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martedì 27 maggio 2025

QUEL GUAZZABUGLIO NEL SAHEL

 

HERE DORON, SOLO PACE **

Gli stati del Sahel dal Senegal a sinistra in verde alla Somala a destra, in verde, Mauritania in marrone
 

Here doron: era la risposta dovuta alla domanda di cortesia ”come hai dormito?”, parte integrante dello scambio di saluti di prammatica altrettanto dovuto di prima mattina verso qualsiasi interlocutore nel piccolo centro di Kolokani, zona saheliana a circa 150 km a nord di Bamako, capitale del Mali, dove ho lavorato dal 1986 al 1988 in un Progetto rurale integrato. La lingua nazionale prevalente era il Bambara, ma ogni gruppo etnico parlava la propria lingua in ambito familiare, mentre la lingua dei rapporti ufficiali era (ed è) il francese, la lingua degli antichi colonizzatori. Saluti prescritti da un galateo ineludibile che erano per me un tormento, in quanto uscivo ancora insonnolita in cerca di caffè dalla mia camera da letto che dava sulla corte/giardino[1] e spesso mi imbattevo in qualche inopportuno visitatore mattiniero. Non potevo sottrarmi al martirio di un nutrito scambio verbale con le formule del caso senza farmi radiare dal consesso comunitario. Tanto sarebbe valso licenziarsi subito in tronco. L’ inesistente privacy della concession era protetta da un cancellino spesso aperto, e nel vocabolario dei Bambara quella che usiamo definire “discrezione” specie mattutina non figura. Spazi aperti permeabili, socialità a 360°, con molti pro e qualche contro. Non esistevano chiavi.

Gli stati centrali in rosso, i più colpiti dal jihad: Mali a sinistra, Niger a destra e sotto il Burkina faso

Avevo cercato di imparare il bambara con un buon libretto (ovviamente redatto da missionari) e cassette audio. Questa frase, here doron, mi piaceva molto e mi torna in mente spesso in questi tempi di tempeste guerresche che funestano tanti orizzonti. Ma l’orizzonte del Sahel, quella immensa fascia di savana a nord del Sahara che va dalla costa atlantica della Mauritania e del Senegal al Mar Rosso e al golfo di Aden, raramente assurge agli onori delle cronache internazionali. Un orizzonte di più di 3 milioni di km2, una buona parte del quale è transitato dalla tranquilla monotonia della quotidianità ritmata dal calendario dei lavori dei campi, della transumanza delle mandrie e dei mercati ebdomadari ad un caos di violenza efferata, di paura e di rivalità tra gruppi etnici che avevano convissuto per secoli. E’ un’area che mi sta a cuore perché per anni ho lavorato in vari paesi del Sahel occidentale e mi sembra di vedere ancora i paesaggi, la savana, le piste, le strade, i pozzi, le magre vacche, le capre, e soprattutto le persone con le quali ho lavorato e vissuto: non sono fantasmi evanescenti ma visi e cari ricordi. La polvere rossa del Sahel ti rimane appiccicata alla pelle per decenni, forse la penetra, e la boscaglia (la brousse) non la scordi più. I pericoli nei tardi anni 1980 e primi anni 1990 erano i fossi, gli animali che improvvisamente ti tagliavano la strada mentre guidavi, peggio i ragazzini, i camion carichi fino all’impossibile con masserizie e merci troneggianti per cinque metri da terra, sopra le quali sedevano i passeggeri, che viaggiavano anche di notte magari con un solo fanale che tu credevi appartenere a una moto. Beh, anche serpenti e malaria.

Villaggio del Mali: donne intorno alla pompa dell'acqua potabile

Dopo la destabilizzazione della Libia grazie allo sciagurato intervento “occidentale”, salutato ingenuamente da molti come una “liberazione”[2] nel 2011[3], dall’anno successivo il nord del Mali, dove già da anni ribollivano le rivendicazioni dei Tuareg, fu invaso e occupato da una prima ondata jihadista di tipo salafista, la grande biblioteca di Timbuctu fu gravemente danneggiata e la popolazione dovette sopportare angherie, l’imposizione della legge islamica e delitti di ogni tipo per quasi un anno. 

Villaggio del Benin: acqua di pozzo

I primi jihadisti algerini arrivati in Mali all’inizio degli anni 2000 erano pochi e sostanzialmente innocui. Dopo il 2011 una valanga di armi depredata negli arsenali di Gheddafi si riversò nel Sahel e negli anni successivi si moltiplicarono i gruppi e le sigle del fondamentalismo islamico e del banditismo opportunista in terre sempre trascurate dai governi centrali, con milioni di giovani ben poco scolarizzati pronti ad abboccare all’amo di qualunque imbonitore[4] e un esodo rurale galoppante. Così i gruppi armati si sono moltiplicati passando attraverso mutazioni, fusioni, scissioni, sotto patrocini diversi tra i quali spiccano Al Qaeda e lo Stato Islamico. Si sono moltiplicati anche i tentativi di arginare e minimizzare il danno procurato originariamente dal caos libico, ma il difetto principale è stato sempre l’approccio quasi unicamente militare. La Francia, potenza di riferimento in Africa Occidentale, ha dato il “la” con l’operazione Serval del gennaio 2013, improvvisata per fermare l’ondata jihadista che dal Mali centrale avanzava rapidamente verso la capitale Bamako. Il successo puramente militare di questo intervento, salutato con favore apparente anche dalla popolazione maliana, incoraggiò il proseguimento dell’azione militare francese con ben maggiori effettivi e armamenti. La successiva operazione Barkhane durerà 8 anni, dall’agosto 2014 al novembre 2022, fino a che sarà cacciata piuttosto ignominiosamente tra i festeggiamenti della popolazione ormai arcistufa dei francesi, che dovettero per analoghe ragioni lasciare anche il Niger e il Burkina Faso. 

 

Da Wikipedia

Scarso successo anche per gli altri interventi militari che si erano misurati contro la moltiplicazione dei gruppi di un jihad dilagante: il G-5 che comprendeva cinque Stati della regione (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger, Ciad), la MINUSMA, Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali, la FMM, una forza posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad. In Somalia, dove agisce da anni una forza jihadista denominata Al Shabaab, c’era la AMISOM, la missione dell’Unione Africana, ora rimpiazzata dall’African Union Transition Mission in Somalia. Migliaia e migliaia di uomini, armamenti certo ben più efficienti e possenti di quelli degli avversari, ma quanto efficaci? Ben poco. Dopo anni queste forze esterne si sono dissolte nel nulla, difficile calcolare l’entità delle risorse profuse e delle vite perdute, perché i mali del Sahel che sono alla radice dell’avanzata jihadista non potevano essere guariti militarmente. Decenni di malgoverno, di povertà, ignoranza, disprezzo per i bisogni delle popolazioni sia urbane che rurali, e soprattutto rurali, avrebbero avuto bisogno di risorse ben diverse, investimenti nell’agricoltura familiare, nell’educazione, nella formazione, nel sostegno ad artigiani e piccoli imprenditori, di funzionari onesti e capaci, di un’amministrazione statale e locale articolata e solida. Di cultura e reale sviluppo. A regimi deboli e marci sono succeduti numerosi golpe militari di altrettanti incapaci: si sono installati al potere soldati tronfi che di politica e di governo non ne capiscono granché: due golpe in Mali, due golpe in Burkina, uno in Niger, i tre paesi al centro del Sahel e i più colpiti e travolti dalla marea jihadista[5]. Anche la Guinea, che non è ancora in pericolo ma nel mirino del jihad, è in mano a una dittatura militare. Da qualche anno anche il Benin e il Togo hanno subìto attacchi.

Villaggio in Benin: riunione vicino alla pompa dell'acqua
 

Il risultato analizzato da due recenti rapporti di organizzazioni di esperti, ACLED e ICG[6], sono entrambi concordi: pessimo. L’Unione Europea aveva dispiegato, oltre e accanto agli interventi militari, insieme a partner come l’ONU e gli Stati Uniti, missioni di appoggio economico e istituzionale, che però non sono riuscite a incidere né a ovviare a mali endemici di regimi corrotti, che sono stati spazzati via dai militari. I tre Stati centrali, Mali, Burkina Faso e Niger, hanno stretto un’alleanza militare, che non riesce a tutt’oggi a impedire che le zone in mano ai ribelli jihadisti si espandano. Tutti e tre questi paesi si sono rivolti alla Russia per supporto logistico e militare, ma le esazioni e i massacri perpetrati contro poveri contadini e pastori dei villaggi, presi tra i due fuochi, dalle forze che dovrebbero combattere i jihadisti peggiorano soltanto la situazione. I tre regimi militari, in teoria “di transizione” verso scadenze elettorali sempre più ignorate, hanno preso una postura chiaramente autoritaria e bandito i partiti politici, i giornalisti hanno la vita difficile. L’ACLED segnala il pericolo dell’allargamento delle forze jihadiste verso il golfo di Guinea, dopo gli sconfinamenti importanti nel nord del Benin e in Togo.

Grande pozzo in Benin

L’International Crisis Group fornisce tutta una serie di indicazioni politiche sia per il rappresentante speciale UE per il Sahel, João Cravinho, che per la responsabile della politica estera UE K. Kallas, data l’importanza dell’area del Sahel alle soglie dell’Europa e il chiodo fisso UE delle migrazioni, contro le quali si inventano i “paesi sicuri”, certamente sicuri per crepare di fame se non per altre cause. Ma i tempi tumultuosi e altre priorità pressanti non lasciano molto a sperare che a breve l’interesse della UE per il Sahel produca buoni risultati per le popolazioni vessate. E con il bel proposito di Rearm Europe saremo tutti, stanziali e migranti, in una botte di ferro. Per schiattarci dentro, o di guerra o di caldo.

** Here doron significa «solo pace» in lingua Bambara



[1][1][1] Area chiamata localmente “concession” in francese, che comprendeva la struttura in muratura (con le camere da letto, la cucina, un bagnetto con doccia e sanitari), e l’immancabile pozzo più lo spazio libero in cui un tavolo con sedie era riparato da una tettoia di canne e intorno alcuni alberi e piante Un bidone assicurava la doccia. Si comunicava per radio, solo per segnalazioni di servizio o urgenze, con l’ufficio di Bamako. Niente luce elettrica, solo lampade a petrolio (o kerosene?).

[2][2] Sui retroscena (e gli istigatori nonché finanziatori) della guerra scatenata contro la Libia si veda il libro di Marc Eichinger, Jeux de guerre, Massot Editions, 2022.Non mi pare sia stato tradotto in italiano.  Ne ho parlato in questo blog nel luglio 2024: https://croceorsa.blogspot .com/2024/07/apprendisti-stregoni-e-insurrezioni-1.html

 

[3] In Italia vi fu che io ricordi solo lo storico Gianpaolo Calchi Novati che deplorò e denunciò l’attacco francese e degli “alleati” come pericoloso, perché la Libia non era mai stata una nazione unitaria e intravvide il pericolo della disintegrazione.

[4] Mi si perdoni la semplificazione di situazioni ben più complicate. E ho tralasciato volutamente Boku Haram in Nigeria.

[5] Ho scritto sulla situazione nel Sahel nel 2017, descrivendo a mò di esempio di discrepanza totale tra bisogni e realtà del terreno e interventi militari piombati dall’alto, i conflitti intorno al lago Ciad, sulla base delle approfondite conoscenze di Charles Seignobos. https://croceorsa.blogspot.com/2017/11/accade-nel-sahel.html

[6] ACLED sta per  Armed Conflict Location and Event data, ICG per International Crisis Group. Gli interessat possono dare una scorsa a questi due rapporti: https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/burkina-faso-mali-niger/defining-new-approach-sahels-military-led-states; https://acleddata.com/2025/03/27/new-frontlines-jihadist-expansion-is-reshaping-the-benin-niger-and-nigeria-borderlands/

 

 .

martedì 1 novembre 2022

LE DONNE IN FUGA DAI JIHADISTI IN BURKINA FASO NON POSSONO TWITTARE "ME TOO"

 

SAHEL IN GUERRA (** fonti dell’articolo)

Mariam Ouédraogo, giornalista burkinabé

 

La giornalista burkinabé Mariam Ouedraogo ha vinto il premio Bayeux Calvados-Normandie per corrispondenti di guerra (8/10/2022) con un reportage sulle angherie inflitte alle donne che, quasi tutte con i loro piccoli sulla schiena, fuggivano dai villaggi del Burkina Faso, assaliti e spesso incendiati dai gruppi jihadisti, villaggi anche dilaniati da conflitti inter-comunitari sanguinosi, sorti e aggravati dall’insicurezza totale e dalla penuria. Centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, violenza e crudeltà selvagge, terre coltivate abbandonate. Quasi ovunque nel Sahel dal 2012infuria una vera e propria guerra con focolai innumerevoli.

Folla a Kaya mentre passano le truppe francesi che lasciano Il Burkina

Il Burkina Faso è parte di quella vastissima fascia di savana (6 milioni di km2), il Sahel, che va dal Gambia e Senegal a ovest fino all’Eritrea a est; era questa la “riva”[1] che le carovane medioevali salutavano a sud come una benedizione dopo la terribile traversata del Sahara. Alberi e ombra, acqua, riposo, cibo, e le accoglienti città di Timbuctu, Agades, Gao.  Per secoli non molto è cambiato, fino all’arrivo della colonialismo europeo alla fine del 1800 e la trasformazione dell’agricoltura di sussistenza in agricoltura commerciale da esportazione[2], che ha impoverito la terra e l’ha resa dipendente dai concimi chimici importati. A partire dal 1960 la vegetazione si è sempre più rarefatta a causa di siccità ricorrenti e più frequenti, le piogge dell’hivernage (così nel Sahel è chiamata la stagione piovosa) mancano sempre più spesso all’appello o si trasformano in inondazioni devastanti che rapiscono l’humus e inaridiscono i campi coltivati, l’esodo rurale aumenta e la vita nei villaggi si fa sempre più dura. Si veda il grafico qui sotto, tratto da un articolo del Monde Diplo del dicembre 2004 a firma Edgard Pisani.

Il grafico rosso in discesa designa l'Africa: la produzione alimentare scende dal 1960 in poi

L’ultima tappa letale di questo declino che già sembrava difficilmente arrestabile, poiché si innestava su un cambiamento climatico spietato, è iniziata dopo la sciagurata cacciata di quell’aborrito e temuto Gheddafi che era sì dittatore ma pur sempre l’unico che era riuscito a fare di tribù guerriere sparse su un territorio di quasi 1.300.000 km2, di comunità acefale autonome, uno Stato senza radici, inventato, ma con servizi, ospedali, scuole e università, istituzioni funzionanti. Reprimendo e stroncando qualunque opposizione nascente, ma non molto diversamente da altri capi di stato vicini anche peggiori, indisturbati o vezzeggiati dalle stesse potenze che hanno fatto della Libia un bubbone ingovernabile dal 2012 con la presunta “liberazione”. Un bubbone dal quale si sono riversati fiumi di armi, armamenti e islamisti agguerriti che sono dilagati a sud verso il Sahel, a cominciare dal nord del Mali, dove hanno incontrato un terreno favorevole incrociando e fondendosi con la storica ribellione Tuareg, che dal 1991 aveva avuto un risveglio, con rivendicazioni vecchie di decenni: più servizi, presenza dello Stato, no alla discriminazione etnica negli impieghi, riconoscimento della propria lingua e cultura, autonomia amministrativa. Dopo essersi impadroniti di una bella fetta di territorio e avere espugnato Timbuctu, saccheggiando e distruggendo un patrimonio culturale secolare e avere creato migliaia di profughi, gli islamisti hanno cominciato la loro discesa a sud. All’ inizio del 2013 stavano per raggiungere Segou (centro-sud del Mali). Fu allora che l’allora presidente francese François Hollande decise in quattro e quattr’otto di inviare una spedizione militare per fermarli prima che arrivassero alla capitale Bamako. La Francia è la potenza europea ex colonialista in Africa Occidentale che ha conservato nei decenni una fortissima influenza economica e culturale nell’area. Fu l’inizio dell’intervento esterno nel Sahel, prima solo francese con l’operazione chiamata Serval, che poi divenne, consolidandosi e moltiplicando il numero delle truppe e degli armamenti, l’operazione tutta francese Barkhane. L’intervento militare francese fu coadiuvato successivamente da altri interventi militari internazionali: G5, che coinvolgeva cinque Stati della regione, MINUSMA, a responsabilità onusiana, infine Takuba, una task force europea con comando francese. Sin dall’inizio era chiaro che le forze islamiste avevano fagocitato progressivamente li malcontento locale, le rivendicazioni di migliaia di giovani e meno giovani, una ribellione latente contro l’assenza di servizi essenziali soprattutto nelle aree rurali, contro il malgoverno, il malaffare, l’indifferenza dei potenti verso le sofferenze del popolo, la corruzione onnipresente. Il tutto inasprito dalla scarsità crescente delle risorse naturali e dalla predazione del sottosuolo.  Si formarono milizie locali per la difesa dei civili, con complicazioni ulteriori tra comunità diverse. Tutti gli esperti dell’area avevano messo in guardia contro l’approccio prevalentemente se non unicamente militare di questi interventi internazionali costosi che fra l’altro comportavano spesso gravi abusi, uccisioni ingiustificate ed errori intollerabili da parte sia delle forze militari locali che straniere. Il risultato disastroso è stato il dilagare in dieci anni dei gruppi armati islamisti dal Mali al Burkina, al Niger e al Ciad, ultimamente nel nord del Benin, con azioni armate sanguinose e assalti anche in Costa d’Avorio e una ostilità crescente verso le truppe francesi. Si sono rafforzate e moltiplicate le formazioni jihadiste[3] che hanno provocato migliaia di morti e milioni di profughi interni. Sia in Mali che in Burkina Faso rispettivamente si sono succeduti 2 colpi di stato militari, la Guinea Conakry (ancora fortunatamente non toccata dagli attacchi jihadisti) e il Ciad hanno avuto ciascuno un colpo di stato, tutto il Sahel è sconvolto e all’orizzonte non si scorge ancora un mutamento di rotta in chi detiene il potere rispetto all’approccio militare. La missione Barkhane è stata cacciata via sia dal Mali che dal Burkina a forza di manifestazioni ostili contro i francesi, e ora ha il suo quartier generale in Niger, che pare meno esposto agli assalti islamisti. Sia in Mali che in Burkina si sono aperte le porte ai mercenari russi del gruppo Wagner, già accusati di efferatezze nella repubblica Centrafricana; in Mali hanno sostituito i francesi e già l’International Crisis Group[4] ha documentato loro atti criminali. Questo sommario e lacunoso riassunto è solo una necessaria premessa per inquadrare in un contesto di vera e propria guerra il coraggioso reportage della giornalista burkinabé Mariam Ouedraogo sulle donne rurali in fuga dai villaggi del Burkina F. messi a ferro e a fuoco, di cui traduco ampi brani qui di seguito.

Ritiro della missione Barkhane dal Burkina

ASSE DABLO-KAYA : LA VIA DELL’INFERNO DELLE DONNE PROFUGHE INTERNE

Di Mariam Ouedraogo, edizioni JK Sidwaya

Dopo numerose incursioni a Dablo, una delle 11 circoscrizioni della provincia di Sanmantenga, nel centro nord del Burkina Faso all’inizio di novembre 2021, individui armati hanno imposto un ultimatum alle popolazioni affinché abbandonassero la zona. Ne sono seguite partenze in massa verso Barsalgho e Kaya[5]. Durante la fuga donne e ragazze, punite a colpi di frusta (10/25 frustate ciascuna) sono state derubate di tutti i loro beni dai terroristi, addirittura private dei sandali che indossavano. La loro colpa era l’avere indugiato nei villaggi dopo la scadenza dell’ultimatum. Nella loro zona inoltre erano presenti i volontari per la difesa della patria (VDP)[6], uomini che combattono appoggiando le forze regolari statali (FDS), e questa presenza si è ritorta contro di loro. Incontrate nel dicembre 2021 a Kaya, a 85 km da Dablo, dove si sono rifugiate, queste donne sequestrate, picchiate e violentate raccontano l’inferno che hanno vissuto sulla via della fuga verso la salvezza. I nomi sono inventati.

La prima donna del gruppo riceve le frustate(i disegni sono nel reportage)

La prima azione dei terroristi a Dablo risale al 12 maggio 2019. Il primo obiettivo colpito è la chiesa cattolica. Il bilancio è di sei morti. Da allora, le incursioni terroriste si sono moltiplicate nella zona, causando numerosi morti e movimenti di popolazioni verso Kaya. Dablo cade nelle mani dei terroristi dopo il ritiro della guarnigione della gendarmeria, il 22 novembre 2021. Dopo tre giorni se ne vanno anche i volontari per la difesa della patria. Sentendosi ormai alla mercé dei terroristi, a loro volta gli abitanti decidono di arrangiarsi da soli e fuggire, chi verso Barsalgho, chi verso Kaya. Alcuni, prevedendo la mala parata, erano già partiti …(ed erano stati) accolti nello stadio regionale del Centro-Nord, nel settore di Kaya.

 Dopo un viaggio di quasi 85 km … queste profughe, donne mature[7] e ragazze con i loro piccoli in fuga dalla morte hanno dovuto affrontare la crudeltà di altri carnefici identici a coloro che le avevano cacciate dei loro villaggi, che esse designano come “gli uomini della boscaglia” (brousse in francese). Sono state derubate di tutto: viveri, bestiame, abiti, utensili da cucina, documenti d’identità e cellulari. Le carrette e gli asini che servivano a trasportare i bambini e le persone più anziane sono state trafugate. Alcune donne sono state persino private dei sandali che proteggevano i piedi dalla polvere rovente della strada e dalle spine[8]. Come se ciò non bastasse, le donne e le ragazze hanno anche subito punizioni corporali, cioè da 10 a 25 frustate. Quel giorno del 25 dicembre 2021, Natale, l’emozione era al colmo quando abbiamo incontrato una ventina di loro a Kaya. Alcune di loro avevano lasciato Dablo la sera del 2 novembre. Alcune erano arrivate a Barsalgho dopo l’ incontro nefasto sulla strada.

Rainatou col suo bebé

“Dopo aver camminato quasi 9 km abbiamo incrociato sette uomini armati che ci hanno preso i bagagli e messo da parte i bambini. Ci hanno riunito su un lato, intanto aspettavano istruzioni dai loro capi”, racconta Oumou che ha 37 anni e sei figli. Spiega che oltre le armi avevano “dei grossi telefoni con antenna” (certo dei satellitari). “Nel nostro gruppo c’era una donna che capiva la loro lingua che li ha supplicati di lasciarci partire con i nostri averi”, continua. Ma quando (i banditi) hanno capito che erano ascoltati e compresi, hanno cominciato a sussurrare …Dopo un po’ uno di loro è arrivato con la sentenza: le donne saranno frustate a turno. Dato che allattava, Rainatu ha ricevuto 15 frustate (soltanto!). Oumou è stata la prima a ricevere i colpi. “Mi ha detto che avrei ricevuto 17 frustate. Mi sono sdraiata davanti a lui mentre mi frustava, un altro contava i colpi”, dice lei mostrando la schiena zebrata di cicatrici nere. “Dato che ero la prima, mi colpiva con tutta la sua forza. Man mano che le altre donne venivano frustate, i colpi erano meno vigorosi, era stanco”. Il dolore era così forte che il giorno seguente Oumou ha dovuto ricorrere alle cure del Centro sanitario e promozione sociale di Barsalgho. L’infermiere ha diagnosticato un trauma causato da colpi e ferite al dorso. Anche Awa, 33 anni e madre di 6 bambini ha ricevuto 22 colpi, Rainatou, 25 anni con 3 figli se l’è cavata con un numero inferiore di frustate grazie al suo lattante di 17 mesi. “Dopo le frustate mi ha detto di riposarmi per potere allattare il bambino”. Le ragazzine del gruppo, Angèle di 10 anni e Françoise di 17 anni sono state risparmiate. Ma la loro cuginetta Thérèse, egualmente di 17 anni, ha preso 10 frustate perché era più alta. Clémentine, di 40 anni, con 5 figli, è stata punita più delle altre. “Prima mi hanno dato 20 frustate, ma quando hanno scoperto che avevo nascosto due cellulari sotto i miei pagnes[9] mi hanno colpito altre 5 volte”, dice. Un altro gruppo di donne ha vissuto lo stesso calvario.

I 50 anni di Christine, 7 figli, non l’hanno salvata: ha subìto 19 colpi, Solange, 7 figli, 20 frustate. Solo due vecchie trasportate sulle carrette sono state risparmiate. “Hanno preso le due capre di mia suocera. Una capra aveva appena partorito. Quando le due vecchie li hanno supplicati di lasciar loro almeno gli animali, uno di loro ha restituito il capretto, ironizzando che lo avrebbero nutrito con il biberon. La loro crudeltà era infinita. “Se gridi di dolore la frustata non conta, se ti tocchi la ferita riprendo il conto da zero”. In più ci filmavano ridendo, dice Solange. Un’altra aggiunge: “Bisognava assolutamente astenersi dal lamentarsi per non far ripetere le frustate”….Queste punizioni, secondo i terroristi, sono dovuti non solo al fatto di aver fatto scadere l’ultimatum della partenza da Dablo, ma anche di essere le mogli di Koglwéogo (uomini di gruppi di autodifesa) e dei VDP ( volontari della difesa) che collaborano con l’esercito burkinabé (FDS). “Voi collaborate con le FDS ma oggi siete in nostro potere. Chiamatele chiedendo che vengano a salvarvi”, gridavano alle donne con sarcasmo. “Alla fine della “punizione” un gruppo di uomini ha portato via verso la boscaglia tutti i nostri bagagli”. Un altro gruppo, fucili in spalla, le ha scortate fino alle porte di Barsalgho, per assicurarsi che non tornassero indietro.


 

Alcune donne non hanno voluto proseguire senza nessuna provvista e a piedi nudi, e sono tornate indietro per cercare di trovare qualche cosa al villaggio abbandonato. Disgraziatamente, sulla via del ritorno, hanno incontrato di nuovo i terroristi….

Anche se la strada dell’esilio è stata particolarmente traumatizzante per le donne di Dablo, bisogna riconoscere che già nel villaggio avevano vissuto l’inferno …”Durante la raccolta delle arachidi eravamo 17 nel campo; (dei terroristi) ci hanno colpito con dei rami”, dice Rainatou. Céline aveva ricevuto 16 colpi con un cavo metallico… Bintou, cinque figli, confida:” Siamo scese nel nostro campo senza i lattanti. (I terroristi) ci hanno picchiato e portato al villaggio di Roffi, lontano da Dablo. Siamo scappate e tornate dai nostri bambini. Oltre ai colpi ricevuti, alcune sono state ripetutamente violentate. “Mi hanno violentato e bastonato più volte, prima che riuscissi a scappare. La stessa cosa è successa alle mie vicine”, dice una di loro. A forza di stupri e bastonate, le donne e le ragazze si lamentano di dolori e di uno stress permanente. …. Oggi queste donne sono costrette a curarsi per dolori alla schiena, alle gambe, insonnia e disturbi del sonno. Così è per Rosalie, 16 anni, 15 frustate, Blandine, 12 anni, 15 frustate, Cathérine, 16 anni, tutte gravemente traumatizzate dopo i colpi ricevuti. … Quanto a Françoise, grida durante la notte. “Ogni volta urla durante il sonno e quando si sveglia racconta che è inseguita da uomini armati. Per sfuggire loro si getta in un pozzo”, dicono le sue cugine. Tutto ciò non è stato mai confidato ai genitori, e anche meno agli infermieri o al centro sociale. Esse restano murate nel loro silenzio soffrendone.

Ogni commento sarebbe fuori luogo. Posso solo aggiungere che quando ho lavorato in Ciad nel 2007 con donne rifugiate sudanesi che venivano dal Darfur, ho ascoltato racconti quasi analoghi. La radio francese Radio France International ha diverse edizioni al giorno su quanto accade in Africa, soprattutto francofona, ma non solo (www.rfi.fr)

(**) Fonti principali:

1.   Marco Aime, Andrea de Giorgio. Il grande gioco del Sahel. Bollati Boringhieri, 2021

2.   Reportage:  Mariam Ouédraogo. Axe Dablo-Kaya: la route del l’enfer des femmes deplacées internes, https://www.sidwaya.info/blog/axe-dablo-kaya-la-route-de-lenfer-des-femmes-deplacees-internes/

3.   Joseph Borrel, The terrorist threat is expanding in the Sahel, https://www.eeas.europa.eu/eeas/terrorist-threat-expanding-sahel_en

4.   ISE, Violent extremism in the Saher, Febr. https://blogs.lse.ac.uk/africaatlse/2022/02/15/violent-extremism-in-the-sahel-strengthening-grip-west-africa-mali-burkina-faso-niger-jihadi/

5.   I.C.G. A course correction for the Sahel stabilization strategy, 1/02/2021, https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/299-course-correction-sahel-stabilisation-strategy

 

 

 

 

 

 

 



[1] Sahil in arabo significa appunto riva, da cui Sahel.

[2] Come il cotone e le arachidi, le care “noccioline” da aperitivo.

[3] I gruppi maggiori attualmente sono lo Stato Islamico nel Grande Sahara e il Gruppo di appoggio all’Islam e ai Musulmani (JNIM).

[4] L’I.C.G. è una organizzazione internazionale di ricerca e documentazione sulle varie crisi a livello mondiale.

[5] Kaya è uno dei maggiori centri della regione, sulla strada che va verso la frontiera con il Niger.

[6] Una delle milizie di civili di cui si parlava sorte un po’ dappertutto data l’assenza della difesa di polizia e militari.

[7] Nel Sahel, una donna matura può avere solo 30 anni o poco più.

[8] E dovevano camminare per 85 km!

[9] I pagnes (in francese) sono le fasce di tessuto stampato a colori vivaci che le donne rurali in Africa annodano in vita, che vengono usate anche per appendere e fasciare i bambini piccoli sulla schiena, difendersi dal freddo, stendersi a terra, ecc. Hanno nomi diversi a seconda dei paesi.