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domenica 6 dicembre 2020

FONDAMENTALISMO ILLUMINISTA?

 

 

 

I FARI ABBAGLIANTI DELLA DEA RAGIONE

Considerazioni sull’ illuminismo e i suoi avatar laici 

Moschea Wazir Khan, Lahore, Pakistan

Sfido la banalità dell’adagio popolare. Aver avuto presente il ritornello che risuona con la voce del sacrestano nel primo atto della Tosca di Puccini (scherza coi fanti e lascia stare i santi – ovvero trastullati pure con il profano ma non irridere il sacro) avrebbe forse risparmiato una serie funesta di lutti e atrocità, alla Francia e al mondo, e una inedita guerra di religione. Forse non è fuori luogo ricordare che proprio in Francia si consumò il massacro degli ugonotti, i protestanti calvinisti, nella famigerata notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto del 1572. Oggi la nouvelle laicité nata alla fine degli anni 1980 sembra essere diventata paradossalmente la nuova religione francese, quasi un feticcio che lascia da parte considerazioni di ogni altro tipo: di contesto sociale, di opportunità politica, di temperie culturale, di circostanze congiunturali e questioni di memoria storica coloniale.

Questo articolo nasce dalla riflessione sulle sciagurate conseguenze della pubblicazione nel 2015 e ripubblicazione recente delle ormai tristemente famose caricature del profeta Maometto sul giornale satirico francese Charlie Hebdo, che a loro volta erano state precedute da quelle pubblicate nel 2005 in Danimarca e che già allora avevano suscitato una serie di assalti ad ambasciate, tumulti e morti in vari paesi musulmani e una dura presa di posizione di molti dei loro governi. Tralascio la questione dei Versetti Satanici di Salman Rushdie, della fatwa e dell’assassinio del suo traduttore giapponese. Riflessione che ha stimolato letture e riletture, tra le quali di parti di un libro la cui stesura risale agli anni ’40 del ‘900: Dialettica dell’illuminismo, di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno. La tesi di fondo di questi “frammenti filosofici” è che il pensiero illuministico, inteso come pensiero razionalistico che si libera dall’angustia della superstizione, dagli idola ingannevoli stigmatizzati da Bacone e dai labirinti della magia e del mito, contiene in sé una contraddizione insanabile che lo marchia come volontà di dominio e assurge a nuova mitologia, a ipostatizzazione dei suoi assunti basilari e quindi si ribalta nel suo contrario perché ignora e opprime tutto ciò che esula da se stesso: lungi dal realizzare un progresso per tutta l’umanità si rivela essere nuovo asservimento alla “sua” ragione che diventa metro e misura universale.

 

Haggadah, c.1300, fuga degli ebrei dall'Egitto. Invece dei visi, cerchi o teste d'uccello

 Le vicende di questo scorcio di secolo su uno scenario che non può che essere planetario mi hanno più volte rimandato a questo testo a cercarne tra le pagine scritte 80 anni fa, sotto il peso di una catastrofe epocale, l’eco di un presente la cui tragicità altra si percepisce e rivela sotto gli orpelli della farsa grottesca del consumismo parallelo alla deprivazione dei più e alla distruzione della natura. Ritengo che la tesi del progresso/regresso del pensiero illuministico (e tecnologico) sia una chiave di volta per comprendere e leggere molti aspetti della realtà di oggi. E le considerazioni che seguono cercheranno di sostanziare questa affermazione. Sia ben chiaro che ciò non significa negare gli indubbi successi del pensiero illuministico e la sua necessità, ma semmai postulare l’urgenza di una sua radicale revisione alla luce delle fratture della nostra contemporaneità. Ci sono molti fili da districare nella matassa di questo presente e cercherò di non imbrogliarli ancora di più esaminando quelli che mi sembrano i principali.

Per prima cosa mi appare centrale la comprensione del concetto di laïcité in Francia e il percorso storico di secolarizzazione integrale compiuto in questo paese nei 230 anni trascorsi dalla Rivoluzione del 1789, che fa piazza pulita dell’ancien régime e instaura sul piedistallo ideale prima occupato dalla religione, intesa come collante sociale, culturale e politico accanto alla monarchia per diritto divino, la Dea Ragione e la Dichiarazione dei diritti umani. Dopo l’ubriacatura napoleonica e la Restaurazione, la Francia esplode di nuovo contro l’arroganza reale di Carlo X nel 1830, poi nel fatidico 1848, infine con le barricate della Comune di Parigi del 1870 ispirata a principi marxisti e libertari. Datano dal 1882 le prime leggi che sanciscono la completa laicità dell’insegnamento pubblico che portano nel 1905 alla separazione netta di giurisdizione tra Chiesa e Stato, iscritta definitivamente nella costituzione del 1958, il cui articolo primo recita: La France est une République indivisible, laïque, démocratique et sociale. Elle assure l’égalité devant la loi de tous les citoyens sans distinction d’origine, de race ou de religion. Elle respecte toutes les croyances. Son organisation est décentralisée.[1].

 

Si noti ai fini del mio ragionamento la frase: “rispetta tutti i credo (religiosi e non).”

Il salto a quella che viene ormai correntemente definita la nouvelle laicïté, la nuova laicità, si verifica durante la presidenza di François Mitterand, nel 1989, anno spartiacque per tanti versi, con l’affaire des filles (la questione delle ragazze). Tre alunne musulmane si presentano al Liceo Gabriel-Havez di Creil, nel dipartimento dell’Oise, nord della Francia, con la testa velata da un foulard. Apriti cielo, si scatena un putiferio. Gilles Kepel, uno dei maggiori esperti di islamismo, ricorda nel suo articolo del 21 ottobre u.s. sul quotidiano Le Monde [2]che i Fratelli Musulmani erano palesemente dietro di loro. La questione, invece di sgonfiarsi con una sdrammatizzazione che sarebbe stata forse una mossa abile per disinnescare la miccia accesa[3], si infiamma per mesi, per anni, con Danielle Mitterand (moglie del Presidente) che in nome della diversità ritiene che sia giusto accogliere a scuola le ragazze e Gisèle Halimi, intellettuale femminista, che invece afferma che quei foulard sono un segno visibile dell’asservimento della donna.[4] Il dibattito continua per anni, con tanto di Commissioni governative ad hoc, fino alla legge del 2004 che bandisce la presenza di qualsiasi segno di appartenenza religiosa dalla sfera pubblica: scuole, uffici, tribunali, amministrazioni. Ma non solo nella sfera pubblica, come un altro affaire dimostrerà. 


Una dipendente (sin dal 1992) della scuola privata per l’infanzia Baby Loup[5], situata nella periferia di Parigi, si presenta al lavoro velata nel dicembre 2008, per la prima volta, dopo un congedo per maternità. Viene licenziata sui due piedi in nome della legge del 2004. Lei ricorre in tribunale, e ne segue una serie lunghissima di sentenze successivamente favorevoli alla parte che si ritiene lesa oppure avverse, che si conclude con un licenziamento definitivo senza indennizzi nel 2018. Il principio di laicità si afferma sempre più come allergico a qualsiasi sensibilità alle differenze culturali inerenti ad una società sempre più meticcia in cui convivono minoranze consistenti di fedi e culture multiple. Se per la legge del 1905 e la costituzione del 1958 la questione era il rapporto con la Chiesa ora il problema è il communitarisme, inteso come minaccia di separatismo tra le differenti componenti sociali, definite comunità, della stessa compagine nazionale.

Si stima che la presenza musulmana in Francia rappresenti una percentuale che varia dal 5-7% al 10%.[6] I sondaggi dell’I.F.O.P.[7]del 2019 segnalano un aumento dell’osservanza delle pratiche religiose tra la popolazione musulmana rispetto al 1989, anno dello scoppio della questione del velo islamico. Se ne può dedurre un irrigidimento e un compattamento dietro a una dichiarata “identità musulmana” di fronte alla incomprensione delle proprie ragioni e al rigetto di una maggioranza ostile che esige l’amputazione di qualcosa che si ritiene parte del proprio “sé” non solo intimo ma sociale, relazionale. Infine la nouvelle laïcité che nasce nel 1989 in Francia vuole espungere la religione e le manifestazioni di qualsiasi credo religioso non solo dalla sfera pubblica ma anche da quella sociale: vuole non uno Stato laico ma una società completamente laica, sterilizzata, e respinge la religione nell’ambito puramente intimo: qualcosa da nascondere assomiglia molto a qualcosa di cui ci si può vergognare[8]. E’ legittimo domandarsi che tipo di integrazione e benessere in vista di un obiettivo di coesione sociale in un contesto poli-culturale questa posizione garantisca. Mi sembra che conduca ad una situazione di anomia difficilmente governabile.

Alla luce di quanto su esposto, la pubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo nel 2015 si può interpretare come un’affermazione spavalda del diritto alla satira di quanto si sa (o si dovrebbe sapere) una componente della società nella quale si vive ritiene sacro. Questa arroganza culturale permea sempre di più l’intellighenzia laica a tutti i costi. Si ricordi che il primo articolo della Costituzione del 1958 afferma che la République rispetta ogni credo. Rappresentare e ridicolizzare colui che i musulmani reputano il profeta dell’Altissimo infrange questo principio. Nelle molte discussioni e polemiche che sono seguite da allora fino ad oggi i difensori della laicità totalizzante lo hanno dimenticato.

Il 2014 aveva visto la proclamazione del califfato islamico a Raqqa, la guerra in Siria e in Libia, le insorgenze jihadiste nel Sahel e le stragi di Boku Haram, l’eternizzarsi della guerra talibana in Afghanistan: il clima era rovente. Diverse centinaia di fanatici convinti o ingenui invasati avevano lasciato vari paesi europei (tra i quali molti francesi) per andare a combattere nelle file jihadiste dell’ISIS. In Francia ribolliva il dibattito sulla radicalizzazione islamista sui network telematici. Era il momento di gettare un cerino acceso nel serbatoio della benzina? Il mondo musulmano si è fortemente risentito, i musulmani tutti si sono sentiti oltraggiati, il solco di incomprensione tra un occidente e un oriente stereotipici si è allargato, e dei criminali con l’etichetta islamista hanno complottato l’eccidio del 7 gennaio 2015 che ha ulteriormente avvelenato il clima di diffidenza tra differenti componenti sociali e nazionali non solo ma soprattutto in Francia.

Gaza, campo di rifugiati 

A più di cinque anni dalle stragi nella sede di Charlie Hebdo e nell’Hyper Casher[9], dopo gli ancor più terrificanti attentati del novembre 2015 a Parigi e altri ancora in varie città europee, oggi sgomenta il fatto che i giornalisti che animano ancora lo stesso giornale satirico in un bunker segreto, proprio in coincidenza con l’inizio del processo per l’assassinio dei loro colleghi e delle altre vittime del 2015, pensino bene di ripubblicare le stesse vignette, e che il Presidente Macron rivendichi inflessibile, dopo l’esecrabile uccisione del professor Paty, come libertà d’espressione non la legittimità della discussione, il che sarebbe stato naturale e necessario, ma il diritto alla satira su tutto, anche su ciò che per altri sui concittadini è sacro e inviolabile. Costi quel che costi. Ne sono seguite altre morti, altri attentati, altri lutti, e una parziale marcia indietro governativa alquanto goffa.

I giornalisti danesi e norvegesi del 2006 e i francesi di Charlie Hebdo del 2015 e del 2020 forse non hanno mai imparato che la tradizione figurativa araba è aniconica. Arabeschi. Fregi. Calligrammi. La rappresentazione umana (e spesso animale) è per lo più assente nell’arte araba, con l’eccezione di particolari periodi come quello degli Omayyadi e di alcune sette, anche se non è espressamente vietata dal Corano. Alcuni hadith, cioè i detti di Maometto, la vietano pur essendo relativi a circostanze specifiche. Tuttavia gli esegeti sunniti e chiaramente i rigoristi salafiti e wahabiti sono categorici nel vietarla. Per cui si può immaginare l’effetto di rappresentazioni che profanano il profeta di Allah[10] su menti esagitate e psiche labili come quelle dei vari “lupi solitari” che hanno commesso attentati sanguinosi negli ultimi anni (e in particolare il ceceno post-adolescente che ha decapitato il professor Paty o il tunisino appena arrivato in Europa che ha ucciso tre persone a Nizza).

Miniatura persiana sec. XVI, Maometto ha il volto velato

Anche l’arte buddista è stata aniconica. E nell’ebraismo sono bandite le raffigurazioni umane: il nome, anzi i nomi di Dio, sono impronunciabili[11]. Si può dire che l’aniconismo arabo è una derivazione di quello ebraico: ambedue sono accomunati dal rifuggire la tentazione dell’idolatria. Si ricordi l’anatema di Mosé sul vitello d’oro nel Deuteronomio.

Ancora: tra humor e religione non corre buon sangue: la religione e il comico non si sposano agevolmente. La fede rifugge non solo l’acribia razionalistica ma anche il riso che inficia e destabilizza la fede stessa[12]. Specularmente, la coppia “senso dello humor e cultura” è oggetto di fiumi d’inchiostro negli studi antropologici. Non c’è forse nulla di così idiosincratico come il senso dello humor, a partire dalla sensibilità individuale. Mi capita di guardare vignette che si suppone siano ironiche e allusive senza assaporarne il gusto che gli autori suppongono universalmente fruibile, e questo all’interno della stessa koiné culturale. Il mot d’esprit francese non ha molto a che fare con il tongue in cheek inglese, o con il più solare senso del comico italiano, ove peraltro un piemontese differisce su questo terreno da uno scanzonato napoletano. In Mozambico noi italiani ci stupivamo al cinema di sentir ridere la platea davanti a scene tutt’altro che comiche, addirittura crudeli. Poi in un saggio di antropologia ho letto che un certo tipo di riso in molte culture denota imbarazzo e disapprovazione. Figuriamoci quindi pretendere che algerini, tunisini, afgani, marocchini possano non dico apprezzare ma comprendere e accettare nella loro giocosità delle vignette che raffigurano il profeta di Allah. Non si può che scavare ulteriormente il solco che si sta allargando maldestramente e pericolosamente tra segmenti di società che sono destinati a convivere fianco a fianco e attizzare il fuoco che brucia nei focolai jihadisti già numerosi nel mondo. Lontani le mille miglia dai fuochi di guerriglia rurale/urbana anticapitalisti degli anni 1960.

Drone uccide 40 persone in un villaggio nel 2011 in Waziristan

Vi è poi la problematica definizione di “terrorismo”: qual’ è il metro di misura e quali atti meritano tale etichetta? Su alcuni il consenso è unanime: seminare il terrore sparando all’impazzata in strada o in un ristorante affollato o in un mercato, scagliare a piena velocità un camion o un’automobile su gente che passeggia, accoltellare sconosciuti in una piazza, disseminare mine antiuomo nascoste sotto terra, eseguire fucilazioni di massa, sono certamente atti terroristici. Se poi gli autori gridano anche “Allah è grande”, va da sé che siano etichettati come terroristi islamisti anche se spesso l’islamismo non è che una verniciatura opportunista dell’ultima ora rivendicata dalle centrali reali del terrore. E a molte persone non è chiara la distinzione tra islam come religione e islamismo, essendo quest’ultimo la sua deformazione pseudo-politica estremista e stragista, condannata più volte dai dotti islamici. Si ricordi che la maggioranza delle vittime dell’islamismo sono proprio i musulmani.

Iraq, foto Middle East Monitor , 2017
 

Ma usare droni che eseguono omicidi di nemici politici o supposti tali, esecuzioni extra-giudiziali, sequestri politici,[13] bombardare “per errore” un corteo nuziale[14] o un banchetto festivo, un autobus scolastico, una assemblea di villaggi nella zona tribale del Pakistan[15], sbranare un paese come l’Iraq, minacciare di bombardare il Pakistan per “ridurlo all’età della pietra[16] che intenzioni/azioni sono? Nel gergo giornalistico ormai invalso i morti per errore sono “danni collaterali”, deplorevoli sviste, qui pro quo.  Collaterali a che? Ad un’invasione e una guerra illegali? Quale è esattamente l’obiettivo? Instaurare “un nuovo ordine internazionale” migliore del precedente oppure disintegrare compagini territoriali sociali culturali per una fantasmatica ingegneria istituzionale partorita dai nuovi dottor Stranamore?

L’islamismo, i multipli jihad sparsi oggi ai quattro angoli del mondo, non sono nati come funghi velenosi prodotti da madre natura. Anche se è vero che il jihad è parte della storia di società islamiche e islamizzate, come nella Nigeria di inizio 1800 con dan Fodio[17], a parte casi particolari, come quello di Mindanao nelle Filippine, gli attuali jihad che l’Occidente cerca di contrastare militarmente attizzandoli (malgré soi ?[18]) nascono negli anni 1980 in Afghanistan con gli addestramenti organizzati e pagati dalla C.I.A. dei primi mujaheddin e trovano sponda in Arabia Saudita con le correnti wahabite che finanziano a tutto spiano la costruzione di moschee in Africa occidentale[19] e probabilmente in molte altre lande. 

Chi c’è dietro gli attentati spettacolari del 2001 negli USA se non l’Arabia Saudita, grande amica degli Stati Uniti? I jihadisti proliferano negli anni 1990 con la sanguinosissima guerra in Algeria, dopo che il FIS, il Front Islamique du Salut, dichiaratamente islamista e a favore dell’instaurazione della sharia vince le elezioni legislative nel dicembre 1991 con soli 3 milioni di voti su 13 milioni di elettori, a causa del sistema elettorale basato su collegi uninominali. Il FIS viene bloccato nella sua ascesa al potere dall’esercito e dal FNL, il partito storico algerino che ha governato sin dall’indipendenza l’Algeria e continuerà a farlo durante i dieci anni di piombo che seguono e che finiscono con strascichi dolorosissimi dopo l’elezione a Presidente di Abdelaziz Bouteflika nel 1999. L’invasione dell’Irak del 1991 inaugura la stagione di una vera e propria disintegrazione del Medio Oriente[20] orchestrata dalle maggiori potenze occidentali. La guerra alla Libia di Gheddafi completa il quadro.

 

crociato, da Pinteres.it

Infine è bene ricordare che nel mondo arabo è sempre rimasta viva la bruciatura delle Crociate. Lo shock culturale subito, l’affronto e l’invasione hanno lasciato tracce indelebili nella memoria storica degli arabi: da qui il vezzo di affibbiare l’etichetta di crociati alle recenti invasioni di stampo coloniale. Basta leggere Le crociate viste degli arabi di Amin Maaluf[21] per rendersi conto del trauma profondo subito dagli abitanti della Palestina e dell’area circostante che dura nel tempo, anche perché il conflitto si prolungò per secoli, fino alla battaglia di Vienna quasi all’alba del secolo dei lumi. Ancora oggi il jihadista di Al Shabaab che si rivolge alla giornalista della BBC Mary Harper a Mogadiscio si riferisce agli “occidentali” come “i crociati”.[22]

 

Si invera il paradosso per cui i lumi presunti della ragione (laica) assolutizzante si rovesciano nel suo contrario, e sacrificando al vitello d’oro della laïcité  diventano ciechi e sordi a ogni altro valore e considerazione: si pretende ignorare contesto, opportunità, determinanti storiche, circostanze, tutti gli elementi che caratterizzano esistenze concrete hic et nunc e per quanto riguarda il nostro argomento, la memoria storica del novecento e soprattutto degli ultimi 40 anni, che sfociano nella Revanche de Dieu come la definiva nel 1990 Gilles Kepel[23], di estremisti evangelisti, islamisti, pasdaran, ebrei ortodossi, induisti, bonzi buddisti, Al Shabaab, eccetera, che nella miseria di un presente lacerato si ergono di fronte a una dea ragione che sragiona.  La dialettica dell’illuminismo si manifesta allora come il dritto e il rovescio della stessa medaglia di una maschera che inficia la capacità di lettura della realtà e della sua costruzione per il bene comune. La laicità osannata diventa un feticcio malefico che uccide, la ratio illuminista si muta in un fatale letto di Procuste[24].



[1] http://www.assemblee-nationale.fr/connaissance/constitution.asp

[2] http://lirelactu.fr/source/le-monde/12d5d61d-19fb-4b84-b6d2-f33be1da9882

[3] Elisabeth Badinter ricorda che François Mitterand le si rivolse dicendo: “Ma in fin de conti, Elisabeth, due ragazzine con un foulard in testa, non è qualcosa che minacci la Repubblica”. https://www.lemonde.fr/culture/article/2020/10/28/la-laicite-un-sujet-de-discorde-a-gauche-depuis-l-affaire-du-voile-de-1989_6057695_3246.html

[4] Mi chiedo se Brigitte Bardot e tutte le ragazze dei primi anni 1960 che la imitavano la pensassero così quando la diva esibiva il foulard sul suo sontuoso biondo chignon, che ne faceva una icona onnipresente sui rotocalchi femminili.

[5] https://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_de_la_cr%C3%A8che_Baby_Loup

[6] Dato che i censimenti non fanno menzione di credo religioso, si tratta solo di stime.

[7] Institut français d’opinion publique. https://www.ifop.com/publication/les-musulmans-en-france-30-ans-apres-laffaire-des-foulards-de-creil/

[8] Ricordo bene il mio disagio di bambina ebrea in una scuola elementare piena di crocefissi, con il prete che nelle sue visite pasquali mi guardava con compassione sussiegosa e mi faceva sentire un’intrusa, un’infiltrata.

[9] https://fr.wikipedia.org/wiki/Prise_d%27otages_du_magasin_Hyper_Cacher_de_la_porte_de_Vincennes

[10] Leggo che l’autore dell’attentato al mercatino di Natale a Strasburgo nel dicembre 2018, Cherif Chekatt, era “un multi-recidivo criminale comune e vittima di un’infanzia caotica”. Il 29 ottobre u.s. un afgano armato di coltello è stato fermato nel centro di Lione. Sofferente di disturbi psichici, era già conosciuto dalla polizia per la sua pratica rigorista dell’islam. Mi sembra di poter aggiungere: delinquenti più bisognosi di cure appropriate che di carcere, forse riscattabili. https://www.lemonde.fr/societe/article/2020/11/13/une-menace-terroriste-desormais-plus-endogene-que-projetee-de-l-etranger_6059578_3224.html

[11] Gershom Scholem. Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio. Adelphi, 1998.

[13] https://www.gicj.org/conferences-meetings/human-rights-council-sessions/side-events/1662-enforced-disappearances,-extrajudicial-killings-and-other-war-crimes-in-iraq

[14] https://www.hrw.org/report/2014/02/19/wedding-became-funeral/us-drone-attack-marriage-procession-Yemen

[17] https://it.wikipedia.org/wiki/Usman_dan_Fodio

[18] Vedi ad esempio Loretta Napoleoni. Isis Lo Stato del terrore, Feltrinelli, 2015

[19] Personalmente ricordo che mentre lavoravo in Mali nel 1990 osservavo sbocciare d’incanto in molti villaggi assai poveri moschee nuove di zecca con tanto di uova di struzzo sui minareti e mi chiedevo da dove venissero quei soldi.

[20] Vedi Robert Fisk. The great was for civilization. Sottotitolo: The conquest of the Middle East. Harper Perennial, 2006

[21] https://www.ibs.it/crociate-viste-dagli-arabi-libro-amin-maalouf/e/9788834601488

[22]https://www.hurstpublishers.com/book/everything-you-have-told-me-is-true/

[23] https://www.seuil.com/ouvrage/la-revanche-de-dieu-chretiens-juifs-et-musulmans-a-la-reconquete-du-monde-gilles-kepel/9782020129299

[24] https://it.wikipedia.org/wiki/Procuste

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