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domenica 9 novembre 2014

IN SUD SUDAN, L'IMMAGINAZIONE E' AL POTERE!

SUD SUDAN: L'IMMAGINAZIONE AL POTERE

 
Un accampamento per rifugiati a Malakal, Sud Sudan, Agosto 2014


A fine ottobre, mi ha colpito il titolo di un articolo di Le Monde: “Au Soudan du  Sud, une guerre non-fumeur”( https://www.google.it/#q=Au+Sudan+du+Sud+une+guerre+non-fumeur).

. Dal 15 dicembre del 2013 il Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, nato nel luglio del 2011 da una scissione sancita da referendum dal Sudan, è lacerato da una guerra intestina tra governo e opposizione che ha provocato qualcosa come un milione e mezzo  (o più a seconda delle stime) tra sfollati e rifugiati nei paesi confinanti, decine di migliaia di morti e la distruzione delle città più vicine ai ricchi giacimenti di petrolio del nord: Malakal, Bor e Bentiu.  Una crisi umanitaria di proporzioni bibliche è stata finora evitata con massicci flussi di aiuti internazionali, ma una carestia simile a quella dell’Etiopia del 1984 è dietro l’angolo. Almeno centomila persone hanno trovato rifugio nei campi della Missione delle Nazioni Unite per il Sud Sudan, UNMISS, dove le condizioni di sopravvivenza sono spesso miserabili al di là dell’immaginabile, tra fango senza fine (stagione piovosa che dura da aprile a novembre) e scarsità di tutto: cibo, servizi igienici, tende e acqua. Una guerra non fumatori?? 

Ebbene si: il Ministro dell’Ambiente, dalla capitale Juba, ha emesso un decreto per cui dal 7 ottobre 2014 è “formalmente proibito  fumare nei luoghi pubblici”. L’articolista ne deduce che, essendo anche i campi di battaglia tali, chi oserà fumare negli intervalli tra una mattanza e l’altra avrà l’amara sorpresa di essere multato  per la bella sommetta di 500 lire sudanesi, corrispondenti a circa 80 euro.  Il decreto è tanto più sorprendente in quanto l’ignoto estensore del decreto, probabilmente  influenzato da letture surrealiste e non contraddetto dal distratto ministro, si lancia in una enumerazione fantastica ma dettagliata di tali “luoghi pubblici”, menzionando “porti marittimi, sale di cinema e teatri”.  Trascurando  un piccolo particolare: il Sud Sudan è perfettamente inchiavardato da ogni lato da migliaia di chilometri di terraferma. Inoltre non esistono sale di cinema e ancor meno teatri, a meno di non considerare tali claustrofobici anfratti dove si proiettano DVD clonati varie volte, che mi pare di avere intravisto già nel 2008 o nel 2009, quando sono stata qualche giorno a Juba, una delle più orrende città che abbia mai visto in Africa, cui non credo che la guerra abbia giovato.

 
Stati del Sud Sudan
 
 E, stante il contesto, ancora più surreale l’obiettivo perseguito dalla nuova norma:”creare un ambiente favorevole alla salute in tutto il paese”.  
Appunto, il contesto, eccolo qua, illustrato da un articolo pubblicato su Africa Confidential  il 7 marzo 2014 (http://www.africa-confidential.com/article/id/5294/Shooting_in_Juba,_talking_in_Addis), che fa il punto sulla situazione dei colloqui di pace in Etiopia tra i due principali contendenti, il presidente Sud Sudanese Salva Kiir, di etnia Dinka (la maggiore del paese), e l’ex-vice-presidente che capeggia la ribellione, Riek Machar, di etnia Nuer, atavica rivale dei Dinka: “E’ stata spezzata la tradizione secondo la quale esiste il rispetto per le proprietà della Chiesa. Adulti e bambini sono stati massacrati dentro le chiese, donne (sono state) stuprate e rapite. C’è stato chi, telefonando a casa di familiari per avere notizie, si è sentito rispondere: “Ho appena ucciso il tuo parente” (I just killed your relative)”. Un ambientino favorevole alla salute, fisica e mentale. 

E’ una guerra quasi ignorata dai quotidiani e canali televisivi italiani. Uno dei migliori siti per informarsi è curato da un  professore universitario del Massachusetts, Eric Reeves, che ha anche scritto diffusamente sulle radici del conflitto odierno: www.sudanreeves.org

Nel prossimo dicembre, alla fine della stagione delle piogge, c’è il rischio molto concreto che i combattimenti e le stragi, che hanno dovuto subire una battuta d’arresto perché la pluviometria impedisce gli spostamenti in gran parte del paese, riprendano: l’ultimo “ Conflict Alert”  del 30 ottobre di International Crisis Group segnala che il governo di Juba ha speso decine di milioni di dollari in nuovi armamenti durante la “pausa piogge”, e che un comandante dell’opposizione dichiarava  “risolveremo questa storia con la guerra”. Nove mesi di discussioni ad Addis Abeba non sono serviti a molto. Non mi stupisce più di tanto: ho passato quasi un anno nel Sud Sudan e nonostante abbia lavorato in molti paesi africani, compresa la Somalia, mi sembra di non essermi mai imbattuta in una popolazione più attaccabrighe, più aggressiva e violenta di quella Dinka. Ma non si può dire che altri gruppi etnici non siano alla loro altezza.  E d’altra parte la maggioranza della popolazione, ovviamente giovane, non ha conosciuto altro che guerra (la guerra tra Nord e Sud  è durata dal 1983 fino al 2002), le condizioni in cui i bambini ancora oggi vengono allevati  nelle zone rurali sono durissime; chi sopravvive è un vincitore che se vuole continuare a prevalere non può andare per il sottile. I conflitti tra i clan e le razzie di bestiame sono il pane quotidiano. Non ho mai avuto il coraggio di entrare in un “cattle camp”, cioè gli accampamenti nella boscaglia dove sin dai 5-6 anni i ragazzi convivono con le mandrie per mesi, da soli, bastando a se stessi e governando  centinaia di capi. Bestie con corna lunghe quasi mezzo metro.  
Ed è a questi giovani dei cattle camps  che pare si sia rivolto Salva Kiir per farne delle milizie che affianchino l’esercito regolare di Juba, il Sudan People Liberation Army –J (SPLA-J), decimato da diserzioni a favore dei ribelli, a loro volta supportati dal cosiddetto “White Army”, un’altra milizia che spalleggia i ribelli, i Nuer.  In più, l’Uganda  e un altro gruppo di guerriglia presente in Sud Kordofan e nel Blue Nile, stati che appartengono al Sudan, appoggiano militarmente il Governo di Juba. Così si moltiplicano la milizie e le bande armate. Secondo l’ICG, in Sud Sudan oggi ce ne sono addirittura  due dozzine. 

"La causa alla radice del conflitto in Sud Sudan è la dura lotta di potere dentro la leadership dello SPLM (Sudan People Liberation Movement)[1] ....Sfortunatamente, questi conflitti tra individui tendono a contagiare la popolazione, in quanto questi leader rappresentano gruppi diversi dentro il paese" (Nikolai Hegertun, Project Coordinator dell’Oslo Center on Peace and Human Rights, marzo 2014 (http://www.oslocenter.no/en/). Sono antiche malattie africane, il tribalismo e la rivalità tra i clan, soprattutto forti nelle società pastorali che devono lottare sempre di più per l’accesso alle vitali risorse di pozzi e pascoli, oltre che per la libertà di movimento. Il rimedio prescritto è semplice da enunciare ma assai più arduo da raggiungere, soprattutto quando è in gioco la posta degli stati petroliferi: “Più di ogni cosa, il Sud Sudan deve lottare per raggiungere l’inclusione e la riconciliazione”, coinvolgendo tutti gli attori e non solo i leader, come ha fatto finora il principale organo di mediazione cui l’Unione Africana ha demandato il compito di paciere, l’IGAD (Intergovernmental Authority on Development), a partire dal gennaio 2014, con i buoni auspici di Kenya, Uganda e Etiopia. 

Ma non sembra che i responsabili dello sgretolamento della compagine statuale del Sud Sudan abbiano per ora intenzioni pacifiche. Nel suo website, Eric Reeves pubblicava il 2 novembre un inquietante comunicato del SPLA/iO, l’ esercito dei ribelli, nel quale si minaccia di abbattere gli elicotteri cargo delle Nazioni Unite in missione umanitaria, accusandoli di trasportarvi truppe dell’esercito di Juba. Stranamente oggi 9 novembre 2014 il testo del 2 novembre è scomparso. Minacce ricevute?? Riproduco qua sotto l’intestazione dell’articolo del 2 novembre a riprova di quanto affermato:

“SPLA/in Opposition” Issue an Ominous “Press Release” Concerning UN Helicopters, 2 November 2014
2 November 2014 | Top News | Author: ereeves | 1320 words"

Ed ecco invece la pagina di apertura del website di oggi, 9 novembre:

“Eric Reeves, 28 September 2014
“Khartoum Offers Strategic Military Support to Rebels in South Sudan (SPLA-in-Opposition)” (Part Three of “Looking Directly into the Heart of Darkness”)”
 
Mi sembra molto strano.
Ad ogni buon conto, il titolo del 28 settembre evoca  il  timore che il Sudan (il governo del tagliagole Omar Al-Bashir, che il Tribunale Penale Internazionale ha accusato di crimini di guerra nel 2009, emettendo un mandato di arresto internazionale che non si riesce a rendere esecutivo) stia appoggiando i ribelli di Riek Machar, che hanno le loro basi principali nei due stati petroliferi di Unity e Upper Nile, al confine settentrionale, per impadronirsi di questi territori, installando magari Machar come governatore fantoccio in una futura zona cuscinetto, in modo da assicurarsi di nuovo la sovranità sulle fonti di approvvigionamento energetiche vitali per la sua economia dissanguata dai debiti e dalla guerra in Darfur.

L’unica buona notizia viene dalla zona di Yei, 200 km a sud di Juba, per la penna del Reverendo Bernard Oliya Suwa ( http://www.sudantribune.com/spip.php?article52956), che in una vivace   “township” quasi al confine con l’ Uganda e la RDC, ha miracolosamente trovato una  “Small London”, una enclave coordinata dalla chiesa locale dove convergono giovani provenienti da tutti gli stati del Sud Sudan, e quindi appartenenti a decine di gruppi etnici diversi.  Al Reverendo pare di sognare: ciascuno racconta storie personali orrende  sulla propria esperienza del conflitto attuale e si piange insieme (“they shared horrendous personal testimonies from the recent conflict together – and they cried together”).

Come fare perché questo piccolo e meraviglioso esempio si allarghi a tutto il paese?



[1] Il SPLM è il partito che ha condotto la lotta di liberazione contro il Sudan del Nord e che dal 2011 è al governo.
 


venerdì 3 ottobre 2014

EBOLA E JIHAD: INQUIETANTI ASSONANZE

GUERRA A EBOLA, GUERRA ALLO STATO ISLAMICO: INQUIETANTI ASSONANZE E TANTA IPOCRISIA

 

 Ebola virus

Che cosa hanno in comune due fenomeni apparentemente così diversi, come lo scoppio di un’ epidemia in angoli piuttosto remoti del  mondo, e la coalizione che in quattro e quattr’otto si è costituita contro i barbari decapitatori di occidentali (ma non solo) e che acquista nuovi adepti  ogni giorno? A guardar da vicino, parecchi aspetti, anzi, più si avvicina la lente di ingrandimento analitica, più le strane somiglianze si moltiplicano sotto gli occhi. In maniera inquietante.


Ebola: EVD, Ebola Virus Disease nel linguaggio medico, identificato originariamente a Yambuku nel 1976, nell’allora Zaire e attuale RDC, Repubblica Democratica del Congo e a Nzara, in Sud Sudan, è causata da un virus RNA (come quello dell’HIV), cioè che utilizza l’acido ribonucleico come materiale genetico. Si tratta di un patogeno zoonotico, perché trasmesso con molta probabilità da un pipistrello (non  ancora accertata tale origine), con probabili ulteriori intermediari, per contatto (A.S. Fauci, N Engl J Med 2014; 371:1084-1086 September 18, 2014DOI: 10.1056/NEJMp1409494). Precedentemente, le epidemie di Ebola che si sono succedute, una ventina dal 1976, avevano provocato al massimo 1600 morti in tutto tra Congo, Uganda, Angola, Sudan, ed erano soprattutto rimaste circoscritte, la catena di trasmissione del contagio era stata identificata abbastanza facilmente, con conseguenti misure di isolamento, controllo e quarantena efficaci.

Invece questa  epidemia, iniziata in un distretto sud-orientale della Guinea nel dicembre 2013 e in poche settimane tracimata in Sierra Leone e Liberia, è anomala per la rapidità con la quale si è diffusa e il numero di vittime. L’OMS adduce queste ragioni : è scoppiata in una zona in cui  convergono le frontiere dei 3 paesi, tutti e tre carenti in infrastrutture sanitarie e in personale medico specializzato, con grande mobilità di popolazioni povere rurali o semi-rurali, a basso tasso di alfabetizzazione; inoltre due dei tre paesi, Sierra Leone e Liberia, sono uscite ad inizio anni 2000 da due devastanti  guerra civili, e la Guinea, proprio cinque anni fa in questi giorni (28 settembre) è stata teatro di una strage, nello stadio della capitale Conakry, in cui centinaia di persone che protestavano contro il governo militare sono state trucidate e cento donne stuprate. Nessun processo e nessun colpevole. Il governo civile eletto due anni fa ha radici politiche ancora fragili.


 Con storie del genere alle spalle, come stupirsi se queste popolazioni nutrono una grande diffidenza nei confronti delle autorità in genere e quindi anche delle équipes sanitarie inviate a “sensibilizzarle”? Personalmente ricordo di aver letto in Mozambico di sventurati agenti sanitari inviati in remoti distretti per disinfettare i pozzi con il cloro per controllare un’epidemia di colera che erano stati assaliti e  uccisi dagli abitanti del villaggio che li sospettavano di avvelenare i pozzi. E ancora nel 2001 proprio in Guinea Conakry, a quasi vent’anni dall’inizio dell’ infezione da HIV, parlando in un college universitario sull’epidemia di AIDS, ho incontrato alcuni studenti che credevano che l’HIV fosse una favola inventata dagli occidentali per obbligarli a fare l’amore con il preservativo e impedir loro di riprodursi. In Liberia ci sono (o meglio forse, c’erano prima dell’epidemia) 45 medici per 4,5 milioni di abitanti, e le statistiche sono di poco migliori per Sierra Leone e Guinea. Ecco che il potenziale perché l’epidemia diventi incontrollabile è evidente. L’assassinio in un villaggio del distretto di Nzerekorè (Guinea), a metà settembre, di una équipe sanitaria di cui facevano parte anche tre giornalisti, massacrati a colpi di machete e bastoni  dagli abitanti infuriati, nella sua tragicità illustra questa astrale distanza tra le logiche autoctone e le logiche sviluppistiche. Radio France International  in agosto informava che il ricorso ai “guérisseurs” in Guinea si era triplicato negli ultimi mesi. Sono loro i depositari della fiducia di queste persone e forse a loro bisognava indirizzare la sensibilizzazione, oltre che a leader locali riconosciuti. D’altra parte, è ciò che si è fatto nei lunghi anni in cui, in Africa, si lavorava alla prevenzione dell’HIV. E si era prodotta una mole biblica di studi antropologici sulla percezione del corpo, la malattia, il sesso e la morte  dei gruppi umani più svariati. Ma sembra che le lezioni del passato anche recentissimo si perdano nel caos comunicativo “globale” attuale e si debba ricominciare sempre daccapo. Un antropologo senegalese, Cheikh Ibrahima Niang, ricercatore all’Università di Dakar Cheick Anta Diop, di ritorno da una missione in Sierra Leone per conto dell’OMS, dice :” Quando le popolazioni affermano che Ebola non esiste, si ribellano contro qualcosa….nessuno le ha consultate e hanno l’impressione che le si tratti con molto paternalismo” (AFP, 10 settembre 2014). 


Si aggiunga che  la gravità e i pericoli dell’epidemia iniziale in Guinea sono stati sottostimati, anche per ragioni di  facciata, di malinteso orgoglio nazionale, di fatto per  irresponsabilità e superficialità. L’epidemia insorta nel dicembre 2013 è stata ufficialmente notificata all’OMS solo il 23 marzo! E lo stesso budget relativo alle malattie infettive dell’OMS è stato decurtato negli ultimi anni , come attestato da numerose pubblicazioni: (http://www.globalresearch.ca/cuts-to-world-health-organization-budget-intensify-ebola-epidemic/5399643).


Allora parliamo di radici lunghe della crisi precipitata da Ebola in pochi mesi, di un contesto favorevole  per il suo manifestarsi, una crisi che mette a nudo deficienze strutturali enormi e deficit di coesione nazionale: radici politiche, sociali, economiche e culturali. Come non ricordare le malefiche politiche dell’aggiustamento strutturale, dettate in Africa dagli anni ‘80 in poi per almeno un ventennio dagli esperti del FMI con codazzo di consulenti internazionali, che hanno demolito letteralmente l’approccio del Primary Health Care di Alma Ata del 1978, ridotto i budget sanitari all’osso, così come l’istruzione e le spese sociali in generale, e decretato l’annullamento dei programmi di educazione di base degli adulti e di alfabetizzazione, che funzionavano come veicolo di conoscenze fondamentali, di emancipazione delle donne, e di concime per un amalgama etnico.


 Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha decretato che Ebola è “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali” (www.theguardian.com, 18/09/2014). Esagerazioni? Enfatizzazione? A che pro?  Serve a qualcuno ? Le Monde del 10 settembre avverte: “prudenza sugli scenari catastrofe”.  Si parla di 20.000 casi entro pochi mesi  se delle misure di controllo rigorose non riusciranno a mettere un freno alla proliferazione della catena del contagio. A partire dall’estate 2014, le notizie e i bollettini si susseguono con un battage quasi di natura pubblicitaria, creando negli stati al centro dell’epidemia una psicosi deleteria, oscurando i problemi endemici come malaria o polmoniti o diarrea, i tre killer più diffusi, anzi provocando morti collaterali perché le persone non si rivolgono agli ospedali per timore del contagio o il personale è soverchiato dal fardello straordinario Ebola (che implica misure rigorosissime di isolamento con impiego di materiali scarsi) e non riesce ad attendere alle incombenze ordinarie.  Morti collaterali, chi le conterà?


Inoltre, come a compensare la scarsità di risorse sanitarie e di strumenti adeguati di controllo epidemiologico, si scatena la  militarizzazione e la repressione: in agosto, un intero quartiere di Monrovia,  West Point,  è stato messo in isolamento,  provocando ira, frustrazione e ribellione tra gli abitanti, trattati come sovversivi e colpevoli invece che come potenziali vittime.  Il presidente USA ha promesso di inviare 3000 militari in Africa Occidentale per contribuire al controllo della malattia con la costruzione di ospedali da campo: benvenuti gli ospedali, ma sempre di militari si tratta, soldati che una volta messo in piedi un quartier generale a Monrovia  non se ne andranno tanto presto. In Sierra Leone, dal 19 al 21 agosto, c’è stato un coprifuoco totale; tutti gli abitanti, salvo un pugno di alti funzionari sono stati confinati nelle proprie case per permettere un controllo casa per casa degli abitanti. Pare che circa 70 cadaveri infetti siano stati identificati, occultati dai familiari.

Infatti, una componente essenziale della catena del contagio passa attraverso il culto dei morti: le cerimonie funebri sono in Africa un elemento ineludibile dell’esistenza quotidiana, un dovere dei vivi verso i trapassati, che senza i rituali di commiato graduali e consacrati da regole millenarie non possono diventare antenati e quindi vegliare sui discendenti. I corpi dei defunti vengono vegliati, manipolati, lavati, portati in processione. Si immagini quindi il potenziale infettivo implicito in queste pratiche. Ma se le persone non sono convinte da persone di fiducia che tali manipolazioni  sono mortifere e non capiscono cosa sia la catena del contagio, si rivolteranno contro chi le obbliga a trascurarle. E appunto, nasconderanno i cadaveri in casa.


Infine, l’impatto economico: il  New York Times, citato da Tim Worstall sul sito di  Forbes  il 5 settembre 2014 afferma:” …. è del tutto possibile che le conseguenze economiche di Ebola (chiusura frontiere, difficoltà di circolazione e quindi di commercio, ridotta attività di uffici e luoghi di lavoro in genere, mercati disertati, ecc.) uccideranno più persone che il virus stesso. Non che noi ne conosceremo il numero, perché non sarà possibile distinguere quelle morti dalle altre che si verificano quotidianamente per cause come cure insufficienti, acqua inquinata o carenza di cibo”. E ancora, dal sito della World Bank: “le prime stime di crescita in Guinea (per il 2014) sono state dimezzate da 4,5% a 2,4” a causa della malattia”. Ma c’è chi ci guadagnerà: Johnson & Johnson e GSK, quest’ultimo con l’appoggio finanziario di governo britannico e della Wellcome Trust, stanno investendo nella confezione sperimentali di vaccini e trattamenti (inserto Science et Medicine, Le Monde, 10 settembre 2014). Un portavoce di MSF ha questa mattina (3 ottobre 2014) dichiarato di non avere bisogno di donazioni finanziarie, ma di  personale sanitario, medici e infermieri, e di capacità ospedaliera. Aiuti  tardivi e sbagliati. I bombardamenti della coalizione non vogliono impedire che la città di Kobane, territorio siriano-curdo alla frontiera turca, cada nelle mani di ISIS (poco preoccupati delle eventuali decapitazioni di curdi e curde) per fare un favore alla Turchia, che da parte sua non vede l'ora di avere una scusa per creare una zona cuscinetto in territorio siriano curdo. La Siria avvisa che considererà tale invasione come un'aggressione.


Se nei tre paesi fulcro dell’epidemia le morti accertate per Ebola hanno raggiunto la cifra di 3.300 (Bollettino OMS 30 settembre), a parte il fatto che si può raddoppiare o triplicare  tale cifra, quanti bambini sono morti in questi nove mesi, negli stessi paesi, di dissenteria, di malaria, di infezioni polmonari acute?  Certamente, un numero assai superiore. Ma non vengono enfatizzate, queste morti di routine, come le morti per parto (980/100.000 in Guinea, un numero altissimo).


Sottovalutazione, dilettantismo, potenziale di proliferazione, contagio, mediatizzazione, enfatizzazione che nasconde problemi gravi e endemici, militarizzazione, incomprensione culturale,  morti collaterali, impatto devastante sulle economie dei paesi coinvolti, uso di mezzi impropri per venire alle prese con i problemi, cecità del potere  che si sospetta deliberata, lunghe radici di fenomeni apparentemente improvvisi, taglio dei budget pubblici, povertà e distanza governanti-governati, incapacità di ascolto e mediazione,  complessità del contesto sociale ed economico trascurata, rapporto con la morte incompreso, questioni di pace e sicurezza, aiuti invocati che non arrivano e aiuti non richiesti che piombano dal cielo e distruggono vite umane innocenti  (The Daily Mail, 29/09/2014:  “Missili incendiano un silos di grano a Manbij, Siria settentrionale, scambiandolo per una  Base di ISIS ) http://www.dailymail.co.uk/news/article-2773864/Civilians-killed-US-airstrike-ISIS-controlled-region-Syria-missiles-hit-grain-silos-say-British-human-rights-group.html#ixzz3F4ECy1Zg ).
Affiorano evidenti  le inquietanti analogie cui accennavo all’inizio. Sembra di essere davanti a una mostruosa sequenza di qui pro quo rovinosi.

 Rifornimento in volo di caccia sui cieli Siriani


Anche il fenomeno  Stato Islamico è stato (ufficialmente) sottovalutato, il rapporto con la morte di quei “guerrieri” è del tutto estraneo a quello “occidentale”,  il fenomeno era in corso da tempo ed è anzi stato fomentato  con cospicui finanziamenti e rifornimenti di armi da chi ora fa finta di combatterlo. Questo aspetto è in verità difforme rispetto ad Ebola, anche se si può dire che, se Ebola non è stato coltivato in laboratorio, non è stato adeguatamente studiato né tanto meno sono state investite risorse per trovare un vaccino o una cura, come si sta facendo ora che la ricerca può essere  un buon investimento.  E la strategia bombarola di Obama e soci, lo sanno tutti coloro che conservano  un minimo di raziocinio, non potrà che aggravare la febbre jihadista procurando nuovi adepti  provenienti dall’immenso bacino di frustrazione sociale economica e culturale del pianeta. Sul Guardian  del 30 settembre, sardonicamente George Monbiot chiede :” Perché fermarsi a ISIS quando si potrebbe radere al suolo l’intero Medio Oriente?”  Gli industriali del complesso militare industriale si leccano le labbra.


Il breve rapporto su Ebola dell’ International  Crisis Group del  23 settembre 2014 conclude: “Una strategia a lungo termine, che comprendesse una sostanziale  ricostruzione dei sistemi sanitari pubblici quale caratteristica principale di una migliorata governance potrebbe contribuire sostanzialmente a far sì che questo scenario non si ripeta in Africa Occidentale. Servirebbe  poco intervenire in Liberia  se, una volta domata l’epidemia, il paese si ritrovasse ancora con 45 medici in tutto. Ebola semplicemente ritornerebbe”.  

Aggiornamento 17 ottobre: l'altra analogia tra i due fenomeni è l'uso del termine: "emergenza". Negli ultimi anni nel mondo, e da molti anni in Italia, fenomeni sociali, socio-sanitari, economici, antropologici che hanno lunghe radici temporali (vedi immigrazione, problema carceri, giustizia con tempi geologici) vengono etichettati, quando li si tratta, come "emergenze", dato che il non affrontarli semplicemente li aggrava e li incancrenisce. Se erano all'origine trattabilissimi, si trasformano in piaghe sempre più difficilmente guaribili. Vedi Ebola, vedi Jihad.





 

         

sabato 2 agosto 2014

PEACE LOVING EUROPEAN UNION! ESPECIALLY THE UK MILITARY INDUSTRY

Britain's role in arming Israel
From: The Independent, 2 August 2014
Documents shown to The Independent reveal that arms export licences worth £42m have been granted to 130 British defence manufacturers since 2010 to sell military equipment to Israel. These range from weapons control and targeting systems to ammunition, drones and armoured vehicles.
Among the manufacturers given permission to make sales were two UK companies supplying components for the Hermes drone, described by the Israeli air force as the “backbone” of its targeting and reconnaissance missions. One of the two companies also supplies components for Israel’s main battle tank.
The Hermes drone has been widely used during Operation Protective Edge, the ongoing Israeli military action in Gaza, to monitor Palestinians and guided missile strikes. The situation in the Occupied Territory deteriorated further today when a 72-hour humanitarian ceasefire collapsed within hours amid further shelling and the capture of an Israeli soldier.