IL MESTIERE DI
COOPERANTE
Considerazioni in
margine alla tragedia dell’aereo di Ethiopian Airlines (10/03/2919)
Domenica scorsa, 10 marzo, alle 8.44 ora locale, il volo ET
302 è uscito dai radar della torre di controllo dell’aeroporto di Addis Abeba e
ha finito la sua brevissima traiettoria di volo sprofondando in fiamme a sei
minuti dal decollo. Nessun superstite tra le 157 persone a bordo tra personale
e passeggeri. Mentre ancora si indaga sulle cause del disastro che sempre più
pesantemente puntano ad un software del nuovo
modello del Boeing 737 che non permette la correzione del pilota, e quindi a
pesanti responsabilità della stessa Boeing, la presenza tra le vittime di 8
italiani, tra donne e uomini impegnati in veste diversa nella cooperazione
internazionale, ha dato la stura sui quotidiani del giorno successivo a un coro
di compianti viziati da una visione che ritengo assai distorta, sia della
cooperazione che dei paesi africani presi “tout court”.
Un inno ad eroi campioni
di bontà che aiutavano paesi in preda alla fame, che si dedicavano agli ultimi
(La Repubblica dell’11 marzo, pag 4):
il titolo dell’articolo di Concita de Gregorio è “Il sacrificio dei buoni”; in
un altro articolo a pag. 5 si parla delle “grida d’aiuto di un intero
continente”. La Stampa proclama: “Otto
eroi del paese dei giusti”, Il Giornale:
“Strage della bontà”, il Corriere:
“Il volto buono del nostro paese”. Fa eco sia pure con toni e taglio un po’ diverso
Il Manifesto di martedì 12 marzo: “Bentornata
Bontà”, che almeno fa notare la diversità degli accenti usati da alcuni degli
stessi giornali pochi mesi prima, quando si trattava di accogliere i migranti
salvati dalle rare ONG rimaste a pescarli dalle onde mortifere del
Mediterraneo.
A prescindere dal fatto che proprio l’Etiopia è protagonista
attualmente di una crescita che marcia attorno al’8% (https://www.africanews.com/2018/09/27/imf-projects-ethiopian-economic-growth-rising-to-85-pct-in-201819/),
da tali articoli e titoli emerge da un lato una persistente visione
miserabilista dell’Africa in blocco, che non distingue tra paesi in preda alla
guerra civile come il Sud Sudan, sgovernato da una classe che non oserei
chiamare dirigente, ignobile e criminale, e paesi emergenti come ad esempio la
Costa d’Avorio o il Kenya o il Rwanda,oltre all’Etiopia, dove esiste tutta
un’altra dinamica sociale ed economica[1],
o paesi che sono arretrati negli ultimi dieci anni come il Mali e il
Burkina-Faso grazie alle guerre jihadiste alimentate dall’invasione della
Libia, guarda caso originata in Europa. O paesi potenzialmente ricchissimi depredati
da decenni come la Repubblica Democratica del Congo,[2]
con cricche di potere legate a doppio filo al grande business globalizzato.
Da
quegli articoli emerge un’Italia che poco e male si occupa di politica
extra-europea o extra-atlantica e che continua a trattare le ondate migratorie
che marginalmente la coinvolgono come “emergenze” e non realtà strutturali di
un pianeta sempre più meticcio. E accanto a tale specchio deformante di un’Africa
fantasmatica si celebrano come eroi che si sacrificano persone che fanno
semplicemente il proprio mestiere; c’era chi lo iniziava e chi ormai in pensione
continuava ad esercitarlo altrove, certo con passione e professionalità. Persone
che non avevano scelto di “sacrificarsi” bensì di vivere realizzandosi come
esseri umani in un orizzonte mondializzato.
Ho cominciato a lavorare nella cooperazione internazionale
nel 1978 e ho smesso tra il 2015/16, non senza amarezza di fronte alle
trasformazioni che questo àmbito aveva subito e nel quale mi ritrovavo ormai a
disagio, e da parecchi anni. Certo, anche in ragione dell’età, avanti le nuove
leve. Ma in tutti questi decenni, quando in Italia mi si chiedeva che mestiere
facessi, non ricordo una, una singola persona che capisse di primo acchito cosa
fosse questa misteriosa “cooperazione internazionale” e dovevo sempre spiegare,
parlare di progetti specifici, di lavoro in “paesi poveri”, nemmeno in via di
sviluppo, troppo complicato[3].
Era veramente frustrante, mi sentivo negata nella mia professionalità.
E questo
anche dopo che le emergenze create da rivolgimenti politici come il crollo del
regime di Enver Hoxha nel 1990 e l’arrivo dei primi profughi albanesi, o la
disastrosa guerra nei Balcani, avrebbero dovuto accendere qualche lampadina,
poiché all’inizio furono le stesse ONG che si occupavano di cooperazione
internazionale a coinvolgersi nelle missioni di solidarietà sull’altra sponda
dell’Adriatico. E disgraziatamente si avviò la stagione degli “aiuti umanitari”
e dei progetti di emergenza che hanno da allora progressivamente e durevolmente
stravolto il panorama precedente, mutando logiche e attori degli
interventi sul terreno. Orizzonte
sviluppo sostituito da supporto emergenziale grazie al susseguirsi dei
conflitti e delle guerre post-1989, semine e raccolti mancati, lavoro
inesistente, e quindi carestie e “aiuti umanitari” a catena. Il concetto stesso
di cooperazione come scambio tra attori di eguale statura e dignità è stato
sempre più spesso messo da parte a vantaggio di un rapporto sbilanciato, tra
chi “aiuta” e chi riceve, un rapporto passivizzante. Si sono moltiplicate le
ONG in funzione dei fondi pubblici disponibili per l’emergenza. Data l’urgenza,
molti progetti si allestiscono in fretta, i contratti vengono rinnovati di sei
mesi in sei mesi a volte per… anni. Colpa dei donatori, anche. Emergenza
perpetua, come ho constatato nel 2007 lavorando in Ciad. Un libro del 2002 di
Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti
umanitari: indagine critica sul terzo settore analizza con cognizione di
causa gli aspetti meno limpidi di questa sfera di attività. Non tutte le ONG
vanno in paradiso. A volte ti mettono i bastoni tra le ruote, e mi sono
imbattuta in colleghi, pochi fortunatamente, che erano dei veri bastardi.
In Italia la cooperazione internazionale non è mai entrata a
fare parte del ritratto della nazione, né ad essere una costola a pieno titolo della
politica estera, come recitava la legge 49 del 1987, che fu salutata da noi
cooperanti come una porta finalmente aperta, un’innovazione salutare nella
concezione ancora improntata al volontarismo e al fai da te che allignava tra
le prime ONG impegnate nella cooperazione allo sviluppo, poche decine tra gli
anni ’70 e ’80, tipicamente divise in due campi tuttora esistenti: da un lato
le organizzazioni nate e cresciute in aerea cattolica, e dall’altro quelle
laiche e nate sulla spinta dell’impegno socio-politico post-sessantotto. E’
sempre rimasta relegata in un canto per addetti ai lavori, poco compresa e poco
pubblicizzata, dibattuta nei convegni. Oppure coltivata con micro-interventi in
migliaia di parrocchie.
Quella del cooperante è una carriera professionale
complessa, che riesce a sposare impegno professionale e impegno sociale e
politico, e tale è stata per me. Svolgendo il mio lavoro, posso dire con
passione, sempre diverso e sempre da reinventare (studiando) a seconda dei
progetti e dei paesi, sono riuscita a colmare il vuoto enorme che la fine della
plausibilità dell’impegno puramente politico aveva lasciato. Ma mai, mai e poi
mai, ho pensato di essere “buona” perché lavoravo sul terreno in Guinea, in Angola, in Libano, in Pakistan o in Sri
Lanka, tanto meno eroica, anche se è vero che si rischia probabilmente la pelle
lavorandoci più che non a Milano o a Bologna. Non tanto l’aereo, i pericoli
maggiori sono la malaria o altre infezioni, le aggressioni e soprattutto gli
incidenti stradali in piste e strade dove non ci sono regole, dove enormi
camion stracarichi vagolano di notte con un solo fanale se va bene. Ma è pura
retorica di accatto parlare di questo lavoro in termini quasi epici, prova di
cattiva e falsa coscienza. O di pura incomprensione di quello che cooperazione
significa. Ancora, dopo tanti anni, i cooperanti sono strani animali in un recinto a
parte, elogiati come “buoni” quando si crepa, ma per lo più ignorati, oppure infidi
e con doppi fini quando si va in mare per salvare qualcuno che affoga.
[1] Ovviamente
ciò non vuol dire che non ci siano sacche più o meno importanti di povertà e
squilibri, o problemi con le classi dirigenti o più seriamente con i termini di
scambio commerciali. Ci vorrebbero fiumi di inchiostro per parlarne.
[2] Il
presidente Mobutu, grande predatore, si è installato al potere grazie al Belgio
e agli Stati Uniti nel 1965 e vi è rimasto fino al 1997. Le cose non sono
andate certo meglio con Kabila padre né con Kabila figlio.
[3] A
proposito di sviluppo: provare a tradurre e soprattutto spiegare cosa può
significare concretamente per chi ne dovrebbe approfittare può essere una sfida
notevole: Ricordo un episodio stupendo: in un villaggio maliano in cui lavoravo
con un’équipe di animatori locali stavamo facendo un’assemblea serale intorno a
una delle centinaia di pompe d’acqua potabile installate dal nostro progetto.
L’animatore parlando in bambara cercava appunto di spiegare che l’acqua era una
componente essenziale per le prospettive di sviluppo della zona e non trovando
un corrispettivo linguistico bambara usava continuamente la parola francese
“développement”. Dopo almeno 20 minuti, giustamente irritata, una vecchia lo
interruppe: “Développement? I nhe mu nhe?” (Sviluppo? Che cos’è?). Il ragazzo
ammutolì, io sapevo ben poche parole di bambara, ed era tardi: chiudemmo la
riunione in quattro e quattr’otto. Non credo che un super esperto se la sarebbe
cavata meglio.