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mercoledì 4 novembre 2020

ECUADOR VERDE CUORE DEL SUDAMERICA: IL SUD E L'OCEANO

 

LE CITTA’ DEL SUD E LA COSTA DEL PACIFICO

Cuenca dall'alto
 

A Riobamba! Come suona bene, sembra uno squillo di tromba. Mi incammino verso l’albergo Tren Dorado che si trova vicino alla stazione ferroviaria, da dove mi è stato detto, funziona un treno moderno che mi porterà in tre ore a Cuenca, la seconda città del paese, pregiata capitale culturale con centro storico coloniale. Vorrei già informarmi sugli orari. Delusione: il treno non funziona più da anni, la linea ferroviaria è stata danneggiata da una frana e non è mai stata riparata. Ma l’albergo c’è, ottimo e a buon mercato, con proprietario italofono in quanto ha lavorato per anni in Italia, ed è un perfetto gentiluomo, puntuale al mattino come un tedesco per aiutarmi dalle 7.00 in punto a preparare la colazione.

Riobamba: Cattedrale
Dopo montagne e giungla mi rallegra la vista di una città vera e propria, con un centro storico, bei palazzi e piazze spaziose, una cattedrale dalla facciata originale, bianca e azzurra, quasi un’eco di Grecia. Non solo: è sede anche della Società culturale Bolivariana che possiede uno storico ristorante[1], anticamente una magione signorile dove pernottò Simón Bolivar el Libertador quando visitò la città nel 1822, salendo poi senza guida fin sulla cima innevata del vulcano El Chimborazo (che troneggia sulla città dai suoi 6268 mt). Inebriato dall’altezza e dalla sua audacia, solo sulla cima di ghiaccio, l’eroe scrisse di getto Mi delírio sobre el Chimborazo, una brano di prosa ispirata e folgorante, frutto di una visione che lo lasciò senza sensi[2].E scopro tutto ciò grazie al mio metodo preferito: serendipity[3]. Ero capitata davanti ad una facciata azzurrina con un’insegna alquanto stupefacente: Restaurante El Delírio. Che nome per un locale! E’ chiuso e passo oltre. Tornando indietro verso l’hotel vedo che ora è aperto l’accesso al giardino antistante e incuriosita mi avvicino: ci sono due signore attempate. Una di loro è la Presidentessa della Società Bolivariana, cui è intestato il ristorante, che mi spiega il perché del nome. 

 

Mi invitano a cena per la sera seguente e così faccio la conoscenza della Presidentessa, una straordinaria donna ottantenne piena di spirito e grande ex viaggiatrice, della sua gentile e premurosa segretaria e di una coppia di affiliati alla Società. L’interno del ristorante è tappezzato di foto e naturalmente vi giganteggia un ritratto di Simón Bolivar a grandezza naturale. Nella mattinata il cielo limpido mi invita ad avvicinare il grande vulcano, ma mi limito a costeggiarlo: ce l’ho di fronte. 

 

Salendo si vede anche El Altar, altro vulcano che mi sono persa precedentemente dietro spesse nubi. Il sentiero è costeggiato da erbe e fiori, non c’è nessuno, el Chimborazo è un gigante solitario col cappuccio di ghiaccio; presto la vetta è avvolta da un cumulo di nuvole. Lo spettacolo è finito. Fino a dieci anni fa, mi diranno la sera, in quest’epoca era completamente coperto di neve sino alle falde inferiori. Oltre al cambiamento del clima ha influito la terribile eruzione del vulcano El Altar che ha ulteriormente contribuito a mutare le temperature medie di tutta l’area.

Dopo Riobamba mi aspetta Cuenca, che Elda, la segretaria della Società Bolivariana, chiama la “Atene” del Sudamerica. Ed è veramente una città coloniale seducente, allegra e colorata da tanti murales tutti spiritosi e ben fatti, senza sgorbi o graffiti aggressivi, arricchita da belle chiese, campanili svettanti e palazzi monumentali. E naturalmente parchi e musei. Tuttavia il traffico in molte strade piuttosto strette è antipatico e puzzolente, e si arriva volentieri nelle grandi piazze sedi di mercati all’aperto di verdura e frutta, tanta frutta, e fiori. 

 Il Museo delle culture aborigene è come sempre fonte di stupore e ammirazione: veneri a due teste, sciamani, gemelle siamesi, e persino, tenerissimo, un paio di pinzette per depilazione, un po’ arrugginite comprensibilmente. Qui le culture rappresentate sono quella Panzaleo[4] e Manteña[5], la prima originaria dell’area tra Riobamba e Quito. I Manteños-Huancavilcas che abitavano nella fascia costiera furono i primi ad avvistare le fatali caravelle spagnole. Pare che il loro aspetto stupì molto i conquistadores: si deformavano il cranio da piccoli per ottenere uno schiacciamento (come gli Inca), si rasavano completamente il cuoio capelluto lasciando solo una coroncina da frate e si estraevano gli incisivi: non dovevano apparite molto attraenti secondo i nostri canoni estetici!

lungofiume Tomebamba
 L’antico nome di Cuenca era Tumebamba[6], ricostruita dagli Inca su un precedente insediamento urbano del popolo che avevano sconfitto, i Cañari, la cui cultura Cañar[7] era durata quasi mille anni, dal 500 al 1480 d.C. Gli Inca li assorbirono nel Tawantinsuyu, il loro immenso impero quadripartito (nord/sud, est/ovest). Tumebamba era il centro amministrativo del quadrante nord. Ora si chiama così il fiume che corre attraverso la città. Si può visitare quel che resta delle fondamenta degli antichi palazzi del centro amministrativo incaico e del tempio del sole al Museo del Banco Central Pumapungo[8]: stranissimo museo   annesso ad una banca - dove i bei pezzi in mostra non si possono fotografare - dal quale si accede al complesso parco archeologico, ciò che resta della città incaica, immerso nel verde e allietato da fiori e cinguettii.

Ma il principale sito archeologico dove si ritrova l’anima ancestrale Cañar e Inca è Ingapirca[9] (in lingua quechua: il muro dell’Inca) a circa due ore di autobus da Cuenca. Il sito monumentale, associato all’alleanza politica e culturale tra conquistatori Inca e conquistati Cañari, è molto interessante anche se non spettacolare come lo splendido sito Tiahuanaco in Bolivia; mi sembra che ciò che resta del Tempio del sole ecuadoregno impallidisca al ricordo di quello boliviano e della Puerta del Sol

 

Ingapirca; sullo sfondo il Tempio del sole
 

Inti, il dio Sole, è tuttavia onnipresente anche a Ingapirca, incastonata in un paesaggio bucolico con lama pascolanti e dolci rilievi a 3200 mt. Ho trovato coinvolgente ed emozionante percorrere il ripido e stretto sentiero a montagne russe, denominato Camino del Inca- parte di un antico itinerario di circa 40 km che collegava Ingapirca a Cuenca e ancora percorribile da escursionisti allenati - sentiero costellato di tracce cañar-incaiche: 

un cerchio rosso che raffigura la cara del sol su una ruvida roccia, pietre bucherellate che fungevano da calendari agricoli, e alla fine la vista più sorprendente: una Cara del Inca monumentale scolpita su una rupe scoscesa, vero capolavoro acrobatico d’artista e scalatore provetto. All’entrata del sentiero c’è un cartello con la rappresentazione grafica della cosmovisione inca: tripartizione ideale tra mondo infero, mondo terreno e mondo superno. Ho un ricordo indelebile della sua raffigurazione nei meravigliosi arazzi Jalk'a visti a Sucre in Bolivia.

Il viaggio da Cuenca a Guayaquil dura almeno sei ore (gli autobus ecuadoregni hanno molto da invidiare a quelli cileni) e l’arrivo non è entusiasmante: mi accolgono una pioggerella e una caligine spessa che aleggia su quella che sembra una grande laguna. Grattacieli, un lungo viadotto, traffico intricato. Rimango a Guayaquil solo due notti: quando mi accingo a visitare almeno il famoso malecón, la passeggiata lungo la riva del fiume Guayas, la pioggerella quasi incessante si trasforma in acquazzone e rinuncio, odio bagnarmi anche se è caldo e approfitto dell’ozio per leggere sulla terrazza del BB.

La ricerca dell’oceano vero, selvaggio, passa per un’altra tappa deludente: Salinas ha una bella spiaggia ma troppi grossi alberghi e una spiaggia affollata di sedie a sdraio e ombrelloni, si riparte. Puerto Lopez è gradevole, ha una spiaggia più solitaria con frequentazioni meno banali e l’Hotel ecologico ha simpatiche capanne individuali in una giardino di piante e alberi fronzuti (qui le zanzare sono meno discrete che a Puyo). 

Museo Cuenca: Il pensatore
Ma non è ciò che cerco. La tappa finale del mio soggiorno marino sarà il villaggio di Canoa che rigurgita di visitatori nei giorni di Carnevale, quando malauguratamente arrivo, ma si spopola immediatamente terminata la festa. Si nuota con cautela a causa delle onde a volte impetuose, ma la lunghissima spiaggia si percorre per chilometri senza problemi: innervosisce solo una certa qual tendenza corriva al deposito di rifiuti di plastica e cartacce sulla sabbia soprattutto nei fine settimana. E dato che c’è pace, pioggia o sole, e un oceano sconfinato, vi rimango quasi tre settimane. Quel che fa penare è la connessione wi-fi ma la mia stanza al terzo piano ha un delizioso terrazzino che guarda il mare e una comoda sdraio, la spiaggia è a qualche metro dall’hotel, chi mi schioda?  Di fronte all’oceano ci sono bettolini che hanno pesce in quantità a prezzi ridicoli. Una sera scendendo la striscia di sabbia ondulata che è la strada alla volta di uno di questi punti ristoro, dato che è tardi per i canoni locali, sono quasi le 8 di sera, incontro solo…un cane randagio in cerca della sua cena anche lui. E giusto perché sono ormai un cliente regolare mi servono ancora.

 

Strana visione serale a Canoa: cingolati sulla spiaggia! Nessuna spiegazione offerta dai militi

 

Canoa: bassa marea serale
 Gli echi dall’Europa e in particolare dall’Italia della pandemia coronavirus sono sempre più inquietanti e il ritorno ormai imminente è un’ombra su quegli ultimi giorni di palme onde e sole. Torno a Quito impiegando due giorni di autobus; ad una stazione sento un avviso diffuso da un altoparlante che mette in guardia contro l’epidemia che sta arrivando anche in Ecuador.  Addio montagne, giungla, oceano!


Trovato a Canoa: dollaro della sabbia






[1] http://eldiarioderiobamba.com/2020/01/23/la-casa-del-delirio-de-bolivar-esta-en-riobamba/

[2][2] https://es.wikisource.org/wiki/Mi_delirio_sobre_el_Chimborazo

[3] Non mi piacciono le traduzioni offerte dai siti che ho trovato: non equivale a “colpo di fortuna” o simili; dà piuttosto l’idea di “scoperta utile e interessante solo per caso”, ma quel caso bisogna cercarlo, bisogna essere curiosi.

[4] http://www.enciclopediadelecuador.com/historia-del-ecuador/cultura-panzaleos/

[5] http://www.enciclopediadelecuador.com/historia-del-ecuador/cultura-manteno-huancavilca/

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Tumebamba

[7] https://es.wikipedia.org/wiki/Ca%C3%B1ari

[8] Altro nome di Tomebamba di origine Cañar: significa “porta del puma”

[9] https://en.wikipedia.org/wiki/Ingapirca



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