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lunedì 15 giugno 2015

OMAR BASHIR PRESIDENTE CRIMINALE

Kaltouma e le altre


Ieri sera ho ascoltato alla radio una buona notizia: in Sud Africa é stato fermato il presidente sudanese Omar Bashir, sul cui capo dal 2009 pende un' accusa di crimini di guerra e genocidio in seguito a denunce da ogni lato alla Corte Penale Internazionale. Soltanto. 
Finora era riuscito a farla franca. Speriamo che sia la volta buona. E' responsabile di un numero infinito di morti, distruzioni, violazioni di ogni parvenza di diritto, bombardamenti su popolazioni inermi, dal 2003, in Darfur soprattutto.

Nel 2007 lavoravo in Ciad in un campo profughi sudanesi e con sfollati ciadiani, a Goz Beida. Qui sotto un articolo che scrissi allora per Il Manifesto. temo sempre attuale.



Da Goz Beida,  Distretto di Dar Sila, Ciad Orientale, campo di rifugiati  sudanesi di Djabal, 2007


Gli occhi di Kaltouma brillano di soddisfazione mentre stringe tra le dita il biglietto da 10.000 FCFA, circa 15 Euro, che rappresenta una ricompensa simbolica per il tempo che lei e le altre 10 donne della « concession » [1]dedicano due volte alla settimana  alla discussione sulla prevenzione e la « riduzione del danno » rispetto alle violenze di genere di cui sono bersaglio molte donne come loro in questa zona. Stupri in brousse ma anche picchiaggi domestici  brutali, matrimoni forzati a 12 anni (o anche meno) di età,  mutilazione degli organi genitali, pratica « tradizionale » molto diffusa .. Kaltouma, come le altre donne quasi tutte giovani  sedute intorno a me sulla stuoia,  sono rifugiate del Darfur, il loro villaggio si chiama (o chiamava), Ouroum. Molte di loro sono state sequestrate dai Djandjaweed  all’inizio del conflitto e tenute  prigioniere, utilizzate come pastore il giorno, schiave sessuali di notte,, cuoche e domestiche, finché sono riuscite a fuggire, hanno attraversato la frontiera con il Ciad e sono state prese in carico da HCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU.
Da  quasi 4 annii abitano in questo campo  nell’Est del Ciad, dove lavoro da 3 mesi per una Organizzazione Umanitaria. Vi sono arrivate dopo  incredibili peripezie . Alcune, come Maryoma, una bella ragazza di forse 20 anni con un  velo azzurro sgargiante, hanno perso tutta la famiglia. Il campo che le ospita ha una popolazione di 15.302 persone, ( dati  HCR del giugno 2007), e  di rifugiati ce ne sono altre decine e decine di migliaia sparsi in una ghirlanda di insediamenti sovrapopolati  lungo  tutta la frontiera con il Sudan.  Decine di Organizzationi Umanitarie e ONG si occupano di ogni aspetto essenziale della vita comunitaria, e hanno cambiato i ritmi e l’aspetto almeno esteriore del  paesaggio umano di questo angolo remoto di Ciad , alzando i prezzi alle stelle, attirato  folle di giovani disoccupati che cercano a tutti i costi un lavoro con « l’umanitario ».
 Ma se il termine « Darfur » é ormai sinonimo di « rifugiati » e almeno vagamente la grande maggioranza del  pubblico  dei Telegiornali di tutto il modo ne ha sentito  parlare, poco si parla  o si conosce degli sfollati Ciadiani, della guerra  tracimata  dal Darfur in Ciad attraverso i gruppi di guerriglia e di ribellione anti-governativa.  Quella che con orribile termine si chiama in gergo « umanitario » la popolazione bersaglio degli sfollati (nel caso particolare l’ironia involontaria é  amara),  per il nostro progetto focalizzato sulle vittime di violenze sessuali e sessiste  e solo in questa zona del Distretto di Dar Sila, é di 69.414, di cui circa 54% donne (Fonte, HCR, giugno  2007).
La situazione materiale di rifugiati e sfollati non é molto diversa. Anche gli sfollati sono stati cacciati dai loro villaggi da bande armate, dagli « arabes »  termine onnicomprensivo che é difficile specificare (la nozione di banditi, nomadi, guerriglieri, razziatori, ribelli si sovrappongono). Villaggi bruciati, uccisioni di massa, donne e bambine stuprate. Ma mentre i campi dei rifugiati sono organizzati fisicamente in quadrilateri, chiamati bloc e in settori, alla militare,, gli sfollati si sono raggruppati secondo l’abitato dei loro villaggi di origine.  Inoltre il tasso di alfabetizzazione é molto alto tra I sudanesi, anche tra le donne, mentre é basso tra i ciadiani e ancor più tra le ciadiane.
Oggi lavoro con Kaltouma e le sue amiche sudanesi sui possibili accorgimenti per proteggersi dagli stupri collettivi quando si va in cerca di legna.  Dicono quali sono le misure di prudenza che adottano, parlano senza esitazioni, raccontano aneddoti. Ridono dicendo che delle bambine hanno abbandonato i loro animali al pascolo e sono fuggite di fronte a dei nomadi che hanno scambiato per djandjaweed. I genitori sono dovuti andare a recuperare le bestie e il tutto é finito in ilarità. Una vecchia aggiunge che lei ha paura ormai dei cavalli (i djandjaweed sono in genere sempre a cavallo o a dorso di cammello).  Sono contenta dell’atmosfera di fiducia e confidenza che si é creata.
In luglio, quando le ho incontrate per la prima volta,  eravamo tutte imbarazzate. Mi avevano detto : attenzione, non si puo’ parlare apertamente di stupri, anche se tutti sanno cosa é avvenuto, se ne parli direttamente rischi di compromettere poi il lavoro di sensibilizzazione e educazione, « ti bruci ». Quindi cercavo di prenderla alla larga, ma con una certa sorpresa  mi sono resa conto che queste donne erano pronte a parlare subito di cio’ che era loro successo. Ma come ?  Allora ho capito che non so quanti  operatori umanitari o quanti giornalisti e giornaliste le avevano già intervistate per i loro articoli o per le loro statistiche. Parlando, ognuna di loro tirava spesso un lembo del velo (che non copre mai la faccia ma solo i capelli) verso le labbra, meccanicamente, sembravano spersonalizzate, parlavano delle atrocità che erano loro successe  con un tono neutro e l’occhio fisso davanti, raramente con esitazioni, senza mimica facciale  Ripetevano cio’ che sapevano  che « gli occidentali » vogliono sapere, gli occidentali che prendono appunti, fanno domande, forse lasciano qualche spicciolo agli uomini di casa che hanno facilitato l’incontro, e se ne vanno. Mi sono sentita orribilmente disumana, e ho allora cambiato le carte in tavola : dopo i loro racconti,  ho deciso di condividere con loro un’esperienza che  avevo vissuto in un altro paese africano, un tentativo di stupro fortunatamente fallito durante una rapina a mano armata.  L’atteggiamento e l’espressione dei loro visi é cambiata.  Mi hanno ringraziato commosse,  hanno sorriso, hanno detto che non avevano mai vissuto una condivisione del genere con delle « bianche ».
Da allora abbiamo iniziato degli incontri sulla prevenzione, sull’allerta precoce, come la chiamiamo, e sulle malaugurate conseguenze del silenzio  dovuto alla « honte », alla vergogna, vergogna che viene gettata loro addosso dalla famiglia, dall’entourage tutto, dalle autorità, e che viene introiettata . Nel loro caso non si tratta degli stupri in brousse che minacciano  tutte le donne anche locali che vanno quotidianamente alla ricerca del « fagot », del fastello di legna per cucinare ma anche e soprattutto da vendere. Crimini questi  da « tempo di pace », anche se non so di che pace  si possa parlare in questo contesto, data l’instabilità  politica cronica del Ciad e il timore di incursioni di ribelli, di nomadi e arabi, assimilati appunto ai Djandjaweed.  Nel caso di « Kaltouma e le altre » si tratta di  crimini di guerra , di crimini contro l’umanità, di genocidio, anche se probabimente loro di genocidio non hanno mai sentito parlare.
« Ero tornata a Oroum dopo un viaggio. Sono arrivati a dorso di cammello ma anche con gli aerei,  Sono fuggita verso la collina, ho perso mio marito, ho perso I miei bambini, e ne ho poi ritrovato soltanto uno. Sono rimasta  2 mesi nascosta sulla collina (con altri). Ma i djandjaweed sono tornati (ci hanno trovato), hanno selezionato le donne  (più giovani), e ci hanno tenuto per 3 mesi.  (Ero incinta), ho partorito, loro  hanno ucciso il bambino (il traduttore dice « égorgé », sgozzato, ).  Ci siamo ancora spostati, sono andata con loro. Sono rimasta ancora incinta, dopo due mesi mi hanno lasciato partire e (sono arrivata) in un villaggio di cui non so il nome. Qui ho abortito.  Dopo questo, ho lasciato il villaggio e sono  arrivata alla frontiera.  Ora sono con mio marito (ritrovato). Parla un’altra donna:
« Siamo tutte dello stesso villaggio. Sono arrivati la notte, dicevano che venivano da Nord, allora siamo tutti andati (a rifugiarci) verso il wadi (corso d’acqua  della stagione delle piogge). Ma loro hanno cambiato direzione. C’erano morti dappertutto. Io non sono stata stuprata, mi hanno provocato, mi  hanno fatto male. Siamo riusciti a seppellire i morti in una fossa comune”. Un’altra donna descrive la sua marcia forzata quando é riuscita a fuggire dal campo dei djandjaweed  dopo 33 giorni: « Abbiamo  camminato per 8 giorni, abbiamo  trovato solo villaggi bruciati, abbiamo trovato dei campi di arachidi e abbiamo mangiato quello. A Modeina  (villaggio alla frontiera) ho incontrato mia madre, mi ha detto che  il papà era stato ucciso. » Aggiunge che « nessuno la chiede in sposa ». Uno psicologo camerunese con cui ho parlato diceva che molte di queste ragazze  che tutti sanno sono state catturate dai djandjaweed non riescono più a farsi una famiglia loro e sono praticamente costrette a trasformarsi in prostitute. “Le si ignora il giorno, si domandano loro servizi sessuali la notte ».
La nostra sessione  di formazione é finita, il sole scalda e i bambini (impossibile vedere una donna africana di qualsiasi età seduta senza  bambini addosso) si fanno impazienti,  sono stati fin troppo  buoni.   A venerdi’ ? A venerdi’.  Usciamo dal campo lentamente, ci sono sempre persone che chiedono un passaggio.. Penso alle centinaia di Kaltouma che queste fila di capanne contengono, alle centinaia di migliaia di Kaltouma sparse per il Ciad e nel Darfur.  Le prospettive di pace in Darfur peggiorano di giorno in giorno in vista dei colloqui di Tripoli, in Libia, afferma Libération di questa mattina, 11 ottobre. La forza di pace « ibrida «  internazionale promessa da mesi non ha ancora i finanziamenti. Quante Kaltouma ci saranno ancora ? E a chi importa ?



[1] La concession é lo spazio abitato dove sorgono le varie capanne, dove abitano i membri di un a famiglia allargata, e generalmente é circondato da cannucciato e paglia. In una concession possono abitare anche 50 persone (compresi i numerosi bambini).

martedì 9 giugno 2015

"RACCONTI DELLA MINIERA" DI VICTOR MONTOYA

L’effigie del Tío *

Statuetta del Tio: collezione privata dell'autore dei racconti


Sinforoso Choque lo vide ancora una volta in sogno: aveva un corpo grottesco, un sembiante feroce, degli occhi lampeggianti, il naso schiacciato, zanne come denti di una sega, lingua a penzoloni e orecchie d’asino. In effetti, visto da vicino, la faccia assomigliava alla maschera del diavolo che aveva appeso alla parete della sua camera, a fianco dell’immagine della Vergine del Socavón.  Ma che questo personaggio misterioso  fosse penetrato nei suoi incubi, come se fosse fatto della stessa sostanza dei sogni, era dovuto al semplice motivo che lui stesso era rimasto terrorizzato dalla sua statua, vista per la prima volta nella galleria vicina al luogo frequentato dal qhencha[1] Condori, un uomo di provenienza oscura, che non solo aveva imparato a stringere patti con el Tío ma anche a comunicare con le anime dei minatori morti nel labirinto delle gallerie. 

Si alzò dal letto, come se si riscuotesse da una sbronza cattiva, e si diresse verso l’entrata della miniera mentre risonava la sirena di inizio turno, il cui lamento era più triste dell’ululato di un lupo. Nella sua bisaccia di tela grezza macchiata di schizzi di silice aveva messo un fagotto con mais bollito, carne secca di llama e una patata disidratata come colazione, una bottiglia di aguardiente e un sacchetto con foglie di coca, lejia[2] e tabacco da pijchar[3] vicino alla statuetta di argilla e quarzo del  Tío, questo personaggio che, secondo le credenze, era il dio e il diavolo della miniera, che trattava con condiscendenza oppure strapazzava  i minatori a seconda che lo avessero onorato oppure offeso.
 

Sinforoso Choque prese la torcia agganciata al guardatojo[4] e si addentrò nella notte perpetua della miniera, pensando che non aveva mai avuto nulla dalla vita, neppure una famiglia, eccetto una sorella gemella che si era data alla prostituzione.


Arrivato al luogo dove si doveva far saltare la roccia con la dinamite, il qhencha Condori, che era sempre il primo a entrare e l’ultimo a uscire dalla miniera, lo accolse con un sorriso mefistofelico e disse, mettendogli una mano sulla spalla:” Non avere paura”. Quindi si girò e avanzò verso il rajo[5] dove si trovava il materiale pronto per sventrare la roccia.

“Vedrai che la montagna è come una ragazza”, gli disse. “ Le togli le gonne e ti si apre tutta”.

Sinforoso Choque lo ascoltava attento, senza guardarlo e senza parlargli. Il qhencha Condori si addossò con il corpo alla roccia come un ragno, sistemò la cartuccia di dinamite nella fenditura e gli ingiunse di portargli il detonatore che era nella sua bisaccia. Sinforoso Choque, sapendo che la propria posizione gerarchica era inferiore rispetto a quella dei più anziani, adempì il suo dovere di apprendista e aspettò che Condori innescasse il detonatore e preparasse la miccia incidendola all’estremità. A quella profondità, dove l’aria era greve e il calore asfissiante, si aveva la sensazione di trovarsi nel ventre di un mostro fatto di pietra e di tenebre.


“E’ il momento dello scoppio!” esclamò il qhencha Condori staccandosi dalla roccia. Tirò fuori dal suo sacchetto una scatola di fiammiferi e dette fuoco alla miccia. Dopo di che Condori e Sinforoso Choque corsero giù verso la galleria principale gridando a squarciagola:” Scoppio! Scoppio!”

La detonazione rimbombò di volta in volta come se un tuono si fosse scatenato dal profondo della montagna. Una gran luce balenò e si spense tra nuvole di polvere, istoriate dai barbagli evanescenti delle lampade. “Calmati,  vecchia puttanona”, sussurrò il qhencha Condori accarezzando la roccia quasi fosse il dorso di un gatto.



La montagna si acquietò, tacque. Il qhencha Condori che sapeva calcolare la temperatura delle rocce come se si trattasse del proprio corpo, corse a controllare i frammenti dell’esplosione; nel frattempo Sinforoso Choque, emergendo dall’anfratto dove si era rannicchiato per difendersi dal vortice di fumo e polvere, si rifugiò nella galleria dove si trovava el Tío. Si accovacciò su uno spuntone di roccia e cominciò a pijchar un rotolo di foglie di coca e a bere l’aguardiente dalla bottiglia senza curarsi della presenza del Tío, cui non offrì né la coca né il liquore, senza neppure mettergli in bocca il tabacco.


El Tío, assiso sul suo trono di argilla, col suo sembiante diabolico, le zampe da oca, il membro eretto lungo e massiccio, lo guardò con gli occhi fiammeggianti come se lo scambiasse per la Vieja ,la sua perversa sposa, che ogni giorno prima di ogni scoppio era insultata e penetrata dai minatori che le estraevano dal ventre i suoi tesori.

Sinforoso Choque, che da lontano sembrava inginocchiato davanti all’effigie del Tío, si accorse che l’impasto di coca in bocca era diventato amaro, il che era di cattivo presagio. In effetti, colto da uno spavento superstizioso, prima distinse le sagome di due uomini che, scivolando sospesi a due palmi da terra, apparirono e si dissolsero nel buio delle gallerie. E poi udì la voce cavernosa del Tío che si levò dal suo trono e si allontanò furente. Sinforoso Choque rimase di sasso, cercò di dominarsi e svuotò la bottiglia. Improvvisamente, con le viscere in tumulto come se avesse preso un purgante al magnesio, sentì lo stimolo a liberarsi il ventre, benché temesse il dolore dei crampi per evacuare ciò che aveva mangiato. Si appartò vacillando in cima a un tunnel abbandonato della roccia  dentro il quale nessuno osava penetrare, poiché si diceva che là abitava el Tío con i due minatori che erano spariti senza lasciare traccia.

Sinforoso Choque si guardò attorno, si calò i pantaloni e si accovacciò, poggiando le braccia sulle ginocchia. Mentre spingeva con forza udì dei passi che gli si accostavano alle spalle. Gli venne in mente che potesse trattarsi del qhencha Condori che, come tutti i venerdì a quell’ora, veniva a lasciare una manciata di foglie di coca e un bicchiere di alcool per le anime dei minatori che erano scomparsi in quel tunnel. Poco dopo, sentendo i passi vicinissimi, si girò e chiese chi fosse. Nessuno rispose, ma una corrente d’aria sibilò in lontananza.

“Chi va là, perdio!” gridò, mentre l’indignazione esplodeva in un grido iroso. In quel momento soltanto sentì una vampata infuocata tra le gambe come se fosse nel fondo dell’inferno. Il suo corpo si accese come brace e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi. Volle drizzarsi in piedi, ma el Tío lo afferrò per le spalle e lo scaraventò a terra bocconi, con il viso nella polvere.

Sinforoso Choque, scosso da convulsioni dolorose, sentì nell’anima il fruscio della morte e ansimò come se una trivella lo trapassasse da un fianco all’altro. Gli sgorgò da sotto un getto di sangue fresco e il retto gli si aprì come se fosse un tubo rotto. Dopo ciò, lanciò un grido di paura e si contorse a terra. Si alzò puntellandosi alle rocce e uscì dal tunnel difilato verso l’imboccatura della miniera mentre el Tío, schioccando e roteando la lingua come la frusta di un  guardiano, lo incalzava da vicino, sghignazzando con una voce che sembrava il raglio di un asino.


Quando Sinforoso Choque arrivò all’uscita, mentre il sole tramontava e l’aria della sera si faceva tiepida, si imbatté nei suoi compagni del secondo turno, che lo videro emergere dall’oscurità con l’aspetto di un pazzo, i pantaloni laceri e il fondo dei pantaloni macchiato di sangue.

“Che ti è successo, amico?” gli chiesero tutti insieme.

El Tío, el Tío…” balbettò Sinforoso Choque senza poter frenare le lacrime che gli solcavano il viso né la bava mista a coca che gli colava dalle labbra.

I minatori, pensando che avesse perso la ragione, lo presero per le braccia e lo portarono all’Ospedale degli Operai, dove morì due giorni dopo. Quando i medici lo sottoposero ad autopsia, si seppe che  responsabile del decesso non era el Tío, come molti avevano creduto, bensì una misteriosa affezione per la quale non c’era stato rimedio. 



*  il libro Racconti della miniera é disponibile in e-book su varie piattaforme, tra cui Amazon Kindle.








[1] iettatore

[2] Impasto di ceneri vegetali che si mastica insieme alle foglie di coca

[3] Masticare coca

[4] Casco da minatore


[5] Fenditura nella roccia da cui si estrae il minerale del filone

giovedì 28 maggio 2015

VIAGGIO DALL'ATLANTICO AL PACIFICO: BOLIVIA E SUD PERU'




SCAGLIE DI SUDAMERICA: VIAGGIO DALL’ATLANTICO AL PACIFICO (5- fine)

Scorcio di Sucre scendendo dalla Piazza della Recoleta
BOLIVIA 2


Da Potosí scendo a Sucre, altra bella città a saliscendi, altre belle chiese candide e altro barocco. Mi incantano due musei superlativi per interesse culturale, storico e artistico: il Museo Etnologico (http://www.musef.org.bo/) e il Museo di Arte Tessile (alcune diapositive di tripadvisor: https://www.youtube.com/watch?v=fKTdntL_jeE, ben pallido riflesso della ricchezza dell’esposizione).

Il primo ha maschere di una bellezza, inventiva e originalità travolgenti: tutti i personaggi delle colonizzazione vi hanno spazio, trasfigurati sbeffeggiati sublimati. Ma vi si celebra soprattutto la centralità delle divinità ancestrali e l’ipostatizzazione degli antenati, il cuore di tutta la religiosità tradizionale in ogni latitudine, dall’Oceania alle Ande, dal Sahel alle foreste pluviali. Molte le maschere degli Añas, gli antenati: Aña è lo spirito tutelare dei morti: i danzatori mascherati celebrano il ritorno degli antenati e la continuità del lignaggio, la catena dell’essere che lega i vivi ai morti indissolubilmente. Mi vengono in mente le danze dei revenants (gli antenati che si reincarnano nei viventi attraverso le maschere ) cui ho assistito in Benin: identico lo spirito e il significato. In Madagascar si balla addirittura con i cadaveri  dei propri familiari estratti dai loro tumuli.  Una delle maschere/personaggi  che sbeffeggiano gli spagnoli si chiama pakhoci, da pakho che significa “rosso”: si sovrappone il colonizzatore paonazzo per il sole all’immagine del diavolo. 
 

Pieno di scoperte anche il Museo di arte  tessile indigena:  un video racconta la protesta dei Chullpa Puchus, la minoranza andina più numerosa. Si lamentano dell’ imposizione di usanze  estranee che falsificano la loro identità attraverso oggetti e ritmi alieni: le case tradizionali a pianta rotonda sono diventate quadrate, i loro tetti di fibre di paglia intrecciate sono stati sostituiti da lamiere che bollono nel mezzogiorno  e gelano di notte, i sistemi ancestrali di irrigazione degli Uru Chipayas non esistono più. Questi ultimi erano i più antichi abitanti delle zone andine dell’ovest della Bolivia, intorno al Rio Lauca, e la loro civiltà era basata sul controllo dell’irrigazione (la zona di S. Ana de Chipaya è stata studiata da due grandi etnologi, Alfred Métraux e Nathan Wachtel, in epoche diverse: 1930 il primo, anni 1970-80 il secondo). Gli Uru Chipayas hanno un peculiare mito delle origini  che ricorda molto l’episodio biblico dell’arca di Noè: essi narrano che la loro progenie è così antica che i loro antenati preesistevano addirittura all’apparizione del sole, per cui le loro capanne erano orientate a est, ignorando che il sole sarebbe sorto da quel punto dell’orizzonte. Un bel giorno ecco che spunta il sole e incenerisce e distrugge e brucia tutti coloro che si affacciano il mattino dalla capanna. Sopravvive soltanto una coppia che miracolosamente perpetuerà la loro stirpe. 
 
Nei meravigliosi arazzi della cultura Jalq’a , che diventano veri e propri affreschi cosmologici, si rappresenta e celebra una visione tripartita del mondo:  il mondo superiore (hanan pacha), il mondo terreno (kay pacha) e il mondo infero, sotterraneo (ukhu pacha).  Per illustrare visivamente questa tripartizione esistono canoni figurativi e colori deputati, per cui ad esempio il mondo infero è raffigurato e intessuto solo con i colori rosso fiamma e nero carbone, mentre il mondo terreno ha tenui  colori  tra ocra e cilestrino: i disegni sono minutissimi e perfetti, donne spesso semi-analfabete hanno una maestria ineguagliabile e raffinatissima nell’intrecciare e annodare migliaia di fili per dar vita a questi  riquadri dove è racchiuso il loro universo mentale e spirituale. La complessità dei tracciati è enorme, mind-blowing dicono gli inglesi, ti fa saltare il cervello. 
  Gli arazzi sono di dimensioni contenute, devono stare in povere capanne di pochi metri quadrati e i telai che li tendono sono fatti di rami rozzamente tagliati. Quelle che mi intrigano sommamente sono le raffigurazioni del mondo di sotto, dell’ukhu pacha: una specie di enciclopedia dell’inconscio a mio avviso, anche se una delle impiegate del museo non concorda.: ci sono gli spiritelli, specie di elfi, chiamati khurus, che le tessitrici chiamano familiarmente con un diminutivo: khuritos, ci sono dei demoni , i supays, e poi il gobbo, el jorobado.  I tessuti si chiamano aqsu. Il più bello di tutti è ancora teso sul suo telaio originale di rami nodosi: l’autrice è morta appena dopo averlo terminato, avrebbe voluto venderlo per realizzare un suo sogno segreto. Il Museo da alcuni anni organizza corsi per coltivare e sviluppare quest’arte tradizionale, e con successo, fornendo a centinaia di famiglie la possibilità di mantenersi e migliorare il proprio standard di vita.



Da Sucre prendo un aereo per Cochabamba, e da lì l’autobus per Villa Tunari e il vicino Parque Machía, in direzione est  alla volta di Santa Cruz, la zona più ricca (e reazionaria) della Bolivia,  che non raggiungo. Nel Parco, al solito verdissimo  umidissimo e caldissimo, degli animali decantati  dalla brochure-réclame vedrò solo tante scimmie.  Ma sono scimmie che non avevo mai visto, chiamate scimmie ragno per la lunga coda prensile. Il parco si sviluppa in altezza, ci si arrampica qualche centinaio di metri in una giungla gocciolante di  acquerugiola  fine finché si arriva al mirador.  Molte scimmie sono sdraiate pacificamente sui sedili destinati ai turisti o giocano a rincorrersi di ramo in ramo.  Un bel fiume si snoda  sotto la foresta nella nebbiolina. Una scimmietta si precipita ad assaporare golosa l’orina della compagna: de gustibus.

Da Cochabamba salgo a Oruro, di nuovo al freddo e a cercare un albergo dotato di stufette elettriche. E’ imminente il famoso carnevale, ma faccio fatica a trovare una stanza e solo per il venerdì sera, per sabato notte niente da fare,  è inevitabile battere in ritirata e puntare a nord ovest verso  La Paz.  Ecco alcune foto della capitale, annidata in un avvallamento  con tentacoli che si protendono in ogni direzione su per i fianchi delle montagne attorno, è una città aggrappata alle pareti dei monti e sovrastata da El Alto, che prima era un suo quartiere e ora è municipio a sé. 
 Bellissimo il Monastero di S. Francesco: una domenica pomeriggio mi  inerpico su su  tra bancarelle di patate fino a scorgere finalmente il tramonto dietro la vetta  dell’ Illimani, a  6438 mt di altezza, che ho gloriosamente  di fronte. E infine risolvo l’enigma del nome del gruppo di canzoni rivoluzionarie più famoso del mondo degli anni ’70, mentre ammiro  l’Inti Illimani in compagnia di un bel pappagallo che si affaccia a una vicina finestra.: gli Inti Illimani sono il Sole dell’Illimani, Inti  in quechua significa sole, e Illimani è il nome della montagna!  Mi riecheggiano all’orecchio mentre scendo verso il buio le parole del canto del famoso complesso, il ritornello: “Venceremos, venceremos, mil cadenas habrá que romper….”. 
Un altro museo superlativo tra quelli che visito a La Paz è quello degli strumenti musicali tradizionali, dove ascolto anche un sabato sera un eccezionale concerto del Teatro del Charango: il charango è una specie di chitarra tradizionale e i suonatori  esibiscono una gamma di esemplari che va da un minuscolo aggeggio di pochi centimetri a un charango double face  con un numero di corde diverso, creazione personale degli artisti. La voce melodiosa di Dagmar Dümchen è ammaliante, una donna bellissima sul cui volto dai lineamenti nobili e decisi si legge una vita interiore intensa  e vibrante, e un grande amore per la musica cui si abbandona con gli occhi socchiusi (un bel video anche se molto breve si trova a questo indirizzo. https://www.youtube.com/watch?v=8PDD7bDVJJY)  

La visita organizzata da un’ Agenzia turistica  all’antichissimo sito archeologico di Tihuanaco è complessa : la guida è bravissima e coltissima (forse troppo) ma  la mia scarsa dimestichezza con le culture ancestrali andine  e la frettolosa lettura della Lonely Planet,  parca di spiegazioni storiche, si rivelano un handicap strutturale.  Il fatto di dover seguire ritmi incalzanti per non perdere le tracce del gruppo  mi impedisce la dovuta concentrazione. Faccio fotografie ma  la storia dei vari templi e delle statue,  con la famosissima Puerta del Sol , la vado a ripassare la sera su Wikipedia. Se ci andate, preparatevi in anticipo come per un esame!
 
L’ultima tappa boliviana è Copacabana, che non può non soggiogare l’animo e non ispirare il desiderio di tornarvi almeno una volta all’anno. E’ un cittadina piccola e deliziosa, distesa lungo le rive dell’estremità sud-est  del lago Titicaca sacro al dio Inca Wiracocha, una limpida distesa  azzurra che si estende tra dolci colline verdeggianti  fino all’orizzonte a perdita d’occhio, per cui  assomiglia a un mare lievitato a 3700 mt. Per arrivarci scendiamo dall’autobus  per attraversare  un braccio del lago da Desaguadero alla penisola di Copacabana  e saliamo su una lancia. Il buffo è che anche l’autobus vuoto sale su un altro traghetto, lo vediamo arrivare traballante sul filo della corrente; ad ogni oscillazione temo per i bagagli a bordo. 
 
Naturalmente la prima visita obbligata  è alla famosa Isla del Sol, la cui parte nord è quasi tutta un sacrario Inca costellata di monumenti. La traversata  in un barcone piuttosto anziano dura un’ora  e mezzo, che trascorre rapidissima in conversazione con un cineoperatore olandese e una  signora che abita sull’isola e vive come quasi tutti qui di turismo vendendo i suoi manufatti (ha un fagotto enorme, come tutte le donne che ho visto in Bolivia, che lo caricano con nonchalance sulla schiena e ci fanno chilometri). Lei sferruzza  velocemente con vari ferretti molto corti e ci racconta una storia terribile del tempo della dittatura:  una notte arrivarono sull’isola dei soldati  che volevano snidare dei ribelli e ammazzare tutti coloro che erano sospettati di appoggiarli. Chi si salvò lo fece scivolando verso la riva nell’oscurità, poi tagliando i corti rami di un alberello che nell’acqua si gonfiano e galleggiano, trasformandosi in minuscole zattere; su di esse gli scampati all’eccidio vogarono con le braccia verso la salvezza. Come la maggioranza dei boliviani anche lei  rifiuta di farsi fotografare (si noterà che le mie foto di donne sono quasi tutte di schiena o di sguincio).
 
 L’unica donna che invece si mette quasi in posa è l’anziana guardiana della Piedra Sagrada del Inca, uno dei monumenti dell’area nord, che quando chiedo indicazioni sul sentiero da seguire per vederla mi dice:”Vieni, te la  mostro io, è nel mio orto”.  Difatti in fondo a un giardino di pochi metri quadrati, alto due metri e largo di meno, massiccio, biancastro, troneggia un masso. Lei si siede su una panca di fronte alla pietra e racconta:” Gli Inca avevano tre leggi: Amalluya, Amakella, Amasua [1] ( non mentire, non rubare, non oziare). Chi trasgrediva veniva “inforcato” (ahorcado, dice) con una corda (soga) contro questa pietra. Oggi ogni anno quando viene il giorno di S. Andrea, il 29 novembre, si fa una gran festa, si sacrifica un llama, il corpo si seppellisce, il sangue è offerto alla Pachamama,( la madre terra)”. Dopo i dovuti ringraziamenti, la lascio e proseguo verso il labirinto, che però non raggiungo per  il timore di perdere la barca che salpa per la parte sud dell’isola alle 13.30. 


 Dopo una mezz’ora di brivido per rischio naufragio (il motore arranca, il vento è forte e il nocchiero propone un attracco di fortuna a mezza strada che viene declinato) si sbarca alla parte sud, il cui molo è sovrastato da una altissima antica scalinata, anche questa ovviamente battezzata “ scala dell’Inca”. Raggiunta la cima, presa da incantamento  per il panorama e l’aura di sacralità che spira dal paesaggio, soccombo all’estasi:  appoggio il mio giubbetto di pelle a terra per fare una foto e lo abbandono là, dimentica di tutto fuorché di guardare e camminare. Rientrata in me grazie a zaffate di venticello fresco, corro a cercare il mio prezioso e unico indumento pesante, ma ovviamente  non lo ritrovo.
 Al ritorno a Copacabana mi precipito a comperare un giaccone di lana, ce n’è un’ abbondante scelta a prezzi imbattibili. Lutto serale per il compianto giubbetto dotato di tasche e taschini segreti da viaggio, con la consolazione che qualche ragazzino avrà celebrato la mia dimenticanza. Evito prudentemente di imbarcarmi per la Isla de la Luna e mi sfogo con camminate lungo il lago: a Kusijata, villaggio di pescatori e contadini, scopro un minuscolo museo le cui custodi sono due bambine rispettivamente di otto e dodici anni, che alle 17.30 di sera mi aprono il grosso portone e aspettano con aria professionale che ammiri i reperti, non eccezionali a parte una mummia molto ben conservata. La cosa più interessante è una fontana antichissima nel giardino incolto chiamata, indovinate, Fontana del Inca, all’origine di un acquedotto del 1500, da cui sgorga un’acqua limpida e fredda con cui riempio subito la borraccia. Dopo Kusijata, visito una isola galleggiante: ce ne sono molte sul Titicaca, costruite con una canna locale chiamata totora, che si usa anche per fare lunghe canoe. Tutto su queste isolette è costruito di totora. Abbondano le trote.
 
Lascio Copacabana con rimpianto per raggiungere il Perù e comprare ad Arequipa il biglietto di ritorno.  Arequipa è una città coloniale elegante e animata, dominata da vulcani, che però proprio a febbraio sono quasi sempre invisibili grazie a basse nuvole vaganti.  Bellissima la Chiesa della Compagnia di Gesù e stupefacente per bellezza straripante vitalità e sensualità la Cappella di S. Ignazio di Loyola, che rappresenta un Paradiso Terrestre indigeno, un’esplosione di colori tra foglie giganti rami intricati uccelli variopinti animali di ogni tipo, il tutto intrecciato e avvinto in una luce dorata. Trovo interessantissimi due Conventi. Il primo, ex-convento di S. Catalina (Caterina da Siena) è quasi una città: le celle delle novizie sono strette, spoglie e dimesse, in contrasto con quelle della badessa e delle monache più altolocate, ammobiliate anche con un pianoforte fatto giungere appositamente dall’Europa, letti più comodi e larghi, belle suppellettili. Questa é la cucina.

  L’altro Convento , di S. Teresa de Ávila, è invece ancora tale:  qua e là il visitatore è arrestato da targhe con la dicitura: Clausura. Molto particolareggiata e avvincente la ricostruzione della vita e delle illuminazioni di S. Teresa, la fondatrice dell’ordine delle Carmelitane Scalze, e grande intellettuale, poetessa e scrittrice, oltre che efficace riformatrice e agitatrice sociale. Nel 1562 ebbe la rivelazione che le cambiò la vita: el  arrobamiento, come la definì:  estasi, stato di beatitudine. Sempre più spesso preda degli arrobamientos, sentiva il dardo di Cristo che le attraversava il corpo: parlò di una acuta sensazione di  transverberación, intraducibile[2]. Personalmente  la ritengo anche una  maestra della letteratura spagnola insieme a S. Juan de La Cruz, altro mistico straordinario. Tipica dell’intreccio boliviano di culture ecco  una raffigurazione meticcia dell’arcangelo Gabriele: indossa un copricapo Iinca, il Mascaipacha, incoronato da un enorme pennacchio! Un arcangelo meteco!

Il lungo tragitto da Arequipa a Nazca  verso nord dispiega un paesaggio lunare, salvo rari tratti coltivati e boschetti di palme, ma più spesso  punteggiato da cactus e un’erbetta ispida.  A La Joya, cittadina incolore, vedo frequenti  cartelli:  Compro cochinilla, fresca, seca y en polvo[3]. Non ci deve essere molto altro da vendere a parte pesce e crostacei. Il Pacifico è chiazzato da lunghe spume di inquinamento per centinaia d chilometri.  Villaggi di pescatori, deserto, villaggi, deserto, per ore.
 


Nazca mi delude in vari modi: mi sembrava che l’oceano fosse a breve distanza, invece ci vuole un’ora e mezzo per raggiungerlo, gli orari del bus sono sommamente incerti, è giocoforza rinunciarvi se non si vuole perdere tutta la giornata ( inoltre il ritorno non è assicurato entro la sera). Invece prenoto un posto sul Cessna di una delle compagnie che sorvolano le famose linee incise sulla terra del deserto scabro e gibboso da sconosciuti artisti cinquecento anni fa e rimasti miracolosamente intatti. Rappresentano fantastici animali e  bislacchi personaggi: il più famoso è il cosiddetto “aviatore”. Dato che sono giganteschi, pare che la cosa migliore sia ammirarli dall’alto e non dal mirador a pochi chilometri dalla città. Seleziono tra le tante agenzie turistiche quella che mi sembra più affidabile dato che ci sono anche stati incidenti.  Il volo dura poco più di 30 minuti, ma appena riesco a identificare il disegno sottostante  e mi appresto a fotografarlo, l’aereo vira bruscamente e non riesco a fare che fotografie indecifrabili con confuse strisce di sabbia, di cui non  fornisco dimostrazione I disegni si vedono nettamente su molti siti web, come questo: https://web.infinito.it/utenti/m/mysteryworld/nazca.html . Scendo dal Cessna abbastanza arrabbiata e con un indefinibile e leggero mal di stomaco, el mareo. Per consolarmi vado a nuotare in piscina, per  la bellezza di 10 dollari di biglietto.
 
Ancora mi aspettano centinaia di km di deserto da Nazca a Lima, e questa volta con contorno di tempesta di sabbia dopo Paracas. L’ultima fotografia del viaggio è un vortice biancastro di polvere e vento sull’asfalto.

 Se la Bolivia riuscirà ad avere la meglio nel duro contenzioso con il Cile rispetto alla sua rivendicazione di riavere l’accesso al Pacifico  perduto con il Trattato del 1904, e se il Movimiento al Socialismo si sbarazzerà della zavorra dei residui clientelismi e supererà la prova del potere prolungato, realizzando una vera partecipazione e dialettica democratica dal basso, vi sarà sulla terra  un splendido paese,  ecologicamente, umanamente e politicamente unico, dove  si gusterà il buen vivir, un ideale al cuore delle culture andine. La Pachamama sarà soddisfatta.



















[1] Ho dimenticato di chiederle se sia lingua quechua o  aymara. Dato che Copacabana è quasi al confine con il Perú forse è più probabile che si tratti di aymara.

[2] Nella sua autobiografia descrisse la visione di un angelo che le trapassava l cuore con una freccia infuocata.


[3] Si tratta di piccoli crostacei