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sabato 23 marzo 2024

SURINAME: IL VIAGGIO POSSIBILE E IL VIAGGIO REALE

 

SURINAME, UN PAESE DIFFICILE DA SCOPRIRE

Donne sul fiume Suriname vicino Anaula
 

Quando a chi me lo chiedeva dicevo che sarei partita per il Suriname, mi pare che non una persona non reagisse con domande: dove sta, che paese è, e simili. Almeno in Italia, non è certamente una meta frequentata né conosciuta. Le poche pagine di una guida del Sud America comprata quasi dieci anni fa non mi hanno fornito ragguagli sufficienti, né congrui con l’attuale stato del paese. L’agenzia di viaggi che mi ha prenotato il viaggio, un albergo per la sosta notturna/cambio aereo ad Amsterdam (che una volta sarebbe stato certamente a carico della compagnia, come sperimentato negli anni ’80) e quattro notti in un appartamento (che si è rivelato una fregatura) non ne sapeva nulla, contribuendo così ad un arrivo che per poco non è stato disastroso. E a distanza di un mese dal ritorno mi rendo conto che avrei dovuto preparare un viaggio simile con molta più pazienza e precisione, perfino guardando meglio la carta geografica, perché con deprecabile sciatteria avevo collocato la capitale Paramaribo vicinissima all’oceano, mentre si trova sul fiume Suriname, all’inizio di un estuario in cui confluisce un altro fiume da est, il Commewijne, e si trova a 15 km circa dall’oceano Atlantico. E, data la relativa vicinanza alle isole del Caribe, Martinica e Guadalupa, dove la popolazione e l’aria stessa vibrano di vitalità e gioia di vivere a dispetto di tutte le difficoltà, assimilavo indebitamente anche il Suriname al medesimo girone. Tutto sbagliato! Le mie percezioni in loco, in poco più di un mese, sono state quasi agli antipodi, limitate purtroppo alla sola capitale e dintorni, e a due sole escursioni, una breve, di un giorno, l’altra di tre giorni. E le descrizioni di mirabolanti foreste pluviali primarie abitate da puma, formichieri e armadilli giganti, giaguari, da smaglianti volatili rosso fuoco, i piccoli canali dove si può nuotare in tutta sicurezza, sono rimasti quel che erano prima di partire, evocazioni di realtà descritte sulla guida e poi immaginate.

Central Nature Reserve, Suriname (foto non mia)

Ma tutto ciò non solo a causa della mia deplorevole leggerezza, del mio rifiuto congenito di approfondire ex ante le caratteristiche del paese da visitare per il timore di rovinarmi il gusto della scoperta, per inventare il viaggio facendolo, strategia che per anni aveva funzionato, In questo caso non ho fatto tombola. Il Suriname è attualmente nel mezzo di una forte crisi economica, ha un debito estero molto alto, ha avuto una storia di colpi di Stato militari complicata dopo l’indipendenza del 1975, e un sistema bancario legato visceralmente alla ex colonia, per cui solo una Banca accetta  Mastercard internazionali (come la mia) per concedere cash, e bisogna cercare con il lumicino una agenzia di viaggi organizzati (abbastanza difficile muoversi da soli, direi impossibile se non si hanno 20/30 anni) che accetti carte bancarie straniere. La mia impressione girando per strada è stata di visi mesti, quasi sfuggenti, di una cortesia quasi sempre priva di quell'animazione, quel calore che si percepiscono per esempio in tanti paesi africani e altrove. Il mix etnico è notevole peraltro, e molto interessante, anche se ho potuto esplorarlo ben poco.Il gentile autista della Guaiana ex britannica ha riassunto lapidariamente: "you have come to the wrong country at the wrong moment" (sei venuta nel paese sbagliato nel momento sbagliato).

Edificio coloniale in riparazione, Paramaribo

Questa ex colonia olandese è incastrata tra Guaiana ex britannica a nord e Guaiana francese, attualmente ancora dipartimento francese, a sud, e fa parte di quel che in Sudamerica si designano come “Le Guaiane”, collettivamente. Il nome Guaiana sembra significhi “terra d’acqua”. E certamente il Suriname è un reticolo di fiumi e canali laterali, per lo più navigabili, con due pittoresche catene montane difficilmente raggiungibili dai comuni mortali, ma a causa della recente diminuzione della piovosità alcuni canali non sono percorribili da canoe che non siano poco più di gusci. Per cui addio a Bigi Pan, che era in febbraio preclusa per il basso livello dell’acqua dei canali. Addio anche alla Riserva naturale centrale, difficile da raggiungere e ancor più da affrontare, con soggiorni di vari giorni e notti, molto cari, in capanne in villaggi amerindi o di Maroons, discendenti di schiavi fuggiti dalle piantagioni: la Fondazione per la Conservazione della Natura non organizza più questi viaggi, e un’altra fondazione, anch’essa raccomandata dalla guida, non ha dato seguito alla mia richiesta di informazioni più dettagliate. La mia Mastercard prepagata è stata accettata per le due sole escursioni fatte, una volta con una “penale” di vari euro, con difficoltà. Non ho trovato ristoranti che accettassero il mio bancomat (Mastercard), un supermercato ha accettato la Visa con un cambio indegno e con tassa. 

Cattedrale SS Pietro e Paolo,Paramaribo, in riparazione

Ho trovato un buon alloggio grazie alla fortuna sfacciata di avere, all’arrivo all’aeroporto, l’accoglienza insperata della direttrice dell’Ufficio Turistico del Suriname. Nancy mi ha offerto il suo aiuto dandomi un passaggio in auto per la struttura che avevo prenotato tramite l’agenzia di viaggio italiana. Avrebbe dovuto essere un complesso di appartamenti dotati di ogni confort (Happy Holidays!). Ci si è presentato un palazzotto grigio cemento, sul bordo della strada piena di traffico verso l’aeroporto, lontano almeno 20 km dalla capitale Paramaribo. Nessuno ha risposto alla scampanellata al cancello, e mentre ci guardavamo interdette un tassista in attesa di clienti ci ha consigliato di rivolgerci a una villetta vicina. Altro cancello, altro campanello: dopo qualche minuto è apparsa su una terrazza una vecchietta in carrozzella, che si è prontamente ritirata dopo un’occhiata. Perplessità dissipata dall’arrivo, vari minuti dopo, di una ragazzina che ci ha avvisato che il proprietario era in Olanda, e che lei mi poteva solo dare le chiavi dell’appartamento. Intorno intenso traffico, un’officina, casette tristi e cadenti, tetti di alluminio. La direttrice del Tourist Board mi ha subito sconsigliato di restare là, la zona era tutt’altro che sicura. Così scampata alla trappola imprevista sono atterrata in una guesthouse ben più vicina alla capitale, con un grazioso giardino e una piscina di piccole dimensioni ma ben curata, dove sono rimasta all’ancora per tutta la durata del mio soggiorno non fidandomi a cambiare.

Fiume Commewijine

 La storia del Suriname è quella di una colonia olandese meno pregiata della ben più ricca e immensa Indonesia. E’ stata ceduta dalla potenza coloniale britannica ai Paesi Bassi in cambio della città di Nuova Amsterdam, poi New York City, nella seconda metà del 1600. I primi coloni stanziali olandesi arrivarono dal Brasile e crearono piantagioni principalmente di canna da zucchero, poi cotone, cacao, caffè e legname, con manodopera di schiavi di origine africana occidentale, fino a metà ottocento. I primi olandesi europei arrivarono anche loro a metà ottocento, quando furono “importati” i primi cinesi da Java come”lavoratori a contratto”(indentured labour), ancora lavoro schiavistico di fatto se non di nome, e abitanti dell’isola portoghese di Madeira. Seguirono a ondate successive lavoratori indonesiani, giavanesi soprattutto, indiani (chiamati indostani) e libanesi.

Foto al museo di Fort Zeelandia

 La schiavitù fu abolita nel 1863, ma il lavoro nelle piantagioni pagato una miseria si protrasse a lungo. Ho ricevuto da una ricercatrice olandese, dottoranda, che sta attualmente presentando all’Università di Amsterdam il risultato di decenni di ricerche sul campo e interviste, la foto di un uomo, discendente da antichi “lavoratori a contratto”, che ancora vive nella baracca di nonni o bisnonni di 3 metri quadrati. E’ stata lei a dirmi che a tutt’oggi non esiste nessun serio studio sulla colonizzazione del Suriname, tanto meno testimonianze e ricordi tramandati per generazioni dagli antichi schiavi o dai lavoratori delle piantagioni. La sua dissertazione, costruita su archivi e su decine di interviste approfondite, sarà la prima del genere in Olanda.

Baracca di 3 mq


Tra le ondate migratorie volontarie si annovera anche quella una comunità di ebrei proveniente da Spagna, Portogallo e Italia via Brasile che si stabilisce nella prima metà del 1600 nella capitale Torarica[1] e successivamente in una savana a una cinquantina di km dalla capitale odierna, diventata Paramaribo. La Joden Savanne, savana degli ebrei, sviluppa una economia di piantagione, con migliaia di schiavi; si costruiscono una scuola e una sinagoga in legno e ovviamente un cimitero (alcune tombe in rovina visibili tuttora). Erano frequenti gli scontri e gli attacchi delle comunità amerindie e le ribellioni degli schiavi, per cui il picco di 500 coloni ebrei con ben 9000 schiavi si riduce a poche decine di persone nel corso del ‘700, finché un incendio in seguito a una rivolta di schiavi distrugge l’insediamento nel 1832. Il sito archeologico è dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Mi ero ripromessa di visitarlo, dato che è facile meta in una sola giornata, ma un malinteso con l’agenzia turistica ha rovinato il programma. Rassegnata, ho anticipato la partenza.

Savana degli ebrei, sinagoga, stampa da Wikipedia

L’unica visita fatta autonomamente è stata quella al Fort Zeelandia, vicino al punto di attracco delle navi cariche di schiavi, ora museo della storia coloniale locale, con tanto di infermeria/farmacia al pianterreno e varie sale con reperti delle varie culture dei gruppi di schiavi ma anche testimonianze degli strumenti di costrizione. Credo che solo visitando ex colonie ci si renda pienamente conto dell’entità mostruosa della distruzione di continenti interi e della cancellazione di intere culture e popoli su cui si è fondata l’opulenza dell’Europa. Per me le esperienze più eloquenti sono stati i viaggi ripetuti in Sudamerica, oltre e più che il lavoro in Africa o in altri paesi.

L’escursione lungo il fiume Commewijne ha comportato la visita a un’ex piantagione di canna da zucchero e cotone a Fort Nieuw Amsterdam, trasformata in un museo di storia coloniale, ma con un approccio diverso da quello di Fort Zeelandia, più attento alla sequenza delle diverse ondate di importazione di schiavi e lavoratori contrattati. Purtroppo i pannelli in ambedue i musei sono in olandese, non esattamente una lingua internazionalmente conosciuta, con qualche targa in inglese. Il forte è stato anche un ospedale e una prigione. Nel pomeriggio si visita Fredericksdorp, antica piantagione diventata un hotel con piscina, che ha intorno qualche casetta e una scuola. 

Zoccoli giavanesi, Fort Zeelandia


La seconda escursione, una volta esclusa la riserva centrale, fornisce un assaggio all’acqua di rose dell’interno del paese. La meta è Anaula Nature Resort, un hotel con piscina e vari bungalows abbastanza comodi, in un’isoletta sul fiume Suriname. Vi si arriva dopo quasi tre ore di autobus da Paramaribo con sosta in un brutto villaggio/accampamento vicino Brownsberg e due ore di canoa a motore. Lungo la strada asfaltata noto diversi vuoti bruciacchiati nella foresta non densa che la costeggia, e alberi secchi. 

Bambini nel villaggio Nuova Aurora

Da Atjoni si attende il proprio turno per prendere la lunga canoa che risale il fiume tra foresta e villaggi, con l’emozione di piccole innocue rapide e aggiramento di notevoli massi di granito. Mi aspettavo grandi spruzzi ma si arriva sostanzialmente asciutti alla meta. Le capanne individuali erano comode e avevano anche una buona connessione internet, la guida si è prodigata durante le passeggiate in una foresta addomesticata, con larghi sentieri, e alberi altissimi.

Anaula Nature Resort
Interessante la visita al villaggio chiamato Nuova Aurora, con posto medico e scuola. Una signora ci ha mostrato il pane di farina di manioca, largo e piatto come il pane sardo karasau, e una piccola montagna di noci rotonde raccolte da un albero chiamato amana, dalle quali dopo laboriosa lavorazione facilitata da una macchina, ricavano un olio alimentare rossiccio. Unico campione di fauna notato: un bellissimo bruco e tre scimmie molto piccole. Avrei voluto vedere un albero chiamato krapa tree (nome scientifico carapa guianensis) in quanto qualche giorno prima avevo fatto un’intervista alla direttrice di una ONG locale che fornisce appoggio tecnico e servizi a vari gruppi e associazioni di donne, chiamata Women in business, che appoggiano anche la fabbricazione di cosmetici naturali. Uno dei prodotti in vendita in un loro negozio di Paramaribo è un olio ricavato dalle noci di questo albero, carapa guianensis, che serve (anche) come protezione contro morsi di insetti vari e zanzare. Ma di Krapa tree neanche l’ombra. Ho comperato una bottiglietta di quest’olio e lo farò analizzare in una erboteca specializzata.
Pane di farina di manioca, Nuova Aurora

Fiume Suriname, verso Atjoni




[1] Una ipotesi per l’etimologia del toponimo Torarica è che significasse Torah rica, in portoghese, ricca.



1 commento:

  1. Beh date le condizioni che descrivi di questo luogo infelice e fuori dal mondo, sei riuscita a vedere e capire non poco! Non so come fai, io sarei crollato appena sceso dall'aereo. Congratulazioni!

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