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giovedì 18 febbraio 2021

CENT'ANNI DI VIOLENZA E SOLITUDINE IN COLOMBIA

 

LUZ MARIA E I NARCOTRAFICANTES DE ALTOS DE CAZUCA’[1]

 

Questo reportage è tratto da un articolo del sito di International Crisis Group. Attraverso una storia individuale illustra le angherie e i pericoli cui i leader sociali in Colombia si espongono quando cercano di migliorare le condizioni di vita proprie e del loro prossimo nel luogo dove vivono. La storia di questa giovane donna racconta il fallimento degli accordi di pace tra Lo Stato colombiano e la guerriglia delle FARC (Forze armate rivoluzionarie colombiane, di matrice marxista), che nel 2016 tante speranze avevano acceso nel paese e nel mondo. Lo Stato colombiano non aveva alcuna intenzione di rispettare le clausole stipulate con i capi della guerriglia all’Avana, garantendo loro l’incolumità: operare per la restituzione dei beni e delle terre espropriati con la violenza a milioni di persone e il ritorno degli sfollati, fare luce sugli assassinii e le inenarrabili crudeltà dei paramilitari che aveva prezzolato, girare infine una nerissima pagina della sua storia e instaurare una pace giusta. Dei 12.000 guerriglieri che hanno reso le armi almeno 252 sono stati uccisi[2], le aree dove erano impiantati non sono state restituite alle comunità rurali ma consegnate allo sfruttamento delle grandi imprese minerarie o dell’agroindustria, centinaia di rappresentanti di sindacati e associazioni contadine sono stati uccisi. La man bassa sulle ricchezze del sottosuolo è ora libera da intralci e il narcotraffico è più forte che mai. 

Altos de Cazuca'

E non si tratta solo di assassinii mirati di militanti, ma di massacri finalizzati a terrorizzare le popolazioni e far capire chi comanda: l’11 agosto 2020 cinque adolescenti sono uccisi a Calí, pochi giorni dopo altri otto giovani sono assassinati nel dipartimento di Nariño, la settimana seguente si susseguono uccisioni ad Arauca, Cauca, Antiochia…e così di seguito.[3] La posta in gioco è il controllo dei territori che interessano ai gruppi nazionali e internazionali in vista dello sfruttamento delle risorse: miniere d’oro, petrolio, agro-industria, traffico di rifiuti, corridoi strategici per i narcos. La stessa Missione ONU per la verifica del rispetto degli accordi di pace è un fragile strumento pieno di contraddizioni e ombre: si veda l’articolo del giornale colombiano El Espectador sulla morte del cooperante italiano Mario Paciolla che vi lavorava[4]: la sicurezza di chi vi lavorava era lungi dall’essere garantita.

Foto da web

Prima del cinquantennio segnato dalla lotta armata delle FARC (e di altri gruppi, come l’ELN, che non ha ancora deposto le armi) e dalla guerra sporca di esercito e paramilitari, la Colombia aveva attraversato, dal 1925 al 1958, una fase turbolenta denominata La Violencia[5] caratterizzata da assassinii, persecuzioni e massacri nello scontro tra Partito Liberale e Partito Conservatore, un periodo culminato nell’assassinio del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán, che costituì una spinta decisiva per la creazione della guerriglia delle FARC. Il dialogo non era possibile. Un’eco di quella violenza attraversa il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez Cien Años de soledad. La violenza continua da quasi cent’anni. In questo panorama scoraggiante reagisce alla passività a alla disperazione una moltitudine di uomini e donne che riescono a creare isole di vivibilità e tengono accesa la speranza per le nuove generazioni. Semillas y Raíces [6](Semi e Radici) è il nome dell’associazione che Luz Maria con l’aiuto del marito ha suscitato dal nulla facendone una bandiera e una ragione di vita in “un angolo dimenticato della Colombia”.


UN RIFUGIO DALLA VIOLENZA IN UN ANGOLO DIMENTICATO DELLA COLOMBIA

Tradotto e adattato da:

https://www.crisisgroup.org/es/latin-america-caribbean/andes/colombia/refuge-violence-forgotten-corner-colombia, di Elizabeth Dickinson, 2 dicembre 2020.

 

Casa de Luz Maria

A metà marzo, quando la Colombia annunciò un lockdown per controllare la propagazione del coronavirus, Luz Maria capì cosa doveva fare: madre di due bambini, chiuse a chiave la porta di casa e cominciò a vivere di abitazione in abitazione. I ceffi armati che controllavano il quartiere gliela avevano cantata chiara: se non se ne fosse andata in fretta, avrebbe potuto sparire per sempre. “Per settimane intere non ero potuta uscire di casa”, ricorda. “Si impara come comportarsi, a leggere gli atteggiamenti degli altri che ti fanno capire che là fuori l’aria scotta”.

Luz Maria è una militante comunitaria, una di coloro che i colombiani chiamano “leader sociali”. Il suo lavoro, a parte quello domestico, è consacrato ai bambini del quartiere deprivato dove abita. Dirige un programma per migliorarne le condizioni di vita intitolato Semi e Radici, che insegna ai bambini ad ascoltare la musica e usa il teatro per abituarli alla socievolezza e all’igiene personale. Non solo: li protegge dai delinquenti che girano per il quartiere e minacciano gli abitanti. La casa di Luz Maria è aggrappata a un dirupo scosceso attraversato da sentieri sterrati tra una casa e l’altra. Si dice che i malviventi abbiano legami con i cartelli nazionale del narcotraffico: essi tentano di reclutare i bambini del quartiere tra gli otto e i nove anni offrendo dolci e leccornie. “Semi e Radici è un modo per evitare le droghe e la strada” dice una adolescente seduta nel teatro improvvisato della terrazza di Luz Maria. “Se non fossi qui bighellonerei per la strada”. 

Ma questo lavoro non è remunerato da nessuno, per cui Luz Maria lo finanzia facendo lavoretti saltuari e vendendo materiali scartati da altri che raccatta qua e là e ricicla. Poi ci sono alcune donazioni occasionali. E’ anche un lavoro pericoloso: la donna ha ricevuto molte minacce di morte. Quando si è rivolta alle autorità locali per denunciarlo queste hanno fatto spallucce, per cui è lei stessa che deve badare a proteggersi. I bambini che partecipano al suo programma la avvisano se annusano pericoli in giro per il quartiere. Ha dato fondo ai suoi risparmi per comprare un circuito di telecamere installate tutt’intorno alla sua abitazione. Non riesce ad immaginare di abbandonare i suoi bambini, eppure quasi ogni giorno sogna di andarsene da Altos de Cazucá.

Luz Maria controlla le telecamere

La storia di Luz Maria non è certo unica in Colombia: gli attivisti sociali sono un elemento talmente radicato nel tessuto sociale colombiano che negli accordi di pace del 2016 lo Stato aveva stipulato che avessero diritto a una protezione ufficiale. Egualmente aveva promesso riforme profonde per combattere le disuguaglianze e proteggere le comunità soprattutto rurali dalla spoliazione violenta delle loro risorse. Al contrario, dal 2016 i leader sociali sono stati esposti a pericoli crescenti: negli ultimi quattro anni ne sono stati assassinati 415, e la pandemia del Covid 19 ha solo accentuato questa tendenza, perché il lockdown li rende prede facili, chiusi nelle loro case. Le autorità, già poco propense ad occuparsi di loro, sono presi dall’epidemia.

Luz Maria è diventata leader sociale per caso, dopo essersi trasferita da Bogotá con il marito in questo quartiere sulle montagne di Soacha, senza immaginare la miseria che vi avrebbe trovato. La zona ha sempre attirato trafficanti armati perché la strada principale che la taglia a metà collega la capitale, Bogotá, al maggior porto del Pacifico, Buenaventura[7]. Inoltre le scarpate scoscese tra i quartieri di Soacha e la capitale non sono sorvegliate da nessuno. Un leader giovanile che vive in questa incerta periferia dice: “Questo è un quartiere abbandonato”. 

 

Costruzione dell'acquedotto

Negli anni del 1990 il Blocco Orientale delle FARC cercò di impiantarsi in quest’area, e per reazione gruppi paramilitari di destra legati allo Stato arrivarono per disputarne il controllo ai guerriglieri. Fa allora che Altos de Cazucá si trasformò in epicentro di violenza, perché i gruppi paramilitari, ufficialmente sciolti nel 2006, di fatto non se ne andarono mai. Tutti sanno chi sono anche se non indossano più le tute mimetiche. Continuano a taglieggiare i negozianti (il pizzo si chiama “vaccino”) e a punire chi cerca di sottrarsi. E’ probabile che a Soacha si trovino laboratori per la lavorazione di droghe, ben dissimulati in un intrico di case a ridosso di dirupi e scarpate franose. Ufficialmente sono registrati 645.000 abitanti ma ci[8] è stato detto che è facile che la popolazione reale ammonti a un milione. Molte case sono costruite su terreni rubati e rivenduti abusivamente: anche la casa di Luz Maria è tra queste. Lei e suo marito si sono resi conto della truffa troppo tardi: la terra che hanno creduto di acquistare non sarà mai legalmente la loro. Fu proprio per vincere la depressione che li colse quando capirono l’inganno che Luz Maria ebbe l’idea di creare la sua organizzazione. Una sera il marito cominciò a suonare la chitarra, la musica e il canto li rasserenarono e così nacque l’idea di proporre musica e teatro alle giovani generazioni che sarebbero facilmente cadute nelle grinfie di banditi di ogni risma. “Bisognava uscire dal ruolo di vittima”. 

Luz Maria e il marito

I bambini si abituano facilmente alla violenza. I primi che le entrarono in casa erano molto diffidenti, non si lavavano e puzzavano. I due sposi constatarono che la musica era una calamita che funzionava. Il loro programma non offrì solo musica e teatro, ma anche attività per migliorare la vita nel quartiere. Quando l’azienda che distribuiva l’acqua informò i residenti che avrebbero avuto l’acqua gratis se avessero costruito il loro acquedotto, Luz Maria e i bambini si misero al lavoro, e procurandosi cemento e tubi riuscirono a costruire un piccolo acquedotto rudimentale. All’inizio della pandemia Semi e Radici organizzò un programma di aiuti per gli anziani e con altri residenti pavimentò una strada per proteggerla dal pericolo di smottamenti. Il tutto fu finanziato con la raccolta di oggetti raccolti nei quartieri ricchi che il programma riciclava e rivendeva. “Nessuno ti aiuta. Abbiamo fatto tante cose lavorando con le unghie e con i denti”, dice Luz Maria.

Oggi più di 100 bambini frequentano la sua casa e sono diventati fratelli e sorelle dei suoi due figli. Ma se si incontrano per la strada, i bambini sono avvisati: devono far finta di non conoscersi, dato che i genitori di alcuni di essi possono far parte di bande armate. L’acquedotto e l’acqua gratis hanno irritato alcuni vicini che avrebbero voluto distribuirla loro facendola pagare. Luz Maria ha cominciato a ricevere minacce sempre più esplicite e si è resa conto che uno dei vicini aveva pagato un sicario per ucciderla. 

Luz Maria e la Fiscalia che non sa aiutarla

Fino a un ultimatum: doveva andarsene dal quartiere entro 20 giorni. A questo punto è scesa fino al centro di Soacha per sollecitare aiuto e protezione, ma ora dice: “Ho capito che non sarebbe arrivato aiuto da nessuno”. Quasi 7000 leader sociali come lei hanno chiesto aiuto all’Unità Nazionale di Protezione del Ministero degli Interni e solo il 16% di essi hanno avuto risposta. Così invece che al governo Luz Maria si affida alla rete di protezione dei suoi bambini e giovani che la avvisano se in famiglia sentono parlare di lei, e alle telecamere che ha installato intorno alla sua abitazione.

Più di 415 leader sociali assassinati

 

 

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[1] Le illustrazioni inserite nel testo sono quelle dell’articolo originale, l’autore è Alejandro Montoya, salvo indicazione diversa.

[2] https://www.lemonde.fr/international/article/2021/02/08/on-dormait-mal-depuis-la-semaine-derniere-on-ne-dort-plus-en-colombie-la-paix-n-a-pas-fait-cesser-les-massacres_6069237_3210.html

[3] https://www.ritimo.org/Massacres-en-Colombie-signes-d-une-prochaine-phase-du-conflit

[4] https://www.elespectador.com/noticias/investigacion/mario-paciolla-el-costo-de-la-caida-de-un-ministro/

[5] https://es.wikipedia.org/wiki/La_Violencia

[6] https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwi5rJ_J-uTuAhUiA2MBHf_qD6EQFjAKegQIAxAC&url=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2F458943987841554%2Fposts%2F725146884554595%2F&usg=AOvVaw1iV7cvehTzIEwg_I9lJecB

[7] Buenaventura è uno dei luoghi più pericolosi della Colombia, centrale di smistamento delle droghe di ogni tipo. Quando ho viaggiato in Colombia ho evitato accuratamente di avvicinarmici. Un capitolo del libro di Roberto Saviano “ZeroZeroZero” lo illustra adeguatamente.

[8] L’autrice si riferisce a International Crisis Group.

lunedì 15 aprile 2019

IL SERPENTE DEL PACIFICO:IL CILE (2° PUNTATA)


IL SERPENTE DEL PACIFICO 2

 Viaggio dall'Atacama allo Stretto di Magellano

“Norte Grande ” e “Norte Chico”

Gigante di Tarapaca', Atacama (foto mia)

E’ convenzione cilena suddividere il territorio geofisico nazionale in cinque grandi aree: da nord a sud  Grande Nord, Piccolo Nord, poi il centro agricolo e vinicolo, e dal fiume Biobío in giù, Sur Chico (piccolo sud) e Sur Grande, quest’ultimo comprendente Patagonia e Terra del Fuoco, con le ghirlande di tutte le innumerevoli isole circostanti fino al parallelo 55°59’ latitudine sud; l’estrema punta rocciosa dell’isoletta di Cabo de Hornos, il famoso Cape Horn. Cape Horn non è però il limite estremo di un continente terragno, bensì un puntino nell’oceano sotto l’isola Navarino, quasi invisibile sulla carta. Ma cominciamo da 4300 km più a nord al confine con il Perù, dalla Regione di Arica y Parinacota, ovviamente Norte Grande.

 Arrivando ad Arica da Iquique il panorama dalla Panamericana (ora Ruta 5)
Atacama, punto imprecisato foto mia)
abbraccia speroni di roccia, vallate scabre e scarpate color ocra per centinaia di km: è l’Atacama, il deserto più arido del mondo, che inizia 1000 km più a sud. A volte compaiono rare macchie di paja brava, ispidissime barbe vegetali di colore indefinito e cactus un po’ rachitici. Su un declivio di terra rosata sul lato sinistro della strada in direzione nord appare la visione del Gigante di Tarapacá, un imponente geoglifo antropomorfo[1]lungo 115 mt che raffigura una sagoma umana attorniata da intricati disegni geometrici e antropomorfi. Datato intorno al 1000 d.C., un sito cileno suggerisce che raffiguri una divinità mitica in viaggio dal lago Titicaca all’oceano[2], Lonely Planet, invece, suggerisce un guerriero.
Leggo strabiliata che tre turisti-vandali si sono addentrati in situ il 6 gennaio di quest’anno con la loro automobile, calpestando poi anche a piedi i geoglifi intatti da più di dieci secoli. Processati, sono state emesse condanne ridicolmente indulgenti, dato che si afferma che il danno è “irreparabile”[3]. Ho ammirato l’insieme ancora intatto dall’autobus, grazie all’autista comprensivo che si è quasi fermato per darmi modo di fotografarlo.

Tamarugos vicino a Pica (foto mia)
La monotonia del viaggio nel deserto è spezzata a volte inaspettatamente: filari di alberi anche maestosi, algarrobo o boschetti di tamarugo prosopis fioriti, seguiti da coltivazioni e orti, oasi che possono diventare delle città fiorenti, come Vallenar, o piccole enclaves deliziose come Pica, con le sue acque termali e gli alberi da frutto. I miracoli delle nappe freatiche nel deserto, nutrite da acquiferi profondi e giacimenti di acqua fossile sono stupefacenti, ma riposano su equilibri delicatissimi che lo sfruttamento dissennato dei giacimenti di litio contenuto nelle distese di sale dell’Atacama possono far scomparire come miraggi in una bolla di sapone. I cosiddetti salares[4], sterminate distese di croste salate che si estendono sull’altipiano nel triangolo Cile-Bolivia-Argentina, relitto geologico di un mare primigenio, racchiudono infatti le maggiori riserve di litio al mondo, minerale diventato negli ultimi 10-15 anni imprescindibile soprattutto nell’elettronica, ma anche nel nucleare, in campo bellico e persino in medicina. Facendo escursioni in paesaggi incantati nei dintorni di San Pedro de Atacama, per esempio al Geyser di El Tatio, al Salar de Atacama o alle Lagunas Escondidas - specchi d’acqua azzurrissimi circondate da distese saline di bianchezza abbagliante - sapevo di percorrere un ecosistema antichissimo, fragile come porcellana di Sèvres e ben più prezioso. 
Lagunas escondidas, San Pedro de Atacama
 

Si ricevono istruzioni essenziali di comportamento, a volte purtroppo, come ho constatato, non osservate. Ma non immaginavo, né le agenzie turistiche ne fanno cenno, l’impatto negativo che questo ambiente unico al mondo[5]sta già soffrendo a causa del prelievo di litio dalla massa salmastra (che viene pompata all’esterno dalle profondità del salar e lasciata evaporare in grandi mucchi fino a renderla lavorabile) dalle due principali imprese concessionarie: la cilena SQM -  il proprietario miliardario, Julio Ponce Lerou, è l’ex genero del generale Pinochet - e la Albemarle, nordamericana. 
Juan Ponce Lerou (www.google.com)

Le due imprese si accusano a vicenda di superare le quote di estrazione stabilite nei loro contratti con l’Agenzia statale cilena CORFO, mettendo così a repentaglio non solo le riserve di litio, ma soprattutto sottraendo con il sale anche l’acqua che rende possibile la vita delle oasi e l’economia indigena dell’area. 
Nel 2013 gli ispettori della CORFO arrivarono alle installazioni della SQM e si avvidero che 23 algarrobo, alberi che sopravvivono protendendo le loro radici in profondità fino a raggiungere l’acquifero, perdevano foglie e stavano morendo[6]. Erano alberi sentinella che la SQM si era impegnata a monitorare: da allora, altri alberi sono morti. Insomma, un altro possibile ecocidio è in vista se le autorità cilene non riusciranno a tenere a bada l’avidità dei saccheggiatori. Del che si può dubitare: un articolo del 2018 reperibile in rete denuncia l’ultimo rinnovo contrattuale del Governo con la SQM (fino al 2032!), secondo i termini del quale la quota di estrazione potrà essere quintuplicata[7].

Mummia "negra" Chinchorro (foto mia)

Il Museo di San Miguel de Azapa, 10km a nord di Arica, è ben lontano da questo tumulto di interessi: là dormono il loro sonno millenario le più straordinarie mummie che si possano immaginare: straordinarie per la loro antichità – 5000 anni a.C. - , per le tecniche ingegnose architettate per la loro confezione, e infine per il fatto che il popolo Chinchorro che le creò era allo stadio arcaico vivendo di caccia, pesca e raccolta di frutti selvatici, e non praticava l’agricoltura o il commercio come l’egizio. Inoltre, mentre le mummie egiziane erano di re, nobili, sacerdoti, i Chinchorro mummificavano democraticamente tutti, persino i feti e i nati morti. E questo aspetto è forse il più commovente. 
 Le più antiche mummie sono “las negras” e la loro confezione era la più complessa: i corpi
Feto mummificato (foto mia)
venivano delicatamente scuoiati e la pelle messa da parte, poi le interiora e il cervello erano estratti, le carni eliminate, le ossa smontate. Lo scheletro ripulito era rimontato con l’aiuto di stecche e rivestito con materiale vegetale secco modellandolo per simulare i muscoli, si usava la pelle conservata per ricoprirli, usando anche pelle di leoni marini [8]per sanare i vuoti, e infine la sagoma ricostruita era ricoperta di una pasta di cenere e spennellata con una vernice di polvere di manganese (appunto, nera). Le mummie più recenti, le rosse, furono preparate meno accuratamente e ricoperte di una pasta di ocra rosso vivo. A volte si ornavano le teste con parrucche di capelli veri. I lineamenti erano infine modellati minuziosamente[9]
Mummia "roja" con parrucca (foto mia)

Sono rimasta letteralmente affascinata da questo immenso amore e rispetto per i trapassati, per questo legame così solido che abbracciava i viventi e i morti nella cornice di un unico mondo culturale, in un presente comune prolungato. Il clima secco e intriso di salinità ha fatto sì che queste creazioni artistiche singolari siano giunte intatte sino a noi. Ed ora, dopo avere attraversato i millenni, le mummie di San Miguel de Azapa rischiano di deperire a causa delle modifiche climatiche: dei batteri prodotti dall’aumento dell’umidità e della temperatura le stanno attaccando provocando lesioni. Per fortuna già si studia il modo di arrestare il deterioramento e trasferirle in un unico museo attrezzato adeguatamente nel 2020[10]. Intanto c’è pronto un dossier per chiedere per loro all’Unesco il crisma di patrimonio dell’umanità.
Balisier al Santuario del Picaflor, San Miguel de Azapa (foto mia)

Vicino a San Miguel ho visitato il “Santuario del picaflor”, cioè del colibrì: segnalato malissimo e quindi difficile da raggiungere soprattutto a piedi, è stato deludente: mi aspettavo un frullare frenetico di minuscole ali, e in un’ora e mezzo ho avvistato un solo esemplare, mentre pochi giorni dopo, a Taltal, ho quasi sbattuto il naso contro un colibrì indisciplinato che mi ha tagliato la strada davanti all’albergo. Bella però la vegetazione rigogliosa dell’oasi: ci sono i balisiers, già ammirati nel clima tropicale della Martinica.
Spiaggia urbana a Iquique (foto mia)















Più a sud, Iquique è oggi una mezza metropoli, con una lunga e bella spiaggia e un mare con onde temibili da surf, preda di un evidente appetito immobiliare stimolato dall’afflusso turistico crescente. Vi ho passato Natale e Capodanno, ma non consiglierei a nessuno di trovarvisi per le feste senza sapere in anticipo che né le sere del 24 e del 25 dicembre, né il 31 dicembre o peggio il 1° gennaio sarà possibile trovare un ristorante decente aperto. Il 24 dicembre ho festeggiato con un panino al formaggio e una bottiglietta di vino trovata per miracolo in uno spaccio caritatevolmente aperto, in compagnia di un tassista in vena di confidenze su pene d’amore coniugale. Comunque la sfida di trovare di che cenare si rinnova ogni domenica sera, a meno di non essere a Santiago o a Valparaíso. 

Un’osservazione ecologica: appollaiati sulle palme che costeggiano la spiaggia di Iquique o sugli scogli, colpisce il numero di cormorani neri, chiamati patos yecos (pron. gecos), che si stanno moltiplicando e invadono sempre di più gli spazi urbani, tanto da generare aspre polemiche tra chi sostiene le ragioni degli animali e chi li vorrebbe eliminare. A me sono sembrati pittoreschi e simpatici.

Ho accennato al prelievo odierno del litio dal salar, ma l’Atacama aveva già vissuto una altro periodo di sfruttamento intensivo dei suoi tesori minerali con l’industria del salnitro, che contribuì a creare una prima borghesia cilena tra Antofagasta e Iquique, madre (o nonna) di una buona parte della attuale oligarchia. Il salnitro si trova sulla superficie delle rocce in Atacama. Dopo che uno scienziato tedesco scoprì come sfruttarlo, nella seconda metà del 1800 nacquero i primi centri di estrazione e trasformazione del minerale. Prima del 1879 la regione di Antofagasta apparteneva alla Bolivia, mentre le regioni di Tarapacá e Arica appartenevamo al Perù. 

Il Cile 1879 (dal web)
Fu precisamente un aumento dell’imposta che le imprese cilene ad Antofagasta pagavano alla Bolivia per il trasporto del salnitro a far scoppiare la Guerra del Pacifico (1879/84), al termine della quale il Cile aveva conquistato tutti i territori boliviani e peruviani a nord di Taltal fino oltre Arica, impadronendosi di tutte le fabbriche di salnitro, sviluppandole con capitali soprattutto inglesi e americani. Dopo la crisi del 1929 e la produzione del nitrato di potassio sintetico l’industria declinò e un esercito di operai cileni, boliviani e peruviani dovettero riciclarsi emigrando nelle bidonvilles di Santiago o di Lima. Oggi la città morta di Humberstone (dal nome di un impresario inglese), già centro dell’industria del salnitro, è meta di escursioni turistiche. 
Ho ricordato questo capitolo di storia cilena perché al Museo Regionale di Iquique, oltre a reperti d’arte precolombiana e a mummie, sono esposte le fotografie scattate prima e dopo un feroce eccidio di operai che lavoravano nelle miniere di salnitro e vivevano in condizioni miserande nel deserto con le loro famiglie, pagati non in denaro bensì in gettoni solamente utilizzabili entro il recinto della “salitrera”, nei magazzini del padrone, esposti al sole infuocato di giorno e a temperature intono allo zero di notte. 
Lavoratori d una miniera di salnitro 1876 (wikipedia)

Il 21 dicembre 1907, in seguito a un lungo sciopero per ottenere un migliore salario e più decenti condizioni di vita, si asserragliarono con donne e bambini in molte migliaia dentro e intorno alla scuola Santa Maria di Iquique. Fu loro ingiunto di sciogliere l’adunata e tornare al lavoro entro un’ora, e al rifiuto degli operai di cedere fu aperto il fuoco con mitragliatrici. Migliaia di persone, mai si seppe quante, furono falciate: chi governava aveva legami stretti con gli industriali e interessi personali nell’industria del salnitro. “Los dueños de Chile somos nosotros, los dueños del capital y del suelo…”; non aveva peli sulla lingua Eduardo Matte Perez (1847-1902), liberale, deputato, senatore e ministro, bisnonno di uno degli oligarchi attuali. I padroni siamo noi e vogliamo restarlo[11]. E si sono moltiplicati e perpetuati tali.
Singolare addobbo a Taltal, terrazza albergo



















Vale la pena menzionare un aspetto che in Sudamerica ho osservato solo in Cile: quasi in ogni città ci sono orde nutrite di cani randagi unici per discrezione e savoir faire: non disturbano minimamente i passanti, sono anche piuttosto puliti dato che non mi è capitato spesso di vedere tracce spiacevoli di deiezioni. Dormono placidi al sole, attraversano la strada ai semafori al verde. A Taltal, altra città mineraria a sud di Antofagasta, dotata di una gradevole ancorché corta spiaggia con simpatico salvavidas, mi ero allarmata una sera, memore di una pessima esperienza in Albania, vedendomi davanti una torma di 14 esemplari (contati). Sembrava una riunione operativa, erano vicino a un giardino; dopo un conciliabolo apparente, si sono allontanati al trotto, ignorandomi. Autonomia canina.

Per concludere il capitolo miniere, ho voluto visitare la più grande miniera al mondo di rame a cielo aperto a Chuquicamata, vicino Calama, dove risiede la Società che gestisce l’estrazione di questo minerale in tutto il Cile, la CODELCO, nazionalizzata da Salvador Allende nel 1971. Anche qui i padroni privati precedenti avevano eretto una città abitata da migliaia di operai e tecnici con relative famiglie, dotata di teatro, hotel, stadio, scuole, giardini e ovviamente negozi, il tutto proprietà della nordamericana Anaconda Mining Company. L’insediamento fu abbandonato non molti anni fa per la pericolosità della vicinanza alla miniera, ma date le visite turistiche guidate organizzate dalla Codelco è ancora mantenuta in ordine, deserta e pulita, come imbalsamata.
 
Chuquicamata città morta (foto mia)


Non lontano dalla ex città andiamo in gruppo a vedere la voragine immensa della miniera vera e propria che fumiga, quindi non si riesce a intravedere il fondo: si segue con lo sguardo l’arrancare lentissimo dei camion giganteschi che incessantemente salgono a spirale le pareti della cavità carichi di massi grigiastri e una volta scaricate le tonnellate di minerale ridiscendono la china, così per ore, un girone infernale. Sembra un gigantesco formicaio. Dietro alla città fantasma si scorge una montagna di materiale inerte da cui è stato estratto il rame: non ho idea di come (o se) verrà smaltito. Tutt’intorno complicate installazioni per l’estrazione e la raffinazione del rame. 

Chuquicamata, la miniera (foto mia)


















Valparaíso è una città marinara incantevole, unica con i suoi murales, i suoi cerros (colli scoscesi) che possono essere raffinati o malfamati, sempre caratteristici, popolati da un miscuglio di classi sociali ma in pericolo di gentrificazione, e poi i suoi scorci coloratissimi, il porto accogliente e sempre affollato, le scalinatelle infinite. E la vita culturale è vivace: centri per incontrarsi e socializzare, negozietti di arte e di artigiani, ristoranti di ottimo pesce, caffè all’aperto traboccanti di gente, giardini e piazze. Solo il quartiere dietro il porto non sembra invitante, cadente e poco raccomandabile di notte.
La casa di Neruda (una delle sue numerose dimore), la Sebastiana, concepita come la prora di un bastimento e volta verso il mare, si raggiunge arrampicandosi da Cerro Alegre e proseguendo in cresta per vari km, ma ripaga la camminata perché è un vero museo, inconfondibilmente intriso di un’atmosfera raccolta e denso di una vita vissuta rincorrendo la bellezza. Purtroppo non si possono fare foto all’interno.
Notte a Valparaiso (foto mia

Vicino a Valparaíso c’è Viña del mar, raggiungibile con un trenino urbano, che vanta un imperdibile museo quasi interamente dedicato all’Isola di Pasqua. Un grande Moai si trova di fronte all’ingresso. Nel 1888 il Cile si annesse l’isola che oggi vive soprattutto di turismo, ma dopo quasi tre secoli di storia coloniale travagliatissima gli isolani si ribellano al destino di diventare un resort di lusso per la borghesia cilena e danarosi stranieri, e minacciano di denunciare il trattato del 1888 e adire all’indipendenza[12]. Bello anche il piccolo museo archeologico di Los Andes, pieno di informazioni su culture e popoli minori, tralasciati da altri musei di maggiori proporzioni. Da Los Andes tento di raggiungere la Cordigliera, ma l’autista dell’autobus, visto che sono l’unica passeggera, mi pianta in asso a metà strada, in un paesetto abbastanza insignificante, Rio Blanco, dove i cani non sono gentili come a Taltal e le montagne verso Mendoza lontane.
Bimbi a La Serena, Norte Chico (foto mia)
 

Geyser El Tatio, Atacama (foto mia)


Sfida tra un leone marino e un cane a Iquique (foto mia)



Festa religiosa a Calama davanti alla Cattedrale, dicembre 2018 (foto mia)

Murale a Valparaiso






[1] Disegni antropomorfi, di animali o geometrici tracciati sul terreno sia in rilievo, con pietre e ciottoli, o in negativo, rimuovendo la terra. Sono numerosi in Atacama, specialmente vicino ad Arica.
[2] http://www.esascosas.com/el-gigante-de-tarapaca-atacama/
[3] https://www.biobiochile.cl/noticias/nacional/region-de-tarapaca/2019/03/04/condenan-a-turistas-que-danaron-irreparablemente-el-monumento-arqueologico-gigante-de-tarapaca.shtml
[4] http://www.metallirari.com/piu-grandi-riserve-litio-mondo/
[5] Nel salar di Uyuni in Bolivia, anche più esteso di quello di Atacama e anch’esso immensa riserva di litio, le brame delle multinazionali sembra siano state per ora tenute a bada, chissà per quanto?
[6] https://www.reuters.com/article/us-chile-lithium-insight/a-water-fight-in-chiles-atacama-raises-questions-over-lithium-mining-idUSKCN1MS1L8?feedType=RSS&feedName=topNews
[7] https://es.mongabay.com/2018/10/explotacion-de-litio-en-chile-estado-renueva-contrato-a-empresa-infractora-ambiental/
[8] Sono chiamati in spagnolo lobos marinos, lupi marini.
[9] “Making the dead beautiful: mummies as art”, https://archive.archaeology.org/online/features/chinchorro/

[10] “Las momias mas antiguas del mundo no se derriten en Chile”, http://www.mnhn.gob.cl/613/w3-article-72599.html?_noredirect=1


[11] https://aquevedo.wordpress.com/2009/05/09/los-duenos-de-chile-somos-nosotros-el-poder-de-los-grupos-economicos/

[12] https://criterio.hn/2017/10/05/isla-pascua-chile-quiere-independizarse/