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lunedì 1 ottobre 2018

MARE E' MONTAGNA: VIAGGIO DALLA SARDEGNA AI PIRENEI


Mare è Montagna: dalla Sardegna ai Pirenei Catalani (1)

Isole Sanguinarie (Ajaccio) foto mia

Per il viaggio estivo scelgo sempre luoghi rivieraschi che mi permettano di nuotare ma questa volta, esplorando il vicino Mediterraneo occidentale, ho goduto del privilegio di un’accoppiata ideale perché l’intersecarsi di paesaggio marino e gioghi montani è stato quasi sempre una costante, dalla prima tappa a Cala Gonone, sulla costa orientale sarda, fino all’ultima, la Cabanasse, 1550 mt sopra Perpignan nella Catalogna francese. 

Strada verso Cala Fuili
Cala Gonone: avendo abitato in Sardegna l’avevo vista la prima volta il giorno di Natale del 1969, all’epoca in cui la costa era ancora frequentata dalla ormai mitica e sparita foca monaca. Oggi c’è un museo in suo ricordo, che mi sono ben guardata dal visitare in quanto la musealizzazione di ciò che è stato distrutto dallo sfruttamento turistico della costa mi avrebbe solo angosciato, sottraendo tempo al godimento di ciò che resta della bellezza del paesaggio. 

Camminando sulla strada asfaltata in direzione sud, cioè verso la famosa e ahimè affollatissima Cala Luna (visitata nel 1976, bianca falce di sabbia deserta profumata dalla macchia), dopo circa 2,5 km si incontra una Caletta sassosa chiamata Sa Martini (Ziu Martine su Google Maps), non troppo frequentata, dove è possibile trovare ombra e nuotare esplorando le grotte appena a nord di Cala Fuili.
La passeggiata montana è consistita nell’esplorare il primo tratto della gola di Gorropu, nella Sardegna centrale, con una guida e un piccolo gruppo di altri camminatori. Dopo una facile passeggiata di qualche km su un sentiero tra il verde si scende fino all’imboccatura della gola, dove si paga un biglietto per entrare. E qui la sorpresa: si avanza scavalcando enormi massi, sui quali bisogna inerpicarsi per proseguire e infilarsi a fatica tra questi ciottoli giganteschi accatastati in salita sul letto del torrente Flumineddu, quasi secco. A volte bisogna guardare accuratamente dove la guida ha messo i piedi e ricalcarne le orme esatte per passare. Si è talmente occupati ad avanzare cautamente senza scivolare che si rischia di trascurare di guardarsi intorno.
Imboccatura Gola Gorropu

E la vista è veramente eccezionale: le pareti di roccia incombono a picco, qua e là dei tronchi contorti di alberi nani che hanno trovato nicchie di humus sembrano sculture, il cielo è azzurrissimo e incombe un silenzio solo rotto da qualche cinguettio. La guida indica e spiega il processo geologico della formazione dei diversi strati di roccia di colore diverso ma ne conservo un ricordo vago, occupata a non cadere, a guardare e a fotografare. Avanziamo per meno di un’ora: il pensiero di dovere ripercorrere lo stesso identico faticoso cammino al ritorno smorza la curiosità. Uscendo dalla gola, i guardiani ci mostrano la mappa dell’intero tracciato lungo la gola realizzato in tre colori: verde all’inizio, diventa giallo e infine rosso per un lungo tratto fino alla fine, quest’ultimo accessibile solo da parte di gruppi attrezzati con caschi, corde, addirittura canotti gonfiabili in quanto ci possono essere improvvise inondazioni. Alcune settimane dopo in Francia leggerò del terribile incidente avvenuto nel parco del Pollino: escursionisti travolti in una gola di montagna dall’irruzione di un’enorme ondata causata dal maltempo.

Lascio la Sardegna per la Corsica con il traghetto che partendo da S. Teresa di Gallura dopo meno di tre ore attracca al porto di Bonifacio, estremo sud dell’isola, uno dei più bei paesaggi marini che abbia mai avuto la fortuna di contemplare, non a caso classificato come eccezionale dalla mia guida Touring in francese da cui traduco l’esordio omerico del capitolo dedicato a questa cittadina dalle caratteristiche uniche: “Entriamo in questo porto ben conosciuto dai marinai, una doppia falesia a picco e continua si erge tutt’intorno a noi, e due promontori allungati che ci fronteggiano all’imboccatura ne strangolano l’ingresso…” E’ una citazione dal canto X dell’Odissea, ed è Ulisse che descrive in questi termini il porto nel quale sta entrando, che secondo L. Moulinier (un grecista sconosciuto a Google), sarebbe proprio Bonifacio. 


La guida prosegue: “Secondo la leggenda, la flotta dell’eroe sarebbe stata fatta a pezzi da dei giganti autoctoni, i Lestrigoni, e Ulisse stesso si sarebbe salvato grazie alla partenza improvvisa della sua nave della quale fa tagliare gli ormeggi. Il plateau di Bonifacio costituisce l’originalità della Corsica meridionale. I suoi strati di molassa[1] del miocene…si distinguono nettamente per il loro candore e la loro morfologia tabulare dal resto dell’isola, costituito essenzialmente da rocce cristalline”. La bianchezza del calcare a picco sullo stretto e lunghissimo canale del porto, inanellato di isolette e insenature alla sua imboccatura, porgono come su un vassoio a chi arriva dal mare la città alta, la cittadella, che compatta si erge sulla roccia come un’unica imprendibile fortezza.
Vista di Bonifacio dal traghetto

Bonifacio notturna
In basso, il porto rigurgita di smisurati yacht superlusso che paiono transatlantici, con gli equipaggi che lucidano gli ottoni e pigri miliardari in ciabatte a far capannello di fronte alle passerelle sul molo. La Marina sulla riva destra è costituita da una sfilza di ristoranti aperti lato mare e da qualche negozio costoso mentre il molo sinistro è occupato da facciate omogenee, semplici parallelepipedi severi ed eleganti che sono caratteristici delle dimore tradizionali corse e che vedrò spesso in altre città. Dalla Marina diversi sentieri e tracciati di scale ripide portano alla città alta, il centro antico che ingloba l’estremità occidentale del promontorio. Il Bastion de l’Etendard, fortezza che difendeva l’unico antico accesso a Bonifacio, la Porta di Genova, ne occupa un’estremità, dalla quale oggi si scende o verso la Marina o ci si incammina verso un sentiero sulla falesia che arriva fino al faro di capo di Pertusato. Oppure si può scendere all’unica “spiaggetta” cittadina: acqua stupenda, ma ciottoli e scogli affioranti scomodissimi. A ricordo dell’assedio franco-turco del 1553 (contro Genova, che aveva fondato Bonifacio nel 1195)) questi versi sono scolpiti su un muro vicino al jardin des vestiges, un insieme di resti di mura romane: “Remonte dans le labyrinthe de tes ruelles mes pas/ et apporte cette vie déployée sans toi”[2] di Siham Bouhlal, scrittrice marocchina contemporanea.
Escalier du roi d'Aragon
Dall’altro lato della città vecchia, si scopre la meraviglia del escalier du Roi d’Aragon, 187 gradini scavati nella roccia a strapiombo sul mare: la leggenda narra che furono intagliati in una sola notte dall’esercito del re Alfonso d’Aragona per sfuggire a un assedio, ma il dépliant associato al biglietto d’ingresso suggerisce che fossero stati costruiti da monaci per raggiungere una fonte d’acqua dolce alla base della falesia.
Da Bonifacio prendo l’autobus per Sartène, attirata dalla presentazione che ne dà la guida attraverso la frase lapidaria di Mérimée: la più corsa delle città corse. Prospère Mérimée, già rinomato scrittore, la visitò in qualità di funzionario governativo nel 1839 e ne ricavò una lunga novella, Colomba, nella quale si narra la serie di vendette che aveva sconvolto la vita della regione qualche anno prima e aveva visto protagoniste due famiglie del luogo, i Carabelli e i Durazzo, e un villaggio, Fozzano, con una vicenda di sangue al cui centro dominò una donna dalla tempra eccezionale, Colomba nata Carabelli appunto, vista da Mérimée come eroina emblematica dei costumi dell’isola, abile amazzone e tiratrice infallibile. La Corsica ha una storia di rivalità cruente tra clan e di lotta indipendentista (dalla Francia) che arriva all’oggi.
Data la posizione di Sartène circondata da montagne, mi riprometto lunghe escursioni e visite ai diversi villaggi. Sorpresa: impossibile trovare una stanza libera a prezzi non stratosferici, mi imbatto nell’unico ufficio turistico a mia memoria di viaggiatrice incallita che abbia preteso 1 euro per ogni telefonata fatta per cercare alloggio, i gabinetti pubblici sono chiusi da anni e ricevo rifiuti scortesi di adire ai servizi igienici dei bar senza consumazione. Per colmo di sventura, la foresteria del convento di san Damiano, ultima speranza, è al completo. Visitando la chiesa, scopro la tradizione medievale della processione del Catenaccio: molto in anticipo sulla Pasqua, il prete sceglie tra i “peccatori” che si candidano a espiare i loro peccati col supplizio del Catenaccio il predestinato dell’anno. Costui deve portare non solo la croce lungo la Via Crucis indossando un cappuccio che gli conferisce l’anonimato, ma trascinare un catenaccio pesantissimo che pesa 49 kg (vedi foto), esclamando a riprese regolari: perdono o mio Dio.
Croce e catenaccio
Scappo la sera stessa da questa cupa città di martirio verso Propriano, stazione marittima dove l’esoso ufficio turistico mi ha trovato una stanza con bagno, dopo ripetute consumazioni di caffè deca e di stoppacciose brioche. Sosta benvenuta per riprendere fiato, che tuttavia non offre né panorami particolari né attrazioni degne di nota.
Porto e golfo di Ajaccio
Senza mezzi privati è quasi impossibile proseguire lungo la costa occidentale, la più spettacolare, a meno di non usare la bici o andare a piedi, per cui la prossima tappa è Ajaccio, dal grande golfo dai fondali montagnosi, un bel centro storico pedonalizzato e un magnifico museo in uno splendido palazzo, Museo e Palazzo Fesch, dal nome del cardinale che per tutta la vita si dedicò a collezionare opere d’arte. La mia guida afferma che a tutt’oggi il palazzo racchiude 1200 quadri: un intero pomeriggio non basta a completare la visita. E la stessa via Fesch è un monumento a cielo aperto, con facciate antiche dai cui angoli si diramano vicoli ancora popolati da artigiani. Passeggiata serale al porto, tra il molo punteggiato di bitte e un filare di alberi. Non si può mancare di visitare la casa natale di Napoleone, decisamente interessante e ben conservata. Unico cruccio: albergo caro che in più per dolo malo mi addebita ben 9 euro per una colazione mai consumata, ignorando rimostranze scritte e telefoniche.


Le isole Sanguinarie sono un’altra attrazione di Ajaccio: un autobus arriva fino all’imbarcadero fuori città da dove parte il traghetto che fa la spola tra terraferma e isole: acqua incantevole, rocce di diorite che durante il giorno diventano incandescenti, pochissimi arbusti per ripararsi da un sole di piombo; consigliata sortita serale, quando le creste tormentate delle isole prendono il colore rossastro cui forse devono il loro nome.
Ci sono due sole linee ferroviarie in Corsica, la prima tra Ajaccio e Bastia e la seconda tra Ajaccio e Calvi. Prendo il treno per Bastia, sbarco a Ponte Leccia, dopo Corte, e l’amica che generosamente mi ospiterà per più di un mese nella bella casa di famiglia in un villaggio sul versante orientale delle montagne sotto la Bavella, mi viene a prendere in macchina e mette fine alle mie disavventure alberghiere.


[1] Sorta di arenaria friabile, bianchissima a Bonifacio.
[2] Fai risalire i miei passi per il labirinto dei vicoli/ e porta questa vita proseguita senza te”. Mi hanno colpito come abbastanza enigmatici.

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