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sabato 28 maggio 2022

KAMUINA NSAPU DAL CUORE DI TENEBRA DELL'AFRICA:IL CONGO (2/FINE)

 

L’ASSASSINIO DEI DUE ESPERTI ONU A BUNKONDE

I CONGO FILES E LA CONTROINCHIESTA **

I due esperti ONU assassinati a Bunkonde: Zaida Catalan e Michael Sharp
 

Il 12 marzo 2017 di buon mattino i due esperti ONU che hanno il mandato di investigare sulle origini delle violenze nel Grand Kasai, scoppiate dopo l’uccisione del capo della chefferie Kamuina Nsapu (KN), escono dal loro albergo a Kananga con tre accompagnatori e un interprete, in motocicletta[1], e si dirigono verso il villaggio di Bunkonde. Contano di rientrare in serata. Invece spariscono nel nulla, per giorni e giorni. Sgomento e stupore tra i componenti della missione ONU, la MONUSCO: cosa può essere accaduto? Finora a nessun componente delle missioni di civili ONU era stato mai torto un capello. La UNPOL, la polizia delle Nazioni Unite e la JMAC, il servizio di informazioni civile della MONUSCO, cominciano le ricerche e i contatti con le autorità congolesi tra cui l’Agenzia Nazionale di Informazioni (ANR), ma si imbattono in reticenze e resistenze. Un gruppo di caschi blu uruguayani viene bloccato dalle FARDC (esercito congolese) sulla strada dell’aeroporto e non riesce a raggiungere la zona dove sono presumibilmente spariti i due esperti per raccogliere elementi utili alle indagini. Gli investigatori ONU riescono tuttavia ad avere incontri con capi tradizionali, giornalisti, missionari e insegnanti[2]. Tra questi ultimi spicca un personaggio che appare subito molto ambiguo, Jean Bosco Mukanda. Questi sembra sapere tutto e avere visto tutto. E’ lui che descrive l’omicidio dei due esperti agli investigatori ONU: racconta che dei capi villaggio organizzati dai feticheurs[3] KN hanno ordinato la morte di Michael Sharp e Zaida Catalan. Egli afferma perfino “di avere visto un ragazzo (un miliziano KN) che teneva in mano la testa di una donna bianca e altri miliziani che avevano con sé delle mani amputate”[4], scrivono nel loro rapporto gli investigatori della JMAC.

I Congo Files

I cosiddetti Congo Files e la contro-inchiesta condotta per quasi due anni dalle cinque agenzie giornalistiche che si propongono di chiarire le evidenti contraddizioni, lacune e reticenze emerse dai documenti ufficiali mostrano una verità altra. I Congo Files sono le migliaia di documenti dell’ONU classificati confidenziali cui le agenzie giornalistiche, grazie a una “fuga” provvidenziale, hanno avuto accesso; testimoniano le ricerche, le piste, le esitazioni e le opzioni esplorate tra marzo 2017 e settembre 2018 dagli inquirenti e dai responsabili delle Nazioni Unite.[5] E costituiscono uno dei due pilastri del lungo webdoc(citato nella prima parte di questo post) pubblicato su Radio France International, mentre il secondo è la controinchiesta sul terreno condotta dai giornalisti d’inchiesta delle cinque agenzie (RFI, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, Foreign Policy e la TV Svedese). Il gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU cui appartenevano Zaida Catalan e Michael Sharp esiste dal 2016 e, per quanto riguarda la RDC, indagava in particolare sul traffico d’armi nell’est del paese e sullo sfruttamento illegale delle risorse. Zaida Catalan era una specialista delle violazioni dei diritti umani mentre Michael Sharp coordinava l’équipe sui gruppi armati. Questo gruppo è l’unica istituzione ONU che pubblica i nomi dei responsabili delle violenze e dei loro istigatori. Fino al 2017 non era mai successo che degli alti responsabili del governo congolese venissero esplicitamente nominati e sottoposti a sanzioni specifiche ma, in seguito all’iniziativa presa dalla U.E. in tal senso, tutti si aspettavano anche dall’ONU provvedimenti simili per quanto riguardava l’insurrezione in Kasai. Eppure l’ONU in questa vicenda è in preda a un dilemma feroce: da un lato i partigiani di un compromesso con il governo di Kinshasa, che rifiuta categoricamente un’inchiesta internazionale, dall’altro chi sente l’esigenza di cercare la verità con un’inchiesta indipendente. Dal canto suo il governo congolese cerca di far passare la sua verità, e cioè che i responsabili dell’assassinio dei due esperti sono i miliziani/terroristi Kamuina Nsapu. 

Jean Bosco Mukanda

Dopo una rapida “inchiesta” di cui è protagonista l’ambiguo insegnante di Bunkonde, Jean Bosco Mukanda, il 5 giugno 2017 si apre il processo a Kananga con alla sbarra una serie di personaggi locali tutti legati ai “terroristi” KN. Ma dai Congo Files emerge che l’ONU “ha nascosto informazione vitale sull’assassinio di Zaida Catalan e di Michael Sharp nella RDC”[6].

CONTRO-INCHIESTA delle 5 agenzie giornalistiche

Domenica 12 marzo 2017 alle 16.49 ora locale congolese Zaida Catalan telefona alla sorella Elisabeth, che però sente soltanto la respirazione affannosa di Zaida e confuse voci maschili, non una parola, per 71 secondi. Capisce che si tratta di un segnale, un appello al soccorso. La famiglia Catalan allerta il Quartiere Generale dell’ONU a New York. “Ho subito capito che c’era qualcosa che non andava e che lei non poteva parlare”, dice la sorella. Alle 17.15 Jean Bosco Mukanda (JBM), l’insegnante di Bunkonde, chiama giornalisti, uomini politici e militari per informarli che “due bianchi sono stati uccisi e decapitati dai miliziani KN”. E’ ciò che lui stesso dichiara il 5 giugno all’apertura del processo davanti alla giustizia militare congolese. Tra la telefonata di Zaida Catalan e quella di JBM ci sono 26 minuti durante i quali i due esperti sono stati derubati dei loro beni, zaini, telefoni, condotti su un sentiero e uccisi. Zaida è decapitata. Gli accusati principali dell’assassinio sono quattro congolesi. JBM inizialmente dice di essere arrivato a cose fatte, poi ammette di avere visto l’uccisione dei due “bianchi” e aggiunge che anche i quattro accompagnatori sono stati uccisi e decapitati.

2008: scoperta del massacro di Kiwanja, sospettato Gen. Ruhorimbere


JBM è un personaggio losco: ammette di essere stato “iniziato” anche lui come miliziano KN con la pozione magica, ma vi è stato obbligato. Tuttavia ha rapporti solidi con la polizia, ne è un quasi ausiliare. E’ lui che il 27 marzo conduce gli inquirenti della giustizia congolese e dell’ONU al luogo dove sono malamente seppelliti i corpi dei due esperti. In aprile compare un video macabro di 6 minuti e 17 secondi: mostra l’uccisione dei due esperti ONU. Viene proiettato il 24 aprile nello studio della Radio-TV congolese a Kinshasa ai giornalisti e poi reso pubblico. Il modo in cui viene ritrovato tale video è stupefacente. Un sedicente débrouilleur[7], tal Patrick Alpha, afferma di avere comprato il video per 2000 franchi RDC (1 euro) tornando dal mercato settimanale di Mbuji Mayi, da due avventori seduti a un bar che bevendo lo guardavano sul loro telefono, e di averlo consegnato alla polizia ONU, l’UNPOL. Subito il governo di Kinshasa afferma che il video mostra chiaramente che gli assassini sono i miliziani KN e chiude la sua inchiesta. JBM dice di riconoscere alcuni degli autori del misfatto, che vengono così designati con nome e cognome; compariranno come principali indiziati al processo il 5 giugno. La contro-inchiesta dimostra la fragilità di questa versione dei fatti e prende le mosse invece da un documento fondamentale che gli inquirenti indipendenti delle agenzie giornalistiche si guardano bene dal comunicare alla giustizia militare della RDC.

Processo a Kananga: i quattro principali accusati

Il giorno prima della fatale spedizione a Bunkonde, Zaida Catalan e Michael Sharp avevano avuto un incontro preparatorio al loro hotel di Kananga con una delegazione K.N. capeggiata dal sedicente padre del capo KN ucciso nell’agosto 2016 accompagnato da una serie di parenti e accoliti. Il “padre” è un féticheur e parla solo ciluba, la lingua parlata in Kasai, ma non conosce né il francese né il lingala, la lingua parlata a Kinshasa. Zaida registra tutto l’incontro come fa sempre e quindi l’audio viene ritrovato dai giornalisti sul suo computer lasciato nella stanza d’albergo. I giornalisti scoprono che uno dei due interpreti del gruppo dei KN, che traduce dal francese in ciluba e viceversa per i due esperti, lavora per la Direzione Generale delle Migrazioni e quindi fa parte dell’amministrazione congolese. E la sua traduzione falsifica, capovolge, ciò che il Capo féticheur dice. Questi raccomanda di non andare a Bunkonde, che è un centro logistico dei KN dove c’è un Tshiota, il fuoco sacro, perché lui non è in grado di dare garanzie per la loro sicurezza in quella zona. Dice di venire invece nel suo villaggio, il villaggio del capo ucciso nell'agosto 2016, dove non ci sarà pericolo e saranno al sicuro. Ma l’interprete traduce tutto il contrario! Dice: dove andrete, a Bunkonde, non ci sarà problema, è sicuro. E’ quindi chiaro che si sta preparando la trappola mortale per i due ficcanaso ONU. Purtroppo né Zaida Catalan né Michael Sharp conoscono il ciluba, né possono contare su una persona di fiducia che conosca la lingua locale. Uno dei due traduttori, Betu Tshintela (BT), dice addirittura di avere telefonato a Bunkonde per avvisare tutti della visita, e i due esperti sono attesi. BT lavora per l’Agenzia Nazionale delle Informazioni (ANR) governativa. Al processo nessuno dei partecipanti a questo incontro dell’11 marzo sarà chiamato a testimoniare. Il governo congolese il 18 marzo afferma che non sapeva nulla della visita a Bunkonde dei due esperti che pure avevano moltiplicato gli incontri ufficiali. Nella sua inchiesta l’ONU si concentrerà sulla osservanza o meno delle procedure di sicurezza, e non sulle circostanze, le incongruenze dei personaggi implicati e le mancanze del tribunale militare, né sulle reticenze governative e il loro rifiuto di un’inchiesta indipendente, esigenza espressa anche dalle famiglie dei due esperti. Quanto al video, ci sono due persone che chiaramente danno ordini ma non si vedono mai; emerge il dubbio che lo stesso super-informatore JBM ne sia l’autore. Nel video a un certo punto chi tiene la fotocamera sembra parlare al telefono: sta ricevendo indicazioni, ordini? E’ poi significativo che si senta parlare in lingala e in francese, lingue che i miliziani KN detestano. Si sospetta che ci sia una seconda videocamera en cache. Qualcuno che è invisibile ordina di continuare a sparare sui due cadaveri. I tre corpi degli accompagnatori sono successivamente ritrovati e identificati, l’interprete BT (agente ANR) che era andato a Bunkonde non è stato mai rivisto né il suo corpo ritrovato (ma JBM afferma al processo che tutti e quattro gli accompagnatori degli esperti sono stati uccisi).

Rifugiati del Kasai in Angola

RAPPORTO ONU E PROCESSO

Il documento finale dell’inchiesta delle N.U. che il Segretario Generale António Guterres consegna il 15 agosto del 2017 al Consiglio di Sicurezza che l’aveva richiesto è “confidenziale”. RFI se ne procura una copia. L’obiettivo dichiarato del rapporto è di verificare le procedure di sicurezza perché l’incidente (sic) non si ripeta. Su un periodo di 3 mesi l’équipe ONU inviata da New York ha passato 11 giorni in RDC e solo 3 giorni nel Kasai Central, e “per ragioni di sicurezza” non si è recata sul luogo del dramma, per cui il contenuto del rapporto si basa principalmente sull’inchiesta svolta dall’UNPOL. Si accenna all’incontro dell’11 marzo ma non alla falsa traduzione dell’interprete e ai legami con le autorità amministrative di alcuni dei presenti. Si ipotizza che uno dei moventi dell’assassinio possa essere stata l’intenzione di derubarli poiché si era insinuato che uno dei due esperti aveva l’abitudine di portare con sé del denaro. La pista di un possibile coinvolgimento degli agenti governativi è menzionata ma non esplorata. Il fatto che alcuni potessero pensare che MS e ZC avessero anche il mandato di indagare sulle fosse comuni avrebbe allarmato e creato tensioni. Si sottolinea che nell’incontro dell’11 marzo i due esperti hanno sottovalutato le questioni legate alla loro sicurezza. A tutt’oggi non vi è stata nessuna inchiesta indipendente sull’assassinio dei due esperti ONU. Il processo si è trascinato per quattro anni fino alla sentenza emessa il 29 gennaio 2022. 49 condanne a morte verso altrettanti individui sono state emesse ma molti di questi erano latitanti; due accusati sono stati scagionati, altri due imputati sono morti in circostanze non chiare. Nella RDC c’è comunque la moratoria sulla pena di morte. I resoconti sull’esito del processo sul sito di Human Rights Watch, sul Guardian e sul sito di Amnesty International sono inequivocabili: si parla di “sham trial[8]”, di possibili implicazioni governative mai indagate, di responsabilità sottaciute rispetto alle fosse comuni. Il titolo dell’articolo di Amnesty International: “RDC: le Nazioni Unite debbono investigare inquietanti ipotesi di dissimulazione di responsabilità sull’omicidio dei due esperti”.[9] La verità può aspettare.

Ufficio UNICEF in Kasai Central

 ** Tutte le foto sono tratte dal webdoc di RFI

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[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa