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martedì 27 maggio 2025

QUEL GUAZZABUGLIO NEL SAHEL

 

HERE DORON, SOLO PACE **

Gli stati del Sahel dal Senegal a sinistra in verde alla Somala a destra, in verde, Mauritania in marrone
 

Here doron: era la risposta dovuta alla domanda di cortesia ”come hai dormito?”, parte integrante dello scambio di saluti di prammatica altrettanto dovuto di prima mattina verso qualsiasi interlocutore nel piccolo centro di Kolokani, zona saheliana a circa 150 km a nord di Bamako, capitale del Mali, dove ho lavorato dal 1986 al 1988 in un Progetto rurale integrato. La lingua nazionale prevalente era il Bambara, ma ogni gruppo etnico parlava la propria lingua in ambito familiare, mentre la lingua dei rapporti ufficiali era (ed è) il francese, la lingua degli antichi colonizzatori. Saluti prescritti da un galateo ineludibile che erano per me un tormento, in quanto uscivo ancora insonnolita in cerca di caffè dalla mia camera da letto che dava sulla corte/giardino[1] e spesso mi imbattevo in qualche inopportuno visitatore mattiniero. Non potevo sottrarmi al martirio di un nutrito scambio verbale con le formule del caso senza farmi radiare dal consesso comunitario. Tanto sarebbe valso licenziarsi subito in tronco. L’ inesistente privacy della concession era protetta da un cancellino spesso aperto, e nel vocabolario dei Bambara quella che usiamo definire “discrezione” specie mattutina non figura. Spazi aperti permeabili, socialità a 360°, con molti pro e qualche contro. Non esistevano chiavi.

Gli stati centrali in rosso, i più colpiti dal jihad: Mali a sinistra, Niger a destra e sotto il Burkina faso

Avevo cercato di imparare il bambara con un buon libretto (ovviamente redatto da missionari) e cassette audio. Questa frase, here doron, mi piaceva molto e mi torna in mente spesso in questi tempi di tempeste guerresche che funestano tanti orizzonti. Ma l’orizzonte del Sahel, quella immensa fascia di savana a nord del Sahara che va dalla costa atlantica della Mauritania e del Senegal al Mar Rosso e al golfo di Aden, raramente assurge agli onori delle cronache internazionali. Un orizzonte di più di 3 milioni di km2, una buona parte del quale è transitato dalla tranquilla monotonia della quotidianità ritmata dal calendario dei lavori dei campi, della transumanza delle mandrie e dei mercati ebdomadari ad un caos di violenza efferata, di paura e di rivalità tra gruppi etnici che avevano convissuto per secoli. E’ un’area che mi sta a cuore perché per anni ho lavorato in vari paesi del Sahel occidentale e mi sembra di vedere ancora i paesaggi, la savana, le piste, le strade, i pozzi, le magre vacche, le capre, e soprattutto le persone con le quali ho lavorato e vissuto: non sono fantasmi evanescenti ma visi e cari ricordi. La polvere rossa del Sahel ti rimane appiccicata alla pelle per decenni, forse la penetra, e la boscaglia (la brousse) non la scordi più. I pericoli nei tardi anni 1980 e primi anni 1990 erano i fossi, gli animali che improvvisamente ti tagliavano la strada mentre guidavi, peggio i ragazzini, i camion carichi fino all’impossibile con masserizie e merci troneggianti per cinque metri da terra, sopra le quali sedevano i passeggeri, che viaggiavano anche di notte magari con un solo fanale che tu credevi appartenere a una moto. Beh, anche serpenti e malaria.

Villaggio del Mali: donne intorno alla pompa dell'acqua potabile

Dopo la destabilizzazione della Libia grazie allo sciagurato intervento “occidentale”, salutato ingenuamente da molti come una “liberazione”[2] nel 2011[3], dall’anno successivo il nord del Mali, dove già da anni ribollivano le rivendicazioni dei Tuareg, fu invaso e occupato da una prima ondata jihadista di tipo salafista, la grande biblioteca di Timbuctu fu gravemente danneggiata e la popolazione dovette sopportare angherie, l’imposizione della legge islamica e delitti di ogni tipo per quasi un anno. 

Villaggio del Benin: acqua di pozzo

I primi jihadisti algerini arrivati in Mali all’inizio degli anni 2000 erano pochi e sostanzialmente innocui. Dopo il 2011 una valanga di armi depredata negli arsenali di Gheddafi si riversò nel Sahel e negli anni successivi si moltiplicarono i gruppi e le sigle del fondamentalismo islamico e del banditismo opportunista in terre sempre trascurate dai governi centrali, con milioni di giovani ben poco scolarizzati pronti ad abboccare all’amo di qualunque imbonitore[4] e un esodo rurale galoppante. Così i gruppi armati si sono moltiplicati passando attraverso mutazioni, fusioni, scissioni, sotto patrocini diversi tra i quali spiccano Al Qaeda e lo Stato Islamico. Si sono moltiplicati anche i tentativi di arginare e minimizzare il danno procurato originariamente dal caos libico, ma il difetto principale è stato sempre l’approccio quasi unicamente militare. La Francia, potenza di riferimento in Africa Occidentale, ha dato il “la” con l’operazione Serval del gennaio 2013, improvvisata per fermare l’ondata jihadista che dal Mali centrale avanzava rapidamente verso la capitale Bamako. Il successo puramente militare di questo intervento, salutato con favore apparente anche dalla popolazione maliana, incoraggiò il proseguimento dell’azione militare francese con ben maggiori effettivi e armamenti. La successiva operazione Barkhane durerà 8 anni, dall’agosto 2014 al novembre 2022, fino a che sarà cacciata piuttosto ignominiosamente tra i festeggiamenti della popolazione ormai arcistufa dei francesi, che dovettero per analoghe ragioni lasciare anche il Niger e il Burkina Faso. 

 

Da Wikipedia

Scarso successo anche per gli altri interventi militari che si erano misurati contro la moltiplicazione dei gruppi di un jihad dilagante: il G-5 che comprendeva cinque Stati della regione (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger, Ciad), la MINUSMA, Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali, la FMM, una forza posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad. In Somalia, dove agisce da anni una forza jihadista denominata Al Shabaab, c’era la AMISOM, la missione dell’Unione Africana, ora rimpiazzata dall’African Union Transition Mission in Somalia. Migliaia e migliaia di uomini, armamenti certo ben più efficienti e possenti di quelli degli avversari, ma quanto efficaci? Ben poco. Dopo anni queste forze esterne si sono dissolte nel nulla, difficile calcolare l’entità delle risorse profuse e delle vite perdute, perché i mali del Sahel che sono alla radice dell’avanzata jihadista non potevano essere guariti militarmente. Decenni di malgoverno, di povertà, ignoranza, disprezzo per i bisogni delle popolazioni sia urbane che rurali, e soprattutto rurali, avrebbero avuto bisogno di risorse ben diverse, investimenti nell’agricoltura familiare, nell’educazione, nella formazione, nel sostegno ad artigiani e piccoli imprenditori, di funzionari onesti e capaci, di un’amministrazione statale e locale articolata e solida. Di cultura e reale sviluppo. A regimi deboli e marci sono succeduti numerosi golpe militari di altrettanti incapaci: si sono installati al potere soldati tronfi che di politica e di governo non ne capiscono granché: due golpe in Mali, due golpe in Burkina, uno in Niger, i tre paesi al centro del Sahel e i più colpiti e travolti dalla marea jihadista[5]. Anche la Guinea, che non è ancora in pericolo ma nel mirino del jihad, è in mano a una dittatura militare. Da qualche anno anche il Benin e il Togo hanno subìto attacchi.

Villaggio in Benin: riunione vicino alla pompa dell'acqua
 

Il risultato analizzato da due recenti rapporti di organizzazioni di esperti, ACLED e ICG[6], sono entrambi concordi: pessimo. L’Unione Europea aveva dispiegato, oltre e accanto agli interventi militari, insieme a partner come l’ONU e gli Stati Uniti, missioni di appoggio economico e istituzionale, che però non sono riuscite a incidere né a ovviare a mali endemici di regimi corrotti, che sono stati spazzati via dai militari. I tre Stati centrali, Mali, Burkina Faso e Niger, hanno stretto un’alleanza militare, che non riesce a tutt’oggi a impedire che le zone in mano ai ribelli jihadisti si espandano. Tutti e tre questi paesi si sono rivolti alla Russia per supporto logistico e militare, ma le esazioni e i massacri perpetrati contro poveri contadini e pastori dei villaggi, presi tra i due fuochi, dalle forze che dovrebbero combattere i jihadisti peggiorano soltanto la situazione. I tre regimi militari, in teoria “di transizione” verso scadenze elettorali sempre più ignorate, hanno preso una postura chiaramente autoritaria e bandito i partiti politici, i giornalisti hanno la vita difficile. L’ACLED segnala il pericolo dell’allargamento delle forze jihadiste verso il golfo di Guinea, dopo gli sconfinamenti importanti nel nord del Benin e in Togo.

Grande pozzo in Benin

L’International Crisis Group fornisce tutta una serie di indicazioni politiche sia per il rappresentante speciale UE per il Sahel, João Cravinho, che per la responsabile della politica estera UE K. Kallas, data l’importanza dell’area del Sahel alle soglie dell’Europa e il chiodo fisso UE delle migrazioni, contro le quali si inventano i “paesi sicuri”, certamente sicuri per crepare di fame se non per altre cause. Ma i tempi tumultuosi e altre priorità pressanti non lasciano molto a sperare che a breve l’interesse della UE per il Sahel produca buoni risultati per le popolazioni vessate. E con il bel proposito di Rearm Europe saremo tutti, stanziali e migranti, in una botte di ferro. Per schiattarci dentro, o di guerra o di caldo.

** Here doron significa «solo pace» in lingua Bambara



[1][1][1] Area chiamata localmente “concession” in francese, che comprendeva la struttura in muratura (con le camere da letto, la cucina, un bagnetto con doccia e sanitari), e l’immancabile pozzo più lo spazio libero in cui un tavolo con sedie era riparato da una tettoia di canne e intorno alcuni alberi e piante Un bidone assicurava la doccia. Si comunicava per radio, solo per segnalazioni di servizio o urgenze, con l’ufficio di Bamako. Niente luce elettrica, solo lampade a petrolio (o kerosene?).

[2][2] Sui retroscena (e gli istigatori nonché finanziatori) della guerra scatenata contro la Libia si veda il libro di Marc Eichinger, Jeux de guerre, Massot Editions, 2022.Non mi pare sia stato tradotto in italiano.  Ne ho parlato in questo blog nel luglio 2024: https://croceorsa.blogspot .com/2024/07/apprendisti-stregoni-e-insurrezioni-1.html

 

[3] In Italia vi fu che io ricordi solo lo storico Gianpaolo Calchi Novati che deplorò e denunciò l’attacco francese e degli “alleati” come pericoloso, perché la Libia non era mai stata una nazione unitaria e intravvide il pericolo della disintegrazione.

[4] Mi si perdoni la semplificazione di situazioni ben più complicate. E ho tralasciato volutamente Boku Haram in Nigeria.

[5] Ho scritto sulla situazione nel Sahel nel 2017, descrivendo a mò di esempio di discrepanza totale tra bisogni e realtà del terreno e interventi militari piombati dall’alto, i conflitti intorno al lago Ciad, sulla base delle approfondite conoscenze di Charles Seignobos. https://croceorsa.blogspot.com/2017/11/accade-nel-sahel.html

[6] ACLED sta per  Armed Conflict Location and Event data, ICG per International Crisis Group. Gli interessat possono dare una scorsa a questi due rapporti: https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/burkina-faso-mali-niger/defining-new-approach-sahels-military-led-states; https://acleddata.com/2025/03/27/new-frontlines-jihadist-expansion-is-reshaping-the-benin-niger-and-nigeria-borderlands/

 

 .

lunedì 20 novembre 2017

ACCADE NEL SAHEL



CONFLITTI GLOCALI E JIHAD MUTANTI NEL SAHEL[1]


Disegno tratto dal libro del geografo Charles Seignobos "Des Mondes Oubliés"

Il G-5, l’ennesima missione militare mirata a contrastare il terrorismo e i traffici illegali nella fascia sahelo-sahariana, ha fatto il suo debutto sul terreno a fine ottobre in una zona all’incrocio delle frontiere tra Mali, Burkina e Niger con qualche centinaio di uomini che diventeranno 5000 nel marzo 218. Vi contribuiscono cinque paesi: Mauritania, Mali, Burkina-Faso, Niger e Ciad, sia in termini di effettivi che finanziariamente, anche se la maggior parte dei fondi, ancora latitanti, sarà sborsata da paesi europei e da Stati Uniti. Dovrà coordinarsi con le missioni già da anni in azione nella stessa immensa fascia di savana tra Senegal e Somalia: la forza francese Barkhane (circa 4000 uomini), la Minusma (forza multidimensionale dell’ONU in Mali, circa 13.000 uomini), e la Forza multinazionale mista di lotta contro Boko Haram, FMM, in teoria composta da più di ottomila uomini, posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad[2], che non si sa che cosa faccia. A migliaia di km più a est è presente dal 2007 l’AMISOM, la missione dell’Unione Africana in Somalia, cui partecipano cinque paesi limitrofi con le loro truppe (22.000 soldati). In più sono presenti forze speciali non dichiarate di Francia e USA.

Imponente schieramento, ma quanto efficace? E soprattutto: è la risposta militare e securitaria, finora privilegiata e promossa in coro da leader africani, europei, onusiani e statunitensi, la più adatta a raggiungere l’obiettivo dichiarato di sconfiggere le cangianti insorgenze islamiste diffuse in un’area di milioni di km2, se non è accompagnata da tutta un’altra serie di misure di tipo sociale, politico, economico e culturale? Gli scacchi subiti finora in Mali non suggeriscono nulla?

La risposta negativa di eminenti ricercatori, esperti e think-tanks è piuttosto netta, sulla base di ricerche, analisi e conoscenze nutrite di inchieste e studi di anni sul terreno. Il “no” è espresso concretamente, nei fatti e nei comportamenti, dalle popolazioni interessate che sono le prime vittime designate ma anche le protagoniste delle insorgenze e degli attentati, dei sequestri e dei roghi di case e beni. La ragione è semplice. Da un lato le decine di gruppi islamisti o apparentemente tali hanno saputo individuare e insinuarsi nelle crepe dei conflitti irrisolti specifici delle varie comunità e arruolare adepti atteggiandosi a vindici delle loro frustrazioni e difficoltà, mentre dall’altro hanno trovato terreno fertile nel sentimento, generalizzato, in zone rurali e lontane dai centri del potere, di alienazione e distanza dallo Stato e dai suoi rappresentanti, percepiti come estranei, corrotti e dunque nemici. E in ogni paese le circostanze, la conformazione geografica del territorio, i gruppi etnici e quindi i modi e i tempi di infiltrazione dei proteiformi gruppi jihadisti sono diversi e diversi dovrebbero essere gli approcci e i rimedi. 

Qualche anno fa, ai tempi del Labour di Tony Blair, andava di moda una frase in ambiente anglosassone riferita alla guerra di occupazione in Iraq: “conquistare la mente e il cuore (degli occupati)”. Ciò che non è riuscito in Iraq sembra essere riuscito a molti dei gruppi islamisti; i predicatori colonizzano “the hearts and minds” di contadini e pastori saheliani, acquisendoli non tanto e solo a una causa religiosa o ideologica, ma alla ribellione e al saccheggio, al sabotaggio e all’attacco di gruppi rivali, antichi o recenti, o addirittura affermandosi come unici attori in grado di fornire servizi e assicurare ordine, fermo restando che banditismo, criminalità comune e vendette personali entrano in gioco. Chi non aderisce fugge e si lascia dietro tutto. Il risultato è il sovvertimento e la distruzione dei legami comunitari, delle reti commerciali preesistenti, del tessuto socio-economico, delle istituzioni educative e della convivenza civile; si installa la diffidenza e la paura, si è costretti all’abbandono di campi e pascoli per cercare rifugio in squallidi accampamenti dove si dipende dall’aiuto umanitario. Per chi rimane, la rovinosa chiusura delle frontiere rende l’approvvigionamento in beni essenziali un’odissea quotidiana.
Le truppe francesi, dell’ONU o dell’Unione Africana sono spesso percepite, più che come baluardo contro gli assalitori, come forze d’occupazione, e contribuiscono così a rinfocolare il sentimento di ostilità e alienazione verso le autorità statali che le utilizzano; e questo a parte il rischio di incidenti ed errori catastrofici. Ad esempio, sembra molto probabile che nella notte tra il 23 e il 24 ottobre scorsi la forza francese Barkhane abbia ucciso 11 soldati maliani ostaggio dal Gruppo di appoggio all’Islam e ai musulmani (JSIM acronimo arabo) durante un’azione contro una base jihadista[3]. In Niger, il 4 ottobre erano morti tre soldati statunitensi delle forze speciali insieme a cinque nigerini per mancanza di informazioni adeguate sui pericoli della zona e di supporto logistico immediato. Ecco alcuni esempi di situazioni che le armi soltanto non risolvono.

BACINO DEL LAGO CIAD

La mia fonte principale è un lungo estratto del libro del geografo Christian Seignobos Des mondes oubliés (Carnets d’Afrique, IRD/Parenthèse, 2017) apparso su Afrique Contemporaine e pubblicato con lievi modifiche da Le Monde Afrique nel luglio 2016[4]. Lo studioso ha passato tutta la vita nella stessa zona, prima come cooperante poi come ricercatore, professore universitario, e appassionato del terreno. Conosce tutti i segreti di questo lago cangiante, immenso ma sempre diverso a seconda delle stagioni, delle piene, degli anni, sul quale si affacciano quattro stati: oltre alla Nigeria, il Niger, il Camerun e soprattutto il Ciad, che ha la sovranità su più della metà della sua superficie. 

A partire dal gennaio 2015, Boko Haram[5] fa irruzione sulle rive meridionali del lago e incendia un villaggio dello stato nigeriano del Borno, Baga Kawa, facendo centinaia di morti. Più che la Nigeria, impegnata nella corsa alle elezioni presidenziali, reagisce il Ciad: il lago è il “suo” lago, dice Seignobos, e non si tocca. Ma le forze ciadiane, reputate per le loro doti di combattenti, si scontrano contro la geografia reticolare della zona: i terroristi locali, aiutati dalla manovalanza di ragazzini di strada, che vanno in moto, conoscono i meandri palustri e si perdono nel nulla. 

Boko Haram ha dalla sua parte la demografia: recluta adepti tra gli sterminati ranghi dei ragazzini e degli adolescenti, degli scioperati che penzolano senza arte né parte tra le moschee, le stazioni degli autobus e taxi-brousse, i mercati e le agenzie di viaggio, pronti a seguire chi li arringa e dà loro qualche soldo. Se si proibisce l’uso delle moto, dopo che i motociclisti sono bollati e temuti come possibili attentatori, si usano i cavalli, e allora si proibiscono anche i cavalli, in una rincorsa grottesca. Oltre alle moto, i terroristi possono contare sulle veloci piroghe che i pescatori Buduma -Yedina pilotano nel labirinto dei canali che soltanto loro conoscono, da un santuario di Boko Haram all’altro: sono loro la carta vincente, i soli conoscitori dei segreti e dei nascondigli lacustri. Come possono delle truppe straniere essere d’aiuto in questo labirinto acqueo?

Ma perché i pescatori Buduma-Yedina si sono alleati con Boko Haram? Per capirlo bisogna conoscere gli antecedenti che risalgono agli anni 1970/1980 e al boom demografico che trasforma le rive meridionali del lago. Dopo la grande siccità del 1973 e la sua replica nel 1984, il “grande lago” diventa il “piccolo lago”, e cambia l’economia della zona. I pescatori locali (Yedina, Kanuri, Kanemba) si trasformano anche in coltivatori e in commercianti a seconda delle stagioni, le frontiere sono aperte e fluide, c’è prosperità e circolazione di derrate tra tutti i paesi che si affacciano sul lago.
Un’abbondanza che attira frotte di grandi commercianti Haussa dall’entroterra, sempre più numerosi: questi hanno capitali, annusano la possibilità di lauti affari a partire dalle opportunità che offre la nuova dinamica della zona e si moltiplicano, fino ad avere in mano il monopolio del commercio di carburante adulterato, del natron (carbonato sodico idrato) e del legno. Così Baga Kawa diventa nei primi anni 2000 una borgata Haussa e i piccoli commercianti-pescatori autoctoni Kanuri, Yedina e Buduma sono emarginati. Gli Haussa rappresentavano il 5% della popolazione nel 1976; dopo 30 anni sono la stragrande maggioranza. Si capisce quindi come le popolazioni autoctone, sentendosi espropriate, abbiano intravisto in Boko Haram il mezzo per vendicarsi e riprendersi il controllo economico del loro territorio. L’attacco a Baga Kawa è stato preceduto da una campagna contro i commercianti usurai Haussa, ricattati, sequestrati e a volte uccisi. Questa campagna è valsa a Boko Haram la riconoscenza delle comunità locali dei pescatori e la penetrazione nelle loro file. 
 
Seignobos sottolinea come siano falsi alcuni luoghi comuni applicati senza conoscenza di causa: a volte non sono le zone più povere a soccombere alle lusinghe dei jihadisti: la zona del lago era assai ricca. Ora non più: milioni di persone sono state costrette a fuggire, le frontiere chiuse rendono difficili gli scambi, i prezzi sono alle stelle e i commerci languono.  Ed è tutto il bacino del lago ad essere in crisi, nel sud-est del Niger e nel nord del Camerun. Quest’ultima regione ha la forma di un lungo fumaiolo piegato verso ovest, incuneato tra Ciad a est e Nigeria a ovest, e si trova a cavallo del lago Ciad o meglio di quel che ne resta a nord. Prima dell’arrivo di Boko Haram era già la più povera del paese: il 74% della popolazione era sotto il livello di povertà mentre la percentuale nazionale scende a poco più del 37%[6]. Dopo l’arrivo di Boko Haram tutta la rete commerciale abituale con la Nigeria è saltata. I grandi commercianti vanno ad approvvigionarsi nelle città del sud, a Yaoundé o Douala, mentre i piccoli rischiano la pelle andando in moto in Nigeria passando più a nord, allungando il viaggio di 100 o più km e i prezzi salgono di conseguenza. La solidarietà e l’aiuto umanitario arginano il disastro: le ONG presenti danno lavoro a decine di locali e i contadini sfollati possono usufruire di appezzamenti concessi loro gratuitamente; 220.000 persone in fuga dall’estremo nord sono accolte da famiglie solidali in zone più sicure[7]. Il nord del Camerun era una zona turistica grazie alle sue bellezze naturali: ovviamente è stata disertata dopo i primi attentati.

 Rhumsiki, Nord Camerun

BURKINA FASO: LA ZONA DEL SOUM[8]

Nell’ottobre del 2014 il Presidente del Burkina, Blaise Compaoré[9] è destituito da un sollevamento popolare, e nel 2015 comincia ad addensarsi la minaccia jihadista sul nord del paese. La diagnosi più facile è quella di un travaso delle azioni jihadiste dal Mali, in guerra già dal 2012 contro la rivolta Tuareg scoppiata nel nord che ha innescato micce di contenziosi inter-comunitari sfruttati dagli islamisti nel centro del paese. 
Ma non si tratta solo di questo: c’è un focolaio endogeno nel nord-est burkinabé, nella provincia del Soum, dove da anni sono bene accolte e molto seguite le prediche di un oratore della regione, certo Malam Ibrahim Dicko, che crea un suo gruppo chiamato Ansarul Islam (notare come la parola araba Ansar, “ausiliari”, viene piegata alla pronuncia locale). Malam comincia a predicare nel 2009 ed ha subito successo, si crea un suo seguito, reclutando soprattutto tra i Fulani (in francese, Peul) che rappresentano l’etnia maggioritaria nella zona ma sono stratificati socialmente tra l’élite dei nobili e i Rimaibé, gli antichi schiavi. I Peul sono arrivati nell’area tra il XV e il XVIII secolo ed hanno spodestato gli autoctoni agricoltori, per lo più animisti, diffondendo la loro fede musulmana. La stratificazione sociale e le divisioni si sono perpetuate fino ad oggi, ed ecco che la predicazione di Malam coglie nel segno, arruolando soprattutto i Rimaibé (ma non solo). I toni sono quelli del fustigatore delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali: attacca le famiglie altolocate dei marabout (santoni) che si trasmettono le prerogative di casta proprie degli imam e strumentalizzano la loro autorità religiosa, estorcendo soldi ai fedeli. Malam è arrestato nel 2013 dai francesi in Mali, e nelle prigioni maliane il suo mentore sarà Hamadou Koufa, che fa parte di un gruppo armato, Il Fronte di Liberazione del Macina, implicato in vari attentati in Mali.
Provincia del Soum, Burkina, in rosso

Rientrato in patria, Malam organizza la prima azione armata nel dicembre 2016 con un attacco a un posto militare a Nassoumbou e ufficializza l’ingresso di Ansarul Islam nella galassia jihadista. Poi si dà alla macchia e pare sia stato ucciso, ma quello che ha seminato non si estingue con lui; il suo discorso di tribuno che si scaglia contro i privilegi dei potenti ha fatto presa e riecheggia in un’area che è tra le meno povere del paese (ancora a smentire che sia solo la povertà a nutrire il jihad), ma che si sente trascurata e non riesce ad approfittare delle ricchezze che pure sarebbero a portata di mano. Il Burkina ha miniere d’oro[10], terre agricole fertili e armenti numerosi: la frustrazione nasce dalla mancanza di mezzi e infrastrutture per sfruttare le risorse esistenti. Anche qui lo stato è assente e sordo alle esigenze locali; i funzionari che arrivano da sud non parlano il fulfulde, la lingua più diffusa localmente, i pastori Peul si lamentano perché non riescono a farsi consegnare i documenti o a ottenere aiuto per recuperare il bestiame rubato e li accusano di essere insensibili, infidi e corrotti.

 
Mandrie a Goulukum, Senegal

Se Ansarul Islam non è (ancora?) riuscita a generalizzare la violenza come nel nord-est della Nigeria o intorno al Lago Ciad, le condizioni di scontento sociale sono un brodo di coltura pericoloso.  Le autorità del Burkina hanno compreso finalmente che una risposta non militare era urgente e all’inizio del 2017 hanno lanciato un programma di sviluppo locale. Ma quel che l’International Crisis Group raccomanda come corollario agli investimenti è la ricerca di un avvicinamento tra funzionari e popolazione e la mobilitazione di attori locali che possano instaurare un dialogo tra gruppi e interessi diversi. Chi lo farà? 
 
Il 17 novembre scorso si è verificato l’ennesimo attentato in un villaggio nel Soum che ha provocato sei morti. Gli attentatori si sono rifugiati nelle loro retrovie in Mali. Se si consolida e ripete il trapasso di forze tra insorgenze islamiste attraverso le due frontiere sarà sempre più difficile fermarle[11], tanto più che la guerra si diffonde nelle zone centrali del Mali dove l’etnia Peul è maggioritaria.

Nel Niger, la violenza jihadista nella zona di confine con il Mali la cui responsabilità viene attribuita al gruppo denominato Stato Islamico nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara) incrocia i conflitti inter-comunitari tra nomadi Peul e i loro rivali Tuareg e Doosak. Un rapporto dell’ICG del 5 ottobre scorso spiega questo intreccio perverso e le ragioni  della penetrazione opportunista jihadista soprattutto tra i giovani pastori Peul[12]

Nella Somalia centrale e meridionale gli Al Shabaab che sembravano quasi sconfitti due anni fa hanno ripreso forza nel 2016, giocando anche loro sulle variabili degli interessi dei vari clan rivali[13], nonostante sia stato eletto un nuovo Presidente, Mohamed Abdulahi Mohamed, che gode di un certo consenso popolare. Tuttavia pare che gli Al Shabaab non siano i responsabili dell’attentato gravissimo di Mogadiscio del 14 ottobre scorso che ha provocato almeno 300 morti e più di 200 feriti, non rivendicato: sembra che si possa trattare di una conseguenza dello scontro in atto tra Arabia Saudita e gli Emirati da un lato e Qatar e Turchia dall’altro[14], poiché la Somalia è vicina al Qatar che ha anche finanziato le elezioni.
Se Mao fosse ancora vivo, forse ritratterebbe il suo famoso detto: “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.


Villaggio disegnato da Charles Seigobos


[1] Parola araba che significa «bordo, riva» rispetto al mare di sabbia del Sahara
[2] Institute for Security Studies, La Force multinationale de lutte contre Boko Haram : quel bilan ?, 31 agosto 2016
[3] http://www.france24.com/fr/20171108-operation-barkhane-mali-soupcon-bavure-armee-francaise-lors-raid

[4] Lac Tchad : tout comprendre de la stratégie des terroristes de Boko Haram, Le Monde Afrique, 11/07/2016

[5] Movimento jihadista tra i più crudeli e distruttivi, nato nei primi anni 2000 nello stato del Borno, Nigeria del nord-est e dilagato grazie anche alla repressione brutale e indiscriminata dell’esercito nigeriano e alla negligenza e corruzione del governo nazionale e locale negli stati vicini. Secondo un articolo di Marco Cochi del 31 ottobre 2017 apparso su Nigrizia, "Metamorfosi Boko Haram", il gruppo si starebbe trasformando sempre più in una gang criminale dedita al traffico di droga e armi.
[6] Rapporto International Crisis Group (ICG), 25 ottobre 2017
[7] Rapporto ICG, 25 ottobre 2017
[8] https://www.crisisgroup.org/fr/africa/west-africa/burkina-faso/254-social-roots-jihadist-violence-burkina-fasos-north
[9] Circolano varie voci su patteggiamenti tra il suo regime e i gruppi jihadisti. Lo stesso Compaoré è intervenuto dal suo esilio in Costa d’Avorio per smentirle (https://www.voaafrique.com/a/compaore-sort-de-son-silence-pour-dementir-tout-lien-avec-des-terroristes/4120381.html)
[10] http://www.liberation.fr/apps/2015/08/orpaillage-burkina/
[11] Notiziario RFI ore 8.00 a.m.

[12] Niger Clash Kills U.S. and Nigerien Troops, 5 ottobre 2017

[13] http://blog.crisisgroup.org/africa/somalia/2016/02/11/somalia-why-is-al-shabaab-still-a-potent-threat/
[14] http://www.fides.org/it/news/63073-AFRICA_SOMALIA_Lo_scontro_tra_Qatar_e_Arabia_Saudita_dietro_l_attentato_di_Mogadiscio#.WhGaIXlrzIU