Translate

lunedì 20 novembre 2017

ACCADE NEL SAHEL



CONFLITTI GLOCALI E JIHAD MUTANTI NEL SAHEL[1]


Disegno tratto dal libro del geografo Charles Seignobos "Des Mondes Oubliés"

Il G-5, l’ennesima missione militare mirata a contrastare il terrorismo e i traffici illegali nella fascia sahelo-sahariana, ha fatto il suo debutto sul terreno a fine ottobre in una zona all’incrocio delle frontiere tra Mali, Burkina e Niger con qualche centinaio di uomini che diventeranno 5000 nel marzo 218. Vi contribuiscono cinque paesi: Mauritania, Mali, Burkina-Faso, Niger e Ciad, sia in termini di effettivi che finanziariamente, anche se la maggior parte dei fondi, ancora latitanti, sarà sborsata da paesi europei e da Stati Uniti. Dovrà coordinarsi con le missioni già da anni in azione nella stessa immensa fascia di savana tra Senegal e Somalia: la forza francese Barkhane (circa 4000 uomini), la Minusma (forza multidimensionale dell’ONU in Mali, circa 13.000 uomini), e la Forza multinazionale mista di lotta contro Boko Haram, FMM, in teoria composta da più di ottomila uomini, posta sotto l’egida della Commissione del bacino del lago Ciad[2], che non si sa che cosa faccia. A migliaia di km più a est è presente dal 2007 l’AMISOM, la missione dell’Unione Africana in Somalia, cui partecipano cinque paesi limitrofi con le loro truppe (22.000 soldati). In più sono presenti forze speciali non dichiarate di Francia e USA.

Imponente schieramento, ma quanto efficace? E soprattutto: è la risposta militare e securitaria, finora privilegiata e promossa in coro da leader africani, europei, onusiani e statunitensi, la più adatta a raggiungere l’obiettivo dichiarato di sconfiggere le cangianti insorgenze islamiste diffuse in un’area di milioni di km2, se non è accompagnata da tutta un’altra serie di misure di tipo sociale, politico, economico e culturale? Gli scacchi subiti finora in Mali non suggeriscono nulla?

La risposta negativa di eminenti ricercatori, esperti e think-tanks è piuttosto netta, sulla base di ricerche, analisi e conoscenze nutrite di inchieste e studi di anni sul terreno. Il “no” è espresso concretamente, nei fatti e nei comportamenti, dalle popolazioni interessate che sono le prime vittime designate ma anche le protagoniste delle insorgenze e degli attentati, dei sequestri e dei roghi di case e beni. La ragione è semplice. Da un lato le decine di gruppi islamisti o apparentemente tali hanno saputo individuare e insinuarsi nelle crepe dei conflitti irrisolti specifici delle varie comunità e arruolare adepti atteggiandosi a vindici delle loro frustrazioni e difficoltà, mentre dall’altro hanno trovato terreno fertile nel sentimento, generalizzato, in zone rurali e lontane dai centri del potere, di alienazione e distanza dallo Stato e dai suoi rappresentanti, percepiti come estranei, corrotti e dunque nemici. E in ogni paese le circostanze, la conformazione geografica del territorio, i gruppi etnici e quindi i modi e i tempi di infiltrazione dei proteiformi gruppi jihadisti sono diversi e diversi dovrebbero essere gli approcci e i rimedi. 

Qualche anno fa, ai tempi del Labour di Tony Blair, andava di moda una frase in ambiente anglosassone riferita alla guerra di occupazione in Iraq: “conquistare la mente e il cuore (degli occupati)”. Ciò che non è riuscito in Iraq sembra essere riuscito a molti dei gruppi islamisti; i predicatori colonizzano “the hearts and minds” di contadini e pastori saheliani, acquisendoli non tanto e solo a una causa religiosa o ideologica, ma alla ribellione e al saccheggio, al sabotaggio e all’attacco di gruppi rivali, antichi o recenti, o addirittura affermandosi come unici attori in grado di fornire servizi e assicurare ordine, fermo restando che banditismo, criminalità comune e vendette personali entrano in gioco. Chi non aderisce fugge e si lascia dietro tutto. Il risultato è il sovvertimento e la distruzione dei legami comunitari, delle reti commerciali preesistenti, del tessuto socio-economico, delle istituzioni educative e della convivenza civile; si installa la diffidenza e la paura, si è costretti all’abbandono di campi e pascoli per cercare rifugio in squallidi accampamenti dove si dipende dall’aiuto umanitario. Per chi rimane, la rovinosa chiusura delle frontiere rende l’approvvigionamento in beni essenziali un’odissea quotidiana.
Le truppe francesi, dell’ONU o dell’Unione Africana sono spesso percepite, più che come baluardo contro gli assalitori, come forze d’occupazione, e contribuiscono così a rinfocolare il sentimento di ostilità e alienazione verso le autorità statali che le utilizzano; e questo a parte il rischio di incidenti ed errori catastrofici. Ad esempio, sembra molto probabile che nella notte tra il 23 e il 24 ottobre scorsi la forza francese Barkhane abbia ucciso 11 soldati maliani ostaggio dal Gruppo di appoggio all’Islam e ai musulmani (JSIM acronimo arabo) durante un’azione contro una base jihadista[3]. In Niger, il 4 ottobre erano morti tre soldati statunitensi delle forze speciali insieme a cinque nigerini per mancanza di informazioni adeguate sui pericoli della zona e di supporto logistico immediato. Ecco alcuni esempi di situazioni che le armi soltanto non risolvono.

BACINO DEL LAGO CIAD

La mia fonte principale è un lungo estratto del libro del geografo Christian Seignobos Des mondes oubliés (Carnets d’Afrique, IRD/Parenthèse, 2017) apparso su Afrique Contemporaine e pubblicato con lievi modifiche da Le Monde Afrique nel luglio 2016[4]. Lo studioso ha passato tutta la vita nella stessa zona, prima come cooperante poi come ricercatore, professore universitario, e appassionato del terreno. Conosce tutti i segreti di questo lago cangiante, immenso ma sempre diverso a seconda delle stagioni, delle piene, degli anni, sul quale si affacciano quattro stati: oltre alla Nigeria, il Niger, il Camerun e soprattutto il Ciad, che ha la sovranità su più della metà della sua superficie. 

A partire dal gennaio 2015, Boko Haram[5] fa irruzione sulle rive meridionali del lago e incendia un villaggio dello stato nigeriano del Borno, Baga Kawa, facendo centinaia di morti. Più che la Nigeria, impegnata nella corsa alle elezioni presidenziali, reagisce il Ciad: il lago è il “suo” lago, dice Seignobos, e non si tocca. Ma le forze ciadiane, reputate per le loro doti di combattenti, si scontrano contro la geografia reticolare della zona: i terroristi locali, aiutati dalla manovalanza di ragazzini di strada, che vanno in moto, conoscono i meandri palustri e si perdono nel nulla. 

Boko Haram ha dalla sua parte la demografia: recluta adepti tra gli sterminati ranghi dei ragazzini e degli adolescenti, degli scioperati che penzolano senza arte né parte tra le moschee, le stazioni degli autobus e taxi-brousse, i mercati e le agenzie di viaggio, pronti a seguire chi li arringa e dà loro qualche soldo. Se si proibisce l’uso delle moto, dopo che i motociclisti sono bollati e temuti come possibili attentatori, si usano i cavalli, e allora si proibiscono anche i cavalli, in una rincorsa grottesca. Oltre alle moto, i terroristi possono contare sulle veloci piroghe che i pescatori Buduma -Yedina pilotano nel labirinto dei canali che soltanto loro conoscono, da un santuario di Boko Haram all’altro: sono loro la carta vincente, i soli conoscitori dei segreti e dei nascondigli lacustri. Come possono delle truppe straniere essere d’aiuto in questo labirinto acqueo?

Ma perché i pescatori Buduma-Yedina si sono alleati con Boko Haram? Per capirlo bisogna conoscere gli antecedenti che risalgono agli anni 1970/1980 e al boom demografico che trasforma le rive meridionali del lago. Dopo la grande siccità del 1973 e la sua replica nel 1984, il “grande lago” diventa il “piccolo lago”, e cambia l’economia della zona. I pescatori locali (Yedina, Kanuri, Kanemba) si trasformano anche in coltivatori e in commercianti a seconda delle stagioni, le frontiere sono aperte e fluide, c’è prosperità e circolazione di derrate tra tutti i paesi che si affacciano sul lago.
Un’abbondanza che attira frotte di grandi commercianti Haussa dall’entroterra, sempre più numerosi: questi hanno capitali, annusano la possibilità di lauti affari a partire dalle opportunità che offre la nuova dinamica della zona e si moltiplicano, fino ad avere in mano il monopolio del commercio di carburante adulterato, del natron (carbonato sodico idrato) e del legno. Così Baga Kawa diventa nei primi anni 2000 una borgata Haussa e i piccoli commercianti-pescatori autoctoni Kanuri, Yedina e Buduma sono emarginati. Gli Haussa rappresentavano il 5% della popolazione nel 1976; dopo 30 anni sono la stragrande maggioranza. Si capisce quindi come le popolazioni autoctone, sentendosi espropriate, abbiano intravisto in Boko Haram il mezzo per vendicarsi e riprendersi il controllo economico del loro territorio. L’attacco a Baga Kawa è stato preceduto da una campagna contro i commercianti usurai Haussa, ricattati, sequestrati e a volte uccisi. Questa campagna è valsa a Boko Haram la riconoscenza delle comunità locali dei pescatori e la penetrazione nelle loro file. 
 
Seignobos sottolinea come siano falsi alcuni luoghi comuni applicati senza conoscenza di causa: a volte non sono le zone più povere a soccombere alle lusinghe dei jihadisti: la zona del lago era assai ricca. Ora non più: milioni di persone sono state costrette a fuggire, le frontiere chiuse rendono difficili gli scambi, i prezzi sono alle stelle e i commerci languono.  Ed è tutto il bacino del lago ad essere in crisi, nel sud-est del Niger e nel nord del Camerun. Quest’ultima regione ha la forma di un lungo fumaiolo piegato verso ovest, incuneato tra Ciad a est e Nigeria a ovest, e si trova a cavallo del lago Ciad o meglio di quel che ne resta a nord. Prima dell’arrivo di Boko Haram era già la più povera del paese: il 74% della popolazione era sotto il livello di povertà mentre la percentuale nazionale scende a poco più del 37%[6]. Dopo l’arrivo di Boko Haram tutta la rete commerciale abituale con la Nigeria è saltata. I grandi commercianti vanno ad approvvigionarsi nelle città del sud, a Yaoundé o Douala, mentre i piccoli rischiano la pelle andando in moto in Nigeria passando più a nord, allungando il viaggio di 100 o più km e i prezzi salgono di conseguenza. La solidarietà e l’aiuto umanitario arginano il disastro: le ONG presenti danno lavoro a decine di locali e i contadini sfollati possono usufruire di appezzamenti concessi loro gratuitamente; 220.000 persone in fuga dall’estremo nord sono accolte da famiglie solidali in zone più sicure[7]. Il nord del Camerun era una zona turistica grazie alle sue bellezze naturali: ovviamente è stata disertata dopo i primi attentati.

 Rhumsiki, Nord Camerun

BURKINA FASO: LA ZONA DEL SOUM[8]

Nell’ottobre del 2014 il Presidente del Burkina, Blaise Compaoré[9] è destituito da un sollevamento popolare, e nel 2015 comincia ad addensarsi la minaccia jihadista sul nord del paese. La diagnosi più facile è quella di un travaso delle azioni jihadiste dal Mali, in guerra già dal 2012 contro la rivolta Tuareg scoppiata nel nord che ha innescato micce di contenziosi inter-comunitari sfruttati dagli islamisti nel centro del paese. 
Ma non si tratta solo di questo: c’è un focolaio endogeno nel nord-est burkinabé, nella provincia del Soum, dove da anni sono bene accolte e molto seguite le prediche di un oratore della regione, certo Malam Ibrahim Dicko, che crea un suo gruppo chiamato Ansarul Islam (notare come la parola araba Ansar, “ausiliari”, viene piegata alla pronuncia locale). Malam comincia a predicare nel 2009 ed ha subito successo, si crea un suo seguito, reclutando soprattutto tra i Fulani (in francese, Peul) che rappresentano l’etnia maggioritaria nella zona ma sono stratificati socialmente tra l’élite dei nobili e i Rimaibé, gli antichi schiavi. I Peul sono arrivati nell’area tra il XV e il XVIII secolo ed hanno spodestato gli autoctoni agricoltori, per lo più animisti, diffondendo la loro fede musulmana. La stratificazione sociale e le divisioni si sono perpetuate fino ad oggi, ed ecco che la predicazione di Malam coglie nel segno, arruolando soprattutto i Rimaibé (ma non solo). I toni sono quelli del fustigatore delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali: attacca le famiglie altolocate dei marabout (santoni) che si trasmettono le prerogative di casta proprie degli imam e strumentalizzano la loro autorità religiosa, estorcendo soldi ai fedeli. Malam è arrestato nel 2013 dai francesi in Mali, e nelle prigioni maliane il suo mentore sarà Hamadou Koufa, che fa parte di un gruppo armato, Il Fronte di Liberazione del Macina, implicato in vari attentati in Mali.
Provincia del Soum, Burkina, in rosso

Rientrato in patria, Malam organizza la prima azione armata nel dicembre 2016 con un attacco a un posto militare a Nassoumbou e ufficializza l’ingresso di Ansarul Islam nella galassia jihadista. Poi si dà alla macchia e pare sia stato ucciso, ma quello che ha seminato non si estingue con lui; il suo discorso di tribuno che si scaglia contro i privilegi dei potenti ha fatto presa e riecheggia in un’area che è tra le meno povere del paese (ancora a smentire che sia solo la povertà a nutrire il jihad), ma che si sente trascurata e non riesce ad approfittare delle ricchezze che pure sarebbero a portata di mano. Il Burkina ha miniere d’oro[10], terre agricole fertili e armenti numerosi: la frustrazione nasce dalla mancanza di mezzi e infrastrutture per sfruttare le risorse esistenti. Anche qui lo stato è assente e sordo alle esigenze locali; i funzionari che arrivano da sud non parlano il fulfulde, la lingua più diffusa localmente, i pastori Peul si lamentano perché non riescono a farsi consegnare i documenti o a ottenere aiuto per recuperare il bestiame rubato e li accusano di essere insensibili, infidi e corrotti.

 
Mandrie a Goulukum, Senegal

Se Ansarul Islam non è (ancora?) riuscita a generalizzare la violenza come nel nord-est della Nigeria o intorno al Lago Ciad, le condizioni di scontento sociale sono un brodo di coltura pericoloso.  Le autorità del Burkina hanno compreso finalmente che una risposta non militare era urgente e all’inizio del 2017 hanno lanciato un programma di sviluppo locale. Ma quel che l’International Crisis Group raccomanda come corollario agli investimenti è la ricerca di un avvicinamento tra funzionari e popolazione e la mobilitazione di attori locali che possano instaurare un dialogo tra gruppi e interessi diversi. Chi lo farà? 
 
Il 17 novembre scorso si è verificato l’ennesimo attentato in un villaggio nel Soum che ha provocato sei morti. Gli attentatori si sono rifugiati nelle loro retrovie in Mali. Se si consolida e ripete il trapasso di forze tra insorgenze islamiste attraverso le due frontiere sarà sempre più difficile fermarle[11], tanto più che la guerra si diffonde nelle zone centrali del Mali dove l’etnia Peul è maggioritaria.

Nel Niger, la violenza jihadista nella zona di confine con il Mali la cui responsabilità viene attribuita al gruppo denominato Stato Islamico nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara) incrocia i conflitti inter-comunitari tra nomadi Peul e i loro rivali Tuareg e Doosak. Un rapporto dell’ICG del 5 ottobre scorso spiega questo intreccio perverso e le ragioni  della penetrazione opportunista jihadista soprattutto tra i giovani pastori Peul[12]

Nella Somalia centrale e meridionale gli Al Shabaab che sembravano quasi sconfitti due anni fa hanno ripreso forza nel 2016, giocando anche loro sulle variabili degli interessi dei vari clan rivali[13], nonostante sia stato eletto un nuovo Presidente, Mohamed Abdulahi Mohamed, che gode di un certo consenso popolare. Tuttavia pare che gli Al Shabaab non siano i responsabili dell’attentato gravissimo di Mogadiscio del 14 ottobre scorso che ha provocato almeno 300 morti e più di 200 feriti, non rivendicato: sembra che si possa trattare di una conseguenza dello scontro in atto tra Arabia Saudita e gli Emirati da un lato e Qatar e Turchia dall’altro[14], poiché la Somalia è vicina al Qatar che ha anche finanziato le elezioni.
Se Mao fosse ancora vivo, forse ritratterebbe il suo famoso detto: “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.


Villaggio disegnato da Charles Seigobos


[1] Parola araba che significa «bordo, riva» rispetto al mare di sabbia del Sahara
[2] Institute for Security Studies, La Force multinationale de lutte contre Boko Haram : quel bilan ?, 31 agosto 2016
[3] http://www.france24.com/fr/20171108-operation-barkhane-mali-soupcon-bavure-armee-francaise-lors-raid

[4] Lac Tchad : tout comprendre de la stratégie des terroristes de Boko Haram, Le Monde Afrique, 11/07/2016

[5] Movimento jihadista tra i più crudeli e distruttivi, nato nei primi anni 2000 nello stato del Borno, Nigeria del nord-est e dilagato grazie anche alla repressione brutale e indiscriminata dell’esercito nigeriano e alla negligenza e corruzione del governo nazionale e locale negli stati vicini. Secondo un articolo di Marco Cochi del 31 ottobre 2017 apparso su Nigrizia, "Metamorfosi Boko Haram", il gruppo si starebbe trasformando sempre più in una gang criminale dedita al traffico di droga e armi.
[6] Rapporto International Crisis Group (ICG), 25 ottobre 2017
[7] Rapporto ICG, 25 ottobre 2017
[8] https://www.crisisgroup.org/fr/africa/west-africa/burkina-faso/254-social-roots-jihadist-violence-burkina-fasos-north
[9] Circolano varie voci su patteggiamenti tra il suo regime e i gruppi jihadisti. Lo stesso Compaoré è intervenuto dal suo esilio in Costa d’Avorio per smentirle (https://www.voaafrique.com/a/compaore-sort-de-son-silence-pour-dementir-tout-lien-avec-des-terroristes/4120381.html)
[10] http://www.liberation.fr/apps/2015/08/orpaillage-burkina/
[11] Notiziario RFI ore 8.00 a.m.

[12] Niger Clash Kills U.S. and Nigerien Troops, 5 ottobre 2017

[13] http://blog.crisisgroup.org/africa/somalia/2016/02/11/somalia-why-is-al-shabaab-still-a-potent-threat/
[14] http://www.fides.org/it/news/63073-AFRICA_SOMALIA_Lo_scontro_tra_Qatar_e_Arabia_Saudita_dietro_l_attentato_di_Mogadiscio#.WhGaIXlrzIU

lunedì 9 ottobre 2017

IMPRESSIONI DI UN VIAGGIO ALLE AZZORRE



AZZORRE: IL REGNO DELLA LAVA


Isola di Pico vista da Faial

“Mezzo millennio di esistenza sopra tufi vulcanici, sotto nuvole che sono ali e animali mostruosi che sono nuvole, rappresenta già un notevole fardello temporale - e il tempo è spirito in fieri. Raddoppiando, raggiungeremo appena la metà della distanza che ci separa da Virgilio. Siamo quindi un popolo giovane. Ma la vita delle Azzorre non prende inizio dalla colonizzazione dell’isola[1], piuttosto si proietta in un passato tellurico…come uomini, siamo saldati storicamente al popolo dal quale proveniamo[2] ma innestati dall’habitat su monti di lava che rilasciano dalle proprie viscere una sostanza che ci penetra. La geografia, per noi, vale altrettanto che la storia e non è per nulla che la nostra memoria scritta consiste per un cinquanta per cento di resoconti di terremoti e inondazioni. Come le sirene abbiamo una doppia natura: siamo fatti di carne e di pietra. Le nostre ossa hanno radici profonde nel mare”.[3]
Vitòrino Nemésio
Così Vitorino Nemésio, uno degli scrittori novecenteschi isolani più conosciuti e prolifici, definisce in un passo molto citato la “azzorianità”. Ho trovato il brano sfogliando un libro su di lui al Museo di Angria do Heroismo, a Terceira, isola natale di Nemésio, e l’ho trascritto nei miei appunti di viaggio. Lo si può trovare in portoghese sulla pagina FB citata in nota. Ma più che e oltre la geografia, è la genesi e la configurazione geologica la corda vibrante, la quintessenza dell’arcipelago: la geologia come destino. 
 Appena ne tocchi la terra, ti accorgi che la lava, le rocce di basalto, le montagne ti avvolgono, ti circuiscono e davvero, come dice il poeta, ti penetrano, diventano parte integrante della tua vita quotidiana finché sei là, su quegli scogli a mezza strada tra Europa e America: nove isole distribuite su un asse sud-est/ nord-ovest lungo 600 km, generate da successive eruzioni lungo milioni di anni. L’isola più antica, Santa Maria, la più meridionale, ha 8 milioni di anni, mentre la più giovane, Os Capelinhos, è un piccolo vulcano “nato” nel 1957[4], sorto tempestosamente dalle acque davanti agli occhi attoniti degli abitanti. Oggi si allunga pigramente sulla punta nord-occidentale dell’isola di Faial, l’isola più sofisticata e ricca di appuntamenti culturali, ma anche la più cara e scontata meta di una flottiglia di yacht stazionanti nel porto turistico di Horta, il capoluogo.
Porto Pim

E’ proprio la ricerca di un porto di Horta all’origine del mio viaggio, ma non quello degli yacht, bensì Porto Pim. Era il porto dei pescatori e ancora oggi le viuzze strette che da lì si dipartono sono fiancheggiate da casette basse, dagli intonaci color pastello, tipiche dei villaggi che vivono (vivevano) di pesca. Avevo provato per mesi a richiedere un libro di racconti di Antonio Tabucchi raccolti sotto il titolo: “Donna di Porto Pim” alla biblioteca vicino a casa che non l’aveva e l’aveva richiesto alla rete nazionale; prima era in prestito, poi la richiesta era scaduta e andava ripetuta; l’ordine in libreria si è smarrito, eccetera. La donna di Porto Pim aveva assunto dimensioni favolose, chimeriche, era irraggiungibile. E ho pensato che fosse meglio andare a raggiungerla di persona comprando un biglietto aereo. A Praia da Vitória (Terceira), ho trovato finalmente il libro nella biblioteca comunale, in portoghese, quasi meglio che leggerlo in italiano. Quando finalmente ci sono arrivata, a Porto Pim, in agosto, il sole era allo zenit e la spiaggia quasi deserta, la falce di sabbia stranamente chiara era una fusciacca dorata e alle sue spalle il monte Queimado e il monte da Guia sembravano due maculati bestioni sdraiati a riposare. Acque trasparenti e stranamente calme, quasi tiepide, in contrasto con le nuotate gelide a meno di 20°C abituali nelle piscine naturali di Velas a São Jorge o a Criação Velha a Pico. L’oceano esala una fragranza di salsedine, di scoglio e di lontananza che nel Mediterraneo avevo dimenticato.
Piscina naturale a Velas, Sao Jorge

Le piscine naturali sono uno dei luoghi incantati delle Azzorre, circondate dalle merlature cupe, nerissime, delle rocce di lava che sprigionano una magica energia (e calore a volte benvenuto); ci si immerge in acque limpide ( e spesso gelide) dove veleggiano pesci tigrati e pesci regina dalle strisce arcobaleno. A Pico, a Laja das Rosas[5], tra le rocce basaltiche una mattina ho assistito alla colazione di un granchietto minuscolo, anch’esso nerissimo, appena distinguibile nero su nero, che con larghi gesti delle chele scavava cibo tra i muschi pelosi che ricoprivano le pareti della piscina e se li ingoiava goloso. Spettacoli impagabili, come quando tornando da una passeggiata a Santo Amaro, a São Jorge, sopra una pietra del muretto di lava ho scorto un uovo troppo piccolo per essere di piccione e troppo grosso per essere di lucertola: era un uovo di merlo! Rivelazione di un autoctono seduto sul muretto pochi metri più avanti.

Spiazzo erboso a Graciosa
Come i granchi anche le lucertole sono nerissime con riflessi verdastri, e popolano tutte le nicchie e le fessure dei muretti di lava che costeggiano le strade secondarie, spuntano continuamente e spariscono in un baleno, unici rettili reperibili sulle isole, che non albergano serpenti.
Oltre al mare e alla lava, sono le fioriture prepotenti, i pascoli e i boschi i protagonisti naturali che fanno dell’habitat della Azzorre un insieme unico e prezioso. Ironicamente quelle che ne sono divenute quasi un simbolo, replicato alla nausea nei dépliant turistici, nelle cartoline e nei magneti-souvenir, cioè le onnipresenti ortensie azzurrine e rosate, sono specie infestanti, non endemiche, che si sono riprodotte con un rigoglio quasi minaccioso a spese di altre specie autoctone (come le campanule dell’azorina vidalii ad esempio) e insieme alla roca da velha (infiorescenza gialla) e all’agapanthus (azzurro o bianco) hanno colonizzato buona parte del paesaggio (vedi foto).
Ortensie a Terceira
Ma il colpo d’occhio è certamente fantastico; una tale profusione di fiori favorita dal clima umido e spesso piovoso anche d’estate, insieme alle distese smeraldine dei pascoli punteggiati da grasse mucche sotto il sole d’agosto, quando buona parte dell’Europa meridionale bolle a 40°, sono visioni paradisiache. Nei boschi anche molti alberi che svettano fino a otto-dieci metri come le araucarie o i cedri non sono essenze endemiche.

Maestosi i metrosideros con i loro pennacchi rossi, si allargano come candelabri le braccia scultoree delle dracene. Numerose e inaspettate le piantagioni di banane, che sono ottime e costano pochissimo.
Ho visitato soltanto sei delle nove isole; in tutte i fenomeni vulcanici hanno originato grotte, scavato gallerie e cunicoli, eretto vulcani e crateri vuoti, generato depressioni e creste, stagni ribollenti e sorgenti termali. Personalmente non amo molto addentrarmi sotto terra, preferisco le montagne alle esplorazioni speleologiche, ma le grotte e gli antri scavati dalla lava delle Azzorre seducono anche i più riluttanti claustrofobici. Si comincia con Furnas e Caldeira[6] Velha nell’Isola di São Miguel, con le sue terme, la zona delle solfatare dove la domenica i gitanti cuociono il pranzo nelle cavità del terreno bollente e la laguna solforosa circondata da foreste; a Terceira si visitano la Gruta do Natal e l’Algar do Carvão, mentre a Pico, dove uno splendido vulcano conico (omonimo) domina l’isola, si può visitare la Gruta das Torres con un’affascinante discesa in contorte gallerie che si percorrono solo armati di torcia perché non c’è la minima illuminazione né fosforescenza.
Imboccatura Furna do Enchofre
A Faial ci si arrampica sul neonato Capelinhos e si sale fino a una grande Caldeira; a Graciosa, ultima isola visitata, si scende nella magnifica Furna do Enxofre che racchiude un lago sotterraneo. Le innumerevoli caldeiras ammantate di verde sembrano immense zuppiere. Di Säo Jorge sono caratteristiche, soprattutto lungo la costa nord, le fajãs, piccole distese alluvionali con lagune, flora e fauna uniche, sovrastate da sentieri scoscesi, come quello che si percorre per raggiungere la Fajã da Caldeira de Santo Cristo, punteggiate di grotte e con coltivazioni di nicchia, anche il the!
Un grosso inconveniente per chi si muove solo a piedi o con mezzi pubblici come chi scrive sono i pochi autobus e gli orari spesso scomodi, mentre ovviamente abbondano i servizi di noleggio auto. A Pico si rimane sbigottiti di fronte al reticolo a perdita d’occhio di vigne custodite da migliaia di muretti che affondano le radici nella stessa lava divenuta fertile con un lungo processo di trasformazione in humus. Naturalmente anche qui l’UNESCO ha messo la sua bandierina e le segnala come “patrimonio dell’umanità”.
Capelinhos
La cura e la conservazione dell’ambiente sembrano essere, di primo acchito, una delle preoccupazioni principali delle amministrazioni locali e dell’autorità centrale autonoma con sede a Ponta Delgada a São Miguel. Le strade sono in genere pulite, è abbastanza raro incontrare cartacce o plastica svolazzante, (ma mi è parso che, tra giugno e settembre, le cose siano peggiorate). La passeggiata che costeggia la grande spiaggia cittadina di Praia da Vitória è stata progettata con grande eleganza e inventiva: piastrelle fantasiose e colorate (i famosi azulejos portoghesi) evocano film famosi e personaggi della cultura locale, oppure citano versi di poeti isolani con accanto un loro ritratto. Le stradine dei centri storici, lastricate di ciottoli di lava, sono capolavori di pazienza e simmetria che Mondrian avrebbe apprezzato.

Una delle tante piastrelle poetiche a Praia
Peccato però leggere sul quotidiano Diário insular a fine agosto che il governo di Lisbona rifiuta di rendere pubblico un rapporto relativo all’ occultamento di rifiuti tossici contenenti mercurio nella zona adiacente all’Aeroporto Internazionale e alla attigua Base militare USA di Lajes, a Terceira. Cercando sul web si trovano articoli in merito: l’accusa del governo delle Azzorre è di inquinamento delle falde acquifere. Lajes è a pochi km da Praia da Vitória[7]. La contaminazione deriva da 70 anni di attività della base aerea USA e NATO: le Azzorre chiedono che gli statunitensi - che stanno ridimensionandogli effettivi e l’operatività della base stessa - si assumano le spese di decontaminazione.  Ma Lisbona copre gli americani rifiutandosi di rendere pubblico il testo del documento che specifica i dettagli del danno arrecato e la loro ubicazione precisa. [8]

Roca da Velha
Altro problema: i “piani di sviluppo”. Nei primi anni 2000 il governo autonomo elabora e poi gradualmente approva e finanzia (con consistente iniezione di fondi UE) dei piani di riordino e gestione delle coste della varie isole, ambienti particolarmente instabili e fragili, soggetti a frane, smottamenti e erosione. Ma l’imperativo primario dovrebbe essere la conservazione dell'unicità dei paesaggi e la protezione degli ecosistemi. Invece.
 Calheta, costa sud di São Jorge: a fine luglio mi ha stupito un gran fervore (e baccano) di camion dietro transenne, accanto a piramidi di terriccio e macchine movimento terra. Ho chiesto a un passante di che tipo di lavori si trattasse, e mi è stato spiegato che è in progetto un allargamento della attuale strada a due corsie che costeggia le maestose rocce che scolpiscono la costa. Che fine faranno? Non c’è spazio sufficiente per entrambe. Mi sono informata meglio al museo, e la custode ha confermato che irrimediabilmente il paesaggio cambierà aspetto, con conseguenze ovvie sulla fauna e flora della frangia lavica. Ho chiesto un’opinione su ciò al farmacista di Velas, capoluogo di São Jorge: nessuno è d’accordo ma tutti sono rassegnati. E’ chiaro che sono in gioco centinaia di milioni di euro, bisogna sviluppare il turismo, i turisti potranno scorrazzare più comodamente in automobile. Ho fatto una foto delle rocce a futura memoria piuttosto disgustata.
Costa attuale di Calheta
C’è anche il progetto di collegare alla rete elettrica la Fajã della Caldeira de Santo Cristo piantando piloni invece di pensare a piccoli sistemi autoctoni alimentati da pannelli solari o altre energie dolci. Invece di conservare il luogo come meta di escursioni a piedi, si intende costruire insediamenti per villeggianti. Oggi la maggioranza delle casette sono disabitate. Difficile che la laguna resista, addio panorama, addio silenzio.
Faja da Caldeira de Santo Cristo, Sao Jorge
Infine, a dare un altro colpetto all’immagine idilliaca che mi ero creata delle isole incantate, è arrivata la vicenda della signora E. di Pico, un’ex insegnante molto simpatica conosciuta perché stava innaffiando il suo giardino mentre le sottraevo un tralcio di profumatissimo caprifoglio dalla grata di recinzione. Me ne ha offerto un mazzo. In seguito ci siamo incontrate più volte, e mi ha raccontato quel che le è successo un anno fa, dopo che l’amministrazione locale ha creduto bene di cospargere un erbicida lungo tutta la strada davanti alla sua villetta. Lei è allergica a qualsiasi tipo di prodotto chimico e da anni si cura solo con medicinali a base di erbe. L’erbicida le ha causato una terribile intossicazione durata mesi, con eruzioni dolorose sul viso e sul corpo e enfiagione degli arti tale da impedirle di camminare. Ha inoltrato esposti, documentazione clinica, certificati di intolleranza ai prodotti usati e chiesto un indennizzo, il tutto senza avere finora alcun riscontro. L’erbicida conteneva glifosato. Ho fotografato la documentazione che mi aveva consegnato ed ecco le foto.
Foto della signora E. con eruzione provocata da erbicida
Reclamo della Signora E.
Una nota positiva per concludere: data la natura vulnerabile e scoscesa dalla maggior parte della superficie di tutte le isole, la speculazione che costruisce grandi complessi alberghieri non ha potuto prendere campo e non dovrebbe riuscire in futuro a fare troppi danni. Ciò non toglie che l’ingordigia degli amministratori e degli imprenditori locali e la smania di intercettare fette maggiori del turismo in crescita esponenziale non riescano egualmente a infliggere danni irrimediabili ai paesaggi e a nicchie ecologiche uniche.
Marciapiede di lava, Terceira
Casa di lava, strada di Laja das Rosas











[1] Convenzionalmente, dal 1432.
[2] Chiaramente si riferisce al Portogallo.
[3] Vitorino Nemesio, Açorianidade in “Insula”, 1932 (https://www.facebook.com/notes/luiz-fagundes-duarte/a%C3%A7orianidade-por-vitorino-nem%C3%A9sio/481158801985662/)
[4] Vedi il bel video composto di foto di allora su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=8mkG7bjwVxg
[5] A circa due km da Criaçäo Velha.
[6] Letteralmente, caldaia. Sono avvallamenti ovoidali piuttosto grandi, vulcani collassati e spenti,  spesso ci sono sentieri sui bordi del cratere.
[7] http://m.algarve24.pt/en/news/chemical-hazardous-waste-terceira/2017-03-23

[8] http://portuguese-american-journal.com/lajes-decontamination-of-terceira-island-soils-must-be-a-top-priority-azores/

venerdì 11 agosto 2017

DEDICATO A TE

Dedicato a te
Onorevole Marco Minniti
Onorevole Ministro dal pugno di ferro
L' assassinio di Daud contadino sudanese
In viaggio per terre deserte fangose per sei mesi
Approdato fortunosamente al porto di Zoara
Aveva ancora trecento dollari in tasca
E fu strangolato in un centro d' accoglienza
Conforme alle regole certamente
Per stranieri raminghi di un brutto colore
Mentre le grida gli morivano nella strozza
Udiva  sghignazzare i suoi onorevoli carcerieri
Dedicato a te baldo Marco Minniti
Uomo di sinistra tutto d' un pezzo
Pezzo di che
Dedicata a te solo
La morte di Aisha violentata venti volte di seguito
Alla periferia di una cittadina qualsiasi della Libia accogliente
La Libia che ama i negri e più le negre
E per questo le violenta alla follia
Finché non impazziscono e si spaccano la testa sul muro
Dedicati a te fiero difensore della razza italiota
Onorevole Ministro sinistro
Tu che ergi sacrosante barriere agli invasori
Anche quei cento annegati tra Sirte e Lampedusa
In una sola notte
Ora sono occhiaie vuote a mille metri sott'acqua
Those are pearls that were their eyes
Addio. Addio care rive d' umanità
Buongiorno inferi futuri
E siate imperituri
È il progresso bellezza che avanza
È sicuro