Translate

giovedì 31 luglio 2014

LETTERA APERTA AGLI EBREI ITALIANI



Lettera aperta agli ebrei italiani

Khan Younis, Gaza, 26 luglio 2014


Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza. Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque,  in un fazzoletto di terra che stipa in 365 km2 un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce:, ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana sotto i nostri occhi.
Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi? 

Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa. Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano. 

Come facciamo a non riconoscere che Israele ha scientemente, e  per decenni  ormai, rifiutato di addivenire a un compromesso sulle colonie, non ha mai smesso di costruirne e di avanzare annettendosi di fatto i territori su cui doveva negoziare, annichilendo la base pur ambigua ma reale che era l’accordo di Oslo. Ha contribuito a creare Hamas, che in arabo significa “collera giusta”, e poi ne ha tollerato la crescita in funzione anti-OLP, ha reso la vita dei palestinesi una lotta per sopravvivere anche in Cisgiordania, e ha violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di tornare alla famosa “Linea verde”. Ha rubato altra terra  palestinese costruendo la barriera di 700 km, dichiarata illegale dalla Corte dell’Aia ma tuttora in piedi. E ora con il pretesto dell’uccisione di tre ragazzi di cui Hamas non ha mai riconosciuto la responsabilità, un’accusa  che non è stata corroborata da prove, ha scatenato una guerra non a Hamas ma a tutto un popolo. Non si può uccidere, annientare un popolo per sconfiggere un nemico che ha il diritto di difendersi. E le richieste di Hamas non sono altro che le richieste della popolazione di Gaza: fine dell’assedio di sette anni, fine dello strangolamento. Israele ha diritto a esistere DENTRO dei confini riconosciuti internazionalmente, ma dal 1982 è aggressore e viola il diritto internazionale. Per avere la pace deve rinunciare alla folle idea di avere TUTTA la terra per sé e cacciarne chi ci abitava prima che arrivassero i primi coloni ebrei a fine ottocento 

.La guerra di Israele è non solo omicida ma è suicida: guardiamo al Libano che sta insieme ancora per miracolo, alla Siria distrutta, all’Irak che va a pezzi, ai palestinesi che sono la maggioranza in Giordania, all’avanzare dell’islamismo salafita e jihadista in Africa settentrionale e occidentale, in Kenya, in Nigeria. Quale avvenire promette la guerra infinita di uno stato di apartheid? Quali possibilità invece apre il riconoscimento  di diritti eguali ai palestinesi e alle migliaia di rifugiati e immigrati che anche in Israele spiaggiano cercando una vita e un avvenire migliori? Quali prospettive aprirebbe uno Stato multiculturale, bi-nazionale e veramente democratico in  Medioriente? Quale salutare rimescolamento di carte? Apriamo gli occhi, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà, e gridiamo il nostro rifiuto di questo orrore e di questa politica di distruzione e morte che si ritorce contro chi la persegue.






venerdì 16 maggio 2014

IMMIGRAZIONE: COME EVITARE LE TRAGEDIE IN MARE (E NEL DESERTO)

Immigrati annegati:  “Renzi: ” Noi facciamo il nostro dovere”: ne è sicuro?

Ragusa (foto da La Repubblica)

Invece di rabbrividire nel guardare le fotografie degli immigrati morti abbracciati sul fondale marino (vedi titolo de “La Repubblica” di oggi 16 maggio 2014), e poi consolarsi con la coscienza a posto, forse il nostro Presidente del Consiglio potrebbe abbandonarsi a qualche riflessione in più, come queste, ad esempio:

1.   *     In questa fase storica l’immigrazione “economica” intesa come movimenti di popolazioni da paesi con reddito medio pro capite generalmente di molto  inferiore ai 1000 USD annui  verso i paesi con redditi che si aggirano intorno o superano i 20000-25000 USD/anno è strutturale e continuerà presumibilmente per qualche decennio.
2.   *    Negli ultimi 20 anni  la percentuale di popolazione civile toccata da guerre e catastrofi naturali è aumentata a freccia. Nel  2012 più di 172 milioni di persone sono state coinvolte in conflitti, e nel 2013, 35 milioni di persone erano rifugiate o sfollate (dati dell’International Rescue Committee).
3.       Oggi in Libano i rifugiati siriani sono più di un milione, in Giordania almeno 750.000. Durante la crisi Libica del 2011, più di 700.000 erano i rifugiati nel sud della Tunisia, molti accolti da privati cittadini. Quanti  aspiranti all’asilo sono arrivati tra 2011 e 2014 in Italia? Quanti ne sono stati respinti?
4.     *   La maggior parte di chi sbarca oggi  in Sicilia, a Lampedusa, o dove altro capita, di quelli che annegano perché non sanno nuotare o rimangono intrappolati nei barconi, hanno DIRITTO all’asilo, molti sono minori non accompagnati, o vivono in paesi  in guerra o dove le libertà civili sono negate.

      Con le centinaia di milioni che si  spendono tra  budget dell’Unione Europea per sorvegliare le frontiere e  budget  delle operazioni dei singoli paesi della frontiera nord del Mediterraneo tra Spagna, Italia, Malta e Grecia, senza calcolare, perché sono incalcolabili, i costi umani in vite perdute o distrutte da lutti incancellabili, si potrebbero proficuamente aprire o rafforzare con personale adatto  UFFICI CONSOLARI presso le delegazioni della U.E. ed esaminare le richieste di emigrazione, intervistare le persone e CONCEDERE VISTI, invece di costringerle a rischiare la vita e alimentare mafie di ogni risma.  L’unica soluzione degna di questo nome NON è rafforzare le frontiere, ma ABBATTERLE.  Stampare visti nei passaporti. E abrogare il trattato di Dublino che impedisce al paese di arrivo del migrante di farlo proseguire per altre mete. Perché Renzi non si fa promotore di questo indirizzo, l’unico che può evitare le catastrofi in mare (e nel deserto)?

6.       Ci si ostina a chiamare “disperati” chi emigra: a parte il fatto che chi fugge da una guerra ha almeno la speranza di riuscire a sopravvivere, chi emigra per ragioni economiche o per evitare la leva obbligatoria sine die come in Eritrea NON è certo il povero contadino analfabeta dei villaggi, ma fa parte di élites relative, di chi ha risorse di coraggio, di forza fisica e mentale e spesso una educazione anche universitaria. Se si continuerà a chiudere occhi e orecchie e cervello alle evidenze della nostra contemporaneità, si creeranno soltanto ulteriori disastri e si dilapideranno inutilmente fondi pubblici.


mercoledì 23 aprile 2014

IL MERCATO DELLA VITA



La vita quotata in Borsa **

Human DNA sequence 0-10

“All world ‘s a stage” é una delle citazioni più gettonate dell’immenso Shakespeare tratta dall’amara commedia “As you like it”. Ma probabilmente Shakespeare stesso aggiornerebbe oggi la constatazione del suo personaggio Jaques che aggiungerebbe, egualmente sconsolato: “…and a marketplace”, un mercato. Il mondo come variopinto palcoscenico  con attori che recitano ognuno il ruolo loro assegnato dal destino, in una processione senza requie, è diventato soprattutto, oggi più che mai prima, un gigantesco mercato, e la vita, in senso letterale, è una mercanzia da quotare in Borsa. Si dirà che non è una novità che il vivente sia mercanzia: dall’antichità più remota ci sono stati schiavi, e il commercio triangolare tra Africa, Americhe e Europa ha gettato le fondamenta dello sviluppo industriale e della ricchezza della borghesia europea e americana. I milioni di schiavi deportati e venduti nelle piazze dei mercati della Nuova Inghilterra non turbavano troppi sonni. Né li turbano oggi  i vari tipi di schiavitù ancora esistente in varie parti del mondo, ad esempio in Mauritania, dove i Bella sono schiavi dei Maures che si ritengono superiori a etnie “nere” in quanto arabo-berberi ( vedi l’intervista al dirigente di “SOS Esclave”  Biram Dah Abeid, egli stesso ex-schiavo (http://www.ossin.org/mauritania/biram-dah-schiavitu.html), o in India, dove milioni di contadini senza terra e indebitati sono ridotti in stato di schiavitù  dai latifondisti, come ho potuto constatare personalmente nel 1998 in Andhra Pradesh  ( http://www.italian-samizdat.com/2012/01/schiavitu-in-india.html), stato di schiavitù che, abominio tra gli abomini, si trasmette tra le generazioni, si eredita. Oppure si pensi ai Talibé dell’Africa Occidentale, i bambini poveri donati dalle famiglie ai marabù (santoni musulmani) che li obbligano a mendicare tutto il giorno e a portare le elemosine al loro “padrone” la sera,affamati e laceri, visibili nelle strade di Bamako, di Dakar o di Ouagadougou.

Né dobbiamo andare così lontano per renderci conto dell’esistenza della schiavitù, anche se sotto altre forme: basta girare le periferie delle nostre grandi città o leggere le cronache cittadine. Ma si può obiettare che in questi casi si tratta di strascichi di situazioni ataviche, di malavita, di povertà, di razzismo duro a morire, di anomalie insomma che si possono e devono combattere con le armi della legalità e dell’impegno sociale e politico. Ma c’è un altro mercato del vivente, ascrivibile a  tecnologie di punta, alla ricerca scientifica di base che si asservisce al mercato e alle quotazioni di Borsa, e ne è anzi pilotata. Mi riferisco alle biobanche, le banche del DNA,queste nuove borse merci, teleguidate dalla stessa avidità che ha fatto naufragare la Enron nel 2001 e che continua ad imperversare nel  finanzcapitalismo del 2014, né è dato scorgere alcun inizio di una fine.

La premessa per la deriva scientifico- imprenditoriale della genomica, la scienza nata nell’ultimo scorcio del XX secolo  che si occupa “della struttura, sequenza, funzione ed evoluzione del genoma, vale a dire di tutta l’informazione genetica contenuta nel DNA (DeoxyriboNucleic Acid) presente nelle cellule di una particolare specie.” ( Sebastiano Cavallaro, http://www.treccani.it/enciclopedia/genomica-e-genomica-funzionale_%28XXI-Secolo%29/),  si prefigura nel 1990, con il lancio a grancassa del Progetto Genoma Umano  (HGP) negli Stati Uniti, responsabili il Dipartimento dell’Energia e i National Institutes of Health, con una vasta collaborazione scientifica internazionale, allo scopo di sequenziare  i tre miliardi di nucleotidi che costituiscono il genoma umano.  L’ambizione era di giungere anche a una mappatura dei geni che permettesse di associarli a determinate patologie, così da sviluppare una medicina predittiva in grado di  anticipare o sventare il verificarsi di tali patologie o ridurne comunque l’incidenza. La durata prevista del Progetto era di 15 anni, il finanziamento stanziato fu di tre miliardi di dollari USA. Il biologo Steven Rose e la sociologa Hilary Rose ripercorrono con un approccio assai critico le vicende della nuova biologia molecolare nel loro bel libro “Geni, Cellule e Cervelli” (Codice Edizioni, Torino, 2013). Il bilancio a quasi un lustro dal lancio del Progetto, che fu dichiarato concluso nel 2003 ma di cui già nel 2000 fu anticipata la conclusione con la storica  conferenza stampa congiunta in collegamento video tra Bill Clinton e Tony Blair, non ha mantenuto le sue mirabolanti promesse. E ha invece scatenato una corsa spregiudicata  alla mercificazione del vivente da parte di un nuovo tipo di corsari mascherati da ricercatori.

Perché  nel giugno del 2000 ci fu tanta fretta di anticipare la conclusione  di una ricerca che non era conclusa? Perché nel 1998 un tipico scienziato-imprenditore, Craig Venter, prima impiegato presso i National Institutes of Health, insofferente del passo lento con cui procedeva il sequenziamento, dopo essersi licenziato e aver tentato varie strade imprenditoriali,  fondò la Celera Genomics , una  società privata che si mise in concorrenza con il progetto pubblico  internazionale  utilizzando un metodo più veloce  di sequenziamento del genoma ideato dal Venter stesso  (shotgun sequencing).  Incalzando il suo concorrente pubblico, Venter  lo costrinse ad avanzare a tappe forzate, anticipando i risultati ottenuti dalla “sua” società con sapienti colpi mediatici, da gran comunicatore-imbonitore. Per questo, nel 2000 i due capi di Stato  dichiarano la partita del sequenziamento vinta  ad armi pari, salomonicamente,  accontentandosi di “bozze” incomplete.

Ma intanto si apre un vaso di Pandora:  dopo più di venti anni, da un lato le grandi speranze associate al lancio del Progetto Genoma Umano sono ancora lontane dal dare i frutti annunciati, gli strombazzati benefici su scala di massa,  e dall’altro il fantasma dell’eugenetica fa di nuovo capolino, con la possibilità di manipolare i geni , scegliersi il rampollo ideale, e varare brevetti  da parte di Big Pharma sulla base della caccia ai geni associati a determinate patologie, esplorarne le funzioni e commercializzare in esclusiva queste conoscenze.  La vicenda di tre biobanche, quella islandese,  quella estone e quella svedese, documentano il connubio, questo si patologico, tra ricerca di biologia molecolare e capitalismo finanziario, mentre la bioetica va a nascondersi. 

Pur con differenze notevoli, un aspetto è comune alle  esperienze dei tre paesi, “le banche del DNA mettono gli individui e il loro stato di salute previsto per il futuro al centro della medicina personalizzata” (H. Rose, S. Rose, Geni Cellule e Cervelli, p. 206).  Si sfruttano le conoscenze derivate dal patrimonio genetico di milioni di individui, utilizzando e ampliando i database della sanità pubblica,  per sfruttarne le potenzialità per usi privati e speculativi. Siamo agli antipodi delle filosofia della medicina di base  per la collettività, guidata dall’imperativo della prevenzione e dell’igiene ambientale come fattori essenziali per il benessere della maggioranza di una popolazione.  Siamo agli antipodi della Dichiarazione di Alma Ata  e della prospettiva  della “salute per tutti nell’anno 2000”. Nel caso dell’Islanda “ il database elettronico dei dati medici di tutta la popolazione stava per essere finanziato e messo in piedi da un’unica società licenziataria, che in cambio avrebbe avuto diritto all’accesso esclusivo e alla commercializzazione di quei dati, per un arco di tempo di dodici anni, per scoperte genetiche, diagnostica , farmaci  e gestione della sanità” (p. 2017, op.cit.).

La deCode, la società che operò in Islanda con questo approccio a cavallo degli anni 2000, è fallita da tempo;  nel caso estone, il progetto, nato nel 1999, navigava in cattive acque già nel 2004 e fu salvato da denaro pubblico,  tramutandosi in una piccola società di ricerca farmacologica finanziata dall’ Unione Europea, mentre  la bioinformazione acquisita  è rifluita nel mare magnum della ricerca globale; nel caso svedese, la UmanGenomics, altra biobanca,  ancorata questa volta al settore pubblico, fu “messa in naftalina” dopo quattro anni.  Ma la ricerca del profitto privato sul vivente non si ferma certo:  leggiamo su “Le Monde “ del 3 aprile scorso che in un elegante ristorante degli Champs-Elysées  “una ventina di convitati fissano la silhouette di Angelina Jolie mentre aspettano l’oratore della serata, il dott. Aaron di Genomic Vision, una start-up specializzata in test genetici la cui tecnologia “ deve permettere di  identificare meglio le anomalie del genoma  collegate a certe malattie”, e quindi di circoscrivere il numero degli individui a rischio. L’astuto dottore punta sull’effetto Angelina Jolie per convincere il suo pubblico ristretto di analisti e giornalisti a scommettere sulla sua società, quotata in Borsa dal 2 aprile. Apprendiamo inoltre che il 2 aprile  anche Oncodesign è stata quotata alla Borsa di Parigi, e nei prossimi giorni la seguiranno TxCell  (terapia cellulare) e Genticel  (vaccini terapeutici).   Perché tutta questa fretta?  Ma è ovvio : l’indice Next Biotech, che segue la borsa valori biotecnologica, è salito del 50%.  Quanto all’ormai anziano Craig Venter, ha pubblicato il suo ultimo libro:  “Life at the speed  of light”, la vita alla velocità della luce.  Peter Forbes lo recensisce  sul  Guardian  del 13 dicembre  2013:  arriveremo “ ad un’epoca di biologia digitale nella quale un genoma sarà digitalizzato su computer, trasmesso a distanza per radio o con onde elettromagnetiche  e ricostituito  tramite rapida ri-sintetizzazione per produrre una nuova forma di vita”. (http://www.theguardian.com/books/2013/dec/19/life-speed-light-j-craig-venter) . Sempre il pallino della rapidità. Forse è un’epidemia di questi tempi legata a qualche gene ancora ignoto.

Intanto  in vaste aree del mondo si continua a crepare comodamente di dissenteria e di infezioni polmonari acute. Niente da brevettare, niente da quotare in Borsa, malattie poco interessanti. John Snow[1] è morto da tempo.



** Vedi articolo sul "Gurdian" di venerdì 12 agosto 2016 " Ethical questions raised on research into Sardinian centenarians' secrets".




[1] John Snow, medico epidemiologo, durante l’epidemia di colera a Londra tra il 1848 e il 1854 scoprì che la maggioranza dei casi era localizzata in un quartiere che utilizzava l’acqua di una certa pompa pubblica. Quando riuscì a far rimuovere la pompa, il numero dei casi diminuì bruscamente. Snow inaugura la tradizione della medicina pubblica di base e la ricerca epidemiologica al servizio della comunità.

sabato 29 marzo 2014

LA NUOVA FRONTIERA DEGLI AIUTI UMANITARI

AH, TU FAIS L’HUMANITAIRE!
RIFUGIATI SIRIANI

" Ah! Tu fais l'humanitaire!" La frase, pronunciata da un galante spagnolo francofono che mi aveva abbordato al ristorante accendendomi  il sigaro qualche anno fa, a Malaga, mi era suonata quasi offensiva. Che la cooperazione allo sviluppo in cui ero professionalmente e umanamente impegnata da molti anni potesse essere percepita e interpretata come “aiuto umanitario”, un tendere la mano compassionevole agli “sfortunati” del pianeta, mi appariva come un falso ideologico, una stortura. Il fine di una cooperazione sana con i paesi dell’Africa , del Sud-Est asiatico o dell’America del Sud  è la fine del bisogno dell’aiuto, e gli strumenti sono la formazione, l’incremento delle risorse autoctone, lo sviluppo delle potenzialità culturali ed economiche, e infine l’autonomia. Questo ho imparato e perseguito dalla fine degli anni ’70 in poi, e a questa impostazione del mio lavoro mi sono attenuta. Facevano eccezione i disastri naturali, durante i quali l’aiuto d’emergenza era d’obbligo, e le crisi belliche, che erano all’epoca abbastanza circoscritte e spesso conseguenza  di convulsioni post-coloniali (Congo, Biafra, Algeria tra le altre). Ma appunto si trattava di eccezioni.
 Il panorama ha cominciato a cambiare dall’inizio degli anni ’90 con la crisi Jugoslava, con il crollo del regime di Enver Hoxa in Albania e con la prima guerra del Golfo, che ha iniziato la demolizione sistematica dell’Irak, poi proseguita a partire dal 2003. I conflitti locali si sono moltiplicati e sono diventati quasi endemici:  l’eterna guerra in Palestina che sembrava in via di soluzione dopo Oslo si è riaperta più virulenta e sanguinosa che mai, eternizzando i compiti dell’Agenzia post-guerra mondiale UNRWA,  i Balcani dovevano risanare le proprie ferite recenti, la guerra in Sri Lanka si era riaccesa tra cingalesi e le Tigri Tamil, è cominciata la saga Afgana e quella Pakistana delle “aree tribali” del Waziristan, la Cecenia  si è infiammata e Grozny é stata rasa al suolo o quasi, e infine la Birmania della dittatura, la crisi nel sud delle Filippine a Mindanao (che pare risolta a partire da pochi giorni fa), la guerra in Somalia, il conflitto  Touareg  riesploso nel 1990, il genocidio Tutsi in Rwanda, la guerra in Burundi, la guerra in Costa d’Avorio, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Congo-Brazzaville, e mi fermo perché  la lista dà le vertigini.
 Per una guerra che finiva, come in  Mozambico prima e in Angola poi, cinque ne cominciavano. Questa tendenza ha provocato un brusco aumento dell’esborso finanziario dei donatori internazionali verso “l’emergenza”  a discapito dello “sviluppo”, e il nascere e crescere di ONG specializzate nella cosiddetta emergenza e nella captazione delle crescenti risorse finanziarie ad essa consacrate. E si è sviluppato un fiorente mercato di corsi, work-shops  e masters di conflict-resolution  presso Istituti che assumevano neo-esperti  che a malapena avevano messo i piedi nei paesi di cui discettavano.  Si è parallelamente sviluppata una neo-lingua per lo più anglosassone: diritto a proteggere (Right2Protect), acronimi come SGBV, sexual and gender-based violence, eccetera. Grande successo dei “diritti umani” quanto più essi erano calpestati.

Il numero dei rifugiati e dei cosiddetti “I.D.P.’s”, persone sfollate nel proprio paese che non possono neppure beneficiare dell’aiuto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, UNHCR, è aumentato spaventosamente, e parallelamente si è dilatata tutta un’industria  umanitaria, una macchina apparentemente indispensabile che è frutto di un gigantesco fallimento politico: quello delle Nazioni Unite e degli strumenti del Diritto Internazionale ad assicurare una soluzione non guerreggiata dei conflitti mondiali, inter-statali  e civili e quello nostro, dei popoli che non riescono a ribellarsi a guerre imposte per interessi di élites del potere.  Trionfo della stoltezza umana, e vittoria del commercio internazionale delle armi e di tutti i traffici loschi che prosperano all’ombra delle guerre e le fomentano.
Sono riflessioni che faccio da tempo, e che sono state riaccese dalla lettura di un articolo del Guardian del 28 febbraio 2014 a firma David  Miliband , direttore dell’ International Rescue Committee :" It’s time to reassess the goals of humanitarian aid", è tempo di riesaminare gli obiettivi dell’aiuto umanitario (https://www.google.it/#q=It%27s+time+to+reassess+the+goals+of+humanitarian+aid+).  

Si inizia evocando  la spaventosa realtà della proliferazione di vittime civili dei conflitti, di rifugiati e sfollati, della lacerazione e distruzione di compagini sociali e statuali . In 2005, just 20% of the global poor were in conflict-affected and fragile states. Today that figure is 50% and set to rise to more than 80% in 2025.”
Raggela e stupisce quella fredda proiezione statistica di aumento dei “poveri globali”, altro bel neologismo, che vivranno in stati fragili e sconvolti da conflitti nel 2025: si prevede già, non ci è dato di sapere sulla base di quali elementi, che se nel 2014 sono il 50%, saranno ben l’80% tra 11 anni. Destino ineluttabile? Pare di si, secondo Miliband. E quello che fa indignare ancora di più è il paragrafo che segue e che traduco letteralmente: “ Per molti anni  si è discusso sulla distinzione convenzionale tra aiuto umanitario, che risponde alle emergenze causate da guerre e disastri naturali e l’approccio allo sviluppo, che a lungo termine cerca di contrastare la povertà. Quando la maggioranza dei poveri globali vivono in stati fragili e quando i rifugiati in media passano 20 anni lontano dai loro paesi, la distinzione si è già dissolta di fatto, eppure è questa l’impostazione che regola ancora le istituzioni che si occupano di tale lavoro.” (For many years, people have questioned the conventional distinction between the humanitarian system that responds to emergencies caused by wars and natural disasters, and the development community that, in the longer term, seeks to tackle poverty. When the majority of the global poor live in fragile states, and when the average refugee spends nearly 20 years outside their home country, the distinction has in reality dissolved – yet it still conditions many of the institutions that govern this work).


Truppe AMISOM (in Somalia)

Le conseguenze da trarre da questa e dalle considerazioni che seguono (quali siano i “ moderni bisogni” dei rifugiati, come sovvenire in modo più adeguato alle loro esigenze, quasi fossero clienti da soddisfare  meglio in avvenire) sono lapalissiane: bisogna sviluppare e rendere più efficiente  la macchina umanitaria, moltiplicarne le risorse, raffinarne gli strumenti. E anche i concetti e le parole per esprimerli. Ecco quindi che, accanto agli Obiettivi del Millennio del 2015, che molti paesi non raggiungeranno e che ancora avevano una “antiquata” aria sviluppistica, spuntano  gli Hugo’s , Humanitarian Goals, gli obiettivi umanitari. Su cui presumibilmente indire conferenze internazionali con esperti ad hoc, lautamente pagati. Più catastrofi politiche, più bisogni, più carta straccia per definirli e più fondi.  E la maggioranza di chi soffre di tali sconvolgimenti sono i civili ormai: “In Iraq, Libya, Somalia, Syria and Zimbabwe, an average of 75% of the entire population have been directly affected” (In Irak, Somalia, Siria e Zimbabwe in media il 75% della popolazione è stata coinvolta direttamente). Tralasciando l‘aspetto dei disastri ambientali e climatici, anche quelli  in crescente misura risalenti a scelte dissennate umane, anzi, disumane.
Peccato che a tale creatività linguistica non si affianchi una altrettanto fervida immaginazione diplomatica, che punti invece ad una diminuzione del tasso di conflittualità e della febbre guerrafondaia questa si, globale. Peccato che il presidente del Sudan Omar El Bashir sia ancora imperturbabile al suo posto quando cinque anni fa  il Tribunale Penale Internazionale aveva decretato il suo status di criminale di guerra, e che il presidente del Kenya abbia potuto tranquillamente dimenticare che avrebbe dovuto recarsi anche lui all’Aia a rendere conto del suo ruolo ( e di quello del suo vice Ruto) negli eccidi inter-etnici post elezione del 2008. Peccato che Mr Blair e Mr Bush siano  a piede libero nonostante i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Irak.
Non so veramente con quali risorse anche intellettuali si possa combattere questa discesa agli inferi della ragione, quando un giornale che ho letto per anni e che stimo può onestamente e senza contestazioni  (che io sappia) pubblicare un articolo che ufficialmente decreta che una situazione già disastrosa, le cui responsabilità sono discernibili e al 90% politiche, peggiorerà senza fallo e che bisogna semplicemente attrezzarsi fin da ora a far fronte a ulteriori catastrofi , non a evitarle.