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lunedì 20 novembre 2017

ACCADE NEL SAHEL



CONFLITTI GLOCALI E JIHAD MUTANTI NEL SAHEL[1]


Disegno tratto dal libro del geografo Charles Seignobos "Des Mondes Oubliés"

Il G-5, l’ennesima missione militare mirata a contrastare il terrorismo e i traffici illegali nella fascia sahelo-sahariana, ha fatto il suo debutto sul terreno a fine ottobre in una zona all’incrocio delle frontiere tra Mali, Burkina e Niger con qualche centinaio di uomini che diventeranno 5000 nel marzo 218. Vi contribuiscono cinque paesi: Mauritania, Mali, Burkina-Faso, Niger e Ciad, sia in termini di effettivi che finanziariamente, anche se la maggior parte dei fondi, ancora latitanti, sarà sborsata da paesi europei e da Stati Uniti. Dovrà coordinarsi con le missioni già da anni in azione nella stessa immensa fascia di savana tra Senegal e Somalia: la forza francese Barkhane (circa 4000 uomini), la Minusma (forza multidimensionale dell’ONU in Mali, circa 13.000 uomini), e la Forza multinazionale mista di lotta contro Boko Haram, FMM, in teoria composta da più di ottomila uomini, posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad[2], che non si sa che cosa faccia. A migliaia di km più a est è presente dal 2007 l’AMISOM, la missione dell’Unione Africana in Somalia, cui partecipano cinque paesi limitrofi con le loro truppe (22.000 soldati). In più sono presenti forze speciali non dichiarate di Francia e USA.

Imponente schieramento, ma quanto efficace? E soprattutto: è la risposta militare e securitaria, finora privilegiata e promossa in coro da leader africani, europei, onusiani e statunitensi, la più adatta a raggiungere l’obiettivo dichiarato di sconfiggere le cangianti insorgenze islamiste diffuse in un’area di milioni di km2, se non è accompagnata da tutta un’altra serie di misure di tipo sociale, politico, economico e culturale? Gli scacchi subiti finora in Mali non suggeriscono nulla?

La risposta negativa di eminenti ricercatori, esperti e think-tanks è piuttosto netta, sulla base di ricerche, analisi e conoscenze nutrite di inchieste e studi di anni sul terreno. Il “no” è espresso concretamente, nei fatti e nei comportamenti, dalle popolazioni interessate che sono le prime vittime designate ma anche le protagoniste delle insorgenze e degli attentati, dei sequestri e dei roghi di case e beni. La ragione è semplice. Da un lato le decine di gruppi islamisti o apparentemente tali hanno saputo individuare e insinuarsi nelle crepe dei conflitti irrisolti specifici delle varie comunità e arruolare adepti atteggiandosi a vindici delle loro frustrazioni e difficoltà, mentre dall’altro hanno trovato terreno fertile nel sentimento, generalizzato, in zone rurali e lontane dai centri del potere, di alienazione e distanza dallo Stato e dai suoi rappresentanti, percepiti come estranei, corrotti e dunque nemici. E in ogni paese le circostanze, la conformazione geografica del territorio, i gruppi etnici e quindi i modi e i tempi di infiltrazione dei proteiformi gruppi jihadisti sono diversi e diversi dovrebbero essere gli approcci e i rimedi. 

Qualche anno fa, ai tempi del Labour di Tony Blair, andava di moda una frase in ambiente anglosassone riferita alla guerra di occupazione in Iraq: “conquistare la mente e il cuore (degli occupati)”. Ciò che non è riuscito in Iraq sembra essere riuscito a molti dei gruppi islamisti; i predicatori colonizzano “the hearts and minds” di contadini e pastori saheliani, acquisendoli non tanto e solo a una causa religiosa o ideologica, ma alla ribellione e al saccheggio, al sabotaggio e all’attacco di gruppi rivali, antichi o recenti, o addirittura affermandosi come unici attori in grado di fornire servizi e assicurare ordine, fermo restando che banditismo, criminalità comune e vendette personali entrano in gioco. Chi non aderisce fugge e si lascia dietro tutto. Il risultato è il sovvertimento e la distruzione dei legami comunitari, delle reti commerciali preesistenti, del tessuto socio-economico, delle istituzioni educative e della convivenza civile; si installa la diffidenza e la paura, si è costretti all’abbandono di campi e pascoli per cercare rifugio in squallidi accampamenti dove si dipende dall’aiuto umanitario. Per chi rimane, la rovinosa chiusura delle frontiere rende l’approvvigionamento in beni essenziali un’odissea quotidiana.
Le truppe francesi, dell’ONU o dell’Unione Africana sono spesso percepite, più che come baluardo contro gli assalitori, come forze d’occupazione, e contribuiscono così a rinfocolare il sentimento di ostilità e alienazione verso le autorità statali che le utilizzano; e questo a parte il rischio di incidenti ed errori catastrofici. Ad esempio, sembra molto probabile che nella notte tra il 23 e il 24 ottobre scorsi la forza francese Barkhane abbia ucciso 11 soldati maliani ostaggio dal Gruppo di appoggio all’Islam e ai musulmani (JSIM acronimo arabo) durante un’azione contro una base jihadista[3]. In Niger, il 4 ottobre erano morti tre soldati statunitensi delle forze speciali insieme a cinque nigerini per mancanza di informazioni adeguate sui pericoli della zona e di supporto logistico immediato. Ecco alcuni esempi di situazioni che le armi soltanto non risolvono.

BACINO DEL LAGO CIAD

La mia fonte principale è un lungo estratto del libro del geografo Christian Seignobos Des mondes oubliés (Carnets d’Afrique, IRD/Parenthèse, 2017) apparso su Afrique Contemporaine e pubblicato con lievi modifiche da Le Monde Afrique nel luglio 2016[4]. Lo studioso ha passato tutta la vita nella stessa zona, prima come cooperante poi come ricercatore, professore universitario, e appassionato del terreno. Conosce tutti i segreti di questo lago cangiante, immenso ma sempre diverso a seconda delle stagioni, delle piene, degli anni, sul quale si affacciano quattro stati: oltre alla Nigeria, il Niger, il Camerun e soprattutto il Ciad, che ha la sovranità su più della metà della sua superficie. 

A partire dal gennaio 2015, Boko Haram[5] fa irruzione sulle rive meridionali del lago e incendia un villaggio dello stato nigeriano del Borno, Baga Kawa, facendo centinaia di morti. Più che la Nigeria, impegnata nella corsa alle elezioni presidenziali, reagisce il Ciad: il lago è il “suo” lago, dice Seignobos, e non si tocca. Ma le forze ciadiane, reputate per le loro doti di combattenti, si scontrano contro la geografia reticolare della zona: i terroristi locali, aiutati dalla manovalanza di ragazzini di strada, che vanno in moto, conoscono i meandri palustri e si perdono nel nulla. 

Boko Haram ha dalla sua parte la demografia: recluta adepti tra gli sterminati ranghi dei ragazzini e degli adolescenti, degli scioperati che penzolano senza arte né parte tra le moschee, le stazioni degli autobus e taxi-brousse, i mercati e le agenzie di viaggio, pronti a seguire chi li arringa e dà loro qualche soldo. Se si proibisce l’uso delle moto, dopo che i motociclisti sono bollati e temuti come possibili attentatori, si usano i cavalli, e allora si proibiscono anche i cavalli, in una rincorsa grottesca. Oltre alle moto, i terroristi possono contare sulle veloci piroghe che i pescatori Buduma -Yedina pilotano nel labirinto dei canali che soltanto loro conoscono, da un santuario di Boko Haram all’altro: sono loro la carta vincente, i soli conoscitori dei segreti e dei nascondigli lacustri. Come possono delle truppe straniere essere d’aiuto in questo labirinto acqueo?

Ma perché i pescatori Buduma-Yedina si sono alleati con Boko Haram? Per capirlo bisogna conoscere gli antecedenti che risalgono agli anni 1970/1980 e al boom demografico che trasforma le rive meridionali del lago. Dopo la grande siccità del 1973 e la sua replica nel 1984, il “grande lago” diventa il “piccolo lago”, e cambia l’economia della zona. I pescatori locali (Yedina, Kanuri, Kanemba) si trasformano anche in coltivatori e in commercianti a seconda delle stagioni, le frontiere sono aperte e fluide, c’è prosperità e circolazione di derrate tra tutti i paesi che si affacciano sul lago.
Un’abbondanza che attira frotte di grandi commercianti Haussa dall’entroterra, sempre più numerosi: questi hanno capitali, annusano la possibilità di lauti affari a partire dalle opportunità che offre la nuova dinamica della zona e si moltiplicano, fino ad avere in mano il monopolio del commercio di carburante adulterato, del natron (carbonato sodico idrato) e del legno. Così Baga Kawa diventa nei primi anni 2000 una borgata Haussa e i piccoli commercianti-pescatori autoctoni Kanuri, Yedina e Buduma sono emarginati. Gli Haussa rappresentavano il 5% della popolazione nel 1976; dopo 30 anni sono la stragrande maggioranza. Si capisce quindi come le popolazioni autoctone, sentendosi espropriate, abbiano intravisto in Boko Haram il mezzo per vendicarsi e riprendersi il controllo economico del loro territorio. L’attacco a Baga Kawa è stato preceduto da una campagna contro i commercianti usurai Haussa, ricattati, sequestrati e a volte uccisi. Questa campagna è valsa a Boko Haram la riconoscenza delle comunità locali dei pescatori e la penetrazione nelle loro file. 
 
Seignobos sottolinea come siano falsi alcuni luoghi comuni applicati senza conoscenza di causa: a volte non sono le zone più povere a soccombere alle lusinghe dei jihadisti: la zona del lago era assai ricca. Ora non più: milioni di persone sono state costrette a fuggire, le frontiere chiuse rendono difficili gli scambi, i prezzi sono alle stelle e i commerci languono.  Ed è tutto il bacino del lago ad essere in crisi, nel sud-est del Niger e nel nord del Camerun. Quest’ultima regione ha la forma di un lungo fumaiolo piegato verso ovest, incuneato tra Ciad a est e Nigeria a ovest, e si trova a cavallo del lago Ciad o meglio di quel che ne resta a nord. Prima dell’arrivo di Boko Haram era già la più povera del paese: il 74% della popolazione era sotto il livello di povertà mentre la percentuale nazionale scende a poco più del 37%[6]. Dopo l’arrivo di Boko Haram tutta la rete commerciale abituale con la Nigeria è saltata. I grandi commercianti vanno ad approvvigionarsi nelle città del sud, a Yaoundé o Douala, mentre i piccoli rischiano la pelle andando in moto in Nigeria passando più a nord, allungando il viaggio di 100 o più km e i prezzi salgono di conseguenza. La solidarietà e l’aiuto umanitario arginano il disastro: le ONG presenti danno lavoro a decine di locali e i contadini sfollati possono usufruire di appezzamenti concessi loro gratuitamente; 220.000 persone in fuga dall’estremo nord sono accolte da famiglie solidali in zone più sicure[7]. Il nord del Camerun era una zona turistica grazie alle sue bellezze naturali: ovviamente è stata disertata dopo i primi attentati.

 Rhumsiki, Nord Camerun

BURKINA FASO: LA ZONA DEL SOUM[8]

Nell’ottobre del 2014 il Presidente del Burkina, Blaise Compaoré[9] è destituito da un sollevamento popolare, e nel 2015 comincia ad addensarsi la minaccia jihadista sul nord del paese. La diagnosi più facile è quella di un travaso delle azioni jihadiste dal Mali, in guerra già dal 2012 contro la rivolta Tuareg scoppiata nel nord che ha innescato micce di contenziosi inter-comunitari sfruttati dagli islamisti nel centro del paese. 
Ma non si tratta solo di questo: c’è un focolaio endogeno nel nord-est burkinabé, nella provincia del Soum, dove da anni sono bene accolte e molto seguite le prediche di un oratore della regione, certo Malam Ibrahim Dicko, che crea un suo gruppo chiamato Ansarul Islam (notare come la parola araba Ansar, “ausiliari”, viene piegata alla pronuncia locale). Malam comincia a predicare nel 2009 ed ha subito successo, si crea un suo seguito, reclutando soprattutto tra i Fulani (in francese, Peul) che rappresentano l’etnia maggioritaria nella zona ma sono stratificati socialmente tra l’élite dei nobili e i Rimaibé, gli antichi schiavi. I Peul sono arrivati nell’area tra il XV e il XVIII secolo ed hanno spodestato gli autoctoni agricoltori, per lo più animisti, diffondendo la loro fede musulmana. La stratificazione sociale e le divisioni si sono perpetuate fino ad oggi, ed ecco che la predicazione di Malam coglie nel segno, arruolando soprattutto i Rimaibé (ma non solo). I toni sono quelli del fustigatore delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali: attacca le famiglie altolocate dei marabout (santoni) che si trasmettono le prerogative di casta proprie degli imam e strumentalizzano la loro autorità religiosa, estorcendo soldi ai fedeli. Malam è arrestato nel 2013 dai francesi in Mali, e nelle prigioni maliane il suo mentore sarà Hamadou Koufa, che fa parte di un gruppo armato, Il Fronte di Liberazione del Macina, implicato in vari attentati in Mali.
Provincia del Soum, Burkina, in rosso

Rientrato in patria, Malam organizza la prima azione armata nel dicembre 2016 con un attacco a un posto militare a Nassoumbou e ufficializza l’ingresso di Ansarul Islam nella galassia jihadista. Poi si dà alla macchia e pare sia stato ucciso, ma quello che ha seminato non si estingue con lui; il suo discorso di tribuno che si scaglia contro i privilegi dei potenti ha fatto presa e riecheggia in un’area che è tra le meno povere del paese (ancora a smentire che sia solo la povertà a nutrire il jihad), ma che si sente trascurata e non riesce ad approfittare delle ricchezze che pure sarebbero a portata di mano. Il Burkina ha miniere d’oro[10], terre agricole fertili e armenti numerosi: la frustrazione nasce dalla mancanza di mezzi e infrastrutture per sfruttare le risorse esistenti. Anche qui lo stato è assente e sordo alle esigenze locali; i funzionari che arrivano da sud non parlano il fulfulde, la lingua più diffusa localmente, i pastori Peul si lamentano perché non riescono a farsi consegnare i documenti o a ottenere aiuto per recuperare il bestiame rubato e li accusano di essere insensibili, infidi e corrotti.

 
Mandrie a Goulukum, Senegal

Se Ansarul Islam non è (ancora?) riuscita a generalizzare la violenza come nel nord-est della Nigeria o intorno al Lago Ciad, le condizioni di scontento sociale sono un brodo di coltura pericoloso.  Le autorità del Burkina hanno compreso finalmente che una risposta non militare era urgente e all’inizio del 2017 hanno lanciato un programma di sviluppo locale. Ma quel che l’International Crisis Group raccomanda come corollario agli investimenti è la ricerca di un avvicinamento tra funzionari e popolazione e la mobilitazione di attori locali che possano instaurare un dialogo tra gruppi e interessi diversi. Chi lo farà? 
 
Il 17 novembre scorso si è verificato l’ennesimo attentato in un villaggio nel Soum che ha provocato sei morti. Gli attentatori si sono rifugiati nelle loro retrovie in Mali. Se si consolida e ripete il trapasso di forze tra insorgenze islamiste attraverso le due frontiere sarà sempre più difficile fermarle[11], tanto più che la guerra si diffonde nelle zone centrali del Mali dove l’etnia Peul è maggioritaria.

Nel Niger, la violenza jihadista nella zona di confine con il Mali la cui responsabilità viene attribuita al gruppo denominato Stato Islamico nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara) incrocia i conflitti inter-comunitari tra nomadi Peul e i loro rivali Tuareg e Doosak. Un rapporto dell’ICG del 5 ottobre scorso spiega questo intreccio perverso e le ragioni  della penetrazione opportunista jihadista soprattutto tra i giovani pastori Peul[12]

Nella Somalia centrale e meridionale gli Al Shabaab che sembravano quasi sconfitti due anni fa hanno ripreso forza nel 2016, giocando anche loro sulle variabili degli interessi dei vari clan rivali[13], nonostante sia stato eletto un nuovo Presidente, Mohamed Abdulahi Mohamed, che gode di un certo consenso popolare. Tuttavia pare che gli Al Shabaab non siano i responsabili dell’attentato gravissimo di Mogadiscio del 14 ottobre scorso che ha provocato almeno 300 morti e più di 200 feriti, non rivendicato: sembra che si possa trattare di una conseguenza dello scontro in atto tra Arabia Saudita e gli Emirati da un lato e Qatar e Turchia dall’altro[14], poiché la Somalia è vicina al Qatar che ha anche finanziato le elezioni.
Se Mao fosse ancora vivo, forse ritratterebbe il suo famoso detto: “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.


Villaggio disegnato da Charles Seigobos


[1] Parola araba che significa «bordo, riva» rispetto al mare di sabbia del Sahara
[2] Institute for Security Studies, La Force multinationale de lutte contre Boko Haram : quel bilan ?, 31 agosto 2016
[3] http://www.france24.com/fr/20171108-operation-barkhane-mali-soupcon-bavure-armee-francaise-lors-raid

[4] Lac Tchad : tout comprendre de la stratégie des terroristes de Boko Haram, Le Monde Afrique, 11/07/2016

[5] Movimento jihadista tra i più crudeli e distruttivi, nato nei primi anni 2000 nello stato del Borno, Nigeria del nord-est e dilagato grazie anche alla repressione brutale e indiscriminata dell’esercito nigeriano e alla negligenza e corruzione del governo nazionale e locale negli stati vicini. Secondo un articolo di Marco Cochi del 31 ottobre 2017 apparso su Nigrizia, "Metamorfosi Boko Haram", il gruppo si starebbe trasformando sempre più in una gang criminale dedita al traffico di droga e armi.
[6] Rapporto International Crisis Group (ICG), 25 ottobre 2017
[7] Rapporto ICG, 25 ottobre 2017
[8] https://www.crisisgroup.org/fr/africa/west-africa/burkina-faso/254-social-roots-jihadist-violence-burkina-fasos-north
[9] Circolano varie voci su patteggiamenti tra il suo regime e i gruppi jihadisti. Lo stesso Compaoré è intervenuto dal suo esilio in Costa d’Avorio per smentirle (https://www.voaafrique.com/a/compaore-sort-de-son-silence-pour-dementir-tout-lien-avec-des-terroristes/4120381.html)
[10] http://www.liberation.fr/apps/2015/08/orpaillage-burkina/
[11] Notiziario RFI ore 8.00 a.m.

[12] Niger Clash Kills U.S. and Nigerien Troops, 5 ottobre 2017

[13] http://blog.crisisgroup.org/africa/somalia/2016/02/11/somalia-why-is-al-shabaab-still-a-potent-threat/
[14] http://www.fides.org/it/news/63073-AFRICA_SOMALIA_Lo_scontro_tra_Qatar_e_Arabia_Saudita_dietro_l_attentato_di_Mogadiscio#.WhGaIXlrzIU

lunedì 15 giugno 2015

OMAR BASHIR PRESIDENTE CRIMINALE

Kaltouma e le altre


Ieri sera ho ascoltato alla radio una buona notizia: in Sud Africa é stato fermato il presidente sudanese Omar Bashir, sul cui capo dal 2009 pende un' accusa di crimini di guerra e genocidio in seguito a denunce da ogni lato alla Corte Penale Internazionale. Soltanto. 
Finora era riuscito a farla franca. Speriamo che sia la volta buona. E' responsabile di un numero infinito di morti, distruzioni, violazioni di ogni parvenza di diritto, bombardamenti su popolazioni inermi, dal 2003, in Darfur soprattutto.

Nel 2007 lavoravo in Ciad in un campo profughi sudanesi e con sfollati ciadiani, a Goz Beida. Qui sotto un articolo che scrissi allora per Il Manifesto. temo sempre attuale.



Da Goz Beida,  Distretto di Dar Sila, Ciad Orientale, campo di rifugiati  sudanesi di Djabal, 2007


Gli occhi di Kaltouma brillano di soddisfazione mentre stringe tra le dita il biglietto da 10.000 FCFA, circa 15 Euro, che rappresenta una ricompensa simbolica per il tempo che lei e le altre 10 donne della « concession » [1]dedicano due volte alla settimana  alla discussione sulla prevenzione e la « riduzione del danno » rispetto alle violenze di genere di cui sono bersaglio molte donne come loro in questa zona. Stupri in brousse ma anche picchiaggi domestici  brutali, matrimoni forzati a 12 anni (o anche meno) di età,  mutilazione degli organi genitali, pratica « tradizionale » molto diffusa .. Kaltouma, come le altre donne quasi tutte giovani  sedute intorno a me sulla stuoia,  sono rifugiate del Darfur, il loro villaggio si chiama (o chiamava), Ouroum. Molte di loro sono state sequestrate dai Djandjaweed  all’inizio del conflitto e tenute  prigioniere, utilizzate come pastore il giorno, schiave sessuali di notte,, cuoche e domestiche, finché sono riuscite a fuggire, hanno attraversato la frontiera con il Ciad e sono state prese in carico da HCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU.
Da  quasi 4 annii abitano in questo campo  nell’Est del Ciad, dove lavoro da 3 mesi per una Organizzazione Umanitaria. Vi sono arrivate dopo  incredibili peripezie . Alcune, come Maryoma, una bella ragazza di forse 20 anni con un  velo azzurro sgargiante, hanno perso tutta la famiglia. Il campo che le ospita ha una popolazione di 15.302 persone, ( dati  HCR del giugno 2007), e  di rifugiati ce ne sono altre decine e decine di migliaia sparsi in una ghirlanda di insediamenti sovrapopolati  lungo  tutta la frontiera con il Sudan.  Decine di Organizzationi Umanitarie e ONG si occupano di ogni aspetto essenziale della vita comunitaria, e hanno cambiato i ritmi e l’aspetto almeno esteriore del  paesaggio umano di questo angolo remoto di Ciad , alzando i prezzi alle stelle, attirato  folle di giovani disoccupati che cercano a tutti i costi un lavoro con « l’umanitario ».
 Ma se il termine « Darfur » é ormai sinonimo di « rifugiati » e almeno vagamente la grande maggioranza del  pubblico  dei Telegiornali di tutto il modo ne ha sentito  parlare, poco si parla  o si conosce degli sfollati Ciadiani, della guerra  tracimata  dal Darfur in Ciad attraverso i gruppi di guerriglia e di ribellione anti-governativa.  Quella che con orribile termine si chiama in gergo « umanitario » la popolazione bersaglio degli sfollati (nel caso particolare l’ironia involontaria é  amara),  per il nostro progetto focalizzato sulle vittime di violenze sessuali e sessiste  e solo in questa zona del Distretto di Dar Sila, é di 69.414, di cui circa 54% donne (Fonte, HCR, giugno  2007).
La situazione materiale di rifugiati e sfollati non é molto diversa. Anche gli sfollati sono stati cacciati dai loro villaggi da bande armate, dagli « arabes »  termine onnicomprensivo che é difficile specificare (la nozione di banditi, nomadi, guerriglieri, razziatori, ribelli si sovrappongono). Villaggi bruciati, uccisioni di massa, donne e bambine stuprate. Ma mentre i campi dei rifugiati sono organizzati fisicamente in quadrilateri, chiamati bloc e in settori, alla militare,, gli sfollati si sono raggruppati secondo l’abitato dei loro villaggi di origine.  Inoltre il tasso di alfabetizzazione é molto alto tra I sudanesi, anche tra le donne, mentre é basso tra i ciadiani e ancor più tra le ciadiane.
Oggi lavoro con Kaltouma e le sue amiche sudanesi sui possibili accorgimenti per proteggersi dagli stupri collettivi quando si va in cerca di legna.  Dicono quali sono le misure di prudenza che adottano, parlano senza esitazioni, raccontano aneddoti. Ridono dicendo che delle bambine hanno abbandonato i loro animali al pascolo e sono fuggite di fronte a dei nomadi che hanno scambiato per djandjaweed. I genitori sono dovuti andare a recuperare le bestie e il tutto é finito in ilarità. Una vecchia aggiunge che lei ha paura ormai dei cavalli (i djandjaweed sono in genere sempre a cavallo o a dorso di cammello).  Sono contenta dell’atmosfera di fiducia e confidenza che si é creata.
In luglio, quando le ho incontrate per la prima volta,  eravamo tutte imbarazzate. Mi avevano detto : attenzione, non si puo’ parlare apertamente di stupri, anche se tutti sanno cosa é avvenuto, se ne parli direttamente rischi di compromettere poi il lavoro di sensibilizzazione e educazione, « ti bruci ». Quindi cercavo di prenderla alla larga, ma con una certa sorpresa  mi sono resa conto che queste donne erano pronte a parlare subito di cio’ che era loro successo. Ma come ?  Allora ho capito che non so quanti  operatori umanitari o quanti giornalisti e giornaliste le avevano già intervistate per i loro articoli o per le loro statistiche. Parlando, ognuna di loro tirava spesso un lembo del velo (che non copre mai la faccia ma solo i capelli) verso le labbra, meccanicamente, sembravano spersonalizzate, parlavano delle atrocità che erano loro successe  con un tono neutro e l’occhio fisso davanti, raramente con esitazioni, senza mimica facciale  Ripetevano cio’ che sapevano  che « gli occidentali » vogliono sapere, gli occidentali che prendono appunti, fanno domande, forse lasciano qualche spicciolo agli uomini di casa che hanno facilitato l’incontro, e se ne vanno. Mi sono sentita orribilmente disumana, e ho allora cambiato le carte in tavola : dopo i loro racconti,  ho deciso di condividere con loro un’esperienza che  avevo vissuto in un altro paese africano, un tentativo di stupro fortunatamente fallito durante una rapina a mano armata.  L’atteggiamento e l’espressione dei loro visi é cambiata.  Mi hanno ringraziato commosse,  hanno sorriso, hanno detto che non avevano mai vissuto una condivisione del genere con delle « bianche ».
Da allora abbiamo iniziato degli incontri sulla prevenzione, sull’allerta precoce, come la chiamiamo, e sulle malaugurate conseguenze del silenzio  dovuto alla « honte », alla vergogna, vergogna che viene gettata loro addosso dalla famiglia, dall’entourage tutto, dalle autorità, e che viene introiettata . Nel loro caso non si tratta degli stupri in brousse che minacciano  tutte le donne anche locali che vanno quotidianamente alla ricerca del « fagot », del fastello di legna per cucinare ma anche e soprattutto da vendere. Crimini questi  da « tempo di pace », anche se non so di che pace  si possa parlare in questo contesto, data l’instabilità  politica cronica del Ciad e il timore di incursioni di ribelli, di nomadi e arabi, assimilati appunto ai Djandjaweed.  Nel caso di « Kaltouma e le altre » si tratta di  crimini di guerra , di crimini contro l’umanità, di genocidio, anche se probabimente loro di genocidio non hanno mai sentito parlare.
« Ero tornata a Oroum dopo un viaggio. Sono arrivati a dorso di cammello ma anche con gli aerei,  Sono fuggita verso la collina, ho perso mio marito, ho perso I miei bambini, e ne ho poi ritrovato soltanto uno. Sono rimasta  2 mesi nascosta sulla collina (con altri). Ma i djandjaweed sono tornati (ci hanno trovato), hanno selezionato le donne  (più giovani), e ci hanno tenuto per 3 mesi.  (Ero incinta), ho partorito, loro  hanno ucciso il bambino (il traduttore dice « égorgé », sgozzato, ).  Ci siamo ancora spostati, sono andata con loro. Sono rimasta ancora incinta, dopo due mesi mi hanno lasciato partire e (sono arrivata) in un villaggio di cui non so il nome. Qui ho abortito.  Dopo questo, ho lasciato il villaggio e sono  arrivata alla frontiera.  Ora sono con mio marito (ritrovato). Parla un’altra donna:
« Siamo tutte dello stesso villaggio. Sono arrivati la notte, dicevano che venivano da Nord, allora siamo tutti andati (a rifugiarci) verso il wadi (corso d’acqua  della stagione delle piogge). Ma loro hanno cambiato direzione. C’erano morti dappertutto. Io non sono stata stuprata, mi hanno provocato, mi  hanno fatto male. Siamo riusciti a seppellire i morti in una fossa comune”. Un’altra donna descrive la sua marcia forzata quando é riuscita a fuggire dal campo dei djandjaweed  dopo 33 giorni: « Abbiamo  camminato per 8 giorni, abbiamo  trovato solo villaggi bruciati, abbiamo trovato dei campi di arachidi e abbiamo mangiato quello. A Modeina  (villaggio alla frontiera) ho incontrato mia madre, mi ha detto che  il papà era stato ucciso. » Aggiunge che « nessuno la chiede in sposa ». Uno psicologo camerunese con cui ho parlato diceva che molte di queste ragazze  che tutti sanno sono state catturate dai djandjaweed non riescono più a farsi una famiglia loro e sono praticamente costrette a trasformarsi in prostitute. “Le si ignora il giorno, si domandano loro servizi sessuali la notte ».
La nostra sessione  di formazione é finita, il sole scalda e i bambini (impossibile vedere una donna africana di qualsiasi età seduta senza  bambini addosso) si fanno impazienti,  sono stati fin troppo  buoni.   A venerdi’ ? A venerdi’.  Usciamo dal campo lentamente, ci sono sempre persone che chiedono un passaggio.. Penso alle centinaia di Kaltouma che queste fila di capanne contengono, alle centinaia di migliaia di Kaltouma sparse per il Ciad e nel Darfur.  Le prospettive di pace in Darfur peggiorano di giorno in giorno in vista dei colloqui di Tripoli, in Libia, afferma Libération di questa mattina, 11 ottobre. La forza di pace « ibrida «  internazionale promessa da mesi non ha ancora i finanziamenti. Quante Kaltouma ci saranno ancora ? E a chi importa ?



[1] La concession é lo spazio abitato dove sorgono le varie capanne, dove abitano i membri di un a famiglia allargata, e generalmente é circondato da cannucciato e paglia. In una concession possono abitare anche 50 persone (compresi i numerosi bambini).