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sabato 24 dicembre 2016

TIQQÙN: RIPARARE IL MONDO



CATASTROFE E SPERANZA: LA DOTTRINA QABBALISTICA DELLA ROTTURA DEI VASI E IL TIQQÙN
(Qabbalà di Luria)

Haggadah

Dal mare magnum della mia ignoranza dell’ebraismo - e direi sostanziale estraneità dovuta a interessi culturali spesso lontani da esso oltre che a un multiculturalismo acquisito – emerge una sola isola: l’attrazione intellettuale verso quelle che Gershom Scholem, grande figura di dotto e pensatore ebreo laico, amico di Walter Benjamin, chiama: “le grandi correnti della mistica ebraica”, in un libro prezioso che reca questo titolo.

Si tratta di una ricostruzione particolareggiata e storicamente contestualizzata della mistica ebraica attraverso due millenni, all’interno della quale trova il suo posto la tradizione Qabbalistica nelle sue varie manifestazioni, dai suoi esordi medievali fino al 1900. Giustamente lo Scholem storicista ci dice da subito che “la mistica ebraica, non diversamente da quella greca o cristiana, è un insieme di fenomeni storici determinati, concreti”. E, più avanti, precisa che la mistica (di qualsiasi religione) si manifesta generalmente in determinati momenti della storia religiosa: non quando, ai primordi della storia umana, è diffusa la credenza che tutto il mondo è divino, animato, e si vive in una specie di beata identificazione con esso; non nel momento in cui si crea una religione e si spalanca l’abisso tra la creatura e la trascendenza, la voragine dell’assoluto; ma in un terzo tempo, che Scholem chiama la fase “romantica” della storia religiosa. Il mistico sprofonda lo sguardo nell’abisso dell’assoluto e dalla coscienza di esso cerca una via che lo superi. Di qui l’estasi e il perdersi del mistico nella contemplazione dell’essere in cui annega e si annulla come individualità.  E se la mistica nasce quindi dalla percezione di una frattura esistenziale per così dire congenita, congiunture storiche particolarmente difficili non faranno che stimolare ancor più l’elaborazione di teorie che nella loro astrattezza apparente e con un linguaggio perennemente assalito dall’insidia dell’indicibilità, dalla sfida di rendere effabile l’ineffabile, sono sotterraneamente permeate della proiezione di realtà vissute ma sublimate. Nella mistica ebraica è presente una particolarità, oltre ovviamente alle caratteristiche peculiari della religione da cui trae forza e ispirazione, e cioè sono assenti le donne, protagoniste invece nel cristianesimo: pensiamo a Caterina da Siena o a Teresa de Ávila, ma anche a John Donne (penso ai suoi love poems e alla figura dell'amata che partecipa alle estasi durante le quali le anime dei due amanti "escono" dalle loro gabbie di carne e comunicano mentre i loro corpi giacciono immobili come "statue sepolcrali"per l'intero giorno).
 

Il termine “Qabbalà significa letteralmente “tradizione” ed è un movimento religioso interno all’ebraismo in cui differenti scuole e individualità sono tutte caratterizzate da un’ispirazione profondamente mistica.  La mistica ebraica nasce in Palestina nel primo secolo dopo Cristo, in ristretti circoli esoterici, ed evolve nei secoli successivi in centri geografici diversi a seconda delle migrazioni e delle peripezie delle popolazioni ebree e dei dotti pensatori nel loro seno. Le visioni della Merkavà[1], il carro col trono divino, le elucubrazioni intorno alle Sefiròth, i dieci numeri primordiali e le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico che costituiscono gli elementi primordiali del mondo, l’apparizione nel cuore della Castiglia del libro dello splendore, lo “Zohar”, sono altrettante tappe storiche e spirituali affascinanti della storia della mistica ebraica.
Ma la dottrina qabbalistica cui vorrei qui accennare appartiene a un periodo molto particolare: mi sembra che i concetti ivi contenuti, la visione che vi si dispiega, abbiano una valenza universale e senza tempo, e possano illuminare ogni presente storico.
Mi riferisco alla Qabbalà di Yitzchàq Luria, che si sviluppò in seguito a una svolta particolarmente drammatica della storia ebraica: la cacciata dalla patria iberica nel 1492 da parte dei re cattolici, l’esperienza dura dell’esilio e della dispersione in mille rivoli geografici e di conseguenza culturali. La catastrofe contribuì, spiega Gershom Scholem, a una trasformazione della “vecchia” Qabbalà, che non aveva mai travalicato l’ambito angusto di aristocratiche cotéries e aveva rivolto la meditazione soprattutto ai misteri dell’origine, della divinità creatrice, e non si era soffermata sulla “fine” della storia umana e universale messianica e apocalittica. Vigeva semmai la convinzione di una via individuale alla redenzione e alla salvezza come un percorso solitario.
La catastrofe dell’esodo e la cesura con il proprio mondo invece provocò, nel secolo successivo, un ribaltamento nella tensione mistica che diventò bisogno di proiezione in un futuro possibile anche se metastorico di riscatto, che superava l’ambito delle singole individualità e si traduceva in anelito di rinnovamento sociale. “Per i nuovi cabalisti “principio” e “fine” del processo cosmico sono strettamente connessi……e la dottrina messianica…diviene per un certo tempo oggetto di una propaganda attiva e aggressiva”[2]. L’esperienza dell’esilio e della fine di tutto un mondo vissuto per secoli provoca di riflesso in questa umanità ferita la messa in circolo di fermenti spirituali e culturali prima limitati ad ambiti privilegiati e lontani dal sociale, e induce una trasformazione della tradizione mistica: il punto di rottura costituito dall’esilio non è più un evento congiunturale ma assume una valenza di catastrofe cosmologica insita nella storia umana e transumana, ed esige un orizzonte di rinascita e salvezza dall’abisso, una parusia. “Un’esistenza assolutamente priva di patria diviene ora un simbolo lugubre di un mondo abbandonato da Dio” (ibid, p. 262), cui non ci si vuole rassegnare.
In tale contesto nasce la Qabbalà di Y. Luria, “acceso visionario”, morto nel 1572 a soli 38 anni a Safed, città santa della Galilea, che ancora oggi conserva un'atmosfera avulsa dalla mondanità e trabocca di yeshiva (scuole di dottrina ebraica per religiosi ortodossi). Luria non lasciò scritti e la diffusione del suo pensiero e delle sue visioni spettò ai suoi discepoli. Trovo molto bella una frase che secondo quanto tramandato proferì in risposta a chi gli sollecitava una sistematizzazione scritta dei suoi insegnamenti: “Non è possibile, perché ogni cosa è connessa con l’altra. Appena apro la bocca per dire una cosa, è come se si aprissero le dighe del mare ed esso traboccasse…” (ibid. p.265).
All’origine della sua visione c’è la dottrina dello Tzimtzùm, letteralmente “concentrazione” o “contrazione”, ci dice Scholem, ma da intendersi meglio come “ritiro” o “ritorno”. Luria parte da un’idea talmudica[3] ma la trasforma: la sacra presenza di Dio, la Shekhinà,onnipresente, non si contrae in un solo punto, ma si ritira fuori da ogni luogo per rendere possibile l’esistenza dell’universo, dato che altrimenti il suo Essere avrebbe permeato ogni cosa; l’En-Sof, il suo essere infinito, sprofonda in se stesso e si “esilia”. Si può considerare una metafora della creazione dal nulla. Ma un residuo della luce divina rimane anche dopo tale contrazione, e un secondo raggio proveniente dall’essenza dell’En-Sof “provoca in questo caos il processo cosmico…”(ibid.p.273) e  un ritmo di flusso e riflusso, un alternarsi di contrazione ed espansione, che rende possibile la creazione, grazie a tale ritmo del respiro divino (ibid.).[4]
Se si pensa al modello standard del Big Bang e alle attuali teorie di un'universo in espansione costante, questa metafora di Luria non può non apparire un'intuizione preveggente quali solo i geni visionari possono avere.
Accanto a tale concezione del processo della creazione, Luria colloca altri due importanti capisaldi del suo pensiero: la dottrina della rottura dei vasi e del Tiqqùn.

Il primo prodotto della luce divina nello spazio primordiale è un essere anch’esso primordiale, Adam Qadmòn, dalla cui bocca, dal cui naso e orecchie irrompono le luci potenti delle Sephirot, gli elementi primordiali, con tale volenza che i recipienti creati per raccogliere quelle luci e conservarle non reggono l’impeto e si rompono in frammenti. Tralascio le origini della leggenda della “rottura dei vasi”, che non è un'invenzione di Luria ma deriva da un racconto della riflessione mistica anteriore, nel quale si narra della distruzione di mondi precedenti quello attuale. Ma nella elaborazione di Luria la rottura dei recipienti è provocata dalle forze del male che si erano mescolate con le luci delle Sephiroth.
E qui nasce il problema dell’origine del male, l’interrogazione che assilla qualsiasi religione (e non solo la religione). Alcuni cabalisti successivi sentenziano che è connessa con le leggi del mondo organico. Secondo Luria comunque questo è “l’evento decisivo del processo cosmico” (ibid., p. 277). Ecco che "il male" della cacciata dalla patria sefardita si raccorda a un cataclisma universale, un marchio della storia del cosmo ma anche della storia umana. A causa di tale frattura originaria, tutte le cose del mondo recano impressa in sé un’incrinatura, un difetto congenito, un "male" che però non può né deve restare destino e maledizione perenne. La rovina della compagine del mondo creato e quindi storico può e deve poter trovare una via di redenzione. E se nel cristianesimo tale via di riscatto è operata da un uomo-dio, nell'ebraismo la possibilità di recupero dell'armonia primitiva come termine ad quem è concepito come un processo di direzione contraria all'evento distruttivo affidato agli esseri creati: il compito dell' umanità è quello di riparare quanto è stato danneggiato e redimerlo, ristabilendo l’armonia delle origini.

E’ questo il Tiqqùn, dovere mistico ma anche traducibile storicamente come opera sociale, culturale e spirituale di ricomposizione dei frammenti del mondo, missione presumibilmente interminabile. Gershom Scholem ci dice che “il processo col quale Dio concepisce, genera e sviluppa Se stesso non si compie solamente in Lui; in parte il processo di restituzione è anche compito dell’uomo” (ibid., p. 282).

In questa metafora che da anni mi affascina e cui ritorno spesso mentalmente leggo anche, storicamente, tutta la distanza infinita che separa le creazioni altissime della spiritualità ebraica del passato dall'angosciosa realtà del presente, la lontananza dall'ebraismo di uno Stato che si arroga e usurpa il diritto di rappresentare gli ebrei di tutto il mondo, negando ad ogni istante nelle sue politiche etnocide e omicide la mitezza e lo splendore di una tradizione millenaria e contribuisce a perpetuare l'ancestrale rottura dei vasi cosmici.




[1] Il Ministero della Difesa israeliano ha avuto il buon gusto di chiamare Merkavà dei mostruosi carri armati.
[2] Gershom Scholem. Le grandi correnti della mistica ebraica. Einaudi 1993, p.259
[3] Talmud, testo sacro dell’ebraismo. Il termine significa: insegnamento.
[4] Mi viene in mente l’atman brahman vedico: atman come anima individuale e brahman anima universale: “atmen” in tedesco significa repirare, la radice ovviamente è sanscrita.

sabato 10 dicembre 2016

EHI DELLA GONDOLA QUAL NOVITA'? IL MORBO INFURIA IL PAN CI MANCA...(**)



WHAT’S THE NEWS? HABARI NZURI? MA HIYA L-AHBAR?[1]


Io non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si combatterà con pietre e bastoni (Albert Einstein)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/guerra-e-pace/frase-10542

Per molti anni ho avuto, e ancora soffro di recidive, la maledetta abitudine non solo di ritagliare articoli di giornale che ritenevo degni di nota e di essere riletti o citati in qualche scritto ma anche di accatastare in pile più o meno ordinate numeri interi di quotidiani, rassegne settimanali, riviste. Abitudine rovinosa vorace di spazio, soprattutto se si hanno a disposizione meno di 50 mq di appartamento. E forse anche abitudine insana per la quantità immane di polvere che si deposita sulle pagine sempre più gialle. Però serve, e lo noto con compiacimento quando tento, quasi sempre senza esiti decisivi, di disfarmi delle pile oscenamente velate di sporcizia. Infatti mi soffermo a rileggere almeno i titoli, spesso gli articoli sottostanti, e constato che i problemi e gli interrogativi variano molto meno di quanto si possa sospettare, grattando mentalmente sotto i nomi e la cronaca più immediata. Quindi spesso ricompongo la pila solo un po’ più bassa.

Ieri sera in particolare cercavo disperatamente un libro, finalmente localizzato, e ho avuto occasione, ancora una volta compagni (si diceva spesso davanti alle fabbriche nel 1968 dopo le rappresaglie dei padroni), che la terra gira e non gira, e non c’è bisogno di scomodare gli storici della Roma antica. Ecco una rassegna di vecchi-nuovi scenari spigolati dalla mia emeroteca. Non vado molto addietro; quella prima pila disfatta e in parte ricomposta risale al massimo al 1999.
 
Apro Solidarietà Internazionale (rivista) del settembre-ottobre 2001. In una delle pagine centrali c’è un articolo di Riccardo Petrella, economista politico, già professore all’Università di Lovanio, autore di innumerevoli libri e articoli, collaboratore storico di Le Monde Diplomatique. Titolo: “E lo chiamano sviluppo”: in tre colonne dipinge un quadro sconfortante dell’aumento impressionante delle diseguaglianze globali non solo in termini di ricchezza ma “in tutti i campi” tra il 1950 e il 1999, sia tra paesi ricchi e poveri, sia al loro interno tra classi sociali agiate e deprivate. In questi 49 anni,” il divario tra il quinto più ricco della popolazione mondiale e quello più povero è saltato da 30 a 72 punti, e la crescita (del divario) è stata più forte a partire dagli anni ’80.”[2] Più avanti, tocca un altro punto dolente: le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale (ormai, tutto globale!!).  Leggo: “la stragrande maggioranza degli scienziati ha ammesso che per combattere efficacemente i processi di riscaldamento globale dell’atmosfera nei prossimi cinquanta anni è necessario ridurre nei prossimi venti anni (corsivo mio) le emissioni di gas che intaccano lo strato di ozono del 60% rispetto al livello delle emissioni del 1992”. Ma dopo il debolissimo accordo di Kyoto del 1997 e il successivo rigetto dello stesso da parte del geniale George W. Bush appena eletto, “un nuovo accordo redatto a Bonn nel novembre 2000 ha stipulato un aumento…delle emissioni dello 0,3% nei prossimi 15 anni”. Gli allora prossimi quindici anni ci portano dritti alla storica COP 21 del dicembre 2015 a Parigi e alla più recente COP 22 di Marrakech, che non ha costituito un gran progresso rispetto al consenso di Parigi. 

Se in un articolo del 2001 si affermava che era necessario tagliare le emissioni del 60% rispetto al 1992, quindi dal 2000 al 2020 (i prossimi venti anni di allora dei quali sedici sono ormai alle nostre spalle), e a Marrakech ci si è accordati per stabilire le regole per l’applicazione dell’accordo COP 21 entro il 2018, che possiamo pensare? Che ciò che era urgente più di tre lustri fa non sia più urgente oggi, quando l’Artico si scioglie come burro? Il sito del 10 dicembre 2016 di Repubblica, sezione Ambiente, titola: “Orsi polari, ridotti di un terzo in 35 anni"..Inoltre notiamo che dal 1992 ad oggi le emissioni sono aumentate del 48%, (http://www.alessandrobratti.it/blog-ambiente/2066-l-accordo-di-parigi-in-10-punti-analisi-e-commento-del-testo.html), altro che diminuire, e l’accordo di Parigi diventerà operativo a partire dal 2020. Prendiamocela comoda e speriamo nei miracoli per le future generazioni. E se i più rigorosi si augurano che sia possibile raggiungere il picco delle emissioni nel 2020, (http://www.greenreport.it/news/clima/riscaldamento-globale-iea-raggiungere-il-picco-delle-emissioni-entro-il-2020-e-possibile/), constatiamo che non esistono vincoli; non oltre il 2030, in ogni caso, suggerisce soave la Cina, che ovviamente non ha problemi di inquinamento atmosferico. Da qui all’eternità. 

Quanto alle “diseguaglianze globali”, ci si può sbizzarrire tra le migliaia di fonti multilingue che attestano che, se si erano accentuate a partire dal 1980, dopo il 2000 hanno preso la rincorsa e sono schizzate a freccia. Non è facile districarsi tra differenze di reddito, di ricchezza, di livelli educativi o di aspettative di vita, all’interno dei singoli paesi o per aree regionali, tra i vari indici usati per misurare le disparità, tra misure relative o assolute. In uno dei websites scorsi (http://inequality.org/global-inequality/) si riporta un grafico a barre abbastanza eloquente che si riferisce agli scarti tra percentuali di popolazione mondiale e percentuali di ricchezza posseduta, che riporto qui sotto:

 Popolazione globale adulta e percentuale di ricchezza globale per gruppo omogeneo di reddito
(in blu la popolazione, in rosa la ricchezza)

 Jason Hickel, citando le statistiche di Oxfam, ci ricorda su The Guardian dell’8 aprile 2016 che “le disuguaglianze globali potrebbero essere molto peggiori di quanto pensiamo”, poiché i dati citati dalla ONG inglese non includono le immani ricchezze occulte sottratte alla scure della tassazione e a occhi indiscreti nei paradisi fiscali che nessun governo disturberà né oggi né nel prevedibile futuro, e forse oltre[3].
In passato molte proposte di tassare le transazioni finanziari realizzate “alla velocità della luce”[4] (Tobin tax, Spahn tax, imposte di solidarietà per finanziare lo sviluppo, e altre) sono naufragate e nel 2008 il salvataggio del sistema finanziario negli USA è costato 700 miliardi di dollari (www.patriziatoia.info). Nel 2012 il Parlamento Europeo ha approvato l’introduzione per il 2014 di una tassa di 0,1% su obbligazioni e azioni e di 0,01% sui derivati, dalla quale sono esenti i fondi pensione. 
Dobbiamo ancora vederne i benefici, mi pare; le accuse di evasione fiscale di colossi come Google e Amazon sono recenti. Povertà delle casse pubbliche, opulenza privata. Il New York Times di oggi 10 dicembre 2016: “Come il Twinkie ha reso i super-ricchi anche più ricchi” (http://www.nytimes.com/2016/12/10/business/dealbook/how-the-twinkie-made-the-super-rich-even-richer.html). Pare che il twinkie sia un dolcetto confezionato.
Per l’Italia il rapporto Istat 2016 ci dice che dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è caduto di più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, mentre gli introiti del 20% più ricco passano da 4,6 a 4,9 volte quelli del quintile più povero (Il Manifesto, 7 dicembre 2016).

 Groznyj prima della ricostruzione

Scuoto la polvere da un altro giornale: un editoriale di Le Monde citato dal Guardian Weekly del 2-9 gennaio 2002 titola: “Turning a blind eye to Russia’s terrorist acts in Chechnya” (Si chiudono gli occhi sugli atti di terrorismo della Russia in Cecenia”). L’editoriale sottolinea il tempismo e l’opportunismo dell’inossidabile Putin, il primo a esprimere solidarietà e appoggio a Bush subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001; il neozar ne ricavò un via libera alla repressione e al terrorismo di stato contro gli oppositori ceceni fino alla “vittoria” nel 2009, quando fu dichiarata la fine delle operazioni militari russe e la Cecenia fu lasciata nelle mani di un democratico come Kadyrov, il probabile mandante dell’assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaya e di parecchi altri seccatori che lo accusavano di torture e abusi.[5] La mente di chi legge tali righe oggi non può non correre immediatamente alle immagini delle macerie di Aleppo, e non solo Aleppo, ai bombardamenti russi e del regime di Damasco su quartieri abitati da civili, su ospedali e scuole, ai bombardamenti targati US di comitive dirette a matrimoni o agli stessi festeggiamenti di sponsali in Afghanistan, Pakistan, Yemen, alle vittime per sbaglio che ammontano a migliaia ormai, alle stragi in Darfur e in Nubia di cui non si occupa quasi nessuno.  Atti di terrorismo di stati sovrani con licenza di uccidere ovunque impunemente. Basta che lo facciano con discrezione e furbizia. Annientare Groznyj ieri e oggi Aleppo, cancellare la vita,  il vissuto e la storia nella carne degli abitanti e nei monumenti per fare posto a un’altra storia. I villaggi poi non compaiono né sulle carte geografiche né su Google maps. Post-storia?? 

Concludo con tre brevi cenni ad altrettanti bubboni ancora attualissimi.
1.       Una pagina del Manifesto del 2 febbraio 2002 ha questo titolo: “Enron-gate, il capitalismo texano”. L’articolo di Marco d’Eramo illustrava uno dei tornanti più significativi della recente epopea ingloriosa del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino in uno splendido libro del 2011.  Quello della Enron fu il fallimento colossale di una balena finanziaria cresciuta con la deregulation del mercato dell’energia favorita (comprata?) all’ombra di Bush figlio. Gonfia di capitali e crediti virtuali, i famosi futures[6], nel dicembre 2001 dichiarò bancarotta, lasciando sul lastrico 4000 dipendenti, mentre per tutto il 2001 i dirigenti, consapevoli dell’inizio della fine, si erano premurati di vendere il vendibile e mettere in salvo centinaia di milioni di dollari. Tutto ciò non ha insegnato molto, vista la crisi dei subprime del 2007, il salvataggio statale delle entità troppo grandi per fallire e l’assenza a tutt’oggi di regolamentazione dei mercati finanziari, con il risultato di un’altra crisi attuale delle banche a livello internazionale, e in particolare italiane: banche che traballano per le speculazioni finanziarie e i crediti inesigibili. Senza fare nomi.

2.       Titolo di un articolo di spalla del Weekly Guardian del 20 dicembre 2001: “Arafat plea answered by killing of militant” (L’appello di Arafat ha per risposta l’uccisione di un militante). Molte volte nell’ultimo scorcio degli anni ’90 questa fu la risposta di Israele alle timide avances dell’Autorità Palestinese ancora incarnata da Arafat: una tregua negli scontri che lasciava sperare in un progresso nelle trattative era rotta da aggressioni cruente del potere israeliano. Ricordo bene quello che fu l’ultimo discorso al mondo di Arafat dal suo rifugio assediato della Mukata, un discorso accorato, così conciliante che mi sembrò servile, esageratamente umile nei confronti di uno Sharon arrogante e implacabile. Ero a Peshawar, nord-est del Pakistan, seduta sul tappeto di una camera d’albergo, soddisfatta di avere convinto il cameriere a servirmi della birra in camera la sera con la cena, birra che arrivava ben occultata avvolta in un ampio tovagliolo. Quell’appello era stato seguito non solo dall’assassinio (termine usato dal giornale) di un militante di Hamas, ma anche dall’uccisione di un ragazzo palestinese di 12 anni e di un poliziotto, dell’ANP. Guardare oggi alla Palestina, a Israele e alla situazione del Medio Oriente dà allo stomaco.

3.       Sulla copertina di Internazionale del 26 aprile-2 maggio 2002 campeggia il profilo di un uomo attempato con le labbra dischiuse e il sottogola strozzato dal colletto bianco rigido. Scritta a caratteri cubitali: “PAURA DI LE PEN” Titolo gridato che molto probabilmente echeggerà nella prossima primavera 2017. 

Come concludere? Con l’Ecclesiaste del niente di nuovo sotto il sole?  Che banalità. Però…forse potremo pretendere che invece di guardare sempre e (quasi) soltanto alle prossime “scadenze” politiche elettorali pensando alla loro rielezione, ai prossimi vertici inconcludenti, alle conferenze internazionali, ai G7 o G20, a risoluzioni che valgono come carta straccia, eccetera, gli eletti e i nominati dei vari Governi e istanze internazionali si occupino più seriamente di affrontare almeno alcuni dei problemi di fondo dell’umanità che abita quest’orbe terraqueo.





(**) L0ltima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato, 1849. Venezia è assediata dagli austriaci.
https://it.wikisource.org/wiki/L%27ultima_ora_di_Venezia#pagename128

[1] “Che novità” in inglese, in kiswahili e in arabo. In kiswahili la frase che ricordo suona: buone notizie? Si noti la radice araba della parole "notizie” in kiswhili.
[2] Solidarietà Internazionale, sett.-ottobre 2001, p.25.
[3] https://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2016/apr/08/global-inequality-may-be-much-worse-than-we-think
[4] Inserto “Science et Medicine” di Le Monde, 27 maggio 2015
 [5] Luke Harding “Russia ends anti-terrorism operations in Chechnya”, The Guardian 16 aprile 2009
[6] I  Futures  sono contratti finanziari che obbligano il compratore a comprare una data merce o attività (o il venditore a venderla) ad un dato prezzo prefissato ad una determinata scadenza futura.