperano all’ombra delle guerre e le fomentano.
Sono riflessioni che faccio da tempo, e che sono state riaccese dalla lettura di un articolo del Guardian del 28 febbraio 2014 a firma David  Miliband , direttore dell’ International Rescue Committee :" It’s time to reassess the goals of humanitarian aid", è tempo di riesaminare gli obiettivi dell’aiuto umanitario (https://www.google.it/#q=It%27s+time+to+reassess+the+goals+of+humanitarian+aid+).  

Si inizia evocando  la spaventosa realtà della proliferazione di vittime civili dei conflitti, di rifugiati e sfollati, della lacerazione e distruzione di compagini sociali e statuali . In 2005, just 20% of the global poor were in conflict-affected and fragile states. Today that figure is 50% and set to rise to more than 80% in 2025.”
Raggela e stupisce quella fredda proiezione statistica di aumento dei “poveri globali”, altro bel neologismo, che vivranno in stati fragili e sconvolti da conflitti nel 2025: si prevede già, non ci è dato di sapere sulla base di quali elementi, che se nel 2014 sono il 50%, saranno ben l’80% tra 11 anni. Destino ineluttabile? Pare di si, secondo Miliband. E quello che fa indignare ancora di più è il paragrafo che segue e che traduco letteralmente: “ Per molti anni  si è discusso sulla distinzione convenzionale tra aiuto umanitario, che risponde alle emergenze causate da guerre e disastri naturali e l’approccio allo sviluppo, che a lungo termine cerca di contrastare la povertà. Quando la maggioranza dei poveri globali vivono in stati fragili e quando i rifugiati in media passano 20 anni lontano dai loro paesi, la distinzione si è già dissolta di fatto, eppure è questa l’impostazione che regola ancora le istituzioni che si occupano di tale lavoro.” (For many years, people have questioned the conventional distinction between the humanitarian system that responds to emergencies caused by wars and natural disasters, and the development community that, in the longer term, seeks to tackle poverty. When the majority of the global poor live in fragile states, and when the average refugee spends nearly 20 years outside their home country, the distinction has in reality dissolved – yet it still conditions many of the institutions that govern this work).


Truppe AMISOM (in Somalia)

Le conseguenze da trarre da questa e dalle considerazioni che seguono (quali siano i “ moderni bisogni” dei rifugiati, come sovvenire in modo più adeguato alle loro esigenze, quasi fossero clienti da soddisfare  meglio in avvenire) sono lapalissiane: bisogna sviluppare e rendere più efficiente  la macchina umanitaria, moltiplicarne le risorse, raffinarne gli strumenti. E anche i concetti e le parole per esprimerli. Ecco quindi che, accanto agli Obiettivi del Millennio del 2015, che molti paesi non raggiungeranno e che ancora avevano una “antiquata” aria sviluppistica, spuntano  gli Hugo’s , Humanitarian Goals, gli obiettivi umanitari. Su cui presumibilmente indire conferenze internazionali con esperti ad hoc, lautamente pagati. Più catastrofi politiche, più bisogni, più carta straccia per definirli e più fondi.  E la maggioranza di chi soffre di tali sconvolgimenti sono i civili ormai: “In Iraq, Libya, Somalia, Syria and Zimbabwe, an average of 75% of the entire population have been directly affected” (In Irak, Somalia, Siria e Zimbabwe in media il 75% della popolazione è stata coinvolta direttamente). Tralasciando l‘aspetto dei disastri ambientali e climatici, anche quelli  in crescente misura risalenti a scelte dissennate umane, anzi, disumane.
Peccato che a tale creatività linguistica non si affianchi una altrettanto fervida immaginazione diplomatica, che punti invece ad una diminuzione del tasso di conflittualità e della febbre guerrafondaia questa si, globale. Peccato che il presidente del Sudan Omar El Bashir sia ancora imperturbabile al suo posto quando cinque anni fa  il Tribunale Penale Internazionale aveva decretato il suo status di criminale di guerra, e che il presidente del Kenya abbia potuto tranquillamente dimenticare che avrebbe dovuto recarsi anche lui all’Aia a rendere conto del suo ruolo ( e di quello del suo vice Ruto) negli eccidi inter-etnici post elezione del 2008. Peccato che Mr Blair e Mr Bush siano  a piede libero nonostante i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Irak.
Non so veramente con quali risorse anche intellettuali si possa combattere questa discesa agli inferi della ragione, quando un giornale che ho letto per anni e che stimo può onestamente e senza contestazioni  (che io sappia) pubblicare un articolo che ufficialmente decreta che una situazione già disastrosa, le cui responsabilità sono discernibili e al 90% politiche, peggiorerà senza fallo e che bisogna semplicemente attrezzarsi fin da ora a far fronte a ulteriori catastrofi , non a evitarle.